Lo storico inglese Guglielmo di Malmesbury, accingendosi, nella prima
metà del secolo XII, a narrare la storia di Gerberto, diceva: «Non sarà
assurdo, credo, se poniamo in iscrittura ciò che vola per le bocche
di tutti»; e sul finire di quel medesimo secolo, un altro inglese,
Gualtiero Map, accingendosi anch'egli a quel racconto, esclamava:
«Chi ignora la illusione del famoso Gerberto?». La leggenda, che nel
secolo precedente sembra nota a pochi, ha fatto molto cammino, ed è ora
cognita a tutti. Non solo è cognita a tutti, ma s'è ampliata, ha preso
rilievo e colore, ha ricevuto numerosi innesti. Non è più uno schema di
racconto, mal composto e reticente, è addirittura un romanzo.
Ascoltiamo Guglielmo di Malmesbury, gran raccoglitore, gran narratore,
caloroso, efficace e credulo, di storie incredibili[17].
Gerberto nacque in Gallia, e fu monaco, sin da fanciullo, nel monastero
di Fleury. Giunto al bivio pitagorico (così si esprime l'autore) sia
che gli venisse tedio del monacato, sia che il vincesse cupidigia di
gloria, fuggì di notte tempo in Ispagna con proposito di apprendere
l'astrologia, ed altre arti sì fatte, dai Saraceni, i quali vi
attendono e ne sono maestri. Giunto fra loro, potè appagare il suo
desiderio, e vinse Tolomeo e Alandreo (?) nella scienza degli astri,
Giulio Firmico nella divinazione del fato. Quivi imparò ad intendere
e interpretare il canto e il volo degli uccelli; quivi a suscitar
dall'Inferno tenui figure; quivi finalmente quanto di buono e di reo
può comprendere la umana curiosità. Nulla è a dire delle arti lecite,
aritmetica, musica, astronomia, geometria, le quali per tal modo esaurì
da farle parere minori del suo ingegno, e con industria grande poi
fece rivivere in Francia, ov'erano quasi perdute. Sottraendo, egli
primo, l'abaco ai Saraceni, diede regole che a mala pena s'intendono
dai sudanti abacisti. L'ospitava in sua casa un filosofo di quella
setta, cui egli rimunerò, con molto oro da prima, e con promesse da
poi. Nè mancava il Saraceno di vendere la propria scienza, e spesse
volte invitava l'ospite a colloquio, ragionando seco lui quando di
cose serie e quando di sollazzevoli, e gli dava de' suoi libri da
trascrivere. Aveva tra gli altri, il Saraceno, un volume, che contenea
tutta l'arte, e questo, Gerberto, sebbene ardesse della voglia di
farlo suo, non potè mai trargli di mano. Riuscite vane le preghiere,
le promesse, le offerte, egli finalmente diede opera alle insidie, e
ubbriacato con l'ajuto della figliuola di lui, il Saraceno, tolse il
volume, che quegli teneva custodito sotto il capezzale, e via se ne
fuggì. Destatosi il Saraceno dal sonno, leggendo nelle stelle, della
cui scienza era maestro, si diede a inseguire il fuggiasco; ma questi,
usando della scienza medesima, conobbe il pericolo, e si celò sotto
un ponte di legno, ch'era ivi presso, aggrappandovisi con le mani,
per modo che, penzolando, non toccava nè la terra nè l'acqua. Così
deluso, il Saraceno ebbe a tornarsene a casa, e Gerberto, accelerando
il cammino, giunse al mare. Colà evocato con gl'incantesimi il
diavolo, pattuì di darglisi in perpetuo, se, difendendolo da colui che
l'inseguiva, lo portava oltre l'acqua. Il che fu fatto.
