V.

Guglielmo di Malmesbury e Gualtiero Map ci dànno la leggenda nella sua

forma più piena e colorita, quale sembra siasi foggiata, per ragioni

che ci sfuggono, in Inghilterra. Da indi in poi essa si diffonde sempre

più, ma accrescimenti nuovi, di molto rilievo, più non ne riceve; anzi

si assottiglia alquanto cammin facendo, e ciò assai prima d'essere

pervenuta all'età della declinazione e dell'esaurimento. La storia

della figlia del preposto e della bella Meridiana, benchè tale da dover

necessariamente piacere alle fantasie di quei tempi, si perde, nè è

possibile dire perchè: rimangono al loro posto, ma non tutte salde

egualmente, le altre parti, il patto col diavolo, la testa magica,

il responso ingannevole, l'ultima messa, la penitenza, il miracolo

del sepolcro. Talvolta, dell'antica leggenda, tramenata di qua e di

là, strappata fuori da tanti libri e cacciata dentro a tanti altri,

rinarrata spesso da chi non l'aveva più se non imperfettamente nella

memoria, si lascia vedere solo un membro divelto, come un rottame di

nave perduta che galleggi a fior d'acqua.

Ma l'opinione della veracità sua, l'opinione che fosse non favola, ma

storia, per lungo tempo sempre più si rafferma. Sigeberto di Gembloux,

Guglielmo di Malmesbury e alcun'altro, avevano espresso un dubbio in

proposito, dubbio proprio o d'altrui. Sigeberto, narrate le cose che

abbiamo udite, soggiungeva: «Ciò udii da altri; se vero o falso, lascio

giudicare al lettore». Guglielmo accennava al dubbio che da taluno si

sarebbe potuto muovere; ma, diceva, a farlo dileguare basta la prova

della morte; nè gli veniva in mente che anche la storia della morte

potesse esser favola. Nel secolo successivo ogni dubbio si tace.

Chi volesse ricordare tutte le scritture in cui, per lo spazio di

quattro secoli, dal XIII al XVI, ricomparisce la leggenda di Gerberto,

dovrebbe recitare una litania non più finita. Io mi contenterò di

ricordare le più importanti, notando certe variazioni che, per esse, si

andavano introducendo nella leggenda.

