III.

Oltre le superstizioni di carattere più particolarmente religioso,

molte ve ne sono, le quali con la credenza religiosa o non han che

vedere, oppure hanno solamente una qualche attinenza lontana. E anche

per queste si possono trovare nel _Decamerone_ i documenti del pensiero

del Boccaccio.

Anzi tutto si vuole avvertire novamente che certe opinioni, sebbene

contrarie a verità non vogliono reputarsi superstiziose, fondandosi

esse sopra semplici errori di fatto. Nella novella 7ª della giornata

IV si narra come Pasquino e la Simona morissero dopo essersi fregata

ai denti una foglia di salvia, e come dell'esser divenuta velenosa la

salvia fosse cagione una botta, o specie di rospo, che trovandosi nel

cesto della pianta l'aveva col fiato attossicata. Che il rospo fosse

velenoso fu credenza comune nel medio evo, derivata dagli antichi.

Alessandro Neckam, nel suo libro _De naturis rerum_, Corrado di

Megenberg, nel suo _Buch der Natur_, ed altri, dicono che il rospo

mangia volentieri la salvia, e comunica spesso il suo veleno alle

radici di essa. Checchessia di ciò, al rospo, oltre a parecchie qualità

naturali abbastanza strane, non poche se ne attribuivano soprannaturali

e diaboliche. Cesario di Heisterbach racconta la meravigliosa storia

di un rospo, che ucciso più volte, bruciato e ridotto in cenere,

perseguitò senza requie il suo uccisore, finchè potè morderlo e

vendicarsi[380]. Nelle pratiche di magia il rospo figura continuamente.

Il Boccaccio nella sua novella non accenna se non ad una proprietà

naturale.

Che il Boccaccio credesse nei sogni fu già avvertito di sopra, ed è

provato ancora dalle novelle 5ª e 6ª della giornata IV, e 7ª della

giornata IX. Di questa credenza, la quale non appartiene ad ogni modo

alla superstizione più grossolana, non voglio scusarlo; ma è da notare

per altro che egli non la séguita senza recarvi qualche restrizione.

Cominciando a narrare la novella dell'Andreuola e di Gabriotto,

Pamfilo, che esprime qui evidentemente la opinione dell'autore, dice:

«..... molti a ciascun sogno tanta fede prestano, quanta presterieno

a quelle cose che vegghiando vedessero; e per li lor sogni stessi

s'attristano e s'allegrano, secondo che per quegli o temono o sperano.

Et in contrario son di quelli che niuno ne credono, se non poi che nel

premostrato pericolo caduti si veggono. De' quali nè l'uno nè l'altro

commendo, per ciò che nè sempre son veri, nè ogni volta falsi».

Tra le molte credenze superstiziose del medio evo una delle più diffuse

e delle più irrazionali fu quella che attribuiva alle pietre preziose

svariate virtù soprannaturali. Basta leggere il _Liber lapidum_

che va sotto il nome di Marbodo, vescovo di Rennes (morto nel 1123)

e gl'innumerevoli _Lapidarii_ che ne derivano, per vedere a quali

stranezze quella credenza, ereditata del resto in massima parte dagli

antichi, potesse giungere. C'erano pietre che rendevano invulnerabili,

pietre che assicuravano la vittoria, pietre che componevano le

discordie, pietre che davano la sanità, pietre che fugavano i diavoli,

pietre che mettevano in grazia di Dio.

