La ragione prima e principale è da cercare nella riputazione
grandissima che Gerberto ebbe di dotto. A noi, che ne abbiamo i frutti
tra mani, il sapere di lui non sembra un gran che, ma fu, pei tempi
in cui egli visse, straordinario davvero, e a quegli uomini doveva
sembrare meraviglioso, e ai più ignoranti inesplicabile e sovrumano. Il
già ricordato Richerio parla con entusiasmo del grande ingegno e del
mirabile eloquio di Gerberto; celebra la dottrina di lui, egualmente
versato nell'aritmetica, nella dialettica, nell'astronomia, nella
musica; discorre dell'abaco da lui inventato; ricorda alcune sfere
celesti da lui con mirabile artificio costruite. Ditmaro narra che
Gerberto fu, sin da fanciullo, ammaestrato nelle arti liberali; che
ebbe ottima conoscenza del corso degli astri; che superò in dottrina
tutti gli uomini del suo tempo; che nella città di Magdeburgo costruì
un orologio solare, spiando a traverso a una canna, la stella _che
guida i marinai_, cioè la polare[11]. Ademaro Cabannense dice che
Gerberto fu fatto papa dall'imperatore in grazia del suo sapere,
_propter philosophiae gratiam_[12].
Ma quel sapere appunto, così fuor del comune, ai più doveva
riuscire sospetto, e a molti, che pur non ci sospettavan nulla di
soprannaturale, doveva tornare increscioso e non in tutto scevro di
colpa. Non si dimentichi che siamo in tempi di fede viva ed angusta, e
in mezzo ad uomini superstiziosi, i quali facilmente nel sapere umano
scorgono come una presunzione audace di contrapporsi al sapere divino,
e negli studii profani un esercizio pien di pericolo, assai più atto
a trarre gli spiriti in giù, verso Satana, che a sollevarli in alto,
verso Dio. E Gerberto attese con troppo ardore agli studii profani,
e non celò la sua passione per essi. Non giunge egli a dire, in una
lettera ad Arnulfo vescovo di Reims: «A questa fede noi annodiamo la
scienza, poichè non hanno fede gli stolti?» In queste parole facilmente
altri avrebbe potuto trovare il germe di una falsa dottrina, contraria
agl'insegnamenti dell'Evangelo. Nessuna meraviglia dunque se due
cronisti, già più sopra citati, Lamberto di Hersfeld e Bernoldo,
pur non facendo il più piccolo accenno ad origini o collegamenti
soprannaturali, dicono risolutamente che Gerberto fu troppo dedito agli
studii profani.
Ma le cose non potevano fermarsi lì. Durante tutto il medio evo gli
uomini più celebrati per ingegno e per dottrina, i filosofi e i poeti
più illustri, così degli antichi come dei nuovi tempi, furono tenuti
generalmente in conto di maghi, da Aristotile ad Alberto Magno e
Ruggero Bacone, da Virgilio a Cecco d'Ascoli. Bastava a Gerberto la
fama di dotto per mutarsi, nella opinione d'infiniti, di vescovo in
mago; ma tale mutazione era in lui favorita da più altre ragioni.
Si sapeva del suo viaggio in Ispagna; si sapeva che in Ispagna egli
aveva atteso con sommo profitto agli studii; e non ci voleva un grande
sforzo di fantasia per porlo in relazione con gli Arabi, per far di
lui il discepolo di qualche dottore saraceno, avverso, come tutta la
sua gente, ai cristiani, e naturale amico del diavolo. La critica del
secol nostro provò che Gerberto deriva il suo sapere principalmente
da Boezio, del quale fece in versi un fiorito elogio, e che nulla egli
deve agli Arabi[13]: ma chi ai tempi di lui, avrebbe potuto provare o
affermare altrettanto e troncar dalla radice un sospetto che sorgeva
spontaneo e irresistibile nelle menti? Ademaro, che pur gli è tanto
benevolo, dice (nè si sa donde tragga cotal notizia) che Gerberto fu
a Cordova per amor di studio, _causa sophiae_[14]. Ora, Cordova era
in mano degli Arabi, e se non aveva, come Toledo, fama di essere una
scuola massima di magia, e un covo di necromanti, doveva pur sembrare
a cristiani un asilo e un propugnacolo dell'Inferno, dove s'insegnava
una scienza perigliosa e diabolica. Perciò sarebbe da meravigliare se
Gerberto avesse potuto sottrarsi a quella accusa di magia che avvolse
tanti altri, i quali forse meno di lui sembravano meritarla.
