I.

Sembra a molti che Dante, col parlare dei mali pontefici come in più

luoghi notissimi della _Commedia_ ne parla, con lo sprofondarne un

buon numero nell'Inferno, col porre in bocca allo stesso principe degli

apostoli quella terribile sfuriata del 27º canto del _Paradiso_, abbia

dato una singolar prova di arditezza e libertà di giudizio, abbia fatto

cosa mirabile e nuova, in pien contrasto con le usanze, le opinioni, lo

spirito dell'età che fu sua.

È questo un errore.

Il medio evo, se ebbe (come Dante, del resto) viva e salda la fede, e

sincera

La riverenza delle somme chiavi,

del papato quale istituzione divina, intesa a procacciare il trionfo

della verità e la salute delle anime, ebbe pure, stimolato a ciò dalla

stessa indole del suo sentimento religioso, pronta la mente e spedita

la lingua a condannare e vituperare i troppo umani traviamenti di

quella istituzione, e usò sempre parlando dei reggitori spirituali

suoi, così maggiori come minori, non velati giudizii e libere ed acute

parole. Di ciò fanno fede certe _Bibbie_ satiriche, certi trattati del

_pianto_ e della _corruzion_ della Chiesa, molte poesie di goliardi,

molte narrazioni di storici e di novellatori, e alcune leggende

meravigliose, le quali, per avere avuto divulgazione larghissima, ed

essere state credute vere universalmente, hanno anche più significato e

fanno vie più valida testimonianza. Tale la leggenda che dice Giovanni

XII accoppato dal diavolo; tale l'altra che manda all'Inferno e libera

poi Benedetto IX; tale quella che narra della magia e della mala fine

di Silvestro II; anzi questa, essendo per molta parte ingiusta, come

or ora si vedrà; non avendo, cioè, nella vita di quel pontefice ragion

sufficiente e giustificazione opportuna, riesce più significativa e più

notabile delle altre.

La cornice storica, se così posso esprimermi, dentro a cui essa

s'inquadra, è, in breve, la seguente.

Gerberto[1], che poi fu papa col nome di Silvestro II, nacque di

umile famiglia in Aurillac, o ivi presso, nell'Alvernia, non si sa

precisamente in quale anno, ma verso il mezzo del secolo X. Rimasto

orfano, fu accolto, fanciullo ancora, nel monastero di San Geroldo,

ove fece i primi suoi studii, e d'onde, in compagnia di Borel,

conte d'Urgel, passò in Ispagna a seguitarli, sotto la disciplina

del vescovo Attone. In Ispagna dimorò alcuni anni, poi, essendo già

versatissimo nella matematica, nell'astronomia, nella musica, se ne

venne, insieme col vescovo e il conte, in Roma. In Roma il pontefice,

ch'era allora Giovanni XIII, gli pose amore, e dopo alcun tempo lo

mandò all'imperatore Ottone II, che a sua volta lo mandò a studiar

logica con un arcidiacono di Reims. Nel 972 Gerberto insegna in

quella stessa città con grande onore, e la fama del suo mirabil sapere

cresce rapidamente; ma Ottone, credendo di fargli bene, lo toglie di

là per preporlo all'abazia di Bobbio. Quivi Gerberto si attira molte

inimicizie e cade in disgrazia così del papa, come dell'imperatore.

Fa ritorno a Reims, si getta in mezzo alle contese politiche, coopera

efficacemente alla deposizione di quell'arcivescovo Arnulfo, accusato

d'aver tradito Ugo Capeto suo signore, e ne usurpa il luogo; ma nol

tiene a lungo, e condannato da un concilio, si ritrae. Nel 999 lo

troviamo arcivescovo di Ravenna, e in quell'anno medesimo, il 2 di

aprile, è fatto papa. Governa la Chiesa quattr'anni, con fermezza e

rettitudine, e muore il 12 di maggio del 1003.

