IV.

Il verso:

Scandit ab R Gerbertus in R, post papa viget R,

riferito la prima volta, come ho detto, da Elgaldo, ripetuto poi, con

leggiere variazioni, da Benone e da molti altri, può benissimo, come

lo stesso Elgaldo afferma, essere stato composto da Gerberto dopo la

sua esaltazione al pontificato; ma mi par più probabile sia fattura di

qualche scolastico di quei tempi. Comunque sia, più tardi esso diventa

una specie di vaticinio posto in bocca al diavolo. Il cronista inglese,

che andava sotto il nome di Guglielmo Godell, ne fece un epitafio

inscritto sulla tomba di Gerberto[24].

Ditmaro parla di un orologio solare. L'anonimo autore di certi _Gesta

episcoporum Halberstadensium_, il quale scriveva nei primi anni del

secolo XIII, si contenta di dire che Gerberto costruì in Magdeburgo un

orologio abbastanza ammodo (_orologium quoddam honestum satis_)[25];

ma Guglielmo di Malmesbury vuole fosse un orologio meccanico, e

Sant'Antonino dice molto più tardi, nelle sue Istorie, che Gerberto

fece un orologio meccanico mirabile. Gli è così appunto che la leggenda

lavora.

La storia della statua, che indica misteriosamente un luogo nascosto,

ha molti riscontri, ed è certamente, almeno in parte, più antica di

Gerberto cui Guglielmo l'appropria. In un libro arabico, intitolato _Il

libro del secreto della creatura del saggio Belinus_ (il quale Belinus

si crede con buon fondamento essere Apollonio Tianeo)[26], si narra

che nella città di Tuaya (probabilmente Tiana) c'era una statua di

Ermete, sul cui capo leggevasi scritto: _Se alcuno desidera conoscere

il secreto della creazione degli esseri, e come fu formata la natura,

guardi sotto a' miei piedi_. Nessuno aveva mai saputo scoprirci nulla;

ma Belinus scavò sotto i piè della statua, e trovò un sotterraneo, e

nel sotterraneo un vecchio seduto sopra un trono d'oro, con innanzi un

libro aperto. Belinus tolse il libro, e acquistò per esso la cognizione

di tutte le cose[27]. Similmente la storia dei tesori trovati nel

sotterraneo fu narrata, prima che di Gerberto, di altri. Il già

citato cronista Sigeberto di Gembloux racconta, all'anno 1039, che

in Sicilia era una statua marmorea, la quale recava scritto intorno

al capo: _Alle calende di maggio, nascente il sole, avrò il capo

d'oro_. Un Saraceno, fatto prigione da Boberto Guiscardo, intendendo

il significato di quelle parole, il dì primo di maggio, al nascer del

sole, notò diligentemente il luogo ove giungeva l'ombra della statua,

e quivi, scavata la terra, trovò un infinito tesoro, col quale potè

riscattarsi. Di questo caso fa ricordo anche il Petrarca nel suo libro

delle cose memorabili[28]. L'avventura non ebbe così buon fine per un

chierico innominato, di cui si narra la storia nei _Gesta Romanorum_.

Costui, penetrato, come Gerberto, in luogo sotterraneo, ov'era accolto

un inestimabile tesoro, non seppe frenare la voglia, e tolse un

coltello: immediatamente un sagittario scoccò la freccia nel carbonchio

che illuminava la caverna, e il temerario chierico, non potendo

più, fra le tenebre, rinvenir la via dell'uscita, morì miseramente.

Quel sagittario, o uno che assai gli somiglia, appare anche in altri

racconti: nella leggenda di Virgilio mago, nella _Image du monde_,

nella Eneide del tedesco Enrico di Weldeke[29].

