A mezzo il secolo XV, in pien concilio di Basilea, Tommaso de
Corsellis, uomo, dice Enea Silvio Piccolomini, storico del concilio
stesso, di mirabile dottrina, amabilità e modestia, usciva dinanzi ai
padri assembrati, in queste parole: «Voi non ignorate che Marcellino,
per comando dell'imperatore, incensò gl'idoli, e che un altro
pontefice, cosa ben più grave ed orribile, salì al pontificato con
l'ajuto del diavolo»[76]. Egli non nominava Silvestro II, e non aveva
bisogno di nominarlo: tutti a quel cenno intendevano di chi si parlava.
Ma i tempi erano già molto mutati, e sempre più si venivano mutando.
Era nata la critica, e innanzi a lei, sotto il suo sguardo scrutatore,
le grandi e immaginose leggende venute su di mezzo alle caligini
del medio evo, cominciavano a vacillare, a diradarsi, a smarrirsi, e
non molto dopo dovevano dileguarsi affatto, come nubi leggiere in un
cielo caldo d'estate. Il secolo XVI vide sorgere i primi difensori di
Gerberto, i primi restauratori della sua fama, da tanti secoli offesa.
Un domenicano spagnuolo, Alfonso Chacon (Ciaconio), morto in Borna
verso il 1600, inseriva nelle sue _Vitae et gesta romanorum pontificum
et cardinalium_ un epigramma latino, in cui la imputazione di magia
fatta a Gerberto era ascritta alla inerzia ed ignoranza del volgo[77].
Due cardinali celebri, il Baronio e il Bellarmino, sgravarono l'antico
pontefice di un'accusa che a molti oramai sembrava assurda, e lo stesso
fece il dotto medico francese Gabriele Naudé nella sua _Apologie
pour tous les grands personnages qui ont été faussement soupçonnez
de magie_, stampata la prima volta nel 1625. Finalmente un domenicano
polacco, Abramo Bzovio, nato nel 1567, morto nel 1637, compose in onor
di Gerberto, e in trentotto capitoli, un vero panegirico, che vide
la luce in Roma nel 1629, e diede alla tenebrosa leggenda il colpo di
grazia. Peccato che alle favole antiche egli, di suo capo, sostituisse
una favola nuova, facendo di Gerberto un discendente della gente Cesia,
di Temeno re d'Argo e di Ercole. Gli stessi protestanti rinunziarono a
usare della leggenda come di un'arma contro la Chiesa di Roma, e alcuni
di essi risolutamente la confutarono.
Del resto, una smentita, per dir così, materiale, non si fece aspettar
troppo a lungo. L'anno 1648, rifacendosi per ordine d'Innocenzo X le
fondamenta alla basilica di San Giovanni, fu aperta l'arca marmorea
di Silvestro II, e il pontefice scelerato, che s'era fatto tagliare
a pezzi, e le cui membra erano state involate e divorate da corvi, da
cani e da diavoli, apparve, dice il canonico Cesare Rasponi, intero ed
illeso, vestito degli abiti pontificali, con le braccia in croce, e la
tiara in capo; ma appena sentì l'aria si sciolse in polvere[78].
Così finiva, dopo quasi sei secoli di vita, una delle più curiose e
celebri leggende del medio evo, meravigliosa per le finzioni di cui
è tessuta, notabile pel senso che racchiude. Nessuno la stimi una
immaginazione scioperata, fatta solo di sogno e di nebbia. Storia
essa non è, ma della storia è come un corollario e un commento. Anzi,
in certo senso, al pari d'altre leggende senza numero, è storia più
generale e più recondita, perchè se non narra singoli fatti veri,
esprime ragioni e condizioni di fatti, desiderii e terrori di popoli,
spirito, grandezza e miseria di secoli.