Fra le devote leggende più diffuse e più celebri nel medio evo,
diffusissima e celeberrima fu quella di Pilato. Germogliata nei
primi secoli del cristianesimo, cresciuta smisuratamente dipoi,
trapiantata d'uno in altro suolo, essa soggiacque a varia fortuna,
ebbe molte e curiose vicende, si mutò in tutto da quella ch'era stata
in origine. I primi cristiani, solleciti di raccogliere quante più
prove e testimonianze potevano in favore dell'insidiata e combattuta
lor fede, giudicarono molto benignamente il giudice pusillanime;
affermarono ch'egli aveva fatto quant'era in poter suo per istrappar
Gesù all'ingiusto supplizio; mostrarono una lettera da lui scritta
all'imperatore, nella quale era ampiamente riconosciuta l'innocenza
del Nazareno ed esecrata la malvagità de' nemici suoi; giunsero a
dire persino ch'egli era morto martire della fede. Mutati i tempi,
e assicurato il trionfo della Chiesa, mutarono anche i giudizii. La
sospetta testimonianza, divenuta inutile ormai, fu lasciata volentieri
in disparte, e sotto l'influsso di un altro pensiero, in virtù di
un postulato della coscienza che voleva colpiti da formidabile e
condegno castigo quanti, in un modo o in un altro, avevano avuto parte
nella condanna e nella morte del Redentore, cominciò un lavoro delle
fantasie in tutto diverso da quel di prima, e la leggenda si trasformò,
e, starei per dire, si capovolse. Ecco Pilato diventare un pessimo
scelerato, degno d'andarne alla pari co' rei giudici del Tempio e
con lo stesso Giuda. Si narra allora come l'imperatore lo chiamasse
al suo cospetto per chiedergli conto della morte del Giusto; come
rigorosamente il punisse; come il punito si togliesse da se stesso
la vita, e il maledetto suo corpo fosse tramutato di luogo in luogo,
cagione sempre alla terra che raccoglieva di turbamenti e di calamità.
Si ricercano le origini di lui, il paese ove nacque, i primi suoi
fatti, e tutta una storia s'immagina, la quale cel mostra malvagio sino
dalla puerizia, e spiega il gran misfatto finale. La sua leggenda si
lega ad altre leggende celebri, a quella della Veronica, a quella della
vendetta del Salvatore, fa corpo con esse, riceve da esse nuovo vigore
e notorietà nuova. Egli finisce con Giuda, e con alcun altro massimo
scelerato, fra le mascelle formidabili di un Satanasso trifronte, nel
più profondo e tenebroso abisso d'inferno.
Io ho ricordate brevemente le origini e le vicende della leggenda di
Pilato; ma non è mio proposito di addentrarmi nello esame e nella
discussione di essa. Tale lavoro fu già fatto, se non in modo che
possa dirsi compiuto, almeno in modo sufficiente, e qui non accade
ripeterlo[321]. Io intendo solamente far parola di alcune immaginazioni
che si riferiscono alla presenza di Pilato in Italia, e che
propriamente appartengono a quella parte della leggenda ove si narra
della sorte toccata al corpo di lui. In tale argomento sono da notare
alcune cose che non furono, per quanto io mi sappia, notate e che non
mancano di curiosità.
La leggenda, o, a meglio dire, le varie versioni di essa, fanno nascere
Pilato in Vienna di Francia, o in Lione, o in Magonza, o in Forchheim,
o nei dintorni di Bamberga, o in Ispagna. La ragione di tale varietà
facilmente s'intende quando si pensi che, affermando patria di alcun
celebre tristo la tale o tal città, la tale o tale regione, si dava
sfogo di consueto a passioni d'inimicizia e di gelosia, e durevole
e concreta espressione a un intendimento ingiurioso. Ciò che si fece
per Pilato si fece, com'era naturale, anche per Giuda. In un luogo del
_Dittamondo_ Fazio degli Uberti dice:
Entrati nella Marca, com'io conto,
Io vidi Scarïotto onde fu Giuda,
Secondo il dir d'alcun, da cui fu conto[322].
