IV.

Circa la natura morale dei demonii Dante non ha, e non poteva avere

cose nuove da dire: conosciuti erano gli atti e portamenti loro; la

loro riputazione era fatta.

Lucifero fu creato più nobile d'ogni altra creatura[198]; ma il

peccato, il _superbo strupo_[199], cancellò in lui, come ne' seguaci

suoi, ogni natia nobiltà. La superbia fu il suo primo peccato[200]; fu

il secondo l'invidia, e questa trasse a perdizione i primi parenti,

e con essi tutto il genere umano[201]. Egli è il nemico antico ed

implacabile dell'umana prosperità[202], l'_antico avversaro_[203] di

tutti gli uomini, ma più di quelli che non vanno per le sue vie, e

cui egli tenta trarre a peccato e a ruina; il _vermo reo che il mondo

fora_[204]. Perciò egli con amo invescato attira le anime[205], e tenta

insidiarle persino in Purgatorio, donde lo cacciano gli angeli[206].

Egli, _il perverso_[207] κατ’ ἐξοχήν, _è bugiardo e padre di

menzogna_[208]. _Il mal voler, che pur mal chiede_[209], è fatto natura

sua e degli angeli suoi: Dante, con tutti i teologi del suo tempo,

rifiuta e condanna la opinion di Origene e di alcuni seguaci di lui,

che i demonii possano ravvedersi e trovar grazia. L'ira e la rabbia

sono passioni principali dei _maledetti_[210]. Caronte parla iracondo,

si cruccia, batte col remo qualunque anima si adagia[211]; Minosse si

morde per gran rabbia la coda[212]; Plutone _consuma dentro_ sè con

la sua _rabbia_[213]; Flegias, conosciuto il proprio inganno, se ne

rammarca _nell'ira accolta_[214]; i demonii che stanno a custodia della

città di Dite parlan tra loro _stizzosamente_[215], il Minotauro morde

se stesso,

Sì come quei cui l'ira dentro fiacca[216];

e non parliam delle Furie e d'altri demonii che con atti o con parole

fan manifesta la rabbia che li divora. Quelli della quinta bolgia

dell'ottavo cerchio digrignano i denti e _con le ciglia minaccian

duoli_[217]. Opportuna perciò la comparazione che più di una volta

Dante fa de' suoi demonii con mastini sciolti, con cani furibondi e

crudeli[218]. Se Rubicante è pazzo, come Malacoda lo chiama[219], la

sua è certo pazzia furiosa.

I demonii sono gelosi del loro regno, e malvolentieri vedono altri

penetrarvi e aggirarvisi, se non è condotto da loro e in lor servitù.

Come già si opposero alla discesa di Cristo[220], così si oppongono

al viaggio di Dante. Caronte, Minosse, Cerbero, Plutone, i demonii

della città di Dite, le Furie, forse anche Nembrot, cercano in varii

modi e con varii argomenti di farlo retrocedere[221]. Allo stesso

modo, nella leggenda del Pozzo di S. Patrizio, i demonii tentano

ripetutamente di far tornare addietro il cavaliere Owen. La tracotanza

e l'insolenza sono proprie qualità dei superbi caduti, a umiliare le

quali è talvolta necessario l'intervento divino[222]. E anche quando

sanno non essere senza l'espresso volere di Dio l'andata dei due poeti,

i demonii più protervi si studiano di nuocer loro, minaccian Dante coi

raffii[223], ingannano Virgilio con false informazioni[224], inseguono

l'uno e l'altro per prenderli, dopo averli lasciati andare[225]. Nella

Visione di Carlo il Grosso appaiono _nigerrimi demones advolantes cum

uncis igneis_, i quali tentano di uncinare Carlo, e ne sono impediti

dall'angelo che lo guida[226]; nella Visione di un uomo di Nortumbria,

narrata da Beda, demonii minacciano di afferrare con ignee tenaglie

l'intruso[227]; anche Alberico è minacciato da un diavolo e difeso da

S. Pietro[228]. Giunto in prossimità dell'Inferno, il Mandeville si

vide contrastare il passo da un nugolo d'avversarii, ed ebbe da uno di

loro una mala percossa, di cui portò il segno per ben diciott'anni.