Qui Guglielmo entra a discorrere dell'insegnamento di Gerberto, de'
suoi compagni di studio e de' discepoli illustri; ricorda un orologio
meccanico (trasformazione dell'orologio solare di Magdeburgo) e un
organo idraulico, in cui l'opera dei mantici era supplita dall'acqua
bollente, fabbricati l'uno e l'altro da Gerberto per la cattedrale
di Reims; dice come Gerberto diventasse arcivescovo di questa città,
arcivescovo di Ravenna e finalmente pontefice; poi soggiunge: Fautore
il diavolo, Gerberto procacciò la propria ventura per modo che nulla
mai di quant'ebbe immaginato lasciò imperfetto, e da ultimo fece segno
della propria cupidità i tesori delle antiche genti, da lui per arte
necromantica ritrovati.
E qui un'altra storia, che ebbe ancor essa divulgazione grandissima, e
che Guglielmo sembra sia stato il primo a narrare.
Era in Campo Marzio, presso Roma (così dice il nostro cronista), una
statua, non so se di bronzo o di ferro, che mostrava disteso l'indice
della mano destra, e recava scritto in fronte: _Percuoti qui; Hic
percute_. Gli uomini del tempo andato, credendo di trovarvi dentro
un tesoro, avevano, con molti colpi di scure, squarciata la statua
innocente; ma Gerberto corresse l'error loro, intendendo in tutt'altro
modo le ambigue parole. Epperò, notato di pien meriggio il luogo ove
giungeva l'ombra del dito, ivi infisse un palo, e sopravvenuta la
notte, fatto colà ritorno con la sola scorta di un suo cameriere, che
recava una lucerna accesa, fece con suoi incanti spalancare la terra.
Ed ecco apparire agli sguardi loro una grandissima reggia, auree
pareti, aurei lacunari, e cavalieri d'oro giocanti con aurei dadi, e un
aureo re, sedente con la sua regina a mensa apparecchiata, con intorno
i ministri e sulla mensa vasellame di gran peso e pregio, ove l'arte
vincea la natura. Nella più interna parte del palazzo, un carbonchio,
gemma fra tutte nobilissima e rara, fugava col suo splendore le
tenebre, e aveva di contro, nell'angolo opposto, un fanciullo con
l'arco teso, incoccata la freccia. Ma nessuna di quelle cose, che con
l'arte preziosa rapivano gli occhi, poteva esser tocca, perchè come
l'uno degli intrusi vi appressava la mano, subito quelle immagini tutte
parevano balzargli incontro e voler far impeto nel temerario. Vinto dal
timore, Gerberto represse la sua cupidigia; ma il cameriere ghermì un
coltello di mirabile valore, che era sul desco, pensando così picciolo
furto dovesse rimanere occulto fra tanta preda. Incontanente insorsero
le immagini tutte fremendo, e il fanciullo, scoccata nel carbonchio
la freccia, empiè di tenebre il luogo; e se il cameriere, ammonito dal
suo signore, non si fosse affrettato a deporre il coltello, avrebbero
entrambi pagata la pena della lor petulanza. Così inappagata la loro
bramosia, guidati dalla lucerna, se ne tornarono addietro. — Erano
quelli i tesori di Ottaviano Augusto imperatore, a proposito dei quali
Guglielmo narra altre avventure e altre meraviglie.
Segue un terzo racconto, col quale il romanzo si chiude.
Gerberto, osservati gli astri, compose una testa artifiziata, la quale
rispondeva per sì e per no alle domande che le si facevano. Così se
Gerberto chiedeva: Diventerò io papa? — la testa rispondeva: Sì. — E se
Gerberto domandava: Morrò io prima che canti messa in Gerusalemme? — la
testa rispondeva: No. E vogliono che dall'ambiguità di questa seconda
risposta egli sia stato tratto in inganno, perchè non pensò esservi in
Roma una chiesa che appunto è detta Gerusalemme, dove suol cantar messa
il papa le tre domeniche cui dassi il titolo di _Statio ad Jerusalem_.
