I.

Gustavo Körting, parlando, in un suo libro assai noto agli studiosi

della letteratura italiana, del sapere del Boccaccio e di quello che si

potrebbe chiamare l'indirizzo della mente di lui, notate alcune false

opinioni e alcune irragionevoli credenze che si trovan qua e là ne'

suoi scritti, non dubita di affermare che, generalmente parlando, il

Certaldese, per quanto s'appartiene alla superstizione e alla credenza

nel meraviglioso, è, pressochè in tutto, un uomo de' tempi suoi, mentre

il Petrarca è anche per questo, come per altri rispetti, quasi un uomo

dei tempi nostri[353].

Un sì fatto giudizio parrà, non solamente eccessivo, ma a dirittura

falso a molti, che, leggendo più propriamente il _Decamerone_, avran

creduto di riconoscere nell'autore di esso uno spirito disinvolto e

spregiudicato, amabilmente scettico e beffardo, niente devoto della

tradizione, poco rispettoso dell'autorità, aperto assai più alle

impressioni della vita reale, di cui fu dipintore insuperato, che non

ai sogni della leggenda e alle ubbie di una fede superstiziosa. Dire

che il Boccaccio è, pressochè in tutto, un uomo de' tempi suoi, quanto

a credulità e gusto del meraviglioso, gli è come dire ch'egli sta quasi

alla pari con Gervasio da Tilbury, con Cesario di Heisterbach, col

troppo famoso Elinando. La conseguenza a cui si giunge è manifestamente

mostruosa. Altri recarono del Boccaccio ben altro giudizio, un

giudizio, se non iscevro di esagerazione, assai più giusto sotto ogni

rispetto. Col Boccaccio il Settembrini fa principiare un'era nuova,

_il terrore cessato, cominciato il riso e lo scetticismo_[354]; col

Boccaccio fa principiare un nuovo mondo il De Sanctis[355]; vanto che

non gli si potrebbe in nessun modo concedere se, in fatto di credulità

e d'inclinazione al meraviglioso, egli fosse in tutto ancora, o quasi

in tutto, un uomo del medio evo. Parlando del libro _De montibus,

fluminibus_, ecc., il Landau riconosce che, quanto a spirito critico,

il Boccaccio vince i suoi contemporanei[356]; e l'Hortis, il più

profondo conoscitore e l'illustrator più felice delle opere latine del

Certaldese, giustamente osserva[357]; «Il Boccaccio fu spesso accusato

di ripetere di molte fole;... se non che sarebbe gran torto non

avvertire che la massima parte delle favole deriva dagli antichi da lui

copiati, e che il Boccaccio ripete bensì mille favole, ma per questo

e' non le crede. Quando scrive che agli antichi non osa contraddire e

crede più a loro che agli occhi propri, e' non va creduto sulla parola.

Quando questi antichi narrano un che d'inverosimile, il Boccaccio li

trascrive fedelmente, però vi aggiunge, «ma ciò non cred'io,» «ciò

mi sembra impossibile,» «questa è a mio giudizio una favola,» oppure

osserva arditamente: «cotesto io lo stimo ridicolo!»

Noi udiamo ora un tutt'altro linguaggio. Quale dei giudici ha ragione?

L'argomento non è senza curiosità e senza importanza, e merita, parmi,

che se ne discorra un poco.

Vediamo anzi tutto quali sono le prove su cui il Körting fonda la sua

accusa. Eccole, nell'ordine stesso con cui egli le reca. Il Boccaccio

credeva nei sogni[358]; il Boccaccio credeva che i moribondi potessero

esser fatti partecipi dello spirito profetico[359]; il Boccaccio

credeva nell'astrologia[360]; il Boccaccio credeva che lo strabismo

fosse indizio di anima perversa[361]; il Boccaccio credeva che nelle

evocazioni dei morti comparissero, non già questi, ma diavoli[362];