La fonte principalissima, quando diretta e quando indiretta, dei nuovi,

o, per dir meglio, rinnovati racconti, è Guglielmo, la cui opera fu

assai nota nel continente, e usufruita e saccheggiata da molti. Da lui

attinse, negli anni intorno al 1230, Alberico dalle Tre Fontane[40],

e da lui attinse, circa quel medesimo tempo, Vincenzo Bellovacense,

il cui _Speculum historiale_ procacciò, con la grande sua diffusione,

nuova celebrità alla leggenda, e divenne a sua volta una fonte a cui

attinsero molti[41]. In quello stesso secolo la leggenda è narrata,

ma solamente in parte, da Filippo Mousket (il quale non visse oltre

il 1244) in una sua fastidiosissima cronica rimata[42], e dal celebre

Martino Polono, il quale morì nel 1279[43]. Il _Chronicon_ di Martino

fu, per tutto il rimanente medio evo, il libro di storia più letto e

più frequentemente citato, e accrebbe di molto, se pur era possibile,

la diffusione e il credito della leggenda. In esso è per la prima

volta ricordata una particolarità curiosa circa il seppellimento di

Gerberto. Fattosi troncare le membra, il contrito pontefice ordinò che

il suo tronco fosse posto sopra una biga, e sepolto nel luogo ove lo

traessero e si fermassero gli animali aggiogati: questi lo trassero

a San Giovanni Laterano, e quivi fu sepolto. Della biga molti poi

ebbero a ricordarsi, facendola tirare da buoi, da bufali, da cavalli

indomiti, rinnovando il tema di altre leggende, così sacre, come

profane. Quando Martino scriveva, nessuno più dubitava della veracità

di quei racconti, i quali erano stati accolti e condensati in apposita

iscrizione, incisa sul sepolcro del pontefice mago. A tale iscrizione

accenna chiaramente Martino in fine della sua narrazione. Parve duro

a taluno credere che la Chiesa stessa volesse, con l'autorità che le è

propria, in luogo sacro, farsi mallevadrice di tante e così ingiuriose

favole; ma la iscrizione ci fu veramente; anzi ce ne furono due, di

consimil carattere, l'una in San Giovanni, e l'altra in Santa Croce,

vedute entrambe da Michele Montaigne, che ne fa espresso ricordo[44].

Quella di Santa Croce era, dice Raimondo Besozzi nella storia che

scrisse di tale basilica[45], nel lato diritto della cordonata che

conduce alla cappella di San Gregorio, e ci fu conservata da Lorenzo

Schrader nell'opera sua intitolata _Monumenta Italiae_[46], dove si

legge del tenore seguente: _Anno domini MIII tempore Otthonis III

Sylvester Papa Secundus qui fuerat ante Otthonis praeceptor, non

satis rite forsan Pontificatum adeptus, a spiritu praemonitus qua die

Hierusalem accederet se fore moriturum, nesciens forte hoc sacellum

esse Hierusalem secundum, sui Pontificatus anno quinto, statuta die

rem hic divinam faciens, ipsa die moritur. Eo tamen divina gratia ante

communionem, cum se jam tunc moriturum intellexisset, propter dignam

poenitudinem et lacrymas ac loci sanctitatem ad statum verisimilem

salutis reducto: reseratis enim post divina populo criminibus suis et

ordinatione praemissa, ut in criminum ultionem exanime corpus suum ab

indomitis equis per urbem quaqua versum discurrentibus traheretur,

et inhumatum dimitteretur, nisi Deus sua pietate aliud disponeret,

equisque post longiorem cursum intra Lateranam aedem moratis, istich

ab Otthone tumulatur. Sergiusque IIII successor mausoleum deinde

expolitius reddidit._

Ma qui nasce un dubbio. Sergio IV, uno dei primi successori di Gerberto

(1009-1012), compose, o fece comporre, per il predecessore suo un lungo

e pomposo epitafio in distici, che tuttora esiste, sebbene non esista

più il sepolcro a cui appartenne[47]. In esso molte e magnifiche lodi,

e non un minimo cenno di leggenda ingiuriosa. Non è egli dunque da

credere che abbia errato Martino Polono, ricordando come incisa sul

sepolcro una iscrizione ispirata dalla leggenda, e che abbia traveduto

il Montaigne, credendo di leggere in San Giovanni Laterano una

iscrizione simile a quella di Santa Croce in Gerusalemme? L'epitafio di

Sergio, epitafio che appunto leggevasi in San Giovanni, non escludeva,

con la sua presenza, ogni iscrizione di carattere leggendario ed

ingiurioso? Non parmi; e mostrerebbe di conoscere assai malamente il

medio evo chi, per affermarlo, si fondasse sulla contraddizione palese

e violenta. A ben altre contraddizioni quella età si acconciava, senza

addarsene punto, o senza torsene briga. L'affermazione di Martino,

il quale (si noti) fu lunghi anni in Roma cappellano e penitenziario

papale, è categorica e degna in tutto di fede, com'è categorica e

degna di fede l'affermazione di Michele Montaigne, ed entrambe sono

avvalorate dalle parole di un devotissimo tedesco, del quale sarà fatto

ricordo più oltre. Ben più strana della notata sarebbe a ogni modo

l'altra contraddizione, che la leggenda si potesse veder descritta

in Santa Croce, e, poco di là discosto, in San Giovanni, sulla tomba

del Pontefice, non se n'avesse traccia. Noi possiamo dunque tener per

fermo che una iscrizione di carattere leggendario sulla tomba ci fosse:

a canto ad essa il panegirico del buon papa Sergio si reggeva come

poteva.

