Oltre le superstizioni di carattere più particolarmente religioso,
molte ve ne sono, le quali con la credenza religiosa o non han che
vedere, oppure hanno solamente una qualche attinenza lontana. E anche
per queste si possono trovare nel _Decamerone_ i documenti del pensiero
del Boccaccio.
Anzi tutto si vuole avvertire novamente che certe opinioni, sebbene
contrarie a verità non vogliono reputarsi superstiziose, fondandosi
esse sopra semplici errori di fatto. Nella novella 7ª della giornata
IV si narra come Pasquino e la Simona morissero dopo essersi fregata
ai denti una foglia di salvia, e come dell'esser divenuta velenosa la
salvia fosse cagione una botta, o specie di rospo, che trovandosi nel
cesto della pianta l'aveva col fiato attossicata. Che il rospo fosse
velenoso fu credenza comune nel medio evo, derivata dagli antichi.
Alessandro Neckam, nel suo libro _De naturis rerum_, Corrado di
Megenberg, nel suo _Buch der Natur_, ed altri, dicono che il rospo
mangia volentieri la salvia, e comunica spesso il suo veleno alle
radici di essa. Checchessia di ciò, al rospo, oltre a parecchie qualità
naturali abbastanza strane, non poche se ne attribuivano soprannaturali
e diaboliche. Cesario di Heisterbach racconta la meravigliosa storia
di un rospo, che ucciso più volte, bruciato e ridotto in cenere,
perseguitò senza requie il suo uccisore, finchè potè morderlo e
vendicarsi[380]. Nelle pratiche di magia il rospo figura continuamente.
Il Boccaccio nella sua novella non accenna se non ad una proprietà
naturale.
Che il Boccaccio credesse nei sogni fu già avvertito di sopra, ed è
provato ancora dalle novelle 5ª e 6ª della giornata IV, e 7ª della
giornata IX. Di questa credenza, la quale non appartiene ad ogni modo
alla superstizione più grossolana, non voglio scusarlo; ma è da notare
per altro che egli non la séguita senza recarvi qualche restrizione.
Cominciando a narrare la novella dell'Andreuola e di Gabriotto,
Pamfilo, che esprime qui evidentemente la opinione dell'autore, dice:
«..... molti a ciascun sogno tanta fede prestano, quanta presterieno
a quelle cose che vegghiando vedessero; e per li lor sogni stessi
s'attristano e s'allegrano, secondo che per quegli o temono o sperano.
Et in contrario son di quelli che niuno ne credono, se non poi che nel
premostrato pericolo caduti si veggono. De' quali nè l'uno nè l'altro
commendo, per ciò che nè sempre son veri, nè ogni volta falsi».
Tra le molte credenze superstiziose del medio evo una delle più diffuse
e delle più irrazionali fu quella che attribuiva alle pietre preziose
svariate virtù soprannaturali. Basta leggere il _Liber lapidum_
che va sotto il nome di Marbodo, vescovo di Rennes (morto nel 1123)
e gl'innumerevoli _Lapidarii_ che ne derivano, per vedere a quali
stranezze quella credenza, ereditata del resto in massima parte dagli
antichi, potesse giungere. C'erano pietre che rendevano invulnerabili,
pietre che assicuravano la vittoria, pietre che componevano le
discordie, pietre che davano la sanità, pietre che fugavano i diavoli,
pietre che mettevano in grazia di Dio.
Gli è certo cosa strana, e tale da poter offrire argomento a più di
una considerazione, il vedere come nella opinione dei superstiziosi
le pietre potessero, per virtù propria, operare moltissimi di quegli
effetti mirabili a cui le reliquie dei santi erano atte solo per
una specie di partecipazione di grazia divina. Che il Boccaccio non
prestasse fede alcuna a quelle fole, tuttochè confermate dall'autorità
di scrittori di molta riputazione, come Isodoro di Siviglia, Alessandro
Neckam, Alberto Magno, Vincenzo Bellovacense, ed altri in gran numero,
si può sicuramente argomentare dalla novella 3ª della giornata
III. Notisi che quelle fole sono riportate per intiero nel _Poema
dell'Intelligenza_, e dal Sacchetti in un suo trattatello _Delle
proprietà e virtù delle pietre preziose_; e nel _Novellino_ si racconta
molto seriamente come il Prete Gianni mandasse a donare all'imperatore
Federico II tre preziosissime gemme, delle quali l'una aveva questa
virtù, che rendeva invisibile chi se la recava in pugno. Alle virtù
delle pietre Marsilio Ficino credeva ancora, e così pure Giambattista
Porta e Simone Majolo. Nella novella del _Decamerone_ testè citata
si tratta appunto di una pietra che ha virtù di rendere invisibile,
l'elitropia, alla quale Marbodo attribuisce, oltre a questa, parecchie