Ora avvenne che in uno di quei giorni Gerberto, mentre si parava per
la messa, ammalò, e crescendogli il male, consultata la testa, conobbe
l'inganno e la morte imminente. Chiamati pertanto i cardinali, pianse a
lungo i suoi malefizii, e mentre quelli per lo stupore non sapean che
si fare, egli, perduto per l'angoscia il senno, ordinò lo tagliassero
a pezzi, e così ne lo gittassero fuori, dicendo: Abbia le membra chi
ebbe l'omaggio, perchè l'anima mia sempre detestò quel sacramento, anzi
sacrilegio.
Due sarebbero state principalmente, secondo la narrazione di Guglielmo,
le ragioni che indussero Gerberto a studiare la magia e legarsi col
demonio: il desiderio di sapere e l'amor della gloria; la cupidigia
appare solo più tardi. In un poema latino anonimo, di cui non è
accertato se appartenga al secolo XII o al XIII[18], narrasi che
Gerberto si diede al diavolo perchè non era buono d'imparar nulla, ed
ebbe il diavolo stesso a maestro, e da lui apprese a compor l'abaco; ma
nel già ricordato racconto di Gualtiero Map vengono fuori altri fatti,
altre ragioni, altre meraviglie.
Dice quest'uom dabbene, con torturata e torturante eleganza di concetti
e di stile, che Gerberto, essendo in Reims, s'innamorò perdutamente
della figliuola di quel preposto, bellissima, ammiratissima,
desideratissima. Per amor di lei Gerberto si diede a spendere e
spandere, si caricò di debiti, cascò in mano agli usurai, e in poco
tempo, abbandonato da servi ed amici, toccò il fondo della miseria.
Un giorno, lacerato dalla fame e fuor di sè, nell'ora del meriggio,
si cacciò in un bosco, e vagando a caso, capitò in un luogo dove
improvvisamente gli si offerse alla vista una donna d'inaudita
bellezza, seduta sopra un gran drappo di seta, con innanzi a sè un
mucchio grandissimo di monete. Gerberto volge il piè per fuggire; ma
la donna il chiama per nome, e come mossa a compassione del suo stato,
gli offre quante ricchezze possa mai desiderare, a patto solo che
rinunzii alla figlia del preposto, la quale non si curò punto di lui,
e voglia lei, che gli parla, per compagna ed amica. Ella soggiunge:
Meridiana è il mio nome, e sono, come tu sei, creatura dell'Altissimo,
e a te, come al più degno fra gli uomini, ho serbata la mia verginità.
Non sospettar d'inganno e d'insidia; non credere che io sia un qualche
demone succubo; io tutto ti offro, e non ti chiedo promessa o patto
alcuno. Gerberto, rimosso dall'animo ogni timore, offre la propria
fede, bacia l'amica (salvo, dice il buon Gualtiero, il pudore), prende
quant'oro può portare, torna in città, paga i suoi creditori, e ajutato
dalla sua Meridiana (o Marianna), la quale gli è non meno maestra che
amante, e gl'insegna la notte che cosa abbia da fare il giorno, ristora
tutto il perduto, agguaglia la magnificenza di Salomone, vince quanti
hanno fama di dotti, diventa il soccorritore dei bisognosi, il redentor
degli oppressi, e non è città nel mondo che per amore di lui non porti
invidia a Reims. La figliuola del preposto, ciò vedendo, arde a sua
volta di amore e di gelosia, e si strugge del desiderio di aver tra le
braccia colui che tanto avea disprezzato. Con l'ajuto di una vecchia,
vicina di Gerberto, appaga il suo desiderio, un giorno che quegli, dopo
lauto desinare, s'era addormentato nell'orto. Meridiana si sdegna, e da
prima respinge il pentito, poi gli perdona, a patto che si leghi a lei
con formale promessa e indissolubile nodo. Muore intanto l'arcivescovo
di Reims, e Gerberto, per la fama de' suoi meriti, è chiamato a
succedergli; poi, in Roma, è dal papa fatto cardinale e arcivescovo
di Ravenna; poi, morto il papa, è, per universale suffragio, coronato
della tiara. Ma durante tutto il tempo del suo sacerdozio, egli più non
si cibò del corpo e del sangue di Cristo, solo simulando con frode il
sacramento. L'ultimo anno del suo pontificato gli apparve Meridiana,
e gli annunziò ch'ei non morrebbe finchè non celebrasse messa in
Gerusalemme, ed egli, dimorando in Roma, e facendo pensiero di non
girsene mai in Terra Santa, si tenne sicuro. Se non che, andato un
giorno a celebrare messa nella chiesa di Santa Croce in Gerusalemme,
si vide improvvisamente innanzi Meridiana, che l'applaudiva, come fosse
lieta del suo prossimo venire a lei. La qual cosa veduta, e conosciuto
il nome del luogo, egli, convocati i cardinali, e tutto il clero e il
popolo, si confessò pubblicamente, e fatta acerbissima penitenza, morì.