Insieme con quella della biga vengono fuori qua e là, altre

particolarità curiose. Dice Martino che, in segno della ottenuta

misericordia, il sepolcro di Gerberto, così per l'agitazione e il

rumore delle ossa che vi son dentro, come pel trasudare dell'acqua,

annunzia la imminente morte dei pontefici. Di quel tumultuar delle

ossa molti parlano di poi[48]; al qual proposito è da osservare che

l'agitarsi dei morti nelle tombe, è, di solito, considerato quale un

segno, non di salvazione, ma di dannazione.

L'acqua, in certi racconti, si muta in olio[49], e si parla di una

indulgenza accordata a quanti si recano a visitare la tomba e vi

recitano un _Pater noster_[50].

Nei racconti più antichi, Gerberto, pentito, si fa tagliare a pezzi,

e la cosa finisce lì; racconti posteriori accolgono il fatto, ma ci

mettono un po' di frasca intorno. Filippo Mousket, nella già citata

sua cronaca, insiste molto, e con manifesto compiacimento, sopra

quella macellazione finale. Le membra del malcapitato pontefice sono

date a mangiare ai cani. I diavoli, che, sotto forma di nerissimi

corvi e di orribili avvoltoi, erano accorsi in gran numero (più di

536, dice il cronista tirato dalla rima), le contendono ai cani, e

se le contendono fra loro, menando un chiasso veramente indiavolato.

Enenkel fa, come si è veduto, che i diavoli giuochino con quelle povere

membra alla palla. Tali racconti, intesi ad accrescere l'orrore e

l'efficacità dell'esempio, trovano ripetitori e rimaneggiatori: due

secoli dopo Sant'Antonino, sente il bisogno di mitigare alquanto le

feroci immaginazioni de' suoi predecessori, e con lodevole accorgimento

vuole che il papa si faccia tagliare a pezzi dopo morto[51]. Circa il

1260, il così detto Minorita Erfordiense narra, con parole di santa

esecrazione, che nella cappella dove seguì l'orribil fatto, nessun papa

volle più mettere il piede[52].

E la leggenda sempre più si diffonde, passando di secolo in secolo

e di gente in gente. Sin qui non abbiamo trovato scrittori italiani

che la narrassero. Romualdo Salernitano, morto nel 1181, sembra che

la ignorasse affatto; ma nel secolo XIV molti Italiani la narrano,

primi Riccobaldo da Ferrara[53] e Leone d'Orvieto[54]. Con essi la

leggenda penetra nelle storie speciali dei pontefici, d'onde non

uscirà più, se non molto tardi. Narrano quasi con le stesse parole,

succintamente, e nulla recano di nuovo. Ad essi tengono dietro Tolomeo

da Lucca[55] il quale cita Vincenzo Bellovacense e Martino Polono;

Giovanni Colonna[56], il quale attinge da Guglielmo di Malmesbury;

Domenico Cavalca, nel _Pungilingua_, il quale, del resto, è poco più

che traduzione di un libro francese, e nei _Frutti della Lingua_[57];

Andrea Dandolo, che parla della statua e dell'ambiguo responso[58].

Fuori d'Italia ripetono la leggenda Matteo di Westminster[59], Bernardo

Guidonis[60], Roberto Holkot[61], Pietro Bersuire (o Berchorio)[62],

Amaury d'Augier[63], Enrico di Ervordia[64], Giovanni d'Outremeuse[65],

l'autore del _Chronicon Vezeliacense_[66], ed altri parecchi. A forza

di viaggiare, la leggenda era giunta, già nella prima metà di quel

secolo, se non anche prima, sino in Islanda[67].