altre qualità mirabili, come di dare spirito profetico e buona
reputazione, assicurare l'incolumità, ecc. L'eroe della novella del
Boccaccio è quel Calandrino, che anche altrove, nel _Decamerone_, fa
così bella figura, e il cui nome è passato in proverbio. Che certe
fanfaluche si mettano appunto in istretta relazione con la insuperabile
sciocchezza di lui, è già buono argomento a giudicare del concetto
in cui quelle fanfaluche si hanno dall'autore. Udendo l'astuto Maso,
che vuole burlarsi di lui, parlare delle virtù delle pietre preziose,
Calandrino domanda ove tali pietre si trovino, e Maso risponde «che le
più si trovavano in Berlinzone, terra de' Baschi, in una contrada che
si chiamava Bengodi, nella quale si legano le vigne con le salsicce,
et avevasi un'oca a denajo et un papero giunta, ecc.» Richiesto da
Calandrino, se di quelle pietre, non si trovino anche là, presso a
Firenze, Maso risponde che sì; essercene due di grandissima virtù,
i macigni da Settignano e da Montisci, di cui si fanno le macine da
molino, e l'elitropia, che rende l'uomo invisibile. Vago di trovare
tal pietra, Calandrino, con gli altri due famosi burloni Bruno e
Buffalmacco, ne va in cerca nel letto del torrente Mugnone, e ci fa
quell'acquisto che nella novella si può vedere e che qui non accade
ripetere. Non poteva il Boccaccio schernire più saporitamente la
sciocca credenza; nè si obbietti che nel _Filocopo_ egli parla di certo
anello dotato di virtù miracolose, perchè ei non ne parla se non per
maniera di finzione romanzesca, e senza credervi più di quello credesse
l'Ariosto all'Ippogrifo.
Un'altra superstizione assai diffusa nel medio evo fu quella delle
malie amorose, e contro questa direi che il Boccaccio dovesse avere
un'avversione particolare. Il Boccaccio conosce troppo bene il cuore
umano, e nella cognizione di quella che si potrebbe dire storia
naturale dell'amore non v'è chi gli vada innanzi. Egli sa come
l'affetto nasca spontaneo o provocato, come cresca e si nutra, ov'abbia
le radici, a quali vicende soggiaccia, come venga meno e si spenga.
Egli ha dell'amore un concetto talmente naturalistico che nessuna
credenza superstiziosa vi si potrebbe appiccare. Miracoli d'amore
egli non conosce se non dovuti a gioventù, a bellezza, a gentilezza
d'animo, a naturale concupiscenza: son queste le vere malie a cui
si deve ogni amoroso effetto. A che pro i filtri se la seduzione può
trionfare di ogni animo più restio? Non v'è incantamento che possa aver
più forza d'uno sguardo, di una paroletta, di un riso. Di un'amorosa
malia si discorre nella novella 5ª della giornata IX; se non che, a
farci intendere sin dalla bella prima quale sia la disposizione d'animo
dell'autore, ecco anche qui farcisi incontro il buon Calandrino,
il _nuovo uccello_, a cui non è fandonia che non si possa dare ad
intendere. Calandrino, pazzamente invaghito di una femmina di mal
affare, ricorre per ajuto a Bruno, il quale fa di carta non nata un
certo suo breve magico e dà a credere all'innamorato che, tocca con
esso la donna, questa non potrà fare che non lo segua dove più a lui
piacerà di condurla. Il povero Calandrino, secondo il solito, paga
le pene della sua credulità, uscendo dall'avventura tutto pesto e
graffiato. Altre più gravi e complicate malie s'hanno nella novella
7ª della giornata VIII, ma non per altro fine che per servire ad un
fiero inganno e ad un'atroce vendetta. Cagione del tutto anche qui una
sciocca credulità. La Elena è abbandonata dall'amante suo, e non può
darsene pace; la fante «non trovando modo da levar la sua donna dal
dolor preso,..... entrò in uno sciocco pensiero, e ciò fu che l'amante
della donna sua ad amarla come far solea si dovesse poter riducere per
alcuna nigromantica operazione».
Che cosa, del resto, il Boccaccio sentisse degl'incanti, degli
affatturamenti, della tregenda e dell'arti magiche in genere, si scorge
chiaro dalle novelle 3ª e 9ª della giornata VII, 6ª e 9ª della giornata
VIII, 10ª della giornata IX. In quest'ultima è assai piacevolmente
messa in canzone la credenza che, per arte magica, gli uomini si
possano mutare in bruti, e in tutte l'altre i pretesi incantamenti non
servono se non a dar materia di beffa e di riso. Nella novella 9ª della
giornata VIII è nominato il famoso negromante Michele Scotto, di cui
è memoria in tante scritture di quella età[381]; ma non per altro è
nominato che per burlarsi di quel pover uomo di maestro Simone.