Veniamo alla testa artifiziata che dà responsi. Teste così fatte, o

anche intere statue favellatrici, o androidi, furono pure attribuite

ad Alberto Magno, a Ruggero Bacone, ad Arnaldo di Villanuova, a

Enrico di Villena, a un rabbino per nome Löw. Di una si parlò nel

famoso processo dei Templari, e Guglielmo di Newbury, storico inglese

morto il 1208, racconta di un procuratore di Andegavia, per nome

Stefano, ingannato, come Gerberto, da una testa magica[30]; e chi

non ricorda la gherminella fatta con una testa presunta magica al

povero Don Chisciotte? Se Gerberto sia stato il primo ad averne

una dalla generosità della leggenda è difficile dire, e non è gran

fatto probabile; ma certo il fallace responso ch'egli ebbe da essa,

o dal diavolo, altri ebbero assai prima di lui, come altri ebbero

dopo. Di responsi ambigui e fallaci è assai spesso ricordo negli

scrittori dell'antichità[31]. Di un responso, o, a dir meglio, di un

avvertimento, non diabolico, ma divino, nel quale, come nella risposta

data a Gerberto, si ha una equivocazione sul nome di Gerusalemme,

narra Giovanni Villani riferendola a Roberto Guiscardo. «Questo Ruberto

Guiscardo, dopo molte nobili opere e cose fatte in Puglia, per cagione

di devozione si dispose d'andare in Gerusalemme in peregrinaggio, e

detto li fu in visione che morrebbe in Gerusalemme. Adunque accomandato

il regno a Ruggieri suo figliuolo, prese per mare viaggio verso

Gerusalemme. E pervenendo in Grecia al porto che si chiamò poi per

lui porto Guiscardo, cominciò a gravare di malattia. E confidandosi

nella revelazione a lui fatta, in nullo modo temea di morire. Era

incontro al detto porto una isola, alla quale, per cagione di prendere

riposo e forza, vi si fece portare, e là portato non migliorava,

anzi più aggravava. Allora dimandoe come si chiamava quella isola: fu

risposto per li marinari che per antico si chiamava Gerusalemme. La

qual cosa udita, incontanente certificato di sua morte, divotamente di

tutte le cose che a salute dell'anima si appartengono sì si ordinò,

e divotamente si acconciò e morio nella grazia d'iddio nelli anni

di Cristo 1090»[32]. Nella leggenda di Cecco d'Ascoli si ha, come in

quella di Gerberto un inganno diabolico. Il diavolo aveva annunziato a

Cecco ch'e' non morrebbe se non tra Africa e Campo de' Fiori. Condotto

al supplizio, l'infelice non dava segno di timore alcuno, aspettando

che quegli venisse a liberarlo; ma saputo allora come Africo fosse il

nome di un fiumicello che scorreva ivi presso, intese sotto il nome

di Campo de' Fiori celarsi Firenze, e si conobbe perduto. Il mago

polacco Twardowsky fu, dice la leggenda, ingannato dal diavolo con una

equivocazione sul nome di Roma, che aveva pure un piccolo villaggio in

Polonia[33]; Enrico IV d'Inghilterra, nel dramma dello Shakespeare che

da lui s'intitola, è ancor egli ingannato col nome di Gerusalemme[34].

Per ciò che spetta alla terribile penitenza con cui Gerberto espiò le

sue colpe e si liberò dalle mani del diavolo, la tradizione è certo

assai antica, perchè si trova già, come abbiam veduto, nello scritto

di Benone, sebbene poi Sigeberto di Gembloux ne taccia. Il medio evo è

pieno di così fatti racconti di penitenze spaventose, intesi a mostrare

l'efficacia appunto della penitenza, e come non siavi peccato, per

quanto grande e mostruoso, che non possa ottenere il perdono di Dio:

si direbbe che quella età abbia a bella posta inventati peccatori

sceleratissimi, per poi farli pentire, e renderli degni del Paradiso.

Anche la penitenza di Gerberto ha non pochi riscontri. Guglielmo di

Malmesbury ne racconta una in tutto simile di un mago Palumbo[35],

e Tommaso Cantipratense reca l'esempio di un malvagio pentito, che,

condannato a morte, chiede in grazia d'essere tagliato a pezzi[36].

Taluno di tali racconti è ancor vivo nelle letterature popolari[37].

In relazione con la notizia data da Gualtiero Map, che Gerberto più

non comunicò durante tutto il tempo del suo sacerdozio, è quanto dice

un altro scrittore inglese del secolo XIII, Giraldo Cambrense, il

quale, ricordato quel caso, soggiunge: «onde fu statuito nella Chiesa

Romana che i sommi pontefici, nel momento della comunione, dovessero

voltarsi verso il popolo»[38]; precauzione che ricorda quella secondo

altri racconti usata per accertarsi del sesso dei pontefici dopo la

scandalosa avventura della papessa Giovanna.

Finalmente la favola del sepolcro che suda acqua. Il primo a farne

cenno sembra essere un diacono Giovanni, che in Roma, ai tempi di

Alessandro III (1159-1181) compose un _Liber de ecclesia Lateranensi_.

Egli dice che il sepolcro di Gerberto, sebbene non fosse in luogo

umido, mandava fuori, anche quando l'aria era in tutto serena,

gocce d'acqua, e che ciò era agli uomini cagione d'ammirazione[39].

Di presagi non fa parola; ma gli è assai probabile che qualche

immaginazione simile a quella che in proposito riferisce Gualtiero,

fosse già nata in Roma fra il popolo.

La leggenda di Gerberto faceva ciò che sempre fanno le leggende

maggiori, congiunte ad alcuna persona illustre, o ad alcun memorabile

avvenimento: come un rivo nato di picciola fonte, il quale ingrossa di

sempre nuove acque trovate per via, essa ingrossava di quante finzioni

le si paravano innanzi consentanee al suo spirito e conformi al suo

tema.

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, vol. II · 第 8 / 75 题