NOTE

[79] _Inf._, XXIII, 142-4.

[80] Non so che il tema da me preso a trattare in questo scritto

sia stato già trattato da altri, ordinatamente e in modo compiuto. I

commentatori non troppo se ne impacciarono, e nel toccarlo errarono

spesso. Coloro che di proposito discorsero della teologia di Dante,

come Gian Lorenzo Berti, Melchiorre Missirini, A. F. Ozanam, Antonio

Fischer, Ferdinando Piper, Fr. Hettinger, altri, nemmeno essi se ne

curarono gran che, quasi fosse argomento di poca importanza trattandosi

del poeta che descrive _fondo a tutto l'universo_. Fr. Hettinger,

l'ultimo venuto, se ne sbriga in un pajo di pagine. (_Die Theologie

der göttlichen Komödie des Dante Alighieri in ihren Grundzügen. Erste

Vereinschrift der Görres-Gesellschaft für 1879_, Colonia, 1879, pp.

37-9). Gli scritti seguenti concernono in particolar modo questo o

quello dei demonii danteschi, ma sono per la più parte condotti con

criterii puramente letterarii ed estetici, o hanno speciale riguardo

alla significazione allegorica, della quale io non mi curo: F.

LANCI, _Della forma di Gerione e di molti particolari ad esso demone

attenenti, in Giornale arcadico_, nuova serie, t. VII; L. C. FERRUCCI,

_Sul Cerbero di Dante_, in _Giornale arcadico_, t. XXII; G. FRANCIOSI,

_Il Satana dantesco_ in _Scritti danteschi_, Firenze, 1876; 2ª ediz.,

Parma, 1889; P. G. GIOZZA, _Iddio e Satana nel poema di Dante_, Palermo

(s. a.); V. MIAGOSTOVICH, _Lucifero nella Divina Commedia di Dante_

(Programm der Städtischen Ober-Realschule in Triest), Trieste, 1878;

R. FORNACIARI, _Il mito delle Furie in Dante_, in _Nuova Antologia_,

15 agosto, 1879; inserito poi nel volume _Studi su Dante_, Milano,

1883, pp. 47-93. V. DUINA, _L'ira e i mostri dell'Inferno dantesco,

Commentarî dell'Ateneo di Brescia per l'anno 1886_. Cf. nel vol. VI,

p.te 1ª, della _Storia della letteratura italiana_ di ADOLFO BARTOLI,

Firenze, 1887, uscito in luce dopo la prima pubblicazione del presente

scritto, il capitolo intitolato _I Demoni, gli Angeli, le Persone

Divine_. Senza sapere l'uno degli studii dell'altro sopra questo

speciale argomento, il dottissimo mio amico ed io ci trovammo concordi

in molte opinioni e conclusioni.

[81] Tratt. III, c. 13.

[82] V. 83. Cfr. _De vulg. el._, I, 2.

[83] Vv. 46-8.

[84] Vv. 11-12.

[85] V. 91.

[86] _Parad._, XXIX, 49-51. Cfr. S. TOMMASO, _Summa theol._, P. I, qu.

XLIII, art. 6.

[87] _Conv._, III, 12. Punto delicato intorno a cui i teologi

annasparono assai.

[88] _Summa theol._, P. I, qu. LXIII, art. 2.

[89] _Parad._, XXIX, 55-7.

[90] _Parad._, XIX, 46.

[91] _Inf._, XXXIV, 35.

[92] _Conv._, II, 6. Cfr. ALBERTO MAGNO, _Summa theol._, P. II, tratt.

IV, qu. 20, m. 1; S. TOMMASO, _Summa theol._, P. I, qu. LXIII, art. 7,

9.

[93] _Purgat._, XII, 27. Nell'evangelo di Luca, X, 18, è scritto:

_Videbam Satanam sicut fulgur de coelo cadentem_.

[94] _Inf._, XXXIV, 122-6.

[95] Vedi le giuste osservazioni che a questo luogo appunto fa lo

Scartazzini nel suo commento.

[96] _Inf._, III, 34-42.

[97] Il solo passo delle Scritture che, volendo, si potrebbe in qualche

modo adattare alla condizione e al castigo degli angeli neutrali, è

nell'Apocalissi, III, 15, 16: _Scio opera tua: quia neque frigidus es,

neque calidus: utinam frigidus esses, aut calidus: — Sed quia tepidus

es, et nec frigidus, nec calidus, incipiam te evomere ex ore meo_.

[98] Uno di quegli strani uccelli dice a S. Brandano: «Nos sumus de

magna illa ruina antiqui hostis; set non peccando aut consentiendo

sumus lapsi; set Dei pietate predestinati, nam ubi sumus creati,

per lapsum istius cum suis satellitibus contigit nostra ruina.

Deus autem omnipotens, qui justus est et verax, suo judicio misit

nos in istum locum. Penas non sustinemus. Presentiam Dei ex parte

non videre possumus, tantum alienavit nos consorcium illorum,

qui steterunt. Vagamur per diversas partes hujus seculi, aeris et

firmamenti et terrarum sicut et alii spiritus qui mittuntur. Set in

sanctis diebus dominicis, accipimus corpora talia que tu vides, et

per Dei dispensacionem commoramur hic et laudamus creatorem nostrum».

(JUBINAL, _La légende latine de S. Brandaines_, Parigi, 1836, p. 16).

La ragione del cadere, oscura, a dir vero, un po' più del bisogno,

non fu troppo bene intesa da rifacitori e da trascrittori, e non

è nelle varie redazioni espressa sempre a un modo; ma il concetto

fondamentale passa in quasi tutte. Vedi JUBINAL, _Op. cit._, pp. 70-71,

121; SCHROEDER, _Sanct Brandan. Ein lateinischer und drei deutsche

Texte_, Erlangen, 1871, pp. 12, 78; FRANCISQUE MICHEL, _Les voyages

merveilleux de Saint Brandan_, Parigi, 1878, pp. 26-7; VILLARI, _Alcune

leggende e tradizioni che illustrano la Divina Commedia_, in _Annali

delle Università toscane_, t. VIII, Pisa, 1866, p. 143; ecc. Nel

testo italiano pubblicato dal Villari di su un codice Magliabechiano

del secolo XIV, l'uccello dice al santo: «O servo di Dio, noi siamo

di quella grande compagnia che caddono di cielo con quello agnolo

Lucifero, lo quale è nimico dell'umana generazione. Noi non peccammo

per noi, ma per consentimento; e per questo non siamo dove noi

fummo creati, anzi siamo cacciati di fuori con quelli che peccarono

gravemente». Cfr. ALBERTO MAGNO, _Summa theol._, P. II, tratt. IV, qu.

20, m. 2. Il riscontro fu, del resto, già notato dall'OZANAM, _Dante et

la philosophie catholique au treizième siècle_, nuova ediz., Parigi,

1845, p. 343, e dal D'ANCONA, _I precursori di Dante_, Firenze, 1874,

p. 52.

[99] Ecco in che modo uno di quegli uccelli informa Ugone di

loro caduta e di loro stato. I versi che seguono, e di cui debbo

comunicazione alla grande gentilezza del prof. Tobler, sono tolti

dalla redazione più antica giunta sino a noi, e contenuta in un codice

del Museo Regio di Berlino, già Hamilton, codice finito di scrivere

nel 1341, e identificato con quello che si registra nel noto catalogo

dei libri posseduti da Federico Gonzaga nel 1407 (Vedi TOBLER, _Die

Berliner Handschrift des Huon d'Auvergne_, in _Sitzungsb. d. k. preuss.

Akad. d. Wiss._, phil.-hist. Cl., vol. XXVII, 1884):

Qvant li ber oit soe oraison complie,

Vn des osiaus qe auech soy stesie

En l'auernaus lengaçe le desplie:

Tu as diex del tron feit proierie,

Par qui ci somes de sauoir en partie:

Nos le diron: or met bien en oie.

A yh'u plest qe auqes de ses secrie

Sauome en part, qe autremant non mie.