Fu sepolto nella chiesa di San Giovanni Laterano, dentro a un'arca
marmorea, dalla quale trasuda acqua; e dicono che quando sta per morire
il papa, di quell'acqua si forma un rigagnolo che scorre in terra, e
quando muore alcun altro grande, se ne aduna più o meno, secondo il
grado e la dignità di ciascuno. Gerberto, sebbene per avarizia sia
stato gran tempo impigliato nel vischio del diavolo, pure con forte
mano e magnificamente resse la Chiesa[19].
Il racconto di Gualtiero ha una intonazione gaja che manca al
racconto di Guglielmo e degli altri: l'orror del diabolico è in
esso raggentilito dall'amore e dalla bellezza. Quella Meridiana, o
Marianna, non è se non l'antichissima Diana trasformata in diavolo, e
più propriamente nel diavolo meridiano, che soleva lasciarsi vedere
sull'ora del meriggio, e di cui è frequente ricordo negli scrittori
del medio evo[20]. Essa ha nel romanzo di Gerberto, quale Gualtiero
lo narra, una parte molto simile a quella che certe fate hanno
nei romanzi cavallereschi, e la storia degli amori appartiene al
divulgatissimo tema degli amori d'uomini d'ossa e di polpe con donne
soprannaturali[21].
D'onde attingeva Gualtiero? Dalla propria fantasia, o da una tradizione
scioperata e caduca, nata forse e morta in Inghilterra, prima che
giungesse a valicar lo stretto e a propagarsi nel continente? Propendo
per questa seconda soluzione del dubbio, ma senza poterla provare.
Certo si è che un altro scrittore inglese, di poco anteriore a
Gualtiero, e non noto per nome, di Meridiana non fa parola: dice che
Gerberto si diede al diavolo per avidità di onori e di ricchezze; che
fu dallo stesso demonio ingannato con quell'ambiguo responso della
messa da celebrare in Gerusalemme, e fatto un cenno della penitenza,
chiude il racconto, annunziando la salvazione del pentito, e riferendo
il miracolo del sepolcro[22].
Così abbiam veduto variare le ragioni assegnate al diabolico patto:
amor del sapere, inettitudine allo studio, cupidigia di onori e di
potere, avidità di ricchezze; più che non se ne sieno addotte per
Fausto. Un poeta e cronista alquanto più tardo, il viennese Enenkel,
il quale, circa il mezzo del secolo XIII, compose una specie di storia
universale in versi, narra che Gerberto, uomo di gran sapere, ma
giocatore sfrenato, per torsi alla miseria cui s'era ridotto, si legò
col diavolo, pattuendo d'esser suo il giorno in cui celebrerebbe messa
in Gerusalemme. Ajutato dal suo diavolo, Gerberto seguita a giocare
a dadi, vince quanti si cimentano con lui, diventa segretario del
vescovo, poi vescovo, poi papa. Segue il racconto della messa fatale e
della penitenza: le membra tronche sono gettate ai diavoli congregati,
che giocano con esse alla palla[23].
Ma non corriamo tropp'oltre, e prima di seguitare, soffermiamoci un
poco a considerar più da presso alcuna delle finzioni che ci si sono
parate dinanzi.