III.

Dante dà un corpo ai demonii, seguendo in ciò la opinione di molti

Padri e Dottori della Chiesa e la vulgata credenza[147]; ma di che

natura è desso? Sia che il poeta non avesse in proposito concetti

ben definiti, sia che la materia del suo poema e certe convenienze

di trattazione non gli permettessero di sempre osservarli, fatto sta

che in quanto egli dice o accenna a tale riguardo si nota incertezza

e contraddizione. Le opinioni stesse dei Padri non sono troppo

concordi. Fra quella di Gregorio Magno, che voleva i diavoli al tutto

incorporei[148], e quella di Taziano, che volentieri esagerava la

materialità loro[149], alcuna ve n'è più temperata; ma si ammetteva

quasi generalmente che i demonii avessero un corpo formato d'aria o

di fuoco; anzi un corpo si attribuiva anche agli angeli, e si diceva

che, dopo la caduta, quello dei demonii era divenuto più grossolano e

più spesso. Dante ha gli angeli in conto di forme pure, di _sustanze

separate da materia_[150], e nulla dice del modo onde i demonii

acquistarono un corpo; ma forse ci può dar qualche lume in proposito,

quanto egli dice del modo che tengon le anime uscite di questa vita

nel formarsene uno d'aria condensata[151]. E badisi che qui si discorre

del corpo che i demonii hanno in proprio, e non di quello onde possono

rivestirsi accidentalmente, per loro particolari propositi.

Ho accennato a incertezze e contraddizioni di Dante in sì fatto

argomento. Il corpo di cui è provveduto il demonio Flegias è certo un

corpo sottilissimo, non più pesante dell'aria entro a cui si muove, e

in tutto simile all'ombra di Virgilio, giacchè la barca con cui egli fa

passare ai due poeti la palude degli iracondi sembra carca solo quando

Dante vi entra[152]. Il corpo di Lucifero per contro dev'essere assai

più denso e grave, non solo per quel suo essersi sprofondato sino al

punto

Al qual si traggon d'ogni parte i pesi;

e perchè la _ghiaccia_ lo stringe tutto intorno e ritiene, come

solo può fare solido con solido; ma ancora perchè i due poeti, e

specialmente Dante, che è d'ossa e di polpe, possono scendere e

arrampicarsi sopra di esso non altrimenti che se fosse una rupe[153].

Può darsi che Dante abbia con pensato proposito dato un corpo più

grossolano e più denso al più malvagio degli angeli ribelli, a colui

che è

Da tutti i pesi del mondo costretto[154];

ma vuolsi notare che qualche incertezza egli lascia scorgere anche

riguardo ai nuovi corpi rivestiti dalle anime dannate o purganti.

Nell'Antipurgatorio il poeta vuole abbracciare Casella e non può:

O ombre vane, fuor che nell'aspetto!

Tre volte dietro a lei le mani avvinsi,

E tante mi tornai con esse al petto[155];

e pure trova poco più oltre le anime dei superbi che si accasciano

sotto i ponderosi massi[156]. Nel terzo cerchio dell'Inferno i poeti

passano _su per l'ombre che adona la greve pioggia_, e pongono le

piante

Sopra lor vanità che par persona[157];

ma nel nono Dante _forte percote il piè nel viso ad una_ delle anime

triste dell'Antenora[158]. Virgilio non isparge ombra in terra[159]; ma

è in grado di sollevare e portar Dante[160].

Quanto alla forma e all'aspetto de' suoi demonii Dante non dice gran

che, fatta eccezion per Lucifero. Caronte è da lui dipinto[161] quale

già il dipinse Virgilio. Minosse ha più del bestiale e del diabolico:

sta orribilmente, ringhia, agita una lunga coda, con cui può cingersi

ben nove volte il corpo, quanti sono i cerchi dell'Inferno[162].

Plutone, che Virgilio chiama _maladetto lupo_, mostra altrui un volto

gonfio d'ira (_enfiata labbia_), una sembianza di _fiera crudele_, ha

la voce _chioccia_[163]. Gerione, mutato l'aspetto che già ebbe nel

mito, ha faccia d'uom giusto, il resto di serpe, due branche pelose,

coda aguzza, il dorso, il petto, le coste simbolicamente dipinti di

nodi e di rotelle[164]. Cerbero[165], le Furie[166], il Minotauro[167],

i Centauri[168], le Arpie[169], serbano invariate le forme

tradizionali; e così dicasi dei Giganti, dei quali non si descrive se

non la smisurata statura[170].

Ma non mancano nell'Inferno dantesco diavoli in cui più propriamente

si scorge l'aspetto che ai nemici dell'uman genere attribuì la turbata

fantasia dei credenti, specie nel medio evo. Questi diavoli sono neri

(_angeli neri[171], neri cherubini_)[172], quali già s'immaginavano nel

IV secolo[173], e con forma umana, la forma che in quel medesimo tempo

si attribuì loro[174]. I demonii che sferzano i mezzani nella prima

bolgia dell'ottavo cerchio, sono cornuti[175]; Ciriatto è sannuto[176];

Cagnazzo mostra, non un volto, ma un muso[177]; ed essi e i compagni

loro sono armati di artigli[178]. Il demonio che butta giù nella pegola

spessa dei barattieri _uno degli anziani di Santa Zita_ è dipinto quale

infinite opere d'arte del medio evo appunto cel mostrano:

Ahi, quanto egli era nell'aspetto fiero!

E quanto mi parea nell'atto acerbo,

Con l'ale aperte e sovra i piè leggiero!

L'omero suo, ch'era acuto e superbo,

Carcava un peccator con ambo l'anche,

E quei tenea de' piè ghermito il nerbo[179].

Se non che bisogna dire che Dante, trattenuto forse da un delicato

sentimento d'arte, non diede a nessuno dei demonii suoi, nemmeno

a Lucifero, la deformità abbominevole che spesso hanno i demonii

descritti nelle leggende, o ritratti da pittori e scultori nel medio

evo[180].

Lucifero, il principe dei demonii,

La creatura ch'ebbe il bel sembiante[181],

è da Dante rappresentato di smisurata grandezza, brutto quanto

già fu bello, e forse più, con _tre facce alla sua testa_, l'una

vermiglia, tra bianca e gialla l'altra, nera la terza, sei enormi ali

di pipistrello, corpo peloso[182]. Quelle tre facce diedero assai

da pensare ai commentatori, parecchi dei quali attribuirono loro

significati, cui non sarebbero certo andati a rintracciare, se invece

di stimarle una immaginazione propria di Dante, avessero saputo che

assai prima di Dante si trovano. I commentatori più antichi, i quali

dovevano saperlo, ne diedero, in generale, interpretazione assai più

giusta che non i moderni, e non si smarrirono dietro a sogni, come il

Lombardi, che nelle tre facce vide simboleggiate le tre parti del mondo

onde Satana ha tributo di anime, e come il Rossetti che vi riconobbe

Roma, Firenze, la Francia.

Questo Lucifero con tre facce non balza fuori per la prima volta

dall'accesa fantasia di Dante; già innanzi la coscienza religiosa

l'aveva immaginato e scorto, già le arti l'avevano raffigurato. Esso

è come l'antitesi della Trinità, o come il suo rovescio. La Trinità

fu qualche volta nel medio evo rappresentata sotto specie di un uomo

con tre volti; e poichè il concetto della Trinità divina suggerisce

il concetto di una Trinità diabolica, e poichè inoltre nello spirito

del male si supponeva essere tre facoltà o attributi opposti e

contraddicenti a quelli che si spartiscono fra le tre persone divine,

così era naturale che si ricorresse per rappresentare il principe de'

demonii a una figurazione atta a far riscontro a quella con che si

rappresentava il Dio uno e trino. Lucifero appare con tre facce in

iscolture, in pitture su vetro, in miniature di manoscritti, quando

cinto il capo di corona, quando sormontato di corna, tenente fra

le mani talvolta uno scettro, talvolta una spada, o anche due[183].

Quanto tal figurazione sia antica è difficile dire. Un manoscritto

anglo-sassone del Museo Britannico, appartenente alla prima metà del

secolo XI, reca una immagine di Satana, nella quale si vede, dietro

l'orecchio sinistro (la figura è di profilo), spuntare di traverso

una seconda faccia[184]. Più tardi il corpo dei demonii ebbe spesso a

coprirsi di facce, significative di malvagi istinti. Senza dubbio Dante

volle con le tre che dà al suo Lucifero, conformemente a una usanza

già antica, rappresentare gli attributi diabolici opposti ai divini; e

poichè, per lo stesso Dante, come per S. Tommaso, il Padre è potestà,

il Figliuolo è sapienza, lo Spirito Santo è amore[185], le tre facce

non possono simboleggiare se non impotenza, ignoranza, odio, come

rettamente giudicarono alcuni dei commentatori più antichi.

Non solo Dante non immaginò, egli primo, il Lucifero con tre facce;

ma nemmen primo immaginò di porre in ciascuna delle tre bocche immani

un peccatore non degno di minor pena. Nella chiesa di Sant'Angelo in

Formis, presso Capua, una grande pittura, stimata opera del secolo XI,

rappresenta Lucifero in atto di maciullar Giuda[186]. Nella chiesa

di S. Basilio, in Étampes, una scultura del XII rappresenta appunto

Lucifero che maciulla tre peccatori, e rappresentazioni sì fatte erano,

sembra, frequenti in Francia[187]. Il Boccaccio ricorda il Lucifero da

San Gallo[188], e il Sansovino dice che nella chiesa di San Gallo, in

Firenze, era dipinto un diavolo con più bocche[189].

Dante parla del terror che lo colse alla vista di Lucifero:

Com'io divenni allor gelato e fioco,

Nol dimandar, lettor, ch'io non lo scrivo,

Però ch'ogni parlar sarebbe poco.

Io non morii e non rimasi vivo.

Pensa oramai per te, s'hai fior d'ingegno,

Qual io divenni d'uno e d'altro privo[190].

Non è forse da tacere, a tale proposito, che la vista del diavolo si

credeva potesse essere perniciosa e letale. Cesario di Heisterbach

narra di due giovani che languirono gran tempo per aver veduto il

diavolo in forma di donna[191]; Tommaso Cantipratense dice che la vista

del diavolo fa ammutolire[192].

Dante non dice nulla delle forme varie che i demonii possono assumere

a lor piacimento. Egli fa ricordo di _cagne bramose e correnti_ che

lacerano i violenti contro a se stessi[193]; di serpenti che tormentano

i ladri[194]; di un drago, che stando sulle spalle di Caco, _affoca

qualunque s'intoppa_[195]; ma non dice che sieno demonii, e noi non

possiamo indovinare con sicurezza il pensier suo a tale riguardo.

Animali diabolici s'incontrano nelle Visioni: in quella di Alberico

si fa espressa menzione di due demonii che hanno forma, l'uno di cane,

l'altro di leone[196]; ma, da altra banda è da ricordare che serpenti e

scorpioni smisurati e lupi e leoni sono nell'Inferno di Maometto, e che

molte fiere selvagge e voraci sono nell'Inferno indiano[197].

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, vol. II · 第 22 / 75 题