II.

La ragione prima e principale è da cercare nella riputazione

grandissima che Gerberto ebbe di dotto. A noi, che ne abbiamo i frutti

tra mani, il sapere di lui non sembra un gran che, ma fu, pei tempi

in cui egli visse, straordinario davvero, e a quegli uomini doveva

sembrare meraviglioso, e ai più ignoranti inesplicabile e sovrumano. Il

già ricordato Richerio parla con entusiasmo del grande ingegno e del

mirabile eloquio di Gerberto; celebra la dottrina di lui, egualmente

versato nell'aritmetica, nella dialettica, nell'astronomia, nella

musica; discorre dell'abaco da lui inventato; ricorda alcune sfere

celesti da lui con mirabile artificio costruite. Ditmaro narra che

Gerberto fu, sin da fanciullo, ammaestrato nelle arti liberali; che

ebbe ottima conoscenza del corso degli astri; che superò in dottrina

tutti gli uomini del suo tempo; che nella città di Magdeburgo costruì

un orologio solare, spiando a traverso a una canna, la stella _che

guida i marinai_, cioè la polare[11]. Ademaro Cabannense dice che

Gerberto fu fatto papa dall'imperatore in grazia del suo sapere,

_propter philosophiae gratiam_[12].

Ma quel sapere appunto, così fuor del comune, ai più doveva

riuscire sospetto, e a molti, che pur non ci sospettavan nulla di

soprannaturale, doveva tornare increscioso e non in tutto scevro di

colpa. Non si dimentichi che siamo in tempi di fede viva ed angusta, e

in mezzo ad uomini superstiziosi, i quali facilmente nel sapere umano

scorgono come una presunzione audace di contrapporsi al sapere divino,

e negli studii profani un esercizio pien di pericolo, assai più atto

a trarre gli spiriti in giù, verso Satana, che a sollevarli in alto,

verso Dio. E Gerberto attese con troppo ardore agli studii profani,

e non celò la sua passione per essi. Non giunge egli a dire, in una

lettera ad Arnulfo vescovo di Reims: «A questa fede noi annodiamo la

scienza, poichè non hanno fede gli stolti?» In queste parole facilmente

altri avrebbe potuto trovare il germe di una falsa dottrina, contraria

agl'insegnamenti dell'Evangelo. Nessuna meraviglia dunque se due

cronisti, già più sopra citati, Lamberto di Hersfeld e Bernoldo,

pur non facendo il più piccolo accenno ad origini o collegamenti

soprannaturali, dicono risolutamente che Gerberto fu troppo dedito agli

studii profani.

Ma le cose non potevano fermarsi lì. Durante tutto il medio evo gli

uomini più celebrati per ingegno e per dottrina, i filosofi e i poeti

più illustri, così degli antichi come dei nuovi tempi, furono tenuti

generalmente in conto di maghi, da Aristotile ad Alberto Magno e

Ruggero Bacone, da Virgilio a Cecco d'Ascoli. Bastava a Gerberto la

fama di dotto per mutarsi, nella opinione d'infiniti, di vescovo in

mago; ma tale mutazione era in lui favorita da più altre ragioni.

Si sapeva del suo viaggio in Ispagna; si sapeva che in Ispagna egli

aveva atteso con sommo profitto agli studii; e non ci voleva un grande

sforzo di fantasia per porlo in relazione con gli Arabi, per far di

lui il discepolo di qualche dottore saraceno, avverso, come tutta la

sua gente, ai cristiani, e naturale amico del diavolo. La critica del

secol nostro provò che Gerberto deriva il suo sapere principalmente

da Boezio, del quale fece in versi un fiorito elogio, e che nulla egli

deve agli Arabi[13]: ma chi ai tempi di lui, avrebbe potuto provare o

affermare altrettanto e troncar dalla radice un sospetto che sorgeva

spontaneo e irresistibile nelle menti? Ademaro, che pur gli è tanto

benevolo, dice (nè si sa donde tragga cotal notizia) che Gerberto fu

a Cordova per amor di studio, _causa sophiae_[14]. Ora, Cordova era

in mano degli Arabi, e se non aveva, come Toledo, fama di essere una

scuola massima di magia, e un covo di necromanti, doveva pur sembrare

a cristiani un asilo e un propugnacolo dell'Inferno, dove s'insegnava

una scienza perigliosa e diabolica. Perciò sarebbe da meravigliare se

Gerberto avesse potuto sottrarsi a quella accusa di magia che avvolse

tanti altri, i quali forse meno di lui sembravano meritarla.

