I demonii che Dante pone nel suo Inferno si possono, avuto riguardo ai
luoghi di loro provenienza, dividere in due classi, demonii biblici e
demonii mitologici, secondochè sono tolti alla tradizione scritturale
e patristica, o al mito pagano. Così è che insieme con Satana, o
Beelzebub, o Lucifero[102], troviamo nel doloroso regno Caronte,
Minosse, Cerbero, Plutone, Flegias, le Furie, Medusa, Proserpina[103],
il Minotauro, i Centauri, le Arpie, Gerione, Caco, i Giganti. E non
solo il poeta ricorda molti più demonii mitologici che non biblici; ma
assegna inoltre a quelli, fatta eccezione pel solo Lucifero, officii
assai più importanti che a questi; infatti, mentre agli altri demonii
è solo commesso di tormentare alcune classi di dannati, il che è pure
commesso ai Centauri e alle Arpie, Caronte traghetta le anime, Minosse
le giudica, Cerbero e Plutone stanno a guardia, l'uno del terzo,
l'altro del quarto cerchio, e via discorrendo. Ma qui c'è argomento a
parecchie osservazioni.
Più volte fu Dante ripreso per aver mescolato insieme cose appartenenti
al mito pagano e cose appartenenti alla credenza cristiana; e chi lo
riprese in nome di questa credenza medesima, contaminata, in qualche
modo, per tale immistione; chi in nome di certe convenienze estetiche,
quanto evidenti e necessarie a chi le propugna, tanto ignote ai tempi
di Dante e un gran tratto ancora prima e dopo di lui. Considerare
poi quella mescolanza come l'effetto anticipato di certe tendenze e
di certe usanze dell'umanesimo, se non è erroneo in tutto, è erroneo
in gran parte, e bisogna a questo proposito distinguere una doppia
tradizione, letteraria e popolare.
Echi e riflessi del mito pagano si trovano in molte descrizioni
dell'Inferno cristiano, a cominciare dai primi secoli della Chiesa e
a venir giù giù sino ai tempi che immediatamente precedono Dante. Il
Tartaro, l'Averno, il Flegetonte e gli altri fiumi infernali, la palude
Stigia, Caronte, Cerbero, ricorrono frequentissimi[104]. L'Inferno
descritto nel _Roman de la Rose_ ha tra' suoi abitatori Issione,
Tantalo, Sisifo, le Danaidi, Tizio[105]; e Alano de Insulis pone a
dominare nelle _tartaree sedi_ le Furie[106].
Qui noi ci troviamo di fronte a una tradizione letteraria; ma questa
non è la sola, chè insieme con essa va anche una tradizione popolare.
È noto che la Chiesa cristiana non giunse a far ciò, che a un certo
punto della loro storia religiosa (ma a un certo punto solamente)
fecero gli Ebrei: negare cioè in modo reciso e assoluto l'esistenza
degli dei delle genti. La Chiesa cristiana, qual che ne fosse la
ragione, che a noi ora non tocca indagare, non negò l'esistenza delle
deità pagane, ma la divinità, e con lo stesso giudizio le convertì
in demonii. Non è cosa su cui gli apologeti e i Padri della Chiesa
primitiva insistano con più vigore; nè il fatto è tale da doverne
stupire se si pensa che in molte altre religioni avvenne per appunto
il medesimo[107]. Così si trasformarono in diavoli, non solamente gli
dei maggiori e minori, ma ancora i semidei, e degli dei quelli più
facilmente, come ben s'intende, cui già i pagani attribuivano qualità
paurose e maligne: inoltre le Lamie, le Empuse, le Arpie, le Chimere, i
Gerioni, non furono spenti, ma diventarono ospiti dell'Inferno, sudditi
e aiutatori di Satanasso.
Si potrebbe tessere di questa trasformazione un'assai lunga e curiosa
istoria. I nomi delle antiche divinità, o almeno di alcune di esse,
continuarono a vivere nella memoria dei popoli bene o male convertiti,
e intorno a quei nomi nacquero superstizioni, leggende e fantasie.
Sant'Antonio incontrava nel deserto un centauro, e San Gerolamo non
sa risolvere se fosse apparizione diabolica, o mostro naturale[108].
Incontrava anche un satiro che parlava e lodava Dio, ma per eccezione
certamente, giacchè quella del satiro fu una delle forme che più di
spesso si diedero al diavolo[109]. Ai tempi di Gervasio da Tilbury
(XII e XIII sec.) si parlava ancora di fauni, di satiri, di silvani,
di Pani, e molti affermavano averli veduti[110]: i fauni s'invocavano
ancora nella diocesi di Lione ai tempi di Stefano di Borbone (m. verso
il 1262)[111].
Mercurio diventa un diavolo nella leggenda di Giuliano l'Apostata;
Venere un diavolo in parecchie leggende, di cui la più famosa è
quella del cavaliere Tanhäuser[112]; un diavolo, com'è del resto
assai naturale, Vulcano. Sigeberto Gemblacense ricorda che certe
bocche vulcaniche in Sicilia, le quali si credevano essere spiracoli
dell'Inferno, si chiamavano da quegli abitanti col nome di Ollae
Vulcani[113]. C'erano diavoli acquatici che si chiamavano Nettuni,
pericolosi a chi si trovava in prossimità di acque profonde, e infesti,
pare, alle donne[114]; c'erano le sirene che, come in antico, traevano
a perdizione col canto gl'incauti navigatori[115].