Gli è certo cosa strana, e tale da poter offrire argomento a più di

una considerazione, il vedere come nella opinione dei superstiziosi

le pietre potessero, per virtù propria, operare moltissimi di quegli

effetti mirabili a cui le reliquie dei santi erano atte solo per

una specie di partecipazione di grazia divina. Che il Boccaccio non

prestasse fede alcuna a quelle fole, tuttochè confermate dall'autorità

di scrittori di molta riputazione, come Isodoro di Siviglia, Alessandro

Neckam, Alberto Magno, Vincenzo Bellovacense, ed altri in gran numero,

si può sicuramente argomentare dalla novella 3ª della giornata

III. Notisi che quelle fole sono riportate per intiero nel _Poema

dell'Intelligenza_, e dal Sacchetti in un suo trattatello _Delle

proprietà e virtù delle pietre preziose_; e nel _Novellino_ si racconta

molto seriamente come il Prete Gianni mandasse a donare all'imperatore

Federico II tre preziosissime gemme, delle quali l'una aveva questa

virtù, che rendeva invisibile chi se la recava in pugno. Alle virtù

delle pietre Marsilio Ficino credeva ancora, e così pure Giambattista

Porta e Simone Majolo. Nella novella del _Decamerone_ testè citata

si tratta appunto di una pietra che ha virtù di rendere invisibile,

l'elitropia, alla quale Marbodo attribuisce, oltre a questa, parecchie

altre qualità mirabili, come di dare spirito profetico e buona

reputazione, assicurare l'incolumità, ecc. L'eroe della novella del

Boccaccio è quel Calandrino, che anche altrove, nel _Decamerone_, fa

così bella figura, e il cui nome è passato in proverbio. Che certe

fanfaluche si mettano appunto in istretta relazione con la insuperabile

sciocchezza di lui, è già buono argomento a giudicare del concetto

in cui quelle fanfaluche si hanno dall'autore. Udendo l'astuto Maso,

che vuole burlarsi di lui, parlare delle virtù delle pietre preziose,

Calandrino domanda ove tali pietre si trovino, e Maso risponde «che le

più si trovavano in Berlinzone, terra de' Baschi, in una contrada che

si chiamava Bengodi, nella quale si legano le vigne con le salsicce,

et avevasi un'oca a denajo et un papero giunta, ecc.» Richiesto da

Calandrino, se di quelle pietre, non si trovino anche là, presso a

Firenze, Maso risponde che sì; essercene due di grandissima virtù,

i macigni da Settignano e da Montisci, di cui si fanno le macine da

molino, e l'elitropia, che rende l'uomo invisibile. Vago di trovare

tal pietra, Calandrino, con gli altri due famosi burloni Bruno e

Buffalmacco, ne va in cerca nel letto del torrente Mugnone, e ci fa

quell'acquisto che nella novella si può vedere e che qui non accade

ripetere. Non poteva il Boccaccio schernire più saporitamente la

sciocca credenza; nè si obbietti che nel _Filocopo_ egli parla di certo

anello dotato di virtù miracolose, perchè ei non ne parla se non per

maniera di finzione romanzesca, e senza credervi più di quello credesse

l'Ariosto all'Ippogrifo.

Un'altra superstizione assai diffusa nel medio evo fu quella delle

malie amorose, e contro questa direi che il Boccaccio dovesse avere

un'avversione particolare. Il Boccaccio conosce troppo bene il cuore

umano, e nella cognizione di quella che si potrebbe dire storia

naturale dell'amore non v'è chi gli vada innanzi. Egli sa come

l'affetto nasca spontaneo o provocato, come cresca e si nutra, ov'abbia

le radici, a quali vicende soggiaccia, come venga meno e si spenga.

Egli ha dell'amore un concetto talmente naturalistico che nessuna

credenza superstiziosa vi si potrebbe appiccare. Miracoli d'amore

egli non conosce se non dovuti a gioventù, a bellezza, a gentilezza

d'animo, a naturale concupiscenza: son queste le vere malie a cui

si deve ogni amoroso effetto. A che pro i filtri se la seduzione può

trionfare di ogni animo più restio? Non v'è incantamento che possa aver

più forza d'uno sguardo, di una paroletta, di un riso. Di un'amorosa

malia si discorre nella novella 5ª della giornata IX; se non che, a

farci intendere sin dalla bella prima quale sia la disposizione d'animo

dell'autore, ecco anche qui farcisi incontro il buon Calandrino,

il _nuovo uccello_, a cui non è fandonia che non si possa dare ad

intendere. Calandrino, pazzamente invaghito di una femmina di mal

affare, ricorre per ajuto a Bruno, il quale fa di carta non nata un

certo suo breve magico e dà a credere all'innamorato che, tocca con

esso la donna, questa non potrà fare che non lo segua dove più a lui

piacerà di condurla. Il povero Calandrino, secondo il solito, paga

le pene della sua credulità, uscendo dall'avventura tutto pesto e

graffiato. Altre più gravi e complicate malie s'hanno nella novella

7ª della giornata VIII, ma non per altro fine che per servire ad un

fiero inganno e ad un'atroce vendetta. Cagione del tutto anche qui una

sciocca credulità. La Elena è abbandonata dall'amante suo, e non può

darsene pace; la fante «non trovando modo da levar la sua donna dal

dolor preso,..... entrò in uno sciocco pensiero, e ciò fu che l'amante

della donna sua ad amarla come far solea si dovesse poter riducere per

alcuna nigromantica operazione».

Che cosa, del resto, il Boccaccio sentisse degl'incanti, degli

affatturamenti, della tregenda e dell'arti magiche in genere, si scorge

chiaro dalle novelle 3ª e 9ª della giornata VII, 6ª e 9ª della giornata

VIII, 10ª della giornata IX. In quest'ultima è assai piacevolmente

messa in canzone la credenza che, per arte magica, gli uomini si

possano mutare in bruti, e in tutte l'altre i pretesi incantamenti non

servono se non a dar materia di beffa e di riso. Nella novella 9ª della

giornata VIII è nominato il famoso negromante Michele Scotto, di cui

è memoria in tante scritture di quella età[381]; ma non per altro è

nominato che per burlarsi di quel pover uomo di maestro Simone.