il Boccaccio credeva che Enea fosse veramente sceso all'Inferno, e

che Virgilio avesse costruito ogni specie d'ingegni magici[363]. Qui

c'è luogo a parecchie osservazioni. Anzi tutto giustizia vorrebbe

che, enumerate le cose cui il Boccaccio erroneamente credeva, si

ricordassero quelle cui molto saviamente il Boccaccio non dava fede, e

quelle ancora di cui dubitava prudentemente. La lista loro riuscirebbe

assai lunga a volerla fare compiuta. Così il Boccaccio non credeva (e

il Körting stesso lo avverte) che certe subite infermità, e certe morti

improvvise, avvenissero per opera del demonio, come era opinione dei

meno sani (son sue parole); ma a tali fenomeni assegnava cause in tutto

naturali[364]. Il Boccaccio chiama a dirittura ridicola la credenza

secondo cui la gramigna nascerebbe dal sangue dell'uomo[365]. Il

Boccaccio stima una favola ciò che di quell'arche sepolcrali ricordate

da Dante, le quali presso ad Arles facevano _il loco varo_, dicevano

quei del paese, cioè che fossero opera divina[366]. Il Boccaccio

non crede che il re Artù sia sopravvissuto alle sue ferite, e debba

tornare, secondo l'opinione dei Brettoni; ma dice che morì e fu sepolto

segretamente[367]. E notisi che questa opinione, non al tutto spenta in

Iscozia, nemmen oggi, fu tanto diffusa ed ebbe già tanta forza, che,

secondo afferma uno scrittore spagnuolo, Filippo II, nel dar la mano

a Maria d'Inghilterra, dovette far solenne giuramento di rinunziare

al diritto acquistato sopra quel regno nel caso che il re Artù facesse

ritorno. Il Boccaccio non diede fede alle accuse mosse ai Templari, tra

le quali non era ultima l'imputazione di magia. In nessun luogo delle

sue opere il Boccaccio mostra d'aver creduto ai miracoli dell'alchimia.

Parlando di Giuliano l'Apostata nel l. VII del _De casibus virorum

illustrium_, fa pure ricordo delle arti magiche esercitate da

quell'imperatore, secondo_ piace ad alcuni_; ma non dice di credere

egli ciò che quegli alcuni credevano. Parlando del lago d'Averno nel

libro _De montibus, silvis_, ecc., dice _dagli ignoranti_ essere stato

anticamente creduto si potesse andare per esso ai regni infernali; ma

non fa motto, nè degli uccelli negri che, secondo San Pier Damiano e

Vincenzo Bellovacense, vi aleggiavano intorno dal vespero del sabato

all'alba del lunedì, e non erano se non anime dannate; nè delle ingenti

porte di bronzo, infrante da Cristo, che, a detta del veracissimo

Gervasio da Tilbury, ci si vedevano in fondo. Discorrendo, nel già

citato libro _De montibus_, delle fonti, ripete, gli è vero, parecchie

favole spacciate già dagli antichi; ma queste parecchie son pur

poche in confronto di quelle infinite che si leggono in altri e molti

consimili trattati del medio evo.

Oltre a ciò se il Boccaccio crede a certe cose, non per questo si deve

sempre dargliene carico, o si deve dargliene solo con certa misura,

avuto riguardo alla qualità delle credenze, o al modo tenuto dallo

scrittore nel farle palesi, o anche alle condizioni generali del sapere

e della coltura ai tempi suoi; e quelle che hanno più particolarmente

carattere di errori scientifici non debbono dare argomento a taccia di

superstizione, essendo l'errore scientifico e la superstizione due cose

troppo diverse fra loro.

Se il Boccaccio crede che lo strabismo sia indizio di animo malvagio,

noi non lo accuseremo per questo di partecipare ad un error popolare,

dopochè si son veduti criminalisti e psichiatri riconoscere in

questa e in molte altre deformità un indizio (non una prova certa)

d'imperfezione morale e di predisposizione a delinquere; onde viene a

trovar conferma l'antico adagio latino: _cave a signatis_.