Questi, in succinto, i fatti storicamente accertati, da cui prende

argomento, e tra cui s'insinua e si dilata la leggenda che mi accingo

ad esporre. Essi hanno, senza dubbio, dello straordinario, ma nulla

di portentoso, nulla di arcano, e non eccedono in nessunissima guisa i

termini naturali delle cose umane e delle umane operazioni. La fortuna

di Gerberto, salito per gradi e lentamente dall'umile condizione di

monaco alla suprema dignità di papa, non dà nemmen luogo a uno di quei

problemi storici indeterminati e involuti, intorno a' quali il critico,

che vede ogni po' dileguarsi o confondersi le cause presunte dei fatti,

o diventarne perplesso il significato, si affatica inutilmente. Data

la condizione generale dei tempi in cui Gerberto ebbe a vivere, date

le qualità dell'ingegno e dell'animo di lui, dato il favore di cui,

a tacere d'altri, gli furono larghi gli Ottoni, quella fortuna appar

naturale e spiegabilissima.

Appar tale a noi; ma tale non doveva facilmente apparire agli uomini

che la videro, o a quelli che, per più secoli di poi, ne udirono il

racconto. E però nacque la leggenda, frutto della ignoranza, congiunta,

per una parte, con l'ammirazione, per l'altra, col malvolere, stimolata

senza posa e riscaldata dalla fantasia.

Dove e quando appajono le prime vestigia di essa, e quali sono le sue

prime sembianze? Ogni leggenda, simile in questo a una pianta, nasce

di certi germi, cresce, fiorisce, prolifera, e dopo un tempo più o

meno lungo, secondo l'indole dei popoli, le condizioni della civiltà,

le vicissitudini storiche, svigorisce e muore. Come quell'albero

meraviglioso dei tropici, che abbarbicando a mano a mano i suoi rami

alla terra, forma intere foreste, la leggenda, sin che dura nel suo

rigoglio e nella sua fecondità, copre di sè province e reami; ma

negli inizii suoi, e poi nella fine, si raccoglie in poco spazio, e

facilmente si occulta; e chi ne vuol dar contezza, non sempre riesce

a dire se ci sia o non ci sia, se sia già nata, se sia già morta.

E ciò perchè la leggenda è bensì un fatto psicologico e storico

alla produzione del quale concorrono cause insistenti, molteplici,

generalissime; ma è altresì un fatto che si produce e si determina a

poco a poco, in certi spiriti da prima, in uno anzichè in un altro

luogo, irresolutamente, con manifestazioni scarse e leggiere, che

sfuggono all'occhio e facilmente dileguano.

Così per l'appunto seguì della leggenda di Gerberto. Diffusissima

nei tre secoli che seguiron l'undecimo, essa, negli anni più prossimi

alla morte di colui che le porge argomento, appena dà qualche segno

del suo formarsi. Nei cronisti più antichi, coetanei di Gerberto, o

a lui di poco posteriori, non se ne vede pur l'orma. Un monaco di San

Remigio, Richerio, grande amico ed ammirator di Gerberto, cui dedicò

quattro libri di storie, narra con molte lodi la vita di lui, descrive

gli studii, esalta l'ingegno e il sapere, celebra le opere, ma non

ha nemmeno una parola che accenni a leggenda[2]. Vero è che Richerio,

appunto perchè amico, avrebbe potuto tacere, per deliberato proposito,

ciò che da molti, non amici, si mormorava; ma non mancano altri

cronisti, antichi egualmente, o poco meno, sui quali non può cadere

un sospetto così fatto. Ditmaro di Merseburgo, Ademaro Cabannense, o

Campanense, Elgaldo, Radulfo Glaber, Ermanno Contratto, o di Reichenau,

Lamberto di Hersfeld, Mariano Scoto, Bernoldo, Ugo Floriacense, tutti

fioriti tra il finire del X e il principiare del XII secolo, nulla

narrano che s'accosti od alluda alla posteriore leggenda, e par più che

probabile, conoscendo l'indole, il gusto e i costumi di quei semplici

narratori, e dei più semplici lettori loro, che nessuna leggenda,

propriamente detta, fosse ancora lor giunta all'orecchio[3]. Ma ciò non

vuol proprio dire che la leggenda non fosse già nata; vuol dire solo

che essa era appena fuor di terra, e aveva poca radice, e non mostrava

altrui nè fiori nè fronde. Anzi è probabile che essa avesse cominciato

a germogliare mentre Gerberto era ancora vivo, forse nell'ultimo tempo

del suo breve papato, forse anche (nessuno potrebbe nè affermarlo, nè

negarlo) qualche anno innanzi.

Vediamone un primo germoglio, a dir vero assai debole, e appena

formato, ma che potrebbