Io non dirò col De Sanctis che il _Decamerone sia una catastrofe, o una
rivoluzione, che da un dì all'altro ti presenta il mondo mutato_[373].
Non lo dirò, perchè non credo a queste catastrofi letterarie più che
dagli scienziati non si creda alle catastrofi geologiche; perchè ho
ferma fede che la legge, di evoluzione, la quale governa le cose tutte
che vivono, e quelle ancora che non vivono, non patisce eccezione;
perchè ho per sicuro che se un libro può molto nel rifare uomini e
cose, il mondo è già profondamente mutato quando appare il libro che
porge, come dipinta in un quadro, la mutazione. Quando si dice _fonti
del Decamerone_, s'intende parlare dei luoghi d'onde provengono, per
via più o meno lunga, i temi delle novelle raccontate nel libro; ma
nel libro non ci sono le novelle soltanto; ci è anche un complesso
d'idee, di sentimenti e di giudizii, un modo di considerar la vita,
un indirizzo generale di mente, che pajono essere in tutto il fatto
dell'autore, e che fatto suo non sono se non in parte. Anche di
queste cose ci sono le fonti; ma non è così agevole dire quali e dove
sieno, come non è agevole indicare la fonte di un fiume che nasca
d'infiniti rivoli, di scaturigini sparse e recondite. Le fonti sono
nel pensiero, ancora malamente determinato, di una età tutta intera;
il che è tanto vero, che quando poi il libro è nato, nel quale un
nuovo pensiero si affaccia in forme vigorose e scolpite, gli uomini
di quella età lo riconoscono per cosa loro e si compiacciono in esso.
Dico ciò perchè non voglio presentare il Boccaccio come un eroe del
libero e spregiudicato pensare, nato di sovrumani connubii, e perchè,
con affermare che il suo modo di sentire e di giudicare ha pur le sue
ragioni nel pensiero de' tempi, non credo di fargli maggior torto di
quello si faccia a un bell'albero rigoglioso con dire che esso si nutre
degli elementi della terra in cui figge le radici, e degli elementi
dell'aria in cui distende i rami e le foglie. Del resto, io non ho
qui a parlare del _Decamerone_ in quanto ha significazione storica
generale, ma ho da parlarne solo in quanto porge documento dell'animo
del suo autore rispetto alla credenza superstiziosa. E il documento, a
mio credere, non potrebbe essere nè più esplicito, nè più favorevole.
Incominciamo dalla Introduzione.
Nella Introduzione, com'è noto, il Boccaccio descrive la spaventosa
peste del 1348, uno dei più tremendi flagelli che la storia umana
ricordi, perchè si calcola che nel giro che fece per l'Europa
uccidesse non meno di 25,000,000 di persone. Quale occasione migliore
di questa per lasciarsi trascinare dalla fantasia e dare un tonfo
nel meraviglioso e nel soprannaturale più sformato? Ma mentre qua e
là per l'Europa le menti eccitate dalla paura si smarrivano in mille
strane immaginazioni[374], sino a credere la moria opera dei demonii,
il Boccaccio, serbando la serenità del giudizio, non dice altro, se
non che essa sopravvenne _per operazion de' corpi superiori_, o per
l'ira di Dio, a correzione della iniquità umana. Qui, senza dubbio,
la superstizione fa capolino; ma il poco che se ne mostra è proprio
un nulla in confronto di ciò che hassi altrove; e toccato appena
delle cause, il Boccaccio passa a fare quella magistral descrizione
degli effetti fisici e morali del morbo, la quale tutti conoscono, e
che rivela qualità di osservatore eminenti. In certo luogo accenna a
_diverse paure ed immaginazioni_ che nascevano negli animi conturbati,
ma non dice quali fossero. Nel _Comento_ invece ne ricorda una con le
seguenti parole[375]: «E se io ho il vero inteso, perciocchè in quei
tempi io non ci era, io odo, che in questa città (_Firenze_) avvenne
a molti nell'anno pestifero del MCCCXLVIII, che essendo soprappresi
gli uomini dalla peste, e vicini alla morte, ne furon più e più, li
quali de' loro amici, chi uno e chi due, e chi più ne chiamò, dicendo:
vienne tale e tale; de' quali chiamati e nominati, assai, secondo
l'ordine tenuto dal chiamatore, s'eran morti, e andatine appresso al
chiamatore». Il _Comento_ fu scritto vent'anni dopo l'Introduzione
e il Boccaccio, pur lasciandosi andare a raccontare il miracolo,
non nasconde un certo dubbio che gli si leva nell'animo. Vent'anni
innanzi egli non lo aveva creduto meritevole di ricordo; e in fatto,
come avrebbe potuto pensare altrimente chi, accingendosi a narrare
cosa tutt'altro che soprannaturale ed incredibile, qual è quella
dell'appiccarsi del contagio agli animali, non pare che sappia scusarsi
abbastanza, ed esce in queste precise parole che si leggono nella
Introduzione: «Maravigliosa cosa è ad udire quello che io debbo dire:
il che, se dagli occhi di molti e da' miei non fosse stato veduto,
appena che io ardissi di crederlo, non che di scriverlo, quantunque da
fededegno udito l'avessi»? Certo, chi andava così peritoso in riferir
cosa, insolita, se vuolsi, ma al tutto naturale, non doveva essere
troppo disposto a raccoglier leggende e a dar loro lo spaccio.