Nel secolo seguente, l'antica favola, non punto scemata di credito,

riappare nelle già citate Istorie di Sant'Antonino, il quale altro

quasi non fa se non copiare Giovanni Colonna; nelle Vite dei Pontefici

del Platina; nella _Fleur des histoires_ di Giovanni Mansel; nelle

_Rapsodiae historiarum_ di Marc'Antonio Sabellico; nelle _Novissimae

historiarum omnium repercussiones_ di Jacopo Filippo da Bergamo; negli

_Annales silesiaci compilati_, ecc.; e nel secolo XVI la riferiscono,

Giovanni Wier nel libro suo _De praestigiis daemonum_; Hans Sachs

in una delle innumerevoli sue poesie; Giovanni Guglielmo Kirchhof

nel _Wendunmuth_; i così detti Centuriatori di Magdeburgo nella loro

_Historia ecclesiastica_, e parecchi altri scrittori della Riforma,

ai quali stava molto a cuore di narrar le gesta di un papa che s'era

venduto al diavolo. Nel 1599 Giorgio Rodolfo Widmann introduceva la

novella di Santa Croce in Gerusalemme nella sua Storia di Fausto.

Ben s'intende come alla longeva e vagabonda leggenda dovesse far

codazzo un popolo di errori, che la leggenda, veramente, non chiedeva,

alcuni dei quali, anzi, essa volentieri avrebbe respinti, ma che in sua

compagnia non facevano poi troppo brutta figura. Ne additerò alcuni.

Gualtiero Map, forse più per proposito che per errore, fa nascere

Gerberto di nobile prosapia; ma molto prima di lui, in un Catalogo di

pontefici, attribuito, non so con quanta ragione, a Mariano Scoto,

il quale visse fino al 1086, Gerberto era stato fatto a dirittura

figliuolo dell'imperatore Ottone (di quale?)[68]. In alcuni, come

nell'autore della cronaca che andava sotto il nome di Guglielmo Godell,

nasce un dubbio, se, cioè, Gerberto e Silvestro II sieno una sola e

stessa persona, e in certi _Annales remenses et colonienses_ si dice

risolutamente che Silvestro II fece deporre Gerberto, il quale aveva

usurpato il luogo di Arnulfo, arcivescovo di Reims, e sospendere i

vescovi che avevano consentita la sua consacrazione[69]. Altri, a

cominciare da Guglielmo di Malmesbury, confondono Silvestro II con

Giovanni XVI, l'antipapa che da Crescenzio fu opposto a Gregorio V, e

a questo Gregorio Ugo di Flavigny fa precedere Silvestro, che invece

fu suo successore. Il nome stesso di Gerberto si altera in varii

modi: Guiberto, Gilberto, Giriberto, Goberto, Uberto, e talvolta,

come or ora vedremo, si muta, in nomi di tutt'altro suono. Gli anni

della esaltazione e della morte oscillano molto, e per solo citare

due esempii estremi, mentre, nel secolo XI, l'autore di una parte di

certi _Annales Formoselenses_[70] pone l'esaltazione all'anno 895, con

errore di più che cent'anni, Giovanni d'Outremeuse, nel secolo XIV, fa

che Gerberto riceva dal diavolo il fallace responso il 7 di giugno del

1022. Gli anni del papato variano da meno di uno a sette. Qui pure sono

da ricordare certe affermazioni di storici, le quali contraddicono,

o poco, o molto, alla leggenda diabolica. Più cronisti asseverano,

quando già la leggenda è larghissimamente diffusa, che fu il popolo

romano tutto intero quello che acclamò pontefice Gerberto[71]; e più

altri ricordano una santa visione che Gerberto ebbe concernente il

conferimento della corona d'Ungheria[72].

Ci riman da vedere come la leggenda traviasse, e come da ultimo si

perdesse, simile a un fiume, che, dopo lungo corso, dilegui, bevuto

dalle sabbie del deserto e dal sole.