Narrata nel l. II, del _De casibus_ la storia di Astiage, il Boccaccio

soggiunge alcune considerazioni sui sogni e afferma, provandolo con

altri esempii, che per essi l'uomo può avere cognizione dell'avvenire;

ma attenua poi di molto egli stesso il valore delle sue parole,

avvertendo che non sempre si vuole ai sogni dar fede. Un cristiano

difficilmente poteva andar più in là, perchè la veracità di certi sogni

è solennemente attestata dalla Scrittura, e di sogni profetici sono

piene le vite dei santi. Il Boccaccio non fu in ciò più credulo di

Dante, del Petrarca, o di chi, come il Cardano, sulla interpretazione

dei sogni scriveva ancora in pieno Rinascimento.

Quanto all'astrologia la questione è un po' più complicata. Il

Boccaccio non nega gl'influssi degli astri, ma dice che di questi

influssi l'uomo non può aver cognizione, e così dicendo nega la scienza

astrologica, e riconosce per vani e per illusorii i pronostici degli

astrologi[368]. Inoltre, sebbene in ciò qualche volta si contraddica,

pure afferma che gli astri nulla possono sugli animi umani, e che la

libertà dell'arbitrio non ne rimane in modo alcuno menomata. Anzichè

biasimo, noi dovremmo dar lode al Boccaccio d'aver tenuto una opinione

così misurata e prudente in un tempo in cui la credenza comune dava

agl'influssi celesti qualità d'irresistibili e di fatali, e un Cecco

d'Ascoli (in ciò non primo nè ultimo) assoggettava al corso degli astri

la vita dello stesso Cristo, e i principi d'Italia e le stesse città

libere tenevano ai loro stipendii astrologi, con gli avvertimenti de'

quali si governavano. In certo suo sonetto Cino da Pistoja pregava

Cecco di scrutare ne' cieli e di dirgli quali stelle egli s'avesse

favorevoli e quali contrarie, soggiungendo:

E so da tal giudizio non s'appella.

La dottrina professata da Dante quanto agl'influssi celesti non è per

nulla disforme da quella seguìta dal Boccaccio[369], e con questo si

accorda anche Giovanni Villani, il quale, del rimanente, si mostra

assai più proclive al meraviglioso e più credulo. Certo, il Petrarca

mostrò maggiore risolutezza nel bandire la fallacia dell'astrologia

e nel combattere gli astrologi; ma bisogna anche dire che le ragioni

di cui egli si giova sono assai più religiose che scientifiche[370].

Del resto, quando pure il Boccaccio avesse avuto nell'astrologia assai

più fede che veramente non ebbe, non sarebbe questo un buon argomento

per aggravargli addosso l'accusa d'essere troppo impigliato nella

superstizione del medio evo, giacchè l'astrologia fiorì assai più

dopo il Rinascimento che non prima, ed è superstizione intimamente

legata con l'umanesimo, come non poche altre rinovellate allora

dall'antichità[371]. Certo, nessuno vorrà accusare di tendenze e d'idee

medievali uomini come il Pontano e il Campanella, e pure il Pontano e

il Campanella furono partigiani convinti dell'astrologia. Il primo che

l'abbia combattuta con altri argomenti che non sieno i religiosi e i

morali, fu Pico della Mirandola.

Di alcune altre credenze superstiziose il Boccaccio non dev'essere

troppo severamente ripreso, perchè assai difficilmente si sarebbero

potute allora, e assai difficilmente si potrebbero anche oggidì,

staccare in tutto dalla credenza religiosa: così di quella che concerne

le apparizioni degli spiriti maligni. Veggasi, in fatto di apparizioni,

quali fanfaluche potesse spacciare in pieno Rinascimento un umanista

come Alessandro Alessandri, in quella imitazione delle _Notti attiche_

di Aulo Gellio da lui intitolata _Dies geniales_.

Ma c'è ben altro da dire.