La novella 1ª della I giornata ha per noi molta importanza. In essa
il Boccaccio racconta assai piacevolmente la storia di quel Ser
Ciappelletto, che avendone fatte d'ogni risma in vita, muore, in virtù
di una falsa confessione, in concetto di santità, e, dopo morto, fa
miracoli e dispensa grazie ai suoi molti e creduli devoti. In più
altre novelle il Boccaccio si fa beffe della santità bugiarda; ma
in questa egli va più oltre, e se non deride a dirittura, mette in
mala vista, senza voler parere, e con l'usato suo accorgimento, il
culto smodato dei santi, e le pratiche ond'esso è occasione al volgo,
pratiche in cui poco o nulla è che s'innalzi sopra la superstizione
più grossolana, e biasimate assai volte dagli uomini di fede più
illuminata. Nelle letterature del medio evo non mancano altri esempii
e documenti di satira contro sì fatto culto. La storia di San Nessuno,
_contemporaneo di Dio padre, e in essenza consimile al figlio_, è
un'ardita e abbastanza gustosa parodia di quelle prediche fratesche,
in cui si celebravano le virtù e i miracoli dei santi patroni[376].
Nella letteratura francese abbiamo Saint Tortu e Saint Harenc, e
nell'italiana San Buono. Santa Nafissa, di cui parla il Caro, e narra
l'opere benedette l'Aretino in uno de' suoi _ragionamenti_, appartiene
al Rinascimento. Ma la novella del Boccaccio tende a scalzare le
basi stesse del culto dei santi. Se un solenne gaglioffo può, con
una semplicissima gherminella, farsi credere santo, chi ci assicura
che molti santi del calendario, onorati in sugli altari, non sieno
stati gaglioffi? L'ultima, più solenne e più irrecusabile prova della
santità, il miracolo, diventa ingannevole anch'essa, se sul sepolcro
d'uno scelerato possono avvenire quegli stessi prodigi che sui sepolcri
dei santi uomini. «E se così è,» nota il Boccaccio con fine ironia,
«grandissima si può la benignità di Dio cognoscere verso noi, la
quale, non al nostro errore, ma alla purità della fede riguardando,
così facendo noi nostro mezzano un suo nemico, amico credendolo,
ci esaudisce, come se ad uno veramente santo, per mezzano della sua
grazia, ricorressimo». Dunque indifferente la qualità del mezzano;
dunque inutile il mezzano stesso, se a muovere la grazia di Dio il
buon animo basta, in qualunque modo esso si dia a conoscere; dunque
biasimevole questo ricorrere sempre a mezzani di dubbia fede e di
credito incerto, quando la misericordia di Dio ha sì gran braccia che,
senza bisogno di sollecitazione o di ajuto,
Accoglie ciò che si rivolve a lei;
dunque assurda, antireligiosa, ridicola quella _distribuzione e
division di lavoro_ fatta tra i santi, con attribuire a ciascuno una
particolare cognizione degli umani bisogni, una giurisdizion propria e
una personal competenza in fatto di grazie e di miracoli. Le ragioni
che, nel medio evo, fecero sorgere e dilatare oltre misura il culto
dei santi, in guisa da torre di grado quasi la intera Trinità, con
alterazione profonda della idea cristiana, son note anche troppo.
Si badi che io intendo parlare più particolarmente della forma che
quel culto assunse tra le plebi mezzo barbare. La principale e la
più increscevole la porse il desiderio, naturale del resto in animi
grossolani, di conseguire con l'ajuto di patroni potenti, senza merito
proprio, senza interna dignificazione, senza operosa volontà del bene,
benefizii che invano si sarebbero chiesti alla severa ed incorruttibile
giustizia di Dio. Il culto dei santi si risolve in una vera e propria
clientela, nella quale il devoto è tenuto a prestare certe servitù, e
il santo accorda in ricambio protezione ed ajuto. Ognuno può eleggersi
il suo particolare patrono, è non v'è così grande scelerato che non
possa sperare mercè sua di salvarsi. Per tal modo l'opera del patrono
potrà spesso esercitarsi, non solo intempestivamente, ma ancora in
aperta contraddizione con la giustizia, colmando di favori chi manco
n'è degno. In più di una leggenda si vede la Vergine riscattare dalla
morte o dall'Inferno chi, dimentico di ogni legge divina ed umana,
non serbò in fondo all'animo efferato altro sentimento irriprovevole
che una sterile devozione al nome di lei. In altre si vedono i santi
strappare a viva forza dagli artigli dei diavoli le anime dei loro
devoti, le quali, non senza giusto decreto del supremo giudice, erano
dannate agli eterni castighi. Il culto dei santi, inteso a quel modo,
è una grande superstizione cresciuta dentro e sopra al cristianesimo,
e noi abbiamo buon argomento per dire che a questa superstizione non
partecipò il Boccaccio[377].