Giuda fu dunque fatto nascere, oltrechè in molti altri luoghi, anche
in Italia, e in più luoghi d'Italia, similmente, fu fatto nascere
Pilato. Durante il medio evo soleva mostrarsi in Roma, tra l'altre cose
mirabili, anche una torre, o casa, o palazzo di Pilato[323].
La fine di Pilato è, nelle varie versioni della leggenda, narrata assai
diversamente. Egli morì sotto Tiberio, sotto Caligola, sotto Nerone,
sotto Vespasiano e Tito: fu fatto decapitare; fu ucciso dallo stesso
Nerone furente; fu scorticato; fu cucito, come si usava coi parricidi,
in una pelle di bue, insieme con un gallo, una vipera ed una scimia, e
lasciato morire al sole; fu chiuso in una torre, ed egli con le proprie
sue mani si uccise; fu, con la torre insieme, inghiottito dalla terra.
La credenza che egli si fosse ucciso, suggerita forse dall'esempio
di Giuda, e dal desiderio di far commettere al reo un'ultima colpa, a
giudizio di cristiani gravissima, è molto antica e quasi cancellò tutte
le altre: ad essa si legano, e da essa in certo qual modo derivano, i
racconti in cui si dice delle vicende cui andò soggetto dopo la morte
il corpo maledetto, e dei danni ch'esso produsse. Secondo un racconto
più antico, Pilato si uccise nella città di Vienna, dov'era stato
chiuso in una torre, e il suo corpo fu gettato nel Rodano. Secondo un
racconto più recente, e che ebbe poi molto maggior diffusione, Pilato
si uccise in Roma, e il corpo suo fu da prima gettato nel Tevere,
poi tolto di là, trasportato in Gallia e buttato nel Rodano, ove non
rimase nemmeno. Non solamente questi due racconti, che io reco qui
in una forma meramente schematica, ma anche altri, sui quali non ho
bisogno di soffermarmi, dan notizia dei turbamenti prodotti dal corpo
sommerso del suicida e delle successive traslazioni che ne furono la
conseguenza[324].
In un racconto latino intitolato _Mors Pilati qui Jhesum condemnavit_,
pubblicato dal Tischendorf[325], si dice che Tiberio, fatto venire
a Roma Pilato, ordinò fosse chiuso in un carcere, poi radunò il
consiglio perchè pronunziasse sentenza sopra di lui. Saputo d'essere
stato condannato a morire di morte turpissima (_ut morte turpissima
damnaretur_) Pilato con un coltello si uccise. «Informato della morte
di Pilato, Cesare disse: Veramente è morto di morte turpissima colui
che non risparmiò se stesso. Fu legato a un enorme masso e gettato nel
Tevere. Ma gli spiriti maligni e sordidi, tripudiando per amor di quel
corpo maligno e sordido, si agitavano tutti nell'acqua, suscitando
terribilmente nell'aria folgori e bufere e tuoni e grandini, così
che teneva gli uomini un orribil timore. Onde i Romani, trattolo
dal Tevere, lo portarono per vituperio a Vienna, e lo sommersero nel
Rodano: Vienna, gli è come dire via Gehennae, poichè era allora luogo
di maledizione. Ma anche quivi accorsero i malvagi spiriti, producendo
le medesime turbazioni. Però gli uomini di quel paese, non potendo
sopportare tanta infestazione di demonii, allontanarono da sè quel
vaso di maledizione e lo buttarono in certo pozzo, ch'era tutto intorno
serrato di monti, dove, per riferimento d'alcuni, si vedono sobbollire
tuttavia le diaboliche macchinazioni»[326]. Così l'ingenuo ed incognito
narratore.
Il codice ambrosiano, dal quale il Tischendorf trasse questo racconto,
è del secolo XIV; ma il racconto stesso risale per lo meno al XII,
nel qual tempo si congiunse alla già ricordata leggenda dei natali
e dei primi fatti del proconsole romano, e diventò parte di maggior
racconto, che, sotto il titolo di _Vita Pilati_, ebbe più redazioni
diverse, e grandissima diffusione. Ciò che nella _Mors Pilati_ si
narra del corpo di costui, sommerso prima nel Tevere, poi nel Rodano,
e gettato da ultimo in un pozzo fra' monti, accenna evidentemente a
più leggende locali già sorte, e al desiderio dell'autore del racconto
di legarle possibilmente tra loro senza negarne nessuna. L'autore,
o, per dir meglio, il compilatore della _Vita_, procede alquanto più
oltre su questa via, e dice che dal Tevere il corpo passò nel Rodano:
che tolto dal Rodano, fu trasportato a Losanna; e che tolto finalmente
anche da Losanna, sempre per le stesse ragioni, fu buttato in un
pozzo dell'Alpi. Questa è la versione che, insieme con molti altri,
accetta anche Giacomo da Voragine (m. 1298) nella _Legenda aurea_[327].