Conois adonqe qe sons de cel regnie,

Que deualla en l'abis parfondie,

Que enferne mant homes apellie.

De celle entente non somes nemie,

Quant vint le pont de la departie,

Tot environ le ciel avoit scrolie:

Angle et archangle, et tot le monarchie,

Tot de paor auront tuit fremie,

Sol a la voiç deu per, quant ot parllie.

Tot li malfer iluech si demostrie;

Tant defendrent cum auront uigorie:

Quant non porent il plus, aual sont trabuchie;

Autre remis en aer, autre in terre icie,

Autre en abisme trauailient la lor uie.

Vasal, dit li diable en forme d'oiselons,

Nos, qe ci somes, ne bien, ni mal feisons;

Mes pur il ere la nostre entencions

Te tenir sempre cum cil qi uencerons.

Por ce qe deu per conoit nos pensasons,

En guisse de oisel trasfigura cum sons.

D'alor auant uenimes a cis mons,

Maint torment auomes, mais de peior lisons.

Vne uos en diray, les autres taiserons,

Que a uos riens ne fesist, se elle conterons.

En air et en mer façon nos peschesons,

Si cum onde nos maine tot ensinqe alons:

Pescher sauomes et nulle nen prendrons:

Ensi estoit nostre destrucions.

Vn ior de la semaine une remedie auons;

Ce estoit la domenege, qe enei nos demorons:

Ce estoit li nostre paradis, qui clamons;

Ci aurons hosteler, anuit demorerons;

Pues domain al aube apres si partirons,

E sosteromes ce qe destineç nos sons.

Mentre qe nos ci somes auons repoisesons;

Enforçon nostre uoiç al bien dir qe poisons,

Tot a los de deu pere, ce bien sauons.

Par foy, ce dit le cont, bele uertue aues,

Pois qe remedie da deu aues uos troues;

E deu sor tot soie regracies.

D'une autre çouse uoil auoir da uos scoutes:

Si uos riens de ma qeste car rien uos en saves.

J'en sai tant, fit il, cum vos oir pores.

Vestre uoie ert mout longe de ci, uoil qe sachies;

Sanç la deuine puisance la aler non poreç mes.

Mes bien plait a deu, et si moy ert rouelles,

Que en ceste este sia del tot aquites;

Mes auant qe cil auiegne uereç meruoille ases:

Non say plus de ce dir: uostre signor serues:

Si l'ameç de bon quuer, il ert uestre auoes,

Qui en la fin ert chaschun de soe oure loes;

Le merit en atent de tot ce cha oures.

E ge l'en croy trop bien, respond li quuens ades.

Lo stesso si ha, su per giù, nel testo della Nazionale di Torino,

cod. N, III, 19, f. 116 r. a 117 r., e nel romanzo in prosa (ANDREA

DA BARBERINO, _Storia di Ugone d'Alvernia_, Bologna, 1882, _Scelta

di cur. lett._, disp. 188, 190, vol. II, p. 33). Nel testo della

Biblioteca del Seminario in Padova, cod. 82, questa parte manca, come

il prof. Crescini mi avverte, e come può anche rilevarsi dall'analisi

che egli ne diede (_Orlando nella Chanson de Roland e nei poemi del

Boiardo e dell'Ariosto. Segue una appendice sul poema franco-veneto Ugo

d'Alvernia_, estratto dal _Propugnatore_, vol. XIII, 1880, p. 96).

[100] Vedi quanto osserva in proposito il RENIER, _La discesa di Ugo

d'Alvernia allo Inferno_, Bologna, 1883 (_Scelta di cur. lett._, disp.

194), pp. CXLV-CLIV. La imitazione di Dante è del resto già penetrata

nella redazione più antica, del codice di Berlino.

[101] Ediz. di C. Bartsch, Lipsia, 1870-1, l. IX, vv. 1155-65. Lo

stesso Trevrizent, per altro, confessa poi a Parzival che quanto disse

in proposito è favola (l. XVI, vv. 341-60). Cfr. BIRCH-HIRSCHFELD,

_Die Sage vom Gral, ihre Entwicklung und dichterische Ausbildung in

Frankreich und Deutschland im 12. und 13. Jahrhundert_, Lipsia, 1877,

p. 250.

[102] Satana, Beelzebub, Lucifero, sono per Dante tre nomi dello stesso

principe dei demonii.

[103] Che Proserpina sia tra i demonii si argomenta, sebbene il poeta

non dica altro di lei, dai vv. 43-4 del c. IX dell'_Inferno_, e da

quelle parole di Farinata degli Uberti, X, 79-81:

Ma non cinquanta volte fia raccesa

La faccia della donna che qui regge,

Che tu saprai quanto quell'arte pesa.

[104] Per esempio, nell'_Hamartigenia_ di PRUDENZIO, nei _Commentarii

in Genesim_ di CLAUDIO MARIO VITTORE, in un inno di RABANO MAURO,

nel _De imagine mundi_ di ONORIO D'AUTUN, ecc., ecc. Cfr. MAURY, _La

magie et l'astrologie dans l'antiquité et au moyen-âge_, Parigi,

1877, pp. 168-9. SAN GIOVANNI CRISOSTOMO biasimò (_Adv. oppugnat.

vitae monasticae_, II, 10), quest'assimilazione dell'Inferno cristiano

all'Inferno pagano, ma senza frutto.

[105] Ediz. di Francisque Michel, Parigi, 1864, vv. 20212-40.

[106] _Anticlaudianus_, VIII, 3.

[107] Cfr. ROSKOFF, _Geschichte des Teufels_, Lipsia, 1869, vol. II,

pp. 2-3.

[108] SAN GEROLAMO, _De vita S. Pauli eremitae_. Nella Vita che di

Sant'Antonio scrisse Sant'Atanasio di Alessandria, si dice che quel

santo vide una volta un mostro, che, sino al pube, aveva figura d'uomo,

il resto d'asino: a un segno di croce sparì.

[109] Cfr. PIPER, _Mythologie der christlichen Kunst_, Weimar, 1847-51,

vol. I, pp. 405-6.

[110] _Otia imperialia, in einer Auswahl neu herausgegeben von_ FELIX

LIEBRECHT, Hannover, 1856, prima decis., XVIII; tertia decis., LXXVI.

Tale credenza era assai antica: cfr. GIOVANNI CASSIANO, _Collationes

patrum_, collat. VIII, c. 32.

[111] _Anecdotes historiques, légendes et apologues tirés du recueil

inédit d'Etienne de Bourbon, publiés par_ A. LECOY DE LA MARCHE,

Parigi, 1877, p. 327. Satiri e fauni si confondevano coi dusii,

ricordati dallo stesso Gervasio e da altri. Vedi _Otia imperialia_,

ed. cit., p. 145, e GIACOMO GRIMM, _Deutsche Mythologie_, 4ª ediz.,

Berlino, 1875-8, vol. I, p. 398.

[112] Per la leggenda di Giuliano l'Apostata e per le varie leggende

in cui comparisce la Venere diabolica, vedi il mio libro, _Roma nella

memoria e nelle immaginazioni del medio evo_, Torino, 1882-3, vol. II,

pp. 121-52, 382-406. GIOVANNI NYDER (m. 1438) racconta ancora nel suo

_Formicarius_ la storia di un cavaliere che, addormentatosi pensando

di penetrare nel Monte di Venere, si trovò, allo svegliarsi, in un

pantano.

[113] _Chronographia_, ad a. 998.

[114] GERVASIO DA TILBURY, _Op. cit._, tertia decis., LXI; TOMMASO

CANTIPRATENSE, _Bonum universale de apibus_, Duaci, 1627, l. II, c. 57,

num. 5.

[115] GERVASIO DA TILBURY, _Op. cit._, tertia decis., LXIV. Anche S.

Brandano incontra sirene in certe redazioni della leggenda; Brunetto

Latini alle sirene classiche (ricordate con certa frequenza dai lirici

nostri delle origini) non crede più, e anche Dante sembra ricordarle

solo come un mito (_Purg._, XIX, 19; XXXI, 45; _Parad._, XII, 8). Cfr.