Demonio di molta importanza diventò Diana, certamente in grazia della
identificazione sua con Ecate e con Proserpina. Di Diana demonio si
discorre nella leggenda di S. Niccolò[116], mentre altre leggende la
designano più propriamente come il demonio meridiano[117]. In una
Vita di S. Cesario, vescovo di Arles (m. 542) si fa menzione di un
demonio chiamato Dianum dai campagnuoli[118]. Un canone, indebitamente
attribuito al sinodo di Ancira dell'anno 314, ma riportato da Reginone,
abate di Prüm (m. 915)[119], da Burcardo di Worms (m. 1024)[120], da
Graziano (m. 1204?)[121], fa menzione di donne le quali s'immaginavano
di andare in giro la notte, a cavallo di varii animali, in compagnia di
Diana e di Erodiade; e a questa stessa superstiziosa credenza alludono,
un Capitolare di Lodovico II imperatore, dell'anno 867[122], il già
citato Stefano di Borbone[123], Giovanni Herolt (m. 1418)[124], e
altri. Anzi è da notare che il nome di Diana e la credenza accennata
non sono per anche in tutto dileguati dalla memoria di alcuni popoli
cristiani[125]. Sant'Eligio, morto poco oltre il mezzo del settimo
secolo, dice in un sermone famoso, combattendo certi avanzi di credenze
pagane: _Nullus nomina daemonum, aut Neptunum, aut Orcum, aut Dianam
invocare praesumat_[126]. Il pessimo pontefice Giovanni XII fu, nel
sinodo romano del 963, accusato d'aver bevuto alla salute del diavolo,
_diaboli in amorem_, e di avere, giocando a dadi, invocato l'ajuto di
Giove, di Venere, _ceterorumque demonum_[127].
Se, dunque, le antiche divinità s'erano tramutate in demonii, era, non
pure lecito, ma necessario, porle con gli altri demonii in Inferno.
Gli autori delle _Chansons de geste_ ricordano spesso quali diavoli
Giove ed Apollo, talvolta i Nettuni rammentati di sopra e Cerbero[128].
Cerbero apparisce inoltre come cane infernale in alcun documento di
poesia medievale tedesca[129], e in molti di poesia latina[130]. Nella
Visione di Tundalo, Vulcano e i suoi ministri arroventano nel fuoco
le anime, le martellano sulle incudini[131]; nella _Kaiserchronik_ si
racconta che l'anima di Teodorico fu portata dai demonii nel monte,
a Vulcano, _in den berc ze Vulkân_[132]. Dante anche in ciò non fece
se non seguire la tradizione e il costume, salvo che egli si contentò
di porre nell'Inferno cristiano divinità pagane infernali, e lasciò
in pace Giove, Apollo e gli altri; anzi il nome di sommo Giove diede
a Cristo. Forse non gli bastò l'animo di abbassare alla condizione di
diavoli malvagi e deformi le divinità luminose di cui la fantasia di
lui doveva pure essersi innamorata leggendo Virgilio e gli altri poeti
latini[133].
Ma i diavoli mitologici dell'Inferno dantesco porgono argomento a più
altre considerazioni.
Dante ricorda parecchi giganti tolti al mito pagano (Efialte, Briareo,
Anteo, Tizio, Tifeo) e uno tolto al mito biblico (Nembrot): sono essi
demonii nel concetto del poeta? Credo che sieno a quel modo che i
Centauri, ed anche perchè, quelli del mito pagano almeno, sono, non
uomini, ma dei. Quanto a Nembrot si può osservare che, sonando il
corno, e poi con le inintelligibili e orrende parole, egli sembra, o
volere spaventare i poeti che si avvicinano, o avvertire Lucifero di
loro venuta[134], e così fa presso a poco ciò che già prima avevano
fatto Caronte, Minosse, Cerbero, Plutone. Perciò non si può dire che
i giganti sieno in luogo a loro non conveniente, laggiù nel pozzo
dell'ottavo cerchio. Demonii appunto erano, secondo un'antica opinione,
i giganti nati dal commercio degli angeli e delle figlie degli
uomini[135]; giganti nerissimi, trova Carlo il Grosso[136] nell'Inferno
da lui veduto, intesi ad accendere ogni maniera di fuochi[137];
nelle _Chansons de geste_ i giganti sono spesso considerati come
diavoli venuti fuor dall'Inferno, o come figli di diavoli[138], e
Tundalo vede due enormi giganti tenere aperta la voraginosa bocca
del mostro Acheronte, la quale _capere poterat novem milia hominum
armatorum_[139].
Minosse e Flegias sono due semidei, figlio di Giove l'uno, di Ares
o Marte l'altro. A prima giunta sembra che se ciò che in essi era
di divino doveva rendere possibile e provocare la trasformazione in
demonii, ciò che era di umano doveva impedirla, se non per Minosse,
il quale aveva già trovato posto, come giudice, nell'Inferno pagano,
almeno per Flegias[140]. Ma, in verità, questo impedimento non c'era.
Nei demonii Giuseppe Flavio riconosceva le anime degli uomini malvagi
(ανθρῶπων πονηρῶν πνεύματα)[141]: nelle _Chansons de geste_ appajono
spesso come demonii Nerone, Maometto, Pilato[142]; e come demonio
appare Maometto nel poema di Giacomino da Verona, _De Babilonia
civitate infernali_[143]. Dante stesso riconosce una grande affinità
fra lo spirito dell'uomo malvagio e il demonio, quando col nome di
demonio appunto chiama l'anima dannata[144], e Demonio dice Maghinardo
Pagani[145]. Come Dante di Minosse, Wolfram von Eschenbach fa un
diavolo di Radamanto[146].