L'anonimo autore di un commento allo _Speculum regum_ di Gotofredo
da Viterbo dice, sebbene in modo erroneo, qualche cosa di più, che
accenna a nuove leggende locali; dice, cioè, che il corpo di Pilato,
estratto dal Rodano, fu gettato in una palude tra' monti, non lungi da
Losanna, vicino a Lucerna: _in montanis_ circa _Losoniam_ (o Losaniam)
_prope Lucernam in quandam paludem proiecerunt_[328]. L'anonimo, il
quale sembra fosse romano, fonde qui insieme due tradizioni diverse,
l'una che si riferiva a Losanna, l'altra che si riferiva a Lucerna,
e, propriamente, al famoso Monte di Pilato, che sorge a ridosso di
quella città[329]. Altre tradizioni del resto sembra non mancassero
in Isvizzera. Un canonico di Zurigo, Corrado a Mure, dice nel suo
_Fabularium_, finito di scrivere nel 1273, che dal Rodano il corpo di
Pilato fu trasportato sul monte Septimer, poco lungi da Chiavenna[330].
Forse quand'egli scriveva, la leggenda lucernese non era nata ancora:
il primo a fare espresso ricordo di quello che ora si chiama il Pilato,
e che prima fu detto il Fracmont, Frakmünd ecc. (_mons fractus_) sembra
sia stato Felice Haemmerlin (Malleolus), morto in Lucerna nel 1457.
S'intende facilmente come la Svizzera, in grazia della sua stessa
configurazione fisica, dovesse essere paese assai favorevole alla
moltiplicazione di così fatte leggende[331].
Con la sommersione del corpo di Pilato nel Tevere, con la credenza
che in Roma si vedesse ancora quella ch'era stata casa del giudice
malvagio, sembra che l'Italia, o almeno una regione di essa, volesse
richiamare più risolutamente a sè una leggenda illustre, la quale per
più altri rispetti le apparteneva. Una leggenda più particolarmente
italiana era sorta; ma questa doveva, come abbiam veduto, comporsi con
altre leggende più antiche, e se voleva tener dietro, come lo stesso
suo spirito le dettava, alle vicende cui andava soggetto il corpo dello
scelerato suicida, doveva uscire d'Italia. Doveva, dico, sino a tanto
che non avesse trovato modo di supplire alle leggende straniere, e di
liberarsi dallo straniero concorso. Ora, un tal modo, o prima o poi,
l'aveva a trovar facilmente.
Notiamo anzi tutto che il luogo della relegazione e della prigionia di
Pilato non era al tutto certo. Si credeva più generalmente fosse stato
in Vienna; ma un racconto famoso, la _Vindicta Salvatoris_, lo poneva
in Damasco[332], e un altro racconto, famoso ancor esso, e di origine
sicuramente italiana, la _Cura sanitatis Tiberii_, lo poneva in una
città di Toscana, variamente detta nei manoscritti Ameria, Amerina,
Cimerina, Timernia, Arimena[333]. La città di Toscana, qual ch'essa
fosse, facendo dimenticare Vienna, faceva dimenticare anche l'avventura
del Rodano, e poneva la leggenda italiana, sciolta da ogni legame con
tradizioni straniere, in condizione di poter narrare a suo modo, e con
intendimento italiano, le vicende del corpo di Pilato. In un racconto
latino intitolato _De Veronilla et de imagine domini in sindone
depicta_, e che volentieri crederei composto in Italia, o derivato da
alcuna fonte italiana, si dice che Pilato fu imprigionato in Roma; che
quivi di sua mano si uccise; che il corpo di lui fu gettato nel mare,
dove tutti i pesci morirono; che trattolo dal mare, i cittadini lo
portarono in un luogo deserto che non si nomina: _in heremum tam longe
duxerunt, ubi nullum hominem venire ultra sciverunt_[334].