Ma a procacciargliela, quell'accusa, un'altra ragione cooperò, non

meno efficace delle notate: l'odio. Gerberto ebbe amici molti e

potenti; ma ebbe anche molti nemici, de' quali fa spesso ricordo

nelle sue epistole. Ne ebbe a Bobbio, d'onde gli fu forza partirsi;

ne ebbe a Reims pei fatti che ho detto; ne ebbe in tutta la Francia,

e in Germania ancora, a cagione della parte presa negli avvenimenti

politici; ne ebbe in Roma dove gli odii che sempre bollivano contro

l'imperatore si riversavano naturalmente sopra i suoi protetti. E

quegli odii Gerberto ricambiava. A Stefano, diacono di Roma, scriveva,

piena l'anima di livore: «Tutta Italia m'è sembrata una Roma. Il mondo

ha in esecrazione i costumi dei Romani»[15].

Nemici dunque molti, e di varia condizione, e per più ragioni;

alcuni mossi solo dalla gelosia e dall'invidia, altri da legittimo

risentimento: giacchè non è da tacere che se Gerberto ebbe grandi

virtù, e parecchie, ebbe anche gran mancamenti; e se attese fedelmente,

con zelo e carità, come vescovo e come papa, all'officio ecclesiastico,

nei maneggi e nelle gare della vita si diportò più di una volta in modo

degno di biasimo. Certo egli fu poco aperto all'amicizia e agli affetti

in genere, non ischivo dell'adulazione, non sempre alieno dall'intrigo

e dall'inganno; soprattutto fu ambiziosissimo; e se la tristizia dei

tempi in parte lo scusa, non lo scusa però interamente. Aggiungasi che

gli Atti del concilio di San Basolo, da lui compilati, potevano anche

far nascere qualche dubbio circa la sua ortodossia. Per quella brutta

faccenda dell'arcivescovo Arnulfo gli si dichiararono avversi gli

stessi pontefici, Giovanni XV prima, Gregorio V poi.

Qual che si fosse, del resto, la ragion della inimicizia, ben si vede

che i nemici dovevano adoperarsi con tutte le forze ad oscurare la

fama di lui, e che l'accusa di scelerati commerci con lo spirito delle

tenebre doveva essere da loro, se non immaginata e prodotta, almeno

accolta e promossa. Quanti poi, ed erano molti, sparsi pel mondo,

avevano in odio la curia di Roma, le sue prevaricazioni e le sue frodi,

dovevano favorire il sorgere e il divulgarsi di una leggenda che poneva

sulla cattedra di San Pietro una creatura del diavolo. Quel medesimo

odio suscitò più tardi la leggenda famosa della Papessa Giovanna.

Perciò gli è assai probabile che le prime voci, timide e fuggevoli,

dell'accusa cominciassero a levarsi e andare attorno mentre Gerberto

era ancor vivo. Il non trovarsi cenno della leggenda nei cronisti più

antichi non prova punto, come a taluni sembra, il contrario, giacchè le

leggende, di solito, compajono nelle scritture un pezzo dopo che sono

nate, e quando già hanno cominciato a esplicarsi e assodarsi: prima

vivono nella fantasia dei molti o dei pochi, e nelle scucite narrazioni

orali.

Il Doellinger crede che la leggenda nascesse in Roma, e che quivi la

raccogliesse Benone[16]. Le sue ragioni, a dir vero, non mi pajono di

gran peso, e stimo assai più probabile che nascesse un po' qua e un

po' là, dove trovava le suggestioni più acconce e le condizioni più

favorevoli. Certo gli esplicamenti ulteriori della leggenda non si

produssero in Roma.

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, vol. II · 第 6 / 75 题