BERGER DE XIVREY, _Traditions tératologiques_, Parigi, 1886, pp. 25-7,

539; PIPER, _Op. cit._, pp. 383 sgg. Il diavolo fu spesso rappresentato

in figura di sirena.

[116] GIACOMO DA VORAGINE, _Legenda aurea_, ediz. di Th. Grässe, Dresda

e Lipsia, 1846; c. III, 5, p. 24; VINCENZO BELLOVACENSE, _Speculum

historiale_, l. XIII, c. 71.

[117] Vedi _Passio S. Symphoriani_ in RUINART, _Acta martyrum sincera_,

Verona, 1731, p. 71, col. 1ª. Circa il diavolo meridiano, vedi GREGORIO

DI TOURS, _Historia Francorum_, l. VIII, c. 33, e _De miraculis

S. Martini_, l. IV, c. 36; _Vita S. Rusticulae_ in MABILLON, _Acta

sanctorum ordinis S. Benedicti_, saec. II, p. 135, n. c.; CESARIO DI

HEISTERBACH, _Dialogus miraculorum_, ed. dello Strange, 1851, dist. V,

cap. 2. Meridiana (o Marianna) chiamavasi il diavolo succubo con cui,

secondo la leggenda, ebbe commercio Gerberto.

[118] DU CANGE, _Glossarium_, s. v. _Dianum_.

[119] _Libri duo de sinodalibus caussis et disciplinis ecclesiasticis_,

ediz. di Lipsia, 1840, l. II, c. 37.

[120] _Libri decretorum collect._, l. X, c. 1

[121] _Decretum_, II, 26, quaest. 5, 12, § 1.

[122] XIII, _De sortilegis et sortiariis_, ap. BALUZE, _Capitularia

regum Francorum_, t. II, col. 365.

[123] _Op. cit._, pp. 323-4.

[124] _Sermones discipuli de tempore et de sanctis_, serm. 11. Cfr.

SOLDAN, _Geschichte der Hexenprozesse_, ediz. rifatta da Enrico Heppe,

Stoccarda, 1880, vol. I, pp. 130-1.

[125] Vedi G. GRIMM, _Op. cit._, vol. II, p. 778, n. 2; vol. III, p.

282.

[126] In D'ACHERY, _Spicilegium veterum aliquot scriptorum_ etc., 1ª

ediz., t. V, p. 215. Cfr. CASPARI, _Eine Augustin fälschlich beilegte

Homilia de sacrilegiis_, Cristiania, 1886, pp. 18-9.

[127] Vedi LIUDPRANDO, _Liber de rebus gestis Ottonis Magni

imperatoris_, ap. PERTZ, _Mon. Germ., Script._, t. III, p. 343. Cfr.

VOGEL, _Ratherius von Verona und das zehnte Jahrhundert_, Jena, 1854,

vol. I, p. 284.

[128] Vedi SCHROEDER, _Glaube und Aberglaube in den altfranzösischen

Dichtungen_, Erlangen, 1886, pp. 63 sgg.

[129] DREYER, _Der Teufel in der deutschen Dichtung des Mittelalters_,

P. 1ª, Rostock, 1884, p. 18.

[130] Per es., nel _Rhytmus de pugna fontanetica_, ap. DUEMMLER,

_Poëtae latini aevi Carolini_, t. II, Berlino, 1883-84, p. 138; nel

_Liber de fonte vitae_ di ANDRADO MODICO, _id._, t. III, P. 1ª, 1886,

p. 78, ecc., ecc.

[131] _Visio Tnugdali_, ediz. Schade, Halis Saxonum, 1869, c. 11;

WAGNER, _Visio Tnugdali, lateinisch und altdeutsch_, Erlangen, 1882, p.

31. Così pure nelle versioni.

[132] _Kaiserchronik_, ediz. Massmann, Quedlimburgo e Lipsia, 1849-54,

V. 14191.

[133] In un luogo del _Convivio_, II, 5, Dante assimila le divinità

dei gentili alle idee di Platone; ma tale assimilazione mal si conviene

agli _dei falsi e bugiardi_ ricordati nel I dell'_Inferno_, i quali non

possono essere se non demonii.

[134] _Inf._, XXXI, 12-8, 67-75. Cf. uno studio di M. SCHERILLO,

_Accidia, invidia e superbia ed i giganti nella_ Divina Commedia,

_Nuova Antologia_, serie 3ª, vol. XVIII (1888).

[135] Vedi DILLMANN, _Das Buch Henoch_, Lipsia, 1853, p. XLII;

GFROERER, _Geschichte des Urchristenthums_, Stoccarda, 1838, vol. I, p.

385.

[136] Meglio Carlo III: il soprannome di Grosso viene in uso solamente

nel XII secolo. Vedi DUEMMLER, _Geschichte des ostfränkischen Reichs_,

Berlino, 1862-5, vol. II, p. 292.

[137] Ap. PERTZ, _Mon. Germ., Script._, t. V, p. 458.

[138] Vedi SCHROEDER, _Glaube und Aberglaube_, ecc., p. 102.

[139] Edizioni citate, c. 7. I due giganti si chiamano Fergusius e

Conallus, _et suis temporibus in secta ipsorum tam fideles sicut

ipsi non sunt inventi: quorum nomina_, dice l'angelo a Tundalo,

_tu bene nosti_. Fergusius è probabilmente il Ferracutus, che nella

Cronica dello Pseudo Turpino disputa di teologia con Orlando ed è

vinto da lui. (TURPINI, _Historia Karoli Magni et Rotholandi_, ediz.

Castets, Montpellier e Parigi, 1880, c. XVII, pp. 27 sgg., e nota ivi

pp. 27-28). Esso comparisce anche, in condizioni del tutto simili,

nell'_Entrée de Spagne_, dove è detto espressamente che l'anima di lui

è portata via dai diavoli. Notisi che _Fergusius_ riproduce, non la

forma latina del nome, ma la francese, _Fergus_. Quel Conallus non so

chi sia. I nomi dei due giganti suonano Conallus e Ferguncius nel poema

latino (ediz. Wagner, V. 985); ma mancano nel racconto che VINCENZO

BELLOVACENSE introduce nel suo _Speculum historiale_, l. XXVIII, c.

91, e che staccatosene, riappare da sè, come redazione abbreviata,

in molti manoscritti. (Non altro è il testo latino ripubblicato dal

VILLARI, _Op. cit._, pp. 55-74. Vedi MUSSAFIA, _Sulla Visione di

Tundalo_, in _Sitzungsb. d. k. Akad. d. Wiss._, philos.-hist. Cl., t.

LXVII, 1871, p. 162). La redazione italiana riprodotta dal VILLARI,

e che è tutt'uno con quella inserita in alcune stampe antiche delle

_Vite dei Santi Padri_, reca (_Op. cit._, p. 81) Feragudo e Chinelaco;

quella pubblicata da F. CORAZZINI (_Visione di Tugdalo_, Bologna,

1872, _Sc. di cur. lett._, disp. 128, p. 29) ha Fergugi e Conali;

ma i nomi mancano nell'altra, pubblicata dal GIULIARI (_Il libro di

Theodolo o vero la Visione di Tantolo_, Bologna, 1870, _Sc. di cur.

lett._, disp. 112, p. 25). I nomi mancano del pari nel poema tedesco

di Alber (ediz. Wagner, vv. 681-2). Nella versione catalana pubblicata

dal BAIST (_Zeitschrift für romanische Philologie_, vol. IV, pp. 313

sgg.) suonano Sergus e Tonalt. Non ho agio di riscontrare la versione

francese, la provenzale ecc., nè alcune pubblicazioni, come quelle

del TURNBULL (_The Vision of Tundale_, Londra, 1843) e dello SPRENGER

(_Albers Tundalus_, Halle, 1875) dove questo punto potrebbe essere

esaminato. Nella _Passion_ del GRESBAN, edita da G. Paris, si ha, V.

33476, un demonio Fergalus.

[140] Federigo Frezzi, il quale più di una volta, nel suo poema, si

arroga di corregger Dante, restituisce Flegias alla sua prima e naturai

condizione (Il _Quadriregio_, l. II, c. 12).