Non mancavano luoghi in Italia a cui la leggenda del corpo di Pilato
poteva essere opportunamente legata. Tutte le tradizioni di cui ho
fatto cenno sin qui parlano di danni recati da quel corpo, e parecchie
dicono più specificatamente di formidabili procelle suscitate da esso.
Una conseguenza si può subito prevedere: i luoghi di fama paurosa, le
solitudini de' monti che si credevano infestate dai demonii, i laghi
portentosi di cui da tempo antichissimo si diceva non potervisi gettar
dentro un sassolino senza che se ne levassero tempeste devastatrici,
dovevano, naturalmente, attrarre a sè la leggenda, dovevano, o almeno
potevano, diventare monti e laghi di Pilato. In Italia monti e laghi
così fatti erano meno frequenti che altrove, ma non mancavano: l'Etna
aveva le sue leggende, le aveva il Lago d'Averno presso Pozzuoli, e
Giovanni Boccacci parla del lago Scaffajolo negli Apennini, il quale
suscitava procelle spaventose, come appena ci si gettasse dentro alcuna
cosa[335]. I monti e il lago di Norcia avevano un'antica riputazione
diabolica e magica diffusa per tutta Italia. Quivi ponevasi un antro
della Sibilla, che diè luogo a leggende molto simili a quelle sorte in
Germania intorno al Monte di Venere[336]; quivi ancora si raccolse la
leggenda di Pilato.
Pietro Bersuire (m. 1362) racconta nel suo _Reductorium morale_[337]
la seguente istoria: «Di un terribile esempio che si ha presso
Norcia[338], città d'Italia, udii narrare, come di cosa vera e cento
volte esperimentata, da certo prelato, fra tutti degnissimo di fede.
Diceva egli pertanto essere tra' monti prossimi a detta città un
lago, dagli antichi consacrato ai demonii, e dai demonii sensibilmente
abitato, al quale nessuno oggi può appressarsi (salvo che i necromanti)
senz'essere da quelli portato via. Perciò fu cinto il lago di muri,
guardati da custodi, affinchè non possano andarvi i necromanti a
consacrare i libri loro ai diavoli. E la cosa più terribile è questa,
che la città deve, ciascun anno, mandar per tributo ai demonii, entro
la cerchia dei muri, presso al lago, un uomo vivo, il quale subito
e visibilmente è da essi lacerato e divorato: e dicono che se ciò
non si facesse, sarebbe quella città distrutta dalle tempeste. Ogni
anno sceglie la città alcuno scelerato, e lo manda per tributo ai
demonii. Nè questo io crederei, non avendone mai trovato cenno in
iscrittura alcuna, se da tanto vescovo non l'avessi udito asserir
fermamente»[339].
La storia narrata da Pietro Bersuire ha molta somiglianza con quella
che del monte Cannaro in Catalogna racconta Gervasio da Tilbury nei
suoi _Otia Imperalia_[340]. In essa non è fatto cenno di Pilato, come
non ne è fatto cenno nel _Guerino Meschino_, il quale fu composto
poco dopo il tempo in cui il benedettino francese compilava il suo
_Reductorium_, e dove si parla a lungo dell'antro della Sibilla e
della lieta vita che si menava nei regni sotterranei di lei[341]; ciò
nondimeno, una leggenda in cui figurava Pilato era indubitatamente già
nata, giacchè se ne trova il ricordo nel _Dittamondo_ di Fazio degli
Uberti, il quale visse sino circa il 1367. Nel già citato luogo di
questo poema, Fazio dice, continuando a parlare della Marca:
La fama qui non vo' rimanga nuda
Del monte di Pilato, ov'è uno lago
Che si guarda la state a muda a muda.
Perchè, quale s'intende in Simon Mago
Per sagrar il suo libro là su monta,
Onde tempesta poi con grande smago,
Secondo che per quei di là si conta.