Si potrebbe obbiettare che nelle novelle 5ª e 9ª della giornata X,

il Boccaccio racconta di prodigi operati per arte magica come di cose

veramente accadute. Nella prima si narra di un fiorente giardino fatto

sorgere di pien gennajo da un negromante, storia narrata anche di

Alberto Magno e di molti altri presunti incantatori; nella seconda,

ch'è la notissima storia di messer Torello e del Saladino, si racconta

del buon cavaliere cristiano, come per arte magica, in una notte, fu

trasportato sur un letto da Alessandria d'Egitto a Pavia. Ma queste

due novelle, tanto provano che il Boccaccio avesse fede nella magia,

quanto che l'avesse il Goethe può provare il _Fausto_. Qui abbiamo

due temi di racconto assai diffusi nel medio evo e che il Boccaccio

accoglie nel _Decamerone_, non perchè li creda veri, ma perchè li

conosce assai vaghi, e tali da poterne con l'arte sua far ottimo uso.

Accoltili, s'egli vuole che ne segua l'effetto, bisogna non tocchi

alla loro menzogna; e in fatto egli si guarda, contro l'usanza sua che

per più esempii abbiam potuto vedere in altre novelle qual sia, di dir

pure una parola che lo mostri incredulo, o volga in beffa la credenza

altrui. Così facendo egli segue un supremo precetto d'arte, non già

la sua propria opinione, la quale è sin troppo chiarita da tutte le

altre testimonianze che siam venuti notando. Il parlare seriamente di

una cosa non può essere indizio di fede, quando c'entrino le ragioni

dell'arte e della storia, mentre è prova certa d'incredulità il

parlarne con ironia o con riso.

Questa considerazione vale anche per ciò che mi rimane a dire delle

apparizioni e dei fantasmi.

Nella novella 3ª della giornata V si narra di quella bellissima e

formidabile apparizione veduta da un giovine di Ravenna nella pineta

di Chiassi, quando s'incontrò in una donna ignuda che fuggiva,

inseguita da due grandi mastini e da un cavaliere bruno montato sopra

un cavallo nero. L'apparizione è qui data per reale, e quella donna

e quel cavaliere per vere anime dannate in atto di esercitare esse

stesse il castigo loro imposto. Il Boccaccio tolse la storia della

apparizione da Elinando, o dal Passavanti, ma l'innestò in un racconto

tutto naturale ed umano, e, per giunta, la fece servire ad un fine

cui certo non avevan pensato coloro che la narrarono primi. Alle

mani del Boccaccio l'apparizione diventa una _macchina_ di racconto

romanzesco. Nella novella 10ª della giornata VII un giovane popolano,

stato gran tempo amante di una sua comare, muore, e dopo qualche

giorno, apparisce, secondo certo accordo fatto, ad un suo amico, per

dargli nuove dell'altro mondo e per dirgli, che cosa? che di là non

si tiene conto alcuno dei peccati commessi con le comari, e non se

ne paga nessuna pena. Parodia bella e buona di quelle apparizioni

d'anime dannate o purganti onde i leggendarii del medio evo son pieni.

Che razza di fantasima poi sia la fantasima scongiurata da Gianni

Lotteringhi e dalla moglie sua nella novella 1ª della giornata VII, e

di che maniera sia lo scongiuro, non ho bisogno di ricordare. Nella già

citata novella 3ª della giornata III, raccontando Lauretta come l'abate

fosse creduto esser l'anima di Ferondo che andasse in giro facendo

penitenza, dice che ciò porse argomento di molte novelle _tra la gente

grossa della villa_. Il mondo dei fantasmi non era un mondo in cui

potesse compiacersi una mente come quella del Boccaccio, aperta solo ai

colori e alle forme del mondo reale, una fantasia come la sua, pittrice

e scultrice della vita. Il temperamento secondava in lui la coltura, ed

entrambi congiunti non gli permettevano di smarrirsi nel regno nebuloso

dei sogni.

Dal sin qui detto parmi risulti in modo assai chiaro che il Boccaccio,

quanto a superstizione, non solo non s'allenta dietro al medio evo, ma

anzi se ne trae fuori tanto quanto è possibile ad uomo di quel tempo.

Io non voglio negare che anche il Petrarca non abbia in questa parte

meriti grandissimi, perchè in troppi luoghi delle sue opere se ne

ha solenne testimonianza; ma non parmi ci sia ragione di mettere il

Boccaccio tanto al disotto di lui, nè credo giusto trar l'uno sulle

più alte cime del sano ed illuminato pensiero per lasciar l'altro

giù nella valle della superstizione. E il Petrarca e il Boccaccio

non sono uomini nuovi se non in parte; entrambi sono ancora legati al

passato; entrambi si rivolgono e tornano ad esso. Quale dei due n'uscì

maggiormente? Quale vi retrocesse più addentro? Non è cosa agevole

dirlo. Il Boccaccio detestò gli studii prima adorati, rinnegò l'opera

sua maggiore; ma di lui, ad ogni modo, noi non abbiam libri da mettere

a riscontro del _Secreto_, dei _Rimedii dell'una e dell'altra fortuna_,

del _Trattato della vita solitaria_, coi quali il Petrarca, non per

una od altra opinione particolare, ma per il sentimento stesso della

vita e per gli abiti della mente ripiomba nel medio evo a capo fitto.

L'ascetismo del Petrarca il Boccaccio non lo conobbe.

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, vol. II · 第 34 / 75 题