Ma a procacciargliela, quell'accusa, un'altra ragione cooperò, non
meno efficace delle notate: l'odio. Gerberto ebbe amici molti e
potenti; ma ebbe anche molti nemici, de' quali fa spesso ricordo
nelle sue epistole. Ne ebbe a Bobbio, d'onde gli fu forza partirsi;
ne ebbe a Reims pei fatti che ho detto; ne ebbe in tutta la Francia,
e in Germania ancora, a cagione della parte presa negli avvenimenti
politici; ne ebbe in Roma dove gli odii che sempre bollivano contro
l'imperatore si riversavano naturalmente sopra i suoi protetti. E
quegli odii Gerberto ricambiava. A Stefano, diacono di Roma, scriveva,
piena l'anima di livore: «Tutta Italia m'è sembrata una Roma. Il mondo
ha in esecrazione i costumi dei Romani»[15].
Nemici dunque molti, e di varia condizione, e per più ragioni;
alcuni mossi solo dalla gelosia e dall'invidia, altri da legittimo
risentimento: giacchè non è da tacere che se Gerberto ebbe grandi
virtù, e parecchie, ebbe anche gran mancamenti; e se attese fedelmente,
con zelo e carità, come vescovo e come papa, all'officio ecclesiastico,
nei maneggi e nelle gare della vita si diportò più di una volta in modo
degno di biasimo. Certo egli fu poco aperto all'amicizia e agli affetti
in genere, non ischivo dell'adulazione, non sempre alieno dall'intrigo
e dall'inganno; soprattutto fu ambiziosissimo; e se la tristizia dei
tempi in parte lo scusa, non lo scusa però interamente. Aggiungasi che
gli Atti del concilio di San Basolo, da lui compilati, potevano anche
far nascere qualche dubbio circa la sua ortodossia. Per quella brutta
faccenda dell'arcivescovo Arnulfo gli si dichiararono avversi gli
stessi pontefici, Giovanni XV prima, Gregorio V poi.
Qual che si fosse, del resto, la ragion della inimicizia, ben si vede
che i nemici dovevano adoperarsi con tutte le forze ad oscurare la
fama di lui, e che l'accusa di scelerati commerci con lo spirito delle
tenebre doveva essere da loro, se non immaginata e prodotta, almeno
accolta e promossa. Quanti poi, ed erano molti, sparsi pel mondo,
avevano in odio la curia di Roma, le sue prevaricazioni e le sue frodi,
dovevano favorire il sorgere e il divulgarsi di una leggenda che poneva
sulla cattedra di San Pietro una creatura del diavolo. Quel medesimo
odio suscitò più tardi la leggenda famosa della Papessa Giovanna.
Perciò gli è assai probabile che le prime voci, timide e fuggevoli,
dell'accusa cominciassero a levarsi e andare attorno mentre Gerberto
era ancor vivo. Il non trovarsi cenno della leggenda nei cronisti più
antichi non prova punto, come a taluni sembra, il contrario, giacchè le
leggende, di solito, compajono nelle scritture un pezzo dopo che sono
nate, e quando già hanno cominciato a esplicarsi e assodarsi: prima
vivono nella fantasia dei molti o dei pochi, e nelle scucite narrazioni
orali.
Il Doellinger crede che la leggenda nascesse in Roma, e che quivi la
raccogliesse Benone[16]. Le sue ragioni, a dir vero, non mi pajono di
gran peso, e stimo assai più probabile che nascesse un po' qua e un
po' là, dove trovava le suggestioni più acconce e le condizioni più
favorevoli. Certo gli esplicamenti ulteriori della leggenda non si
produssero in Roma.