Si potrebbe obbiettare che nelle novelle 5ª e 9ª della giornata X,
il Boccaccio racconta di prodigi operati per arte magica come di cose
veramente accadute. Nella prima si narra di un fiorente giardino fatto
sorgere di pien gennajo da un negromante, storia narrata anche di
Alberto Magno e di molti altri presunti incantatori; nella seconda,
ch'è la notissima storia di messer Torello e del Saladino, si racconta
del buon cavaliere cristiano, come per arte magica, in una notte, fu
trasportato sur un letto da Alessandria d'Egitto a Pavia. Ma queste
due novelle, tanto provano che il Boccaccio avesse fede nella magia,
quanto che l'avesse il Goethe può provare il _Fausto_. Qui abbiamo
due temi di racconto assai diffusi nel medio evo e che il Boccaccio
accoglie nel _Decamerone_, non perchè li creda veri, ma perchè li
conosce assai vaghi, e tali da poterne con l'arte sua far ottimo uso.
Accoltili, s'egli vuole che ne segua l'effetto, bisogna non tocchi
alla loro menzogna; e in fatto egli si guarda, contro l'usanza sua che
per più esempii abbiam potuto vedere in altre novelle qual sia, di dir
pure una parola che lo mostri incredulo, o volga in beffa la credenza
altrui. Così facendo egli segue un supremo precetto d'arte, non già
la sua propria opinione, la quale è sin troppo chiarita da tutte le
altre testimonianze che siam venuti notando. Il parlare seriamente di
una cosa non può essere indizio di fede, quando c'entrino le ragioni
dell'arte e della storia, mentre è prova certa d'incredulità il
parlarne con ironia o con riso.
Questa considerazione vale anche per ciò che mi rimane a dire delle
apparizioni e dei fantasmi.
Nella novella 3ª della giornata V si narra di quella bellissima e
formidabile apparizione veduta da un giovine di Ravenna nella pineta
di Chiassi, quando s'incontrò in una donna ignuda che fuggiva,
inseguita da due grandi mastini e da un cavaliere bruno montato sopra
un cavallo nero. L'apparizione è qui data per reale, e quella donna
e quel cavaliere per vere anime dannate in atto di esercitare esse
stesse il castigo loro imposto. Il Boccaccio tolse la storia della
apparizione da Elinando, o dal Passavanti, ma l'innestò in un racconto
tutto naturale ed umano, e, per giunta, la fece servire ad un fine
cui certo non avevan pensato coloro che la narrarono primi. Alle
mani del Boccaccio l'apparizione diventa una _macchina_ di racconto
romanzesco. Nella novella 10ª della giornata VII un giovane popolano,
stato gran tempo amante di una sua comare, muore, e dopo qualche
giorno, apparisce, secondo certo accordo fatto, ad un suo amico, per
dargli nuove dell'altro mondo e per dirgli, che cosa? che di là non
si tiene conto alcuno dei peccati commessi con le comari, e non se
ne paga nessuna pena. Parodia bella e buona di quelle apparizioni
d'anime dannate o purganti onde i leggendarii del medio evo son pieni.
Che razza di fantasima poi sia la fantasima scongiurata da Gianni
Lotteringhi e dalla moglie sua nella novella 1ª della giornata VII, e
di che maniera sia lo scongiuro, non ho bisogno di ricordare. Nella già
citata novella 3ª della giornata III, raccontando Lauretta come l'abate
fosse creduto esser l'anima di Ferondo che andasse in giro facendo
penitenza, dice che ciò porse argomento di molte novelle _tra la gente
grossa della villa_. Il mondo dei fantasmi non era un mondo in cui
potesse compiacersi una mente come quella del Boccaccio, aperta solo ai
colori e alle forme del mondo reale, una fantasia come la sua, pittrice
e scultrice della vita. Il temperamento secondava in lui la coltura, ed
entrambi congiunti non gli permettevano di smarrirsi nel regno nebuloso
dei sogni.
Dal sin qui detto parmi risulti in modo assai chiaro che il Boccaccio,
quanto a superstizione, non solo non s'allenta dietro al medio evo, ma
anzi se ne trae fuori tanto quanto è possibile ad uomo di quel tempo.
Io non voglio negare che anche il Petrarca non abbia in questa parte
meriti grandissimi, perchè in troppi luoghi delle sue opere se ne
ha solenne testimonianza; ma non parmi ci sia ragione di mettere il
Boccaccio tanto al disotto di lui, nè credo giusto trar l'uno sulle
più alte cime del sano ed illuminato pensiero per lasciar l'altro
giù nella valle della superstizione. E il Petrarca e il Boccaccio
non sono uomini nuovi se non in parte; entrambi sono ancora legati al
passato; entrambi si rivolgono e tornano ad esso. Quale dei due n'uscì
maggiormente? Quale vi retrocesse più addentro? Non è cosa agevole
dirlo. Il Boccaccio detestò gli studii prima adorati, rinnegò l'opera
sua maggiore; ma di lui, ad ogni modo, noi non abbiam libri da mettere
a riscontro del _Secreto_, dei _Rimedii dell'una e dell'altra fortuna_,
del _Trattato della vita solitaria_, coi quali il Petrarca, non per
una od altra opinione particolare, ma per il sentimento stesso della
vita e per gli abiti della mente ripiomba nel medio evo a capo fitto.
L'ascetismo del Petrarca il Boccaccio non lo conobbe.