I.

Le notizie storiche pervenuteci intorno a Michele Scotto sono molto

scarse e molto incerte, e il nome stesso di lui dà luogo a dispareri

e a dubbiezze. Vuole taluno che Scotto sia forma italiana del cognome

Scott, frequente in Iscozia; vogliono altri che Scotto sia nome, non

di famiglia, ma di nazione, e che perciò s'abbia a dire e scrivere

Michele Scoto, come si dice e scrive Duno Scoto, Clemente Scoto, Ugo

Scoto, ecc.[434]. Se non che è da notare che nel medio evo il nome

etnico si scrisse indifferentemente _Scotus_ e _Scottus_, _Scoto_ e

_Scotto_; ed io, seguendo l'uso degli antichi nostri, scriverò Scotto,

senza impacciarmi in questioni, che, nel caso nostro, non importan gran

fatto.

Del resto, i dubbii circa il nome debbono essere stati promossi,

almeno in parte, da dubbii che si ebbero circa la patria. Secondo

Jacopo della Lana, Michele sarebbe stato spagnuolo[435]; ma gli altri

commentatori di Dante lo dissero, per la più parte, scozzese[436]; e

v'è un anonimo il quale, non solo il conosce per tale, ma sa pure avere

egli sì fattamente ammaestrati gli Scozzesi nell'arte sua, _che anche

non fanno passo che arte magica non seguiscano_, e avere per giunta

insegnato _loro portare calze bianche e gonelle con maniche cuscite

insieme_[437]. Dei biografi, alcuni lo vollero scozzese, altri inglese,

e la opinion dei secondi ebbe seguitatori recentissimi, come gli ebbe

la opinione dei primi[438]. Che Michele Scotto nascesse italiano, e

più propriamente salernitano, fu, credo, opinione, particolarissima di

un Pier Luigi Castellomata, riferita e accettata per buona da Nicola

Toppi[439]; ma non meritevole di nessun riguardo. La opinion più

plausibile è insomma quella che fa Michele scozzese, confortata anche

dal fatto che la leggenda di lui serbavasi viva in Iscozia in principio

di questo secolo, come vedremo tra poco, e viva forse ci si serba

tuttora.

Per non allungarci troppo stringiamo in poche parole i non molti fatti

della vita di Michele che si possono dire accertati, o che si possono

considerare come certi fino a prova contraria. Michele nacque verso

il 1190, in Belwearie, nella contea di Fife; studiò prima in Oxford,

poi in Parigi; soggiornò un tempo in Toledo, ov'era nel 1217; si

recò, dopo il 1240, in Germania, dove fu conosciuto e bene accolto da

Federico II; fece dimora, certamente non breve, in Italia, nella corte

di quell'imperatore, e, si può credere, in parecchie altre città[440];

si ridusse, non si sa quando, in patria; morì verso il 1250[441].

Stando a tradizioni scozzesi, egli fu sepolto, o in Holme Coltrame, nel

Cumberland, o nell'Abbazia di Melrose.

Michele Scotto occupa un luogo onorevole nella storia della filosofia

del medio evo, sebbene Ruggero Bacone abbia scritto di lui ch'e'

fu ignaro così delle parole come delle cose, e Alberto Magno ch'ei

non conobbe la natura e non intese a dovere i libri di Aristotele.

Ch'e' non abbia inteso a dovere i libri di Aristotele gli è un fatto;

ma quanti furono in quella età coloro che non li frantesero? Un

merito, ad ogni modo, non si può togliere a Michele, ed è d'avere

efficacissimamente cooperato a diffondere, o, come lo stesso Ruggero

Bacone si esprime, a magnificar tra i Latini la filosofia dello

Stagirita, e d'essere stato uno degli ajutatori di Federico II

nell'opera della restaurazione del sapere da quel principe con tanto

ardore promossa[442]. Per Federico II egli tradusse il compendio

che Avicenna aveva tratto della Istoria degli animali di Aristotele;

per Federico II compose un _Liber physionomiae_ ch'ebbe grandissima

celebrità, fu messo a stampa ed ebbe molte edizioni, a cominciare dalla

prima di data certa, che è del 1477; poi fu tradotto in italiano, e

così impresso in Venezia nel 1537[443]. Voltò di arabico in latino

parecchi libri di Aristotele, sebbene non tanti probabilmente quanti,

ne' manoscritti, se ne veggono col suo nome; un trattato di Alpetrongi

sopra la Sfera; un trattato e alcuni commenti di Averroe, che da lui

primamente, secondo avverte il Renan, fu fatto conoscere ai Latini;