A questo medesimo argomento appartiene il culto delle reliquie, e che
cosa pensasse di questo culto il Boccaccio si rileva dalla novella 10ª
della giornata VI, dove, con vena comica impareggiabile, è narrata la
storia di frate Cipolla. A quale e quanta superstizione di credenze
e di pratiche, a quale esercizio d'impostura desse occasione nel
medio evo il culto delle reliquie, è noto abbastanza. I leggendarii,
le cronache claustrali, le memorie di chiese infinite, son piene dei
documenti di questa triste istoria. Il sentimento che si ritrova
in fondo a un culto sì fatto contraddice nel modo più risoluto ai
principii essenziali di quella religione dello spirito che è, o avrebbe
dovuto essere il cristianesimo. Riappare in esso, mal dissimulato,
un feticismo stolto, antica e grossa religione degli uomini, riappare
la credenza nella magia. La reliquia è un amuleto o un talismano, il
quale, secondo la varietà dei casi, preserva dai morbi, guarda dalla
folgore, difende dai ladri, partecipa alle armi vittoriosa efficacia,
lega i demonii, assecura contro i perigli del mare, e in mille e
mille altri modi protegge, ajuta, salva chi ne è in possesso, e ciò
per una sua propria connaturata virtù, la quale può esercitarsi anche
se il possessore sia in tutto fuori della grazia di Dio. Così ne'
vecchi poemi epici francesi si veggono i maledetti Saracini porre
ogni opera a procacciarsi le reliquie tenute più care dai cristiani,
e, avutele, giovarsene contro di questi, in onta a Cristo. Informe e
sconcia superstizione, a più potere favorita e rinforzata dai frati,
che si fecero mercanti di vere o false reliquie, moltiplicarono le
più celebrate, le più stravaganti inventarono, e spesso con l'ajuto
loro procacciarono ai proprii conventi assai più riputazione di quello
avrebbero potuto fare dando esempio altrui di vita santa e veramente
cristiana[378]. Invecchiato, il Boccaccio cedette ancor egli alla
universal frenesia, e si diede a raccoglier reliquie: da giovane egli
certamente derise la superstiziosa credenza, e la sua novella lo prova.
Frate Cipolla, ignorantissimo, ma facile parlatore, e piacevol compare,
andava ogni anno in Valdelsa, come usano questi frati, _a ricogliere
le limosine fatte loro dagli sciocchi_. A promuovere la carità, un po'
infingarda, di que' buoni terrazzani, egli, una volta, promette di far
veder loro una stupenda reliquia, da lui riportata d'Oriente, una penna
dell'angelo Gabriele, rimasta nella camera di Maria, quando l'angelo
venne a farle l'annunzio divino. Questa è satira mordace, che va più
direttamente a colpire certe reliquie non meno solenni che strane, le
quali si veneravano qua e là nelle maggiori chiese di Europa, come il
latte della Vergine, o la lacrima versata da Gesù sopra il corpo di
San Lazzaro, o un pezzo della carne arrostita di San Lorenzo, o proprio
penne dell'arcangelo Gabriele e dell'arcangelo Michele. E non è se non
il principio; perchè, trovati, per la beffa ordinata da due giovani
sollazzevoli, carboni spenti nella cassetta ove aveva riposta la penna
dell'angelo, la quale non era se non una penna di pappagallo, il frate,
senza smarrirsi, entra in uno spropositatissimo racconto dei viaggi
da lui fatti per mezzo mondo, e ricorda le reliquie da lui vedute in
Gerusalemme, le quali erano: _il dito dello Spirito Santo, così intero
e saldo come fu mai; et il ciuffetto del Serafino che apparve a San
Francesco; et una dell'unghie de' Cherubini; e de' vestimenti della
Santa Fè cattolica; et alquanti de' raggi della stella che apparve a'
tre Magi in Oriente; et una ampolla del sudore di San Michele, quando
combattè col diavolo; e la mascella della morte di San Lazzaro et
altre_. Poi ricorda come nella stessa città di Gerusalemme avesse in
dono da quel santo patriarca _uno de' denti della Santa Croce, et in
una ampolletta alquanto del suono delle campane del tempio di Salomone,
e la penna dello Agnolo Gabriello_, e altro ancora. In Firenze ebbe
poi di quei carboni onde fu arrostito San Lorenzo, e son quegli appunto
ch'egli ha nella cassetta.