[141] _De bello judaico_, VII, 6, 3.

[142] Vedi SCHROEDER, _Glaube und Aberglaube_, ecc., pp. 63 sgg. Per

Nerone demonio vedi più particolarmente il già citato mio libro, _Roma_

ecc., vol. II, pp. 356-7.

[143] V. 46, in MUSSAFIA, _Monumenti di antichi dialetti italiani,

Sitz. d. k. Akad. d. Wiss. in Wien_, phil.-hist. Cl., vol. XLVI, 1864.

Insieme con Maometto, Giacomino ricorda Trifon, Barachin e Sathan.

Barachin potrebbe essere il Baratron dei poemi francesi, il quale, ora

significa opportunamente l'abisso infernale, ora è nome di demonio: non

so che dire di quel Trifon, nome di parecchi santi.

[144] _Inf._, XXX, 117. Il verso non mi pare di dubbia interpretazione.

[145] _Purgat._, XIV, 118. Fra Filippo da Siena racconta (_Gli

assempri_, Siena, 1864, cap. 25) di certo ser Giontino da Monte Luccio,

notajo, il quale diventò, dopo morto, notajo dell'Inferno; diventò,

cioè, uno degli officiali del regno di Satanasso.

[146] _Parzival_, l. IX, v. 911, ediz. cit.

[147] Vedi ROSKOFF, _Op. cit._, vol. I, pp. 233, 268, 290, 300-1, e il

mio libro _Il Diavolo_, Milano, 1889, pp. 39 sgg. SAN TOMMASO, nella

XVI delle sue _Quaestiones disputatae de potentia Dei (De daemonibus_,

art. 1) recate in mezzo le contrarie opinioni di chi attribuiva un

corpo ai demonii e di chi lo negava loro, conclude: _Dicendum, quod

sive daemones habeant corpora sibi naturaliter unita, sive non habeant,

hoc non multum refert ad fidei christianae doctrinam_. Cfr. ALBERTO

MAGNO, _Summa theol._, P. II, tratt. V, qu. 25, m. 2, art. 1, partic.

1.

[148] _Dialog._, l. IV, c. 29. Il Vida chiama espressamente i demonii

_rabidum sine corpore vulgus_.

[149] _Oratio contra Graecos, Max. biblioth. vet. pat._, t. II, p. 27.

[150] _Parad._, XXIX, 22 sgg.; _Conv._, II, 5.

[151] _Purgat._, XXV, 79-108.

[152] _Inf._, VIII, 27.

[153] _Inf._, XXXIV, 28 sgg.

[154] _Parad._, XXIX, 57.

[155] _Purgat._, II, 79-81.

[156] _Purgat._, X, 118 sgg.

[157] _Inf._, VI, 34-6.

[158] _Inf._, XXXII, 79.

[159] _Purgat._, III, 16-21.

[160] _Inf._, XXI, 24 sgg.; XXIII, 37 sgg. Notisi che Chirone si

meraviglia vedendo Dante muovere ciò che tocca. Egli dice ai compagni

(_Inf._, XII, 80-2):

Siete voi accorti

Che quel di retro move ciò ch'ei tocca?

Così non soglion fare i piè dei morti.

[161] _Inf._, III, 82 sgg. Cfr. _Aeneid._, VI, 298 sgg.

[162] _Inf._, V, 4 sgg.

[163] _Inf._, VII, 1 sgg.

[164] _Inf._, XVII, 1 sgg.

[165] _Inf._, VI, 13-8, 22-33.

[166] _Inf._, IX, 37-42.

[167] _Inf._, XII, 11-25.

[168] _Inf._, XII, 55 sgg.; XXV, 19-21.

[169] _Inf._, XIII, 10-5.

[170] _Inf._, XXXI, 19 sgg.

[171] _Inf._, XXIII, 131.

[172] _Inf._, XXVII, 113.

[173] Secondo narra PALLADIO nella _Historia Lausiaca_, c. XXVIII,

Sant'Antonio vide una volta il demonio in figura di gigante nero ed

altissimo. Nel racconto di Sant'Atanasio questa particolarità del

colore non è menzionata. Altra volta Sant'Antonio vide il demonio

voltolargli ai piedi in forma di un fanciullo orrido e nero. Cfr.

TEODORETO, _Historia ecclesiastica_, l. V, c. 21. Di un demonio che,

sotto forma di fanciullo nero, distoglieva un monaco dalla preghiera,

narra SAN GREGORIO, _Dialog._, l. II, c. 4. Sono innumerevoli le

leggende in cui il diavolo comparisce in figura di Etiope; in tal forma

ebbe ancora a vederlo S. Tommaso d'Aquino. I diavoli di GIACOMINO DA

VERONA, non solo sono neri, ma cento volte più neri del carbone, _De

Babilonia civitate infernali_, v. 99, ediz. cit.

[174] Vedi ROSKOFF, _Op. cit._, vol. I, p. 283.

[175] _Inf._, XVIII, 35.

[176] _Inf._, XXI, 121.

[177] _Inf._, XXII, 106.

[178] _Inf._, XXII, 136-41.

[179] _Inf._, XXI, 31-6. Un demonio dalle scapule acute descrive

CESARIO DI HEISTERBACH, _Op. cit._, dist. V, cap. 5.

[180] I diavoli che tormentavano San Gutlac (m. 714) sono, per

citare un esempio, così descritti: _Erant enim aspectu truces,

forma terribiles, capitibus magnis, collis longis, macilenta facie,

lurido vultu, squallida barba, auribus hispidis, fronte torva,

trucibus oculis, ore foetido, dentibus equinis, gutture flammivomo,

faucibus tortis, labro lato, vocibus horrisonis, comis combustis,

buccula crassa, pectore arduo, femoribus scabris, genibus nodosis,

cruribus uncis, talo tumido, plantis aversis, ore patulo, clamoribus

raucisonis_. (_Acta Sanctorum_, Apr., t. I, p. 42). Confronta con

questi i diavoli veduti da S. Furseo che avevan capi come caldaje di

rame. (_Acta Sanctorum_, Genn., t. II, p. 37. Avverto che l'edizione

degli _AA. SS._ da me citata è sempre quella di Venezia). A cominciare

dall'XI secolo la figura del diavolo si fa sempre più mostruosa,

e raccoglie in sè, accozza e sovrappone tutte le possibili forme e

parvenze del brutto, dello sconcio, dell'orrendo. La pittura e la

scoltura, quasi per dare immagine della ingenita disarmonia della

natura diabolica, a gara congiunsero nei corpi maledetti le forme più

disparate e più repugnanti dell'umano e del bestiale, trasmodando

spesso nella più pazza caricatura, e preparando le paurose e in

un comiche immaginazioni di Gerolamo Bosch, di Pietro Breughel, di

Giacomo Callot e di Salvator Rosa. Per la figura attribuita ai demonii

nel medio evo, vedi VON BLOMBERG, _Studien zur Kunstgeschichte und

Aesthetik_, P. I: _Der Teufel und seine Gesellen in der bildenden

Kunst_, Berlino, 1867, pp. 25-53; WESSELY, _Die Gestalten des Todes

und des Teufels in der darstellenden Kunst_, Lipsia, 1876, pp.

75-92; TWINING, _Symbols of early christian art_, Londra, 1860, tav.

LXXV-LXXX; WRIGHT, _A History of Caricature and Grotesque in Literature

and Art_, Londra, 1875, cc. III, IV, XVII e passim.

[181] _Inf._, XXXIV, 18.

[182] _Inf._, XXXIV, 28 sgg.

[183] Vedi DIDRON, _Iconographie chrétienne. Histoire de Dieu

(Collection de documents inédits de l'histoire de France)_, Parigi,

1843, pp. 543-6; DIDRON et DURAND, _Manuel d'iconographie chrétienne_,

Parigi, 1845, p. 78; VIOLLET-LE-DUC, _Dictionnaire raisonné de

l'architecture_, Parigi, 1867-68, s. v. _Trinité_. Non è dunque il caso

di ricordarsi con l'OZANAM, _Op. cit._, p. 108, di Ecate Triforme,

e nemmeno è da ricordarsi di Cerbero, sebbene Cerbero possa aver

suggerito l'idea di un demonio, non con tre facce, ma con tre teste.