Il Capello nota a questo passo: «El monte de Pilato se dice ch'è supra
Norcia, e lì è un luogo di diavoli, al qual vanno quei che si vogliono
intendere de arte magica», e non aggiunge altro, e forse non sapeva
altro. Può darsi che lo stesso Fazio abbia avuto notizia di questa
leggenda un po' tardi, giacchè in un precedente luogo del poema si
trova ricordo dell'altra, che poneva in Vienna la prigionia e la morte
di Pilato, e le due difficilmente possono insieme accordarsi. Nel L.
II, cap. 5, il poeta così si esprime:
Qui ti vo' dir, perchè ti sia diletto,
Pilato fue confinato a Vienna,
Dove s'uccise d'ira e di dispetto.
Merita considerazione un riscontro, forse non fortuito. Pietro Bersuire
e Fazio degli Uberti parlano di guardie poste al lago per impedire ai
necromanti di accedervi, e il simile si racconta del Monte di Pilato
presso Lucerna, su cui, ancora nello scorso secolo, era vietato di
salire. Nel 1387 sei ecclesiastici di Lucerna furono messi in prigione,
perchè avevano tentata l'ascensione del Fracmont[342], e il già citato
commentatore dello _Speculum regum_ dice, seguitando a parlare della
palude in cui era stato gettato il corpo di Pilato: «Egli è certo che
ogni qual volta si gitti nella palude alcuna cosa, per minuta che sia,
incontanente si muovon bufere e grandini e folgori e tuoni. Perciò vi
si pongono custodi, che in tempo d'estate non lasciano che nessuno vi
salga[343]». Anche vicino a Lione si poneva un Mont Pilate con un lago
suscitatore di tempeste; ma non so se fosse vietato l'andarvi.
La leggenda raccolta da Fazio fu ripetuta da altri, con le variazioni
consuete e inevitabili. Un predicator di Foligno, fra Bernardino
Bonavoglia, ebbe, sembra, a recitarla dal pulpito: egli nulla sa di
muri o di custodi. «Dicesi che presso Norcia sia un monte, e quivi un
lago, detto di Pilato, essendo opinione quasi di molti che il corpo
di lui fosse quivi portato dai diavoli sovra un carro tirato da tori.
E da luoghi prossimi, e da remoti, si recano colà uomini diabolici, e
formano are con tre circoli, e ponendosi, con alcuna offerta, nel terzo
circolo, chiamano quel diavolo che vogliono, leggendo il libro che da
esso debb'essere consacrato. E venendo il diavolo con grande strepito
e clamore, dice: A che mi citi? Risponde: Voglio consacrar questo
libro; voglio cioè che tu ti obblighi a fare quanto in esso è scritto,
quante volte io te ne richiederò, e in premio ti darò l'anima mia. E
così fermato il patto, il diavolo toglie il libro, e vi segna alcuni
caratteri, dopo di che egli è pronto a fare ogni male, quando altri lo
legga. Ecco in che modo son fatti schiavi quei miseri e dannati uomini.
Accadde una volta che un tale, voglioso di consacrare nel modo predetto
il suo libro, stando nel circolo ordinato, chiamò certo demonio, e
gli fu risposto, ch'e' non v'era allora, ma era ito nella città di
Ascoli, per farvi morire molti di ferro, così dei fuorusciti, come de'
cittadini che hanno il dominio, e che tornerebbe ad opera compiuta,
e farebbe ciò onde fosse richiesto. Meravigliato di tale risposta,
colui s'avviò verso Ascoli per conoscere la verità di sì gran fatto, e
giunse ad un luogo dei frati minori, ove dimorava allora il santissimo
fratello Savino da Campello, e narrato per ordine quant'eragli occorso,
riseppe che la notte precedente trenta de' fuorusciti erano stati
impiccati in piazza, e che molti dell'una e dell'altra parte erano,
nella città, morti di ferro. Venuto a cognizione di ciò, il detto uomo
fermamente risolvette... di rinunziare all'arte magica e agl'incanti,
considerando grande esser l'arte del diavolo in accalappiare e perder
le anime. Ciò riferì il detto sant'uomo frate Savino, a certo frate
nostro de' predicatori»[344].