Un poemetto inglese del secolo XIII narra la meravigliosa istoria

di Silvestro II, ma riferendola a un papa Celestino, il quale,

evidentemente, non può aver nulla di comune con Celestino II. Esso

ricorda in principio, per le cose che narra, il poemetto latino che ho

già citato, ma poi se ne scosta molto nel séguito. Celestino, perduto

assai tempo nelle scuole senza apprendere nulla, si dà al diavolo, e

il diavolo l'ammaestra, e nel corso di pochi anni lo fa arcidiacono,

poi arcivescovo, poi cardinale, poi papa. Divenuto papa, Celestino

predica, per dodici mesi consecutivi, contro la fede, poi un bel

giorno gli viene in mente che ha pur da morire, e vuol sapere quando

morrà. Il diavolo, appositamente evocato, lo inganna con quell'ambiguo

responso della messa da celebrare in Gerusalemme. Venuto il dì fatale,

e scoperta la frode, il papa si pente, e invoca l'ajuto di Gesù.

Vengono mille diavoli, urlando, strepitando, schizzando fuoco, e

fanno ressa alla porta della cappella, gridando a gran voci: Il papa

è nostro; il papa è nostro! Il povero papa si confessa davanti al

popolo adunato, disputa e contrasta con i sette peccati capitali, che

sono poi altrettanti diavoli, e non cessa di raccomandarsi a Cristo

redentore e alla Vergine Maria. I diavoli traggono innanzi un orribile

cavallo alato, per portare il papa in Inferno, e menano intorno alla

cappella una scorribanda furiosa. Celestino fa testamento, e lascia

agli avversarii le vesti, e le membra, che si fa troncar dal carnefice.

Quando costui s'appresta a tagliare il capo, ecco scende di cielo la

Vergine, con una schiera di angeli e consola il pentito, e gli promette

l'eterna salute. Il carnefice compie allora il suo officio, e getta il

capo del papa al diavolo Avarizia, che subito lo acciuffa e lo divora.

Le altre membra sono trasportate nella basilica di San Pietro, e lo

stesso principe degli apostoli scende con cento angioli dal cielo, per

assistere alla sepoltura del suo successore, e per dire che il trono di

lui è in Paradiso, accanto al suo proprio[73].

Nel racconto molto più tardo di un buon tedesco, cittadino cospicuo

di Norimberga, Niccolò Muffel, che nell'anno 1452 venne in Roma per

l'incoronazione dell'imperatore Federico III, e ivi comperò, a buon

mercato (così egli dice), una notabile indulgenza, Celestino si tramuta

in Istefano. E perchè non rimanga alcun dubbio, Niccolò narra la storia

due volte. Quando il papa Stefano vide venire i diavoli in figura

di corvi e di cornacchie innumerevoli, subito si confessò, e si fece

tagliare a pezzi, e gli uccelli diabolici ne portarono via i lacerti

e le viscere, meno il cuore che fu sepolto in San Giovanni Laterano.

Niccolò avverte espressamente che il ricordo di questi fatti si leggeva

nella chiesa di San Giovanni[74].

Finalmente, ai tempi di Francesco I re di Francia, la vecchia leggenda

riappare in una novella di Niccolò di Troyes; ma, come una moneta, che

a forza di correre per le mani degli uomini abbia perduto l'impronta

del conio, essa ha perduto l'effigie di Gerberto e non poco di ciò

che v'era scritto intorno: pur nondimeno gli è facile riconoscerla.

Un cardinale di Roma desiderava ardentemente di diventar papa. Gli

viene innanzi il diavolo, e gli promette dieci anni di papato, e di

non porgli le mani addosso se non in _sancta civitas_ (sic). Trascorso

il termine, il papa va a celebrar messa in una chiesa di Roma, e come

appena v'è entrato, ecco più di dieci mila corvi calar d'ogni banda e

posarsi sul tetto. La chiesa è detta appunto in _sancta civitas_. Il

papa non si perde di animo: celebra la messa con gran devozione, chiede

a Dio perdono de' suoi peccati, e ottenutolo, vive ancora molt'anni

senza paura e senza pericolo[75].

La leggenda, sfinita, si perde.

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, vol. II · 第 9 / 75 题