Al ricordo di Cerbero è dovuto probabilmente il tricefalo Beelzebub

che si ha in una omelia di Eusebio di Alessandria (sec. VI?) e altrove

(PIPER, _Op. cit._, vol. I, p. 403). GIOVANNI WIER dice che il demonio

Bael ha tre teste, una di rospo, l'altra d'uomo, la terza di gatto

(_Pseudomonarchia daemonum_, _Opera_, Amsterdam, 1660, p. 650).

[184] Vedila riprodotta nella citata opera del WRIGHT, p. 56.

[185] _Inf._, III, 5-6.

[186] CARAVITA, _I codici e le arti a Montecassino_, Montecassino, 1869

sgg., vol. I, pp. 245 sgg.

[187] DIDRON et DURAND, _Op. cit._, p. 78. Se la figurazione in

discorso era già familiare alle arti rappresentative, prima che Dante

la recasse nel suo poema, si vede quanto bisogni andar guardinghi

nell'asserire che il tale o tale altro pittore contemporaneo di Dante,

o di poco posteriore, da Dante appunto ne abbia tratto il concetto.

Ciò si afferma comunemente di Giotto, dell'Orcagna, dell'incerto, che

nel Campo Santo di Pisa dipinse il Giudizio Universale, di altri.

Quanto all'Orcagna non può esservi dubbio, perchè il Lucifero da

lui dipinto nella Cappella degli Strozzi in Santa Maria Novella di

Firenze, risponde a capello al Lucifero dantesco, meno la particolarità

di un serpente che il pittore attorcigliò al braccio destro del suo

demonio, e di cui non è cenno nel poeta. (Cfr. DOBBERT, _Orcagna_,

nella raccolta del DOHME, _Kunst und Künstler des Mittelalters und

der Neuzeit_, Lipsia, 1875 sgg., t. II, P. I, p. 63). Ma la cosa

va altrimenti pel Lucifero che con sola una bocca divora i dannati,

dipinto da Giotto nell'Oratorio degli Scrovegni, nell'Arena di Padova,

e per quello che campeggia nel Giudizio Universale del Campo Santo

di Pisa. Rispetto al primo basterebbe avvertire che gli affreschi di

Giotto in Padova sono anteriori alla _Divina Commedia_. Ad ogni modo

nota in proposito G. G. AMPÈRE: _La tradition veut que le Giotto ait

exprimé dans ces peintures les idées de Dante; elle ajoute même que

le peintre était venu à Padoue tout exprès pour y voir le poëte. Le

premier coup d'oeil donné au_ Jugement dernier _peint par le Giotto

sur un des murs de l'_Arena, _montre l'erreur de cette supposition_.

(_Voyage dantesque. La Grèce, Rome et Dante, études littéraires_,

nuova edizione, Parigi, 1859, p. 333). Nulla più plausibile, del

resto, mi sembra l'opinione espressa dal JESSEN, _Die Darstellung

des Weltgerichts bis auf Michelangelo_, Berlino, 1883, pp. 44, 49,

che Dante abbia tolta da Giotto l'idea del suo Lucifero. Rispetto

al Lucifero del Campo Santo di Pisa, basta far osservare: che esso

è senz'ali; seduto tra le fiamme, e non confitto nel ghiaccio; che

ha un peccatore in ciascuna mano; che altri peccatori gli escon dal

corpo, o gli entran nel corpo, per due aperture, nell'epigastrio e

nell'inguine; ch'egli ha il corpo rivestito di ferrea armatura; il

tutto conformemente a figurazioni già ricevute nell'arte. E pure dice

lo stesso AMPÈRE, _Op. cit._, p. 239, che questo Lucifero è ritratto da

quello di Dante. Una bocca nell'epigastrio, o nell'inguine, ha anche

il Lucifero veduto da Guerino il Meschino. Cf. RENIER, _Op. cit._, p.

cix. Vedi pure THODE, _Franz von Assisi und die Anfänge der Kunst der

Renaissance in Italien_, Berlino, 1885, p. 460.

[188] _Decam._, gior. VIII, nov. 9. Che dovesse essere un Lucifero

maciullator di dannati, si rileva dalle parole che il Boccaccio pone in

bocca a Bruno: «O me!... maestro, che mi domandate voi? egli è troppo

gran segreto quello che voi volete sapere, et è cosa da disfarmi e da

cacciarmi del mondo; anzi da farmi mettere in bocca del Lucifero da San

Gallo, se altri il risapesse...».

[189] Così notò il Fanfani nella edizion del _Decamerone_ da lui

procurata. Io non ho agio di compulsar tutti i numerosi libri dello

scrittor veneziano, e però non posso dire in quale di essi la notizia

si trovi. Nel _Ritratto delle più nobili et famose città d'Italia_, là

dove si parla di Firenze, non n'è cenno.

[190] _Inf._, XXXIV, 22-7.

[191] _Op. cit._, dist. V, c. 30.

[192] _Op. cit._, l. II, c. 57, num. 38.

[193] _Inf._, XIII, 124-9.

[194] _Inf._, XXIV, 82 sgg.; XXV, 4 sgg.

[195] _Inf._, XXV, 22-5.

[196] Cap. 14, nel IV volume della _Divina Commedia_, ediz. del De

Romanis, Roma, 1817, p. 120. La Visione si trova anche nelle edizioni

della Minerva e del Ciardetti.

[197] Cf. nel vol. I dei _Principles of Sociology_ dello SPENCER

l'istruttivo capitolo intitolato _Animal-worship_.

[198] _Purg._, XII, 25-6; _Parad._, XIX, 47.

[199] Che _strupo_ stia per _stupro_, con metatesi della _r_, ammise

recentemente anche lo ZINGARELLI, _Parole e forme della_ Divina

Commedia _aliene dal dialetto fiorentino_, nel fasc. 1º degli _Studî di

filologia romanza_ del MONACI, Roma, 1884, p. 158.

[200] Vedi sopra p. 81.

[201] _Parad._, IX, 129. _Invidia autem diaboli mors introivit in orbem

terrarum_ (Sap. II, 24). Se la _invidia prima_ cui accenna Virgilio

(_Inf._, I, 109), sia questa stessa invidia di Satana, è cosa che

lascerò giudicare ad altri. Cfr. POLETTO, _Dizionario dantesco_, s. v.

_Diavolo_.

[202] _Lettera_ VII, 1, ediz. Fraticelli.

[203] _Purgat._, XI, 20.

[204] _Inf._, XXXIV, 108.

[205] _Purgat._, XIV, 145-6.

[206] _Purgat._, VIII, 95 sgg.

[207] _Parad._, XXVII, 26.

[208] _Inf._, XXIII, 144.

[209] _Inf._, XXIII, 16; _Purgat._, V, 112.

[210] _Inf._, XXII, 42.

[211] _Inf._, III, 84 sgg.

[212] _Inf._, XXVII, 126.

[213] _Inf._, VII, 9.

[214] _Inf._, VIII, 23-4.

[215] _Inf._, VIII, 83-4.

[216] _Inf._, XII, 14-5.

[217] _Inf._, XXI, 131-2.

[218] _Inf._, XXI, 44, 67-8; XXIII, 16-8.

[219] _Inf._, XXI, 123.

[220] _Inf._, VIII, 124-6. Alla discesa di Cristo all'Inferno,

conformemente al racconto dell'apocrifo Evangelo di Nicodemo, allude

Dante in altri due luoghi (_Inf._, IV, 52-63; VII, 38-9). È noto che

molti libri apocrifi ebbero nel medio evo autorità non minore dei libri

canonici: l'Evangelo di Nicodemo fu uno dei più diffusi. Vedi WUELCKER,

_Das Evangelium Nicodemi in der abendländischen Literatur_, Paderborn,

1872. Una versione italiana di esso, fatta nel Trecento, fu pubblicata

da CESARE GUASTI, _Il Passio o Vangelo di Nicodemo_, Bologna, 1862,

_Sc. di cur. lett._, disp. 12.