compose trattati di astrologia e di chiromanzia; tradusse, o compose

di suo, parecchi altri libri, de' quali alcuno, attribuitogli certo

senza ragione, sta pure a far testimonianza del gran credito in che

fu tenuto il suo sapere[444]. Certo è calunnia quanto asserisce il

già citato Ruggero Bacone, che Michele, al pari d'altri parecchi che

s'arrogarono di tradurre le scritture altrui, non avesse cognizione

nè delle scienze, nè delle lingue; nemmeno della lingua latina; e

usurpasse l'opera e il merito di un Ebreo per nome Andrea, pubblicando

come sue le versioni di costui; sebbene sia vero che del sapere e

dell'ajuto di questo Andrea egli ebbe a giovarsi. La corte di Federico

II non era corte dove fosse agevole a un ignorante acquistar credito di

sapiente, e perchè Federico non era uomo da lasciarsi così facilmente

ingannare, e perchè i molti dotti ch'egli si raccoglieva d'attorno

avrebbero presto scoperto l'inganno e smascherato l'ingannatore. Per

contro noi abbiam prove della riputazion grande onde Michele ebbe

a godere appresso gli uomini dotti d'allora. Leonardo Fibonacci, il

celebre matematico, dedicò a Michele la seconda parte del suo Abaco.

In una epistola in versi che Federico d'Avranches scriveva, l'anno

1236 all'imperatore, Michele è celebrato quale astrologo, indovino e

nuovo Apollo, profetante felicissime sorti all'impero[445]. Finalmente

un papa, Gregorio IX, in una lettera scritta il 28 di aprile del

1227 all'arcivescovo di Cantorbery, chiama Michele il _nostro caro

figliuolo_, e di lui loda lo zelo per lo studio, la cognizione del

latino, dell'ebraico, dell'arabico, il vasto sapere[446].

Fra Salimbene racconta del sapere, specie astrologico, di Michele

una storiella veramente sbalorditiva. Trovandosi un giorno in certo

palazzo, Federico II chiese all'astrologo quanta distanza corresse da

quello al cielo. Michele rispose come la scienza sua gl'insegnava; dopo

di che l'imperatore, sotto pretesto d'andarne a diporto, lo condusse

in altra parte del regno, e quivi lo trattenne più mesi, nel qual

tempo ordinò ai suoi architetti, o ai suoi legnajuoli, di sbassare la

sala, per modo che nessuno potesse avvedersene; e così fu fatto. Dopo

molti giorni, tornato nel medesimo palazzo, l'imperatore, volgendo

accortamente il discorso, ripetè all'astrologo la domanda stessa

dell'altra volta, e l'astrologo, fatti suoi calcoli, rispose che, o

il cielo s'era alzato, o la terra s'era abbassata: ed allora conobbe

l'imperatore ch'egli era astrologo davvero[447].

Avviene della buona e della rea fama degli uomini come delle valanghe:

queste ingrossano della neve e dei sassi che incontrano giù per

la china del monte; quelle, giù per la china del tempo, ingrossano

d'infinite opinioni, d'infiniti errori e d'infinite novelle. Così, in

bene e in male, si formano le riputazioni eccessive, che la critica

storica scompone e riduce a' suoi elementi; così, in parte, fuori dalla

consueta mezzanità umana, si levano gli eroi, i santi, i mostri tipici.

Il sapere di Michele parve grande, fatta qualche eccezione, agli

uomini del suo tempo: agli uomini de' tempi che seguirono, per lungo

tratto, esso parve sempre più grande. Di tale fama crescente noi

troviamo le testimonianze in tutti, o quasi tutti, gli scrittori

che parlarono di lui; e nei più moderni dura ancora il suono delle

lodi con cui era stato celebrato il suo nome, dura l'ammirazion d'un

sapere fatto ormai universale: Michele, oltre la lingua sua propria

e qualche altro linguaggio volgare, oltre il latino, ebbe familiari

il greco, l'ebraico, il caldaico, l'arabico; Michele fu matematico

insigne, teologo egregio, astrologo insuperato, medico meraviglioso,

conoscitore profondo di tutti i segreti della natura. Pico della

Mirandola, seguendo gli esempii di Alberto Magno e di Ruggero Bacone,

lo giudicherà, gli è vero, scrittore di nessun peso, e di molta

superstizione[448]; ma l'opinion di quelli e sua rimarrà opinion di

pochissimi.

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, vol. II · 第 42 / 75 题