Fra Bernardino accenna ad uomini che venivano da remoti paesi per
attendere a lor pratiche di magia; sembra in fatti che la fama
dell'antro della Sibilla e del monte e lago di Pilato che si ponevano
presso Norcia, si diffondessero per la Germania e per la Francia,
e ne richiamassero frequenti visitatori. Nel 1420 vi capitò un noto
cavaliere e poeta francese, Antonio de la Sale, che raccontò poi le
cose vedute[345], e nel 1497 ne imitò l'esempio Arnaldo di Harff,
patrizio di Colonia[346]. Leandro Alberti, dopo aver parlato, nella
sua _Descrittione di tutta l'Italia_, dell'antro della Sibilla, così
prosegue: «Poscia alquanto più in su nell'Apennino, nel territorio
Nursino, vi è il Lago, non meno biasimevole della Grotta, addimandato
Lago di Norsa, nel quale dicono gli ignoranti notare i diavoli, imperò
che continuamente si veggono salire et abbassare l'acque di quello in
tal maniera che fanno maravigliare ciascuno che le guarda, parendogli
cosa sopra naturale, non intendendo la cagione di tal movimento. La
onde in tal guisa essendo volgata la fama di detto Lago, et non meno
dell'antidetta Caverna appresso gli huomini, non solamente d'Italia,
ma altresì fuori, cioè che quivi soggiornano i Diavoli, et danno
risposta a chi gli interroga, si mossero già alquanto tempo (come
scrive il Razzano) alcuni uomini di lontano paese (però leggiermente)
et vennero a questi luoghi per consagrare libri scelerati et malvagi
al Diavolo, per poter ottenere alcuni suoi biasimevoli desiderii,
cioè di ricchezze, di honori, d'amorosi piaceri, et di simili cose...
Vedendo i Norsini tanto concorso d'incantatori, che salivano sopra
questi aspri et alti monti, acciò non possano passare a detti luoghi,
hanno serrata primieramente detta Caverna, et poi tengono buone guardie
al Lago»[347]. L'Alberti, che scriveva verso il mezzo del secolo XVI,
di Pilato propriamente non fa menzione, ma cita i versi di Fazio che
lo ricordano. Il Razzano da lui nominato è quel Pietro, che nacque
in Palermo nel 1420, fu domenicano, storico, oratore e poeta, e morì
vescovo di Lucera nel 1492, lasciando molte opere manoscritte. Egli
aveva avuto occasione di parlare con alcuni tedeschi dai quali era
stato inutilmente tentato l'esperimento della consacrazione[348].
Nel 1621 ricorda il lago portentoso di Norcia Paolo Merula, nella sua
_Cosmographia generalis_: «Nel Piceno, di fianco al Monte Vittore,
dalla parte che guarda a Oriente, è un lago nobilitato dalla fama,
detto Nursino. Dice il volgo ignorante che in esso nuotano i diavoli,
e ciò perchè quelle acque si vedono con perpetui moti salire e calare
a vicenda, non senza grandissima ammirazione di coloro che ne ignoran
la causa». Riferisce ancor egli, come l'Alberti, quanto aveva già
detto il Razzano; ma non fa parola di Pilato[349]. Sembra del resto che
queste leggende norcine cominciassero allora, o poco dopo, a perdere
della loro celebrità, perchè non se ne trova cenno in una poesia che in
vituperio di Norcia scrisse monsignor Francesco Maria di Montevecchio,
andatovi per sua sciagura prefetto[350], e nemmeno nei due capitoli
che a Pilato e a Norcia consacrò il Marucelli nel suo sterminato _Mare
magnum_, che manoscritto si conserva in Firenze nella biblioteca da lui
nominata[351].
Quando la leggenda norcina di Pilato sia nata io non so, nè vorrei
affermare che qualche concorso di elementi e qualche suggestione non
le sieno venuti d'oltr'alpe. Essa ha perduto ormai ogni celebrità,
e appena ne rimane qualche vestigio tra il popolo di quella
provincia[352]; e mentre il Monte di Pilato presso Lucerna è cognito a
tutti, e attrae ogni anno migliaja e migliaja di visitatori, son ben
pochi coloro che conoscano l'esistenza di un monte e di un lago di
Pilato fra gli Apennini, nel cuore d'Italia.