[221] _Inf._, III, 88-93; V, 16-20; VI, 22-4; VII, 1-6; VIII, 82 sgg.;

IX, 52-4; XXXI, 12 sgg.

[222] Caronte, Minosse, Plutone, altri demonii, si chetano alle parole

di Virgilio e non fanno altro contrasto; ma a vincere la resistenza

dei demonii che custodiscono la città di Dite, è necessario scenda un

angelo apposta (_Inf._, IX, 76-103). Anche qui, come sempre, gli angeli

sono i naturali avversarii dei diavoli. Nelle Visioni molto spesso

gli angeli vengono in soccorso delle anime che compiono il periglioso

viaggio.

[223] _Inf._, XXI, 100-2.

[224] _Inf._, XXIII, 139-41.

[225] _Inf._, XXIII, 34-6.

[226] Ap. PERTZ, _Mon. Germ., Script._, t. V, p. 458. Un caso consimile

si ha nella Visione del cavaliere Owen.

[227] _Historia ecclesiastica_, l. V, c. 12.

[228] Cap. 15.

[229] _Inf._, XXII, 133-41. Una zuffa di diavoli si ha pure nella

_Visio Tnugdali_, c. 3.

[230] _Inf._, XII, 97-102.

[231] _Inf._, XVII, 79 sgg.

[232] _Inf._, XXXI, 130 sgg.

[233] S'intende che opinioni più o meno disformi da queste non

mancarono. Vedi S. TOMMASO, _Quaestiones disputatae de potentia Dei_,

quaest. XVI, art. 6, 7, 8;_ Summa theol._, P. I, qu. LXXXVI, art. 4;

S. BONAVENTURA, _Sententiae_, l. II, dist. VII, P. 2ª, art. I, qu. 3.

Secondo ONORIO AUGUSTODUNENSE i demonii conoscono le male cogitazioni

degli uomini, non le buone (_Scala coeli_, c. 12): in molte storie

d'indemoniati si legge che gli spiriti maligni rivelarono occultissimi

pensamenti degli esorcisti, o di altre persone.

[234] _Conv._, III, 13.

[235] _Inf._, XXVII, 121-3. In un racconto di Cesario di Heisterbach

il principe dei demonii dice ad un suo consigliere: Olivere, semper

curialis fuisti (Dialogus miraculorum, ediz. cit., dist. V, c. 3:

questo demonio curiale è ricordato anche nel c. 35 della stessa

distinzione). Buon loico si mostra anche il demonio nel contrasto suo

con la Vergine, narrato da Bonvesin da Riva. Se ignaro della buona

filosofia, il demonio doveva essere edotto della sofistica, anzi

maestro d'essa; ricordisi la storia di quello scolare di Parigi, che

morto e andato a perdizione, apparve al maestro con una cappa tutta

piena di sofismi indosso, storia narrata dal PASSAVANTI, _Specchio

della vera penitenza_, dist. III, c. 2. E non dimentichiamo che il

demonio disputava assai acremente di teologia con Lutero.

[236] _Inf._, III, 88-93, 127-9.

[237] _Inf._, VIII, 18. In ben più grossi errori potevano cadere i

demonii. GREGORIO MAGNO racconta (_Dialog._, l. IV, c. 36) di certo

uomo nobile, per nome Stefano, il quale, in Costantinopoli, subitamente

infermò e morì. Condotto dinanzi al giudice infernale, udì questo

gridare: «Io ordinai di portar giù Stefano ferrajo e non costui».

Ed ecco, tornato al mondo Stefano nobile, muore incontanente Stefano

ferrajo. Notisi la presenza di quel giudice infernale, come in Dante.

[238] _De vulg. el._, I, 2.

[239] Veramente Dante sembra aver conceduto più scienza alle anime

dannate che ai demonii. Esse hanno cognizione del futuro: Ciacco

(_Inf._, V, 64-75), Farinata degli Uberti (X, 79-81), Reginaldo degli

Scrovegni (o chi altri si sia, XVII, 67-9), Vanni Fucci (XXIV, 142-51),

predicono varii casi al poeta. Dovrebbero, invece, secondo dice lo

stesso Farinata (X, 108-4), ignorare le cose prossime o presenti; ma

Ciacco sa la pena di altri dannati (VI, 85-7).

[240] _Purgat._, V, 109-29. San Tommaso ammette che il diavolo

possa, non _naturali cursu_, ma _artificialiter_, produrre pioggia

e vento (_Comment. in Job._, c. 1 e altrove). I fenomeni atmosferici

erano più particolarmente soggetti alla potestà del demonio: TOMMASO

CANTIPRATENSE attribuiva al demonio le illusioni della _fata morgana_

(_Op. cit._, l. II, c. 57, n. 29).

[241] _Inf._, XXIV, 112-4.

[242] _Inf._, XXXIII, 124-32.

[243] _Inf._, XXXIII, 134-57.

[244] _Commento_, al c. cit., v. 130.

[245] _Op. cit._, ed. cit., dist. XII, c. 4.

[246] _Op. cit._, ed. cit., l. II, c. 57, num. 5.

[247] _Op. cit._, ed. cit., c. CXVIII, p. 504.

[248] _Acta SS._, Genn., t. II, p. 792.

[249] _Acta SS._, Febbr., t. III, p. 132. La credenza durò a lungo

anche dopo Dante: vedi, a questo proposito, una predica di Giovanni

Geiler di Kaisersberg (1445-1510) sommariamente riferita da A. STOEBER,

_Zur Geschichte des Volksaberglaubens im Anfange des XVI Jahrhunderts_,

2ª ediz., Basilea, 1875, p. 68. Nel secolo XVIII tale credenza non era

ancora in tutto dileguata.

[250] SAN BONAVENTURA, _Sententiae_, l. II, dist. V, art. II, qu.

1; ALBERTO MAGNO, _Summa theol._, P. II, tratt. V, qu. 25, m. 3; S.

TOMMASO, _Summa theol._, P. I, qu. LXIV, art. 4. Anche a proposito di

ciò si trova del resto qualche incertezza.

[251] _Purgat._, VIII, 94-108.

[252] Vedi BAUTZ, _Das Fegfeuer_, Magonza, 1883, p. 149.

[253] Alcuni posero l'Inferno nell'aria, altri nella Valle di Giosafat,

sotto i poli, agli antipodi, nel sole, in isole remote, nell'estremo

Oriente, nei vulcani, fuori del mondo. Vedi RUSCA, _De inferno et statu

daemonum ante mundi exitium_, Milano, 1621, capp. 31-50.

[254] _Inf._, VIII, 126.

[255] _Inf._, V, 15.

[256] _Inf._, VIII, 84-5.

[257] _Apocalyp._, XX, 1-3.

[258] Nella _Visio Tnugdali_, c. 14, Lucifero, rappresentato

gigantesco, come nella _Divina Commedia_, e con mille braccia, è

legato con catene sopra una graticola e arrostito in eterno. (Cfr. una

immagine tolta da un manoscritto contenente poesie dell'anglosassone

Caedmon nella citata opera del WRIGHT, p. 55). Un Satana legato è

pure nell'Evangelo apocrifo di San Giovanni secondo i Catari, e nella

_Pistis Sophia_, apocrifo gnostico. Nella Visione di Alberico (c. 9)

un _vermis infinitae magnitudinis_ è legato con una catena dinanzi

alla entrata dell'Inferno ed è forse reminiscenza di Cerbero. Di

solito Lucifero si pone nel fondo dell'abisso (vedi la Visione di un

monaco narrata da BEDA, _Hist, eccl._, l. V, c. 14; la Visione del

fanciullo Guillero, riferita da VINCENZO BELLOVACENSE, _Spec. hist._,

l. XXVIII, c. 84, ecc.). Circa l'opinione che Lucifero non possa uscir

dall'Inferno, cfr. BAUTZ. _Die Hölle_, Magonza, 1882, p. 135.