Da che libri deriva il Körting le prove della credulità e della

superstizione del Boccaccio? L'abbiam veduto: dalla _Genealogia degli

Dei_, dai _Casi degli uomini illustri_, dal _Comento_ a Dante. Or

che libri son questi? Son libri di conto per molti rispetti, libri su

cui riposa in gran parte la riputazione del Boccaccio come umanista

e come erudito, ma libri che hanno, quanto all'argomento di cui si

discorre, sia lecito dirlo, un vizio comune e non piccolo, quello cioè

di essere, in tutto o in parte, frutti piuttosto tardi dell'ingegno

dello scrittore, di appartenere più o meno all'età decadente di lui. La

_Genealogia degli Dei_, sebbene cominciata negli anni giovanili, non

uscì dalle mani del suo autore prima del 1373, due soli anni innanzi

alla morte. La interpretazione naturale che in questo suo trattato

il Boccaccio dà di molti miti dell'antichità classica fa testimonio

di una mente tutt'altro che inviluppata negli abiti intellettuali del

medio evo, e può ancora porgere occasione di meraviglia a noi, tanto

più addentro di lui nei misteri della mitologia; ma nessuno è in grado

di dire che cosa, nel corso del lungo lavoro, egli abbia aggiunto o

tolto all'opera sua. Così ancora non prima di quello stesso anno 1373

uscì in pubblico il libro dei _Casi degli uomini illustri_. Quanto al

_Comento_, esso fu in quell'anno medesimo cominciato, e il Boccaccio,

soprappreso da gravissima infermità, e poi dalla morte, non potè

condurlo a termine. Il libro dei _Casi_ dunque, il _Comento_, e, in

parte almeno, anche la _Genealogia_, sono opere senili del Boccaccio, e

questa loro qualità dà più che sufficiente ragione di certi caratteri e

di certe tendenze che si notano in esse.

La vecchiezza, tutti lo sanno, è assai più inclinata alla superstizione

che non la gioventù. Il sentimento della decadenza crescente, la

preoccupazione angustiosa di una prossima fine, il sospetto d'insidie

celate e di subiti danni, a cui non può fare più schermo l'affievolita

natura, lo sfiacchimento della mente, che di signora ridiventa serva,

lo stesso arcano della morte che come più incombe più riempie l'animo

di meraviglia paurosa, dispongono e quasi forzano a una inclinazione

così fatta. Nel detto: _aniles fabulae_, non è senza grande ragion

quell'epiteto. Ed è noto ancora come risorgano irresistibili nel

vecchio i sogni e le ubbie onde fu malamente nutrita la mente del

fanciullo.

Il Boccaccio ebbe anticipata vecchiezza. I primi segni di scadimento

fisico erano già apparsi, quando, a provocare ne' pensieri e nella vita

di lui un totale rivolgimento, ecco capitargli addosso il certosino

Gioachino Ciani con quella diavoleria delle visioni e delle minacce

del santo frate Pietro de' Petroni. Io non ho bisogno di ripetere

questa storia notissima, alla quale, non so perchè, si vuole da taluno

scemare importanza. Quanto il Boccaccio ne rimanesse sbigottito, e

come, ravveduto, si proponesse di fare ammenda de' suoi trascorsi, è

noto del pari. Egli rinnegò i frutti migliori del suo ingegno; egli

detestò l'opera maggiore, per cui il nome suo vive e vivrà perpetuo

nella memoria degli uomini; e ci volle tutta l'autorità del Petrarca

per impedirgli di vendere i libri con tanto amore e con tante fatiche

raccolti, rinunziare a ogni studio, darsi all'anima interamente.

