I.

Gli è noto che il mito della ribellione e della caduta degli angeli

si fonda sopra alcuni luoghi del Nuovo Testamento, i quali non sono

di troppo sicura significazione. Un mito parallelo, e che ha radice

nel Testamento Antico, narra di angeli, che avendo avuto commercio

con le figlie degli uomini furono cacciati dal cielo. Entrambi i

miti trovarono credito fra i Padri dei primi secoli; ma poi il primo

soperchiò e fece in qualche modo dimenticare il secondo. Dante osserva

su questo punto la comune credenza del tempo suo. Nel _Convivio_

egli chiama in generale i demonii _intelligenzie che sono in esilio

della superna patria_[81], e _piovuti dal cielo_ li dice nel c. VIII

dell'Inferno[82]; di Lucifero,

Che fu la somma d'ogni creatura,

dice nel XIX del Paradiso, che

Per non aspettar lume cadde acerbo[83];

ma nel VII della prima cantica allude alla parte più drammatica del

mitico racconto, alla cacciata dei ribelli, vinti dall'arcangelo

Michele, che

Fe' la vendetta del superbo strupo[84];

e _cacciati dal ciel, gente dispetta_ li chiama nel IX[85]. Essi

corsero in colpa immediatamente dopo la loro creazione:

Nè giungeriesi, numerando, al venti

Sì tosto, come degli angeli parte

Turbò il suggetto dei vostri elementi[86];

e ciò avvenne fuori della intenzione divina, benchè non fuori della

divina prescienza[87]. Cagione della colpa fu la superbia; e invidia

e superbia sono, secondo S. Tommaso, i due soli peccati, che possano

propriamente capire nella diabolica natura[88].

Principio del cader fu il maledetto

Superbir di colui che tu vedesti

Da tutti i pesi del mondo costretto,

dice Beatrice al poeta[89]; di colui che _fu primo suberbo_[90], e

Contra il suo Fattore alzò le ciglia[91].

Di tutti gli ordini degli angeli _si perderono alquanti tosto

che furono creati, forse in numero della decima parte; alla quale

restaurare fu l'umana natura poi creata_[92]. I cacciati dal cielo

furono precipitati sopra la terra: Lucifero cadde _folgoreggiando_[93],

dalla parte dell'emisfero australe,

E la terra, che pria di qua si sporse,

Per paura di lui fe' del mar velo,

E venne all'emisperio nostro; e forse

Per fuggir lui lasciò qui il loco voto

Quella che appar di qua e su ricorse[94].

Questa mirabile immaginazione è, per quanto io so, tutta propria di

Dante, e dà luogo ad alcune difficoltà sulle quali io non intendo di

trattenermi[95]. Ma non tutti gli angeli tristi peccarono egualmente:

alcuni di essi si serbarono neutrali;

non furon ribelli,

Nè fûr fedeli a Dio, ma per sè foro.

Cacciati dal cielo, e rifiutati dal profondo Inferno, essi scontano la

loro pena nel vestibolo, insieme con

l'anime triste di coloro Che visser senza infamia e senza lodo[96].

Dicono i commentatori, ultimo lo Scartazzini, tal classe di angeli

neutrali non trovarsi nella Bibbia, ed esser forse invenzione di Dante.

Che nella Bibbia non si trovi è verissimo[97]; ma non così che Dante

ne sia l'inventore. Nella leggenda del Viaggio di S. Brandano, la cui

redazione latina risale, per lo meno, all'XI secolo, si legge che, nel

corso della sua avventurosa navigazione, il santo, co' suoi compagni,

giunse ad un'isola, dove trovò un albero meraviglioso, popolato di

uccelli candidissimi, i quali erano appunto angeli caduti, ma non

però malvagi[98]. Essi non soffron castigo, ma sono fuori dell'eterna

beatitudine. Certo, la finzione della ingenua leggenda si scosta per

più ragioni da quella del poeta, ma ha con essa un concetto comune, il

concetto di una schiera di angeli che, travolti nella ruina, perdettero

il cielo, senza diventar propriamente ospiti dell'Inferno. La leggenda

di S. Brandano fu una delle più diffuse nel medio evo, e passò dalle

redazioni latine, di cui rimangono ancora innumerevoli manoscritti,

nelle volgari, dove ebbe spesso a soffrire alterazioni di più maniere.

Si può tenere per certo che Dante la conobbe. Del resto quella finzione

non ricorre soltanto nella leggenda di S. Brandano. Ugone di Alvernia,

eroe di uno strano romanzo, del quale, perdutasi la redazione francese

originale, non rimangono se non rifacimenti franco-italiani e italiani,

viaggiando alla volta dell'Inferno, trova, in prossimità del Paradiso

terrestre, e in forma di uccelli neri, demonii d'intermedia natura,

i quali han riposo la domenica[99]. Ora, sebbene nella descrizione

dell'Inferno, quale si ha nei rifacimenti nostri, sieno evidenti

gl'influssi danteschi, molto nulladimeno è in essa che va esente da

tali influssi e che certamente appartiene a immaginazioni e tradizioni

predantesche, accolte nel poema primitivo[100]. E al poema primitivo

tengo per fermo che spetti quanto si dice di quei demonii intermedii,

la cui condizione è non poco disforme dalla condizione che Dante

attribuisce agli angeli del _cattivo coro_. Assai probabilmente la

intera finzione passò nell'_Ugone d'Alvernia_ dalla leggenda di S.

Brandano. Nè questo basta. Una finzione consimile si trova in un altro

poema, di un buon secolo anteriore alla _Divina Commedia_. Wolfram von

Eschenbach (m. c. il 1220) fa dire a Trevrizent, nel suo _Parzival_,

che i primi custodi del Santo Gral furono gli angeli che nella

battaglia fra Lucifero e Dio si mantenner neutrali[101].

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, vol. II · 第 20 / 75 题