[259] _Inf._, XXXI, 85-90.

[260] _Inf._, XXXI, 101.

[261] _Inf._, XXIII, 55-7.

[262] _Summa theol._, P. I, qu. CIX, art. I, II. Cfr. ALBERTO MAGNO,

_Summa theol._, P. II, tratt. VI, qu. 26, m. 1. Una gerarchia diabolica

si ha già nel _Libro d'Enoch_, anteriore al cristianesimo. Cfr.

BAUTZ, _Die Hölle_, pp. 135-6. Beelzebub è detto principe dei demonii

nell'Evangelo di Matteo, XII, 24; in quello di Luca, XI, 15.

[263] _Inf._, XXXIV, 1, 28.

[264] _Inf._, VII, 1.

[265] _Inf._, XII, 64 sgg.

[266] _Inf._, XXI, 76 sgg.

[267] _Inf._, VIII, 13 sgg.

[268] _Inf._, XXV, 16 sgg.

[269] _Inf._, XXXIV, 55 sgg.

[270] _Inf._, XXXIV, 28.

[271] _Inf._, IX, 43-4. _Meschine_ nel significato del fr. _meschines_,

ancelle.

[272] Luc., XI, 18; Giov., XII, 31.

[273] Vedi, p. es., la Vita che di San Basilio, arcivescovo di Cesarea,

scrisse Amfilochio, vescovo d'Iconio, in ROSWEY (e non ROSWEYD, come

si scrive comunemente) _Vitae Patrum_, Anversa, 1615, p. 156; GIACOMO

DA VORAGINE, _Legenda aurea_, ed. cit., c. LXVIII, p. 310; _Acta

SS._, Maggio, t. VI, p. 405; GUGLIELMO DI MALMESBURY, _De gestis regum

Anglorum_, ap. PERTZ, _Mon. Germ., Script._, t. X, pp. 471-2.

[274] _De Bab. civ. inf._, ediz. cit., vv. 25, 65, 125.

[275] _Inf._, XXVII, 112-20.

[276] _Purgat._, V, 100-8.

[277] Di questa specie di contrasti, pure molto importanti, non

è cenno nel recente libro di L. SELBACH,_ Das Streitgedicht in

der altprovenzalischen Lyrik, und sein Verhältniss zu ähnlichen

Dichtungen anderer Litteraturen_, Marburgo, 1886, dove di molte altre

specie si tocca. Vedi quanto di essa dicono lo ZARNCKE, _Ueber das

althochdeutsche Gedicht vom Muspilli, Ber. üb. d. Verhandl. d. k.

sächs. Gesellsch. d. Wiss._ Philol.-hist. Cl., t. XVIII, 1866, pp.

202-13, e il D'ANCONA, _Origini del teatro in Italia_, Firenze, 1877,

vol. II, pp. 29-36; 2ª ediz., Torino, 1891, pp. 552-60.

[278] Vedi GIOVANNI CASSIANO (m. poco dopo il 432), _Collationes

patrum,_ collat. VIII, c. 17.

[279] BALUZE, _Capitularia_, t. II, p. 104.

[280] _Epist_. 10, in JAFFÈ, _Monumenta Moguntina, Bibl. rer. germ._,

t. III, Berlino, 1866, p. 55. Il contrasto assume qui un carattere

anche più largo. L'anonimo visionario si udì accusare dai proprii

peccati, difendere dalle proprie virtù, fatti in certo modo persone:

un uomo già da lui percosso e ferito, compare, tuttochè vivo ancora,

ad accusarlo. Abbiamo già l'embrione di un regolare processo. Angeli e

demonii formavano due eserciti, sempre in guerra tra loro. Una volta,

nel deserto, l'abate Isidoro mostrò all'abate Mosè, dalla parte di

Occidente l'esercito dei diavoli, dalla parte di Oriente l'esercito

degli angeli, quello pronto ad assaltare i santi uomini, questo a

difenderli: RUFINO DI AQUILEJA, _De vitis patrum_, l. II, c. 10.

[281] Probabilmente era questa una tradizione rabbinica. I rabbini

narrarono pure una specie di contrasto fra Sammaele, l'angelo della

morte, e Mosè, che non vuol morire, e lo mette in fuga; poi fra

l'anima di Mosè, la quale non vuole uscire del corpo, e Dio stesso,

che è venuto per prenderla. Vedi EISENMENGER, _Entdecktes Judenthum_,

Königsberg, 1711, vol. I, pp. 858-61.

[282] Cfr. per la credenza, anche fuori del cristianesimo, MAURY,

_Essai sur les légendes pieuses du moyen-âge_, Parigi, 1843, p. 81. Per

la opinione, del resto non sostenibile, che le origini della credenza

cristiana sieno da cercare nel paganesimo germanico, vedi GRIMM, _Op.

cit._, vol. I, pp. 349; II, 698-9.

[283] BOUQUET, _Recueil des historiens des Gaules_, t. II, p. 593.

[284] _Hist. eccl._, l. V, c. 13. Sant'Agostino vide una volta il

diavolo con un gran libro sopra le spalle, il libro dove notava per

ordine tutti i peccati degli uomini. Aveva ad esser ben grande: di

solito ciascun peccatore ha il suo libro particolare. L'idea di questo

libro diabolico fu suggerita, probabilmente, per ragion di contrasto,

dal libro della vita, di cui è più d'una volta menzione nelle

Scritture.

[285] Caratteristico a tale proposito è il racconto riferito da LEONE

MARSICANO (m. 1115) nella _Chronica Montis Casinensis_, all'anno

1024. Un monaco, stando in orazione la notte, vede passare con grande

ruina una turba di diavoli. Chiamatone uno, gli chiede ove vadano, e

avutone in risposta che vanno a torsi l'anima dell'imperatore Enrico

III, protesta di non credere che Dio possa darla loro nelle mani, e

gl'impone di venirne a lui al ritorno, a narrargli l'evento. Passati

due giorni, ecco riapparire il malvagio spirito, con volto dimesso,

con portamento lugubre, e narrare al monaco la disfatta propria e de'

suoi. Già era durata un pezzo la contesa fra gli angeli ed essi, quando

di comune accordo fu risoluto di pesare con una bilancia le buone e

le male azioni del morto, e decidere così a chi dovesse appartenerne

l'anima. Dato mano all'esperimento, traboccava la bilancia in favor

dei demonii quand'ecco accorrere anelante San Lorenzo (_semiarsus

ille Laurentius_) e gettar con grand'impeto nel piatto contrario

un calice d'oro che tempo innanzi l'imperatore aveva donato a una

basilica di lui. Incontanente la bilancia trabocca da quella parte,

e i diavoli debbono, confusi e scornati, abbandonare la preda. L. II,

c. 47, ap. PERTZ, _Mon. Germ., Scrip._, t. VII, pp. 658-9. Una storia

consimile si narra dell'anima di Carlo Magno dallo Pseudo Turpino,

c. 32. Queste son due delle parecchie Visioni che dovrebbero essere

registrate e non sono nell'opuscolo, per più rispetti manchevole,

di C. FRITSCHE, _Die lateinischen Visionen des Mittelalters bis zur

Mitte des 12. Jahrhunderts_, Halle, 1885. La ponderazione delle

anime, o delle azioni, fu spesso figurata dall'arte cristiana in

dipinti, in bassirilievi, nelle chiese, sopra tombe, ecc., ecc. Com'è

noto, la immaginazione antichissima occorre in Egitto, in India, in

Persia, in Grecia, fra' maomettani, fra' Mandaiti, ecc., ecc. Cf.

MAURY, _Recherches sur l'origine des représentations figurées de

la psychostasie, ou pèsement des âmes et sur les croyances qui s'y

rattachent, Revue archéologique_, anno 1844, p.te 1ª, pp. 235-49,

291-307; _Remarques sur la psychostasie_, etc., Rev. arch., anno 1845,

p.te 2ª, pp. 707-17; De Witte, _Scènes de la psychostasie homérique,

Rev. arch._, anno 1844, p.te 2ª, pp. 647-56.