L'infelice avvenimento non ringiovanì certo il Boccaccio, anzi confermò

in lui la già sopravvenuta vecchiezza. E che questa vecchiezza non

fosse nemmen prima solamente fisica, ma dovesse, in parte, essere anche

morale, lo prova il fatto stesso; giacchè il Boccaccio, grandissimo

beffatore di frati, e canzonatore di loro miracoli, si sarebbe dato

assai poco pensiero dei sogni di fra Pietro e delle prediche di fra

Gioachino, se fosse durata in lui la giovanile baldanza e vivezza del

pensiero, l'antico vigore della ragione, e la secura indipendenza del

giudizio. Dicono che irreligioso e miscredente il Boccaccio non sia mai

stato, e ne recano le prove. Io non lo nego; sebbene si vorrebbe vedere

quanto le prove valgano, e quanto addentro ci mettano nella coscienza

del nostro autore: ad ogni modo gli è certo che la fede non gli diede

mai briga soverchia negli anni della gioventù e della virilità più

rigogliosa.

La visita di fra Gioachino dovette produrre un doppio effetto

nell'animo del Boccaccio; rinfocolarvi la fede non ben calda, ed

eccitarvi il senso del meraviglioso rimasto insino allora sopito. Dando

fede al racconto mirabile del frate, il Boccaccio veniva a mettere il

piede sopra la via maestra della superstizione e della credulità, via

sulla quale un passo tira l'altro, e ad ogni passo si perde un tanto

di spirito critico e di libertà di giudizio. Se, per esempio, egli

credeva alla veracità dei sogni, questa sua credenza doveva farsi più

certa che mai. Se aveva opinione che i moribondi vedessero le cose

avvenire, questa opinione doveva levarsi in lui al disopra di ogni

dubbio. Pentito d'avere speso le forze dell'ingegno in opere che ora

gli pajono riprovevoli, il Boccaccio rifugge dal libero esercizio del

suo pensiero, e si dà a lavori di compilazione e di erudizione, nei

quali la sua mente è come infrenata dal soggetto, si fa recettiva

delle opinioni altrui, e perde a poco a poco l'abito e il gusto

della critica. La condizione di spirito, in cui egli per tal modo si

ridusse, ebbe necessariamente ad aggravarsi quando l'infermità prese

a travagliare l'organismo già affaticato. Nella state del 1372, o in

quel torno, il Boccaccio potè credersi in fin di vita. Nella lettera

che scrisse allora all'amicissimo suo Maghinardo de' Cavalcanti,

lettera tutta inspirata a sensi di profondo sconforto, egli, detto de'

mali fisici che lo affliggevano, non tace i morali: avversione per lo

studio, odio pei libri, indebolimento delle facoltà mentali, perdita

della memoria. Il pensare gli si era fatto difficile, e tutti i suoi

pensieri erano rivolti alla morte e al sepolcro[372]. In quel tempo

appunto egli adoperava lo stremo delle sue forze intorno al laborioso

_Comento_: non doveva lo studio del _poema sacro_, la cui azione si

svolge tutta nei regni del soprannaturale, inclinar più sempre l'animo

angosciato del comentatore verso il meraviglioso, ottundere in esso

il senso del reale, farlo vago di quanto trascende l'esperienza,

o vince la ragione? Nel _Comento_, più che in altra scrittura del

Boccaccio, occorrono frequenti segni di credenza superstiziosa; ma e'

non poteva essere diversamente. Noi non dobbiamo già meravigliarci

e scandalizzarci di alcune non gravi superstizioni penetrate negli

scritti senili del novellatore pentito e turbato; bensì dobbiamo

meravigliarci che il numero loro non sia molto maggiore, e molto più

trista la lor qualità.

Ma perchè giudicare superstizioso il Boccaccio sulla testimonianza

de' suoi scritti senili? Perchè, ravvisato, o creduto ravvisare certo

aspetto del vecchio, dire: tale fu l'uomo? Perchè non cercare piuttosto

i documenti del suo pensiero e della sua credenza nelle opere da lui

composte nel tempo migliore? Perchè non rintracciarle, sopra tutto,

in quell'immortale _Decamerone_, in cui il poeta mise la miglior

parte di sè, e che in ogni sua pagina attesta il vigore degli anni e

dell'intelletto? Ponetevi a questo studio, e vedete come si giunga a

tutt'altra conclusione e a tutt'altro giudizio.

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, vol. II · 第 32 / 75 题