Che con un naturale sì fatto i diavoli non possano amarsi tra loro

s'intende facilmente. Come Alichino e Calcabrina fanno, là, nella

bolgia dei barattieri[229], così debbono gli altri azzuffarsi quando

l'occasione se ne porga. Vero è che Barbariccia, co' suoi, tiran poi

fuori del _bollente stagno_, in cui eran caduti, i due combattenti.

Quest'opera di fraterno soccorso ci lascia pensare che anche nei

diavoli possa talvolta essere alcun che di men tristo. Minosse, il

_conoscitor delle peccata_, ha da avere, se non altro, un sicuro

sentimento di giustizia, senza di che non potrebbe assegnare a ciascun

peccatore la pena che gli si conviene. Chirone dà una _scorta fida_

ai poeti[230]; Gerione concede loro il suo dorso[231]; Anteo li posa

sull'ultimo fondo d'inferno[232].

È opinione comune dei teologi che l'intelletto dei demonii siasi

ottenebrato dopo la caduta, di maniera che, se vince ancora, e di

molto, l'umano, è di gran lunga inferiore all'angelico. Essi non

conoscono il futuro se non in quanto Dio lo fa loro palese, o in quanto

possono argomentarlo da indizii e da fenomeni naturali; similmente

non penetrano l'animo umano, ma da segni esteriori argomentano ciò

che in esso si muove[233]. Dante non pare abbia pensato altrimenti,

sebbene, sul conto del saper loro, mostri di essere incorso in qualche

contraddizione. A suo giudizio i demonii non possono filosofare,

_perocchè amore è in loro del tutto spento, e a filosofare..... è

necessario amore_[234]; ciò nondimeno, il demonio che se ne porta

l'anima di Guido da Montefeltro può vantarsi d'esser _loico_, e de'

buoni[235]. Caronte conosce essere Dante un'anima buona[236]: da che?

non sappiamo. Flegias, per contro, crede vedere in Virgilio un'anima

rea[237]. Del resto nè Caronte, nè Minosse, nè Plutone, nè i demonii

della città di Dite, sanno la ragione del viaggio di Dante e il divino

patrocinio sotto cui esso si compie, e Virgilio a più riprese deve

far ciò manifesto. Ora tale ignoranza può parere un po' strana, se si

pensa che Dante stesso afferma non avere i demonii bisogno della parola

per conoscere l'uno i pensamenti dell'altro[238]. Dato dunque, che non

potessero penetrare nella mente di Virgilio e di Dante, essi avrebbero

dovuto aver cognizione del fatto come prima uno dei loro l'avesse

avuta. Ma i demonii, che Dante trova in Inferno, usano della parola

anche quando conversan tra loro[239].

Della potenza diabolica Dante non dice gran che; ma si conforma in

tutto alla comune opinione quando attribuisce ai demonii potestà sugli

elementi, e narra della procella da essi suscitata, che travolse con le

sue acque il corpo di Buonconte da Montefeltro[240].

Il demonio può invadere il corpo umano e produrre in esso turbazioni

simili a quelle che arrecano certi morbi[241]; può inoltre animare

i corpi morti e dar loro tutte le apparenze e gli atti della vita. I

traditori della Tolomea hanno, secondo dice frate Alberigo a Dante,

questa sorte, che l'anima loro piomba in Inferno e pena, mentre il

corpo, governato da un demonio, si rimane, in apparenza ancor vivo, nel

mondo:

Cotal vantaggio ha questa Tolomea,

Che spesse volte l'anima ci cade

Innanzi ch'Atropós mossa le dea.

E perchè tu più volentier mi rade

Le invetriate lagrime dal volto,

Sappi che tosto che l'anima trade,

Come fec'io, il corpo suo l'è tolto

Da un dimonio, che poscia il governa

Mentre che il tempo suo tutto sia vôlto[242].

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, vol. II · 第 23 / 75 题