[286] _Acta SS._, Genn., t. II, p. 37.

[287] _Acta SS._, Marzo, t. III, pp. 570-1. Già GREGORIO MAGNO,

_Dial._, IV, 36, narra di un'anima contrastata, che i diavoli tirano

per le gambe, gli angeli per le braccia, quelli verso l'Inferno, verso

il cielo questi.

[288] Vedi per le origini ROSKOFF, _Op. cit._, vol. I, p. 230.

[289] _Frutti della lingua_, cap. 37.

[290] _Purgat._, V, 109-29.

[291] _Inf._, XXVII, 121-7.

[292] _Inf._, III, 121-6.

[293] _Inf._, XXI, 39-40. Innumerevoli sono le leggende in cui si narra

di sceleratissimi uomini le cui anime, e spesso anche i corpi, sono

portati via a furia dai diavoli. Vedi CESARIO DI HEISTERBACH, _Dial.

Mirac._, dist. XII, cc. 7, 8, 9, 13; PASSAVANTI, _Sp. d. vera penit._,

dist. II, c. 6; GIACOMO DA VORAGINE, _Leg. aurea_, ed. cit., c. CXIX,

p. 516; Pietro il VENERABILE, _De miraculis_, l. I, c. 14; FRA FILIPPO

DA SIENA, _Op. cit._, passim. Morto l'imperatore Enrico II, un eremita

vide una turba di diavoli portarne l'anima, sotto forma di un orso, al

giudizio, che le riuscì per altro favorevole (_Acta SS._, Giugno, t.

II, p. 1003).

[294] _Inf._, III, 111.

[295] Ma, pel vestibolo, bisogna tener conto dei mosconi e delle vespe,

che ai vigliacchi rigano di sangue il volto, e che potrebbero essere

diavoli trasformati.

[296] _Inf._, VI, 18.

[297] _Inf._, VII, 25-30.

[298] _Inf._, VIII, 58-60.

[299] _Inf._, XXXII, 130-2; XXXIII, 76-8.

[300] L'anima è già in preda a tutti i tormenti dell'arsura e del gelo

che si avvicendano:

Staganto en quel tormento, sovra ge ven un cogo,

Ço è Baçabù, de li peçor del logo,

Ke lo meto a rostir, com'un bel porco, al fogo,

En un gran spe de fer, per farlo tosto cosro.

E po prendo aqua e sal e caluçen e vin

E fel e fort aseo, tosego e venin,

E si ne faso un solso ke tant è bon e fin,

Ca ognunca Cristian sì guarda el Re divin.

_De Bab. civ. inf._, ediz. cit., vv. 117-24. Veggansi le pene descritte

nella Visione di Tundalo, le più spaventose forse e le più strane

che mai siensi immaginate da mente in delirio. Se è vero ciò che

San Gregorio Magno afferma, essere i tormenti dei dannati gradito

spettacolo agli eletti, Dante mostrò di avere del gusto dei santi

miglior concetto che non i contemporanei suoi.

[301] _Inf._, XII, 73-5.

[302] _Inf._, XI, 76-90.

[303] _Inf._, XIII, 124-9.

[304] _Inf._, XXIV, 82 sgg.; XXV, 1 sgg.

[305] _Inf._, XIII, 101-2.

[306] _Inf._, XVIII, 35-6.

[307] _Inf._, XXI, 52-7; XXII, 34-6.

[308] _Inf._, XXVIII, 37-8.

[309] _Inf._, XXXIV, 52-7. Cfr. quanto dei demonii, quali tormentatori

dei dannati, dice S. TOMMASO, _Suppl_. qu. LXXXIX, art. 4. L'idea di

porre nelle bocche, o fra gli artigli di Lucifero, o più prossimi a lui

i peccatori massimi, era una idea ragionevole e ovvia. Già un monaco,

di cui Beda narra la Visione _(Hist. eccl._, l. V, c. 14), vide Satana

immerso nel più profondo dell'Inferno, e vicino a lui Caifa e gli altri

che uccisero Cristo.

[310] _Inf._, XXXIV, 53-4.

[311] _Parad._, XXVII, 22-7.

[312] _Inf._, XXI, 137-9.

[313] _Inf._, XXII, 97-123.

[314] _Inf._, XXII, 133-51.

[315] Nella leggenda di S. Caradoc si vede il diavolo far lazzi e

capriole da saltimbanco e da buffone (_Acta SS._, Apr., t. II, p. 151).

San Gerolamo racconta che un sant'uomo vide una volta un diavolo ridere

sgangheratamente. Chiestagli il santo la cagion del suo riso, quegli

rispose che un suo compagno diavolo stava seduto sullo strascico di una

donna, e ch'egli lo vide tombolare per terra, quando la donna, dovendo

passare un luogo fangoso, alzò la veste. Una volta il diavolo tenta con

una gran sete S. Lupo, mentre sta in orazione. Il santo si fa recare un

vaso d'acqua fresca, e il diavolo subito ci si caccia dentro, sperando

di poter così entrare in corpo al buon servo di Dio; ma il buon servo

di Dio, che ha conosciuto l'inganno, pone sul vaso il guanciale del

letto, e tiene prigioniero il diavolo sino alla mattina, lasciandolo

strillare a sua posta (GIACOMO DA VORAGINE, _Legenda aurea_, ediz.

cit., c. CXXVIII, p. 580). Esempii sì fatti si potrebbero moltiplicare

all'infinito. Il diavolo appar ridicolo anche in alcuni _fableaux_ e

_contes dévots_, e ridicolissimo spesso lo rappresentano le arti.

[316] Vedi COLLIER,_ The history of english dramatic poetry_, Londra,

1831, vol. II, p. 262; ROSKOFF, _Op. cit._, vol. I, pp. 359 sgg.

[317] _Adam, drame anglo-normand du XIIe siècle_, pubblicato la prima

volta da V. LUZARCHE, Tours, 1854, pp. 16, 18, 43. Una nuova edizione,

critica, pubblicò L. PALUSTRE, Parigi, 1877. Cfr. PETIT DE JULLEVILLE,

_Les Mystères_, Parigi, 1880, vol. I, p. 83. Una delle didascalie del

dramma (ediz., Luzarche, p. 43) dice così: _Tunc veniet diabolus,

et tres vel quatuor diaboli cum eo, deferentes in manibus chatenas

et vinctos ferreos, quos ponent in collo Ade ed Eve. Et quidam eos

impellunt, alii eos trahunt ad infernum. Alii vero diaboli erunt juxta

infernum obviam venientibus, et magnum tripudium inter se faciunt de

eorum perdicione; et singuli alii diaboli illos venientes monstrabunt,

et eos suscipient et in infernum mittent, et in eo facient fumum magnum

exurgere, et vociferabuntur inter se in inferno gaudentes, et collident

caldaria et lebetes suos, ut exterius audiantur. Et facta aliquantula

mora, exibunt diaboli discurientes per plateas; quidam vero remanebunt

in infernum_. Di che natura avessero ad essere quei tripudii e a quali

scene dovessero dar luogo quelle corse per la piazza, tra il popolo,

possiamo immaginare facilmente.

[318] _Origini del teatro in Italia_, vol. II, p. 13; 2ª ediz., vol. I,

p. 534.

[319] _Cronica_, l. VIII, c. 70.

[320] Questi nomi sono: Malebranche, nome collettivo, Malacoda,

Scarmiglione, Alichino, Calcabrina, Cagnazzo, Barbariccia, Libicocco,

Draghignazzo, Ciriatto, Graffiacane, Farfarello, Rubicante. Parecchi

di essi diedero da arzigogolare ai commentatori; e su che cosa non

arzigogolarono i commentatori? Io non imiterò il loro esempio; noterò

solo che _Alichino_, anzichè derivare dal _chinar le ali_, come piacque

ad alcuno, potrebbe essere l'_Hellequin_ dei Francesi, che già si trova

ricordato da Elinando e da Vincenzo Bellovacense.

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, vol. II · 第 28 / 75 题