LA LEGGENDA DI UN FILOSOFO

(Michele Scotto)

Nella quarta bolgia dell'ottavo cerchio infernale, Virgilio, redento

ormai dalla dubbia fama di mago che per secoli ne aveva infoscato e

snaturato il carattere, addita e nomina a Dante gl'indovini ed i maghi

che quivi son puniti di lor tracotanza. Accennatine alcuni antichi,

Anfiarao, Tiresia, Aronta, Manto, Euripilo, e detto alcun che dei loro

fatti, il maestro volge l'attenzione del discepolo sopra un moderno:

Quell'altro che ne' fianchi è così poco,

Michele Scotto fu, che veramente

Delle magiche frode seppe il gioco[432];

poi nomina ancora Guido Bonatti e Asdente, e, senza più far nomi,

accenna al popol minuto delle fattucchiere, alle

triste che lasciaron l'ago,

La spola e il fuso e fecersi indovine;

Fecer malie con erbe e con imago.

Se Dante tornasse al mondo, e riscrivesse la _Commedia_, si può tener

per sicuro che Michele Scotto non sarebbe più posto da lui in quella

bolgia, tra quei dannati, quando pure il poeta rinascesse così buon

cattolico quale già fu, e così inclinato a certe credenze come un

cattolico non può quasi non essere; ma, dato il tempo in cui il poeta

visse e fu composto il poema; data la celebrità grande di cui Michele

Scotto ebbe a godere in quel tempo, e le ragioni e l'indole di tal

celebrità, era assai difficile, per non dire impossibile, che il poeta

non ponesse il filosofo a quella pena. Dante avrebbe potuto bensì non

parlarne, come di tanti altri non parla; ma il giudizio ch'egli avrebbe

_pensato_ sarebbe stato in sostanza quel medesimo ch'espresse parlando.

E se noi porgiamo orecchio alle voci insistenti della leggenda e della

tradizione, intenderemo chiaramente il perchè[433].

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, vol. II · 第 41 / 75 题