Che in parecchie novelle del _Decamerone_, come nella 2ª della giornata
II, nella 1ª della giornata VII, si parla con molta irriverenza di
certe orazioni e della loro efficacia, basta qui ricordar di passaggio;
e tale irriverenza è, non già in ciò che di esse dicono i personaggi
introdotti nella novella; ma nella intenzione che l'autor lascia
scorgere, nel riso con cui egli manifestamente accompagna, e vuole
sieno accolte dai lettori, le parole dei superstiziosi e dei creduli.
Togliere argomento di riso e di beffa dalle sciocche credenze del volgo
è solo proprio di chi non partecipa a quelle credenze. Parlando di
frate Puccio nella novella 4ª della giornata III, il Boccaccio dice: «E
per ciò che uomo idiota era e di grossa pasta, diceva suoi paternostri,
andava alle prediche, stava alle messe, nè mai falliva che alle laude
che cantavano i secolari esso non fosse, e digiunava e disciplinavasi,
e bucinavasi che egli era degli scopatori». Qui non le orazioni
soltanto, ma tutte quasi le pratiche di devozione son giudicate cose
da _uomini idioti e di grossa pasta_, non altrimenti da quanto fecero
poi più tardi, nel Cinquecento, molti umanisti. Una stolta penitenza,
ma non più stolta di molte inventate dal superstizioso ascetismo, dà
occasione a quanto poi nella novella si viene narrando, e s'intreccia
nel modo più comico, ma più profano ancora, coi fatti tutt'altro che
ascetici ond'essa è pel rimanente intessuta.
Che una mente, quale si è quella che il Boccaccio addimostra in queste
novelle non dovesse essere troppo inclina a credere ai miracoli
s'intende facilmente; e sta il fatto che in tutto il libro non se
ne trova uno solo che sia narrato da senno, ma sempre sono burle e
ciurmerie, e non se ne cava se non argomento di riso. Nella novella
1ª della giornata II abbiamo un facchino tedesco, alla cui morte in
Treviso, sonarono, _secondo che i Trivigiani affermano_, tutte le
campane della chiesa maggiore, senza che nessun le toccasse. «Il che
in luogo di miracolo avendo, questo Arrigo esser santo dicevano tutti;
e concorso tutto il popolo della città alla casa nella quale il suo
corpo giaceva, quello a guisa d'un corpo santo, nella chiesa maggiore
ne portarono, menando quivi zoppi, et attratti, e ciechi, et altri
di qualunque infermità o difetto impediti, quasi tutti dovessero dal
toccamento di questo corpo divenir sani.» Un Martellino, buffone,
si finge attratto e mostra di guarire sul corpo del santo. Scoperto
l'inganno, il popolo fanatico gli è addosso, e lo concia pel dì
delle feste. Dato in mano al giudice, il malcapitato corre pericolo
della forca, finchè il signore della città, udita la cosa, e fattene
_grandissime risa_, ne lo manda sano e salvo, col dono di una roba
per giunta. E il buon sant'Arrigo si riman con le beffe. Un altro bel
miracolo si ha nella novella 2ª della giornata IV, dove frate Alberto
si trasforma nell'angelo Gabriele, con quel che segue. Come lo sciocco
Ferondo si muoja, vada in purgatorio, e risusciti per le preghiere del
santo abate, si può vedere nella novella 8ª della giornata IV, dove non
solamente, a parer mio, si deridono le risurrezioni, ma ancora quei
fantastici viaggi nel mondo di là, che con tanta frequenza occorrono
nella letteratura leggendaria del medio evo. Ferondo, domandato di
molte cose, «a tutti rispondeva e diceva loro novelle dell'anime de'
parenti loro, e faceva da sè medesimo le più belle favole del mondo de'
fatti del purgatoro, et in pien popolo raccontò la revelazione statagli
fatta per la bocca del Ragnolo Braghiello»[379].
Dalla considerazione delle cose che precedono mi pare si possa ricavare
il seguente giudizio. Il Boccaccio, quando componeva il _Decamerone_,
non sarà stato un miscredente, ma certo non era un credenzone. Nulla
prova che egli negasse i dogmi fondamentali della fede cristiana; ma
tutto mostra che, di fronte a certe pratiche religiose, di fronte
al miracolo e alle credenze volgari, egli assumeva un contegno
risolutamente scettico e beffardo. Il Boccaccio non era accessibile
allora a nessuna forma di superstizione religiosa, e sotto questo
aspetto, sarebbe grande ingiustizia, non solo il dire che egli si
manteneva tuttavia, come il Körting dice, al _basso livello del medio
evo_, ma il non riconoscere che sopra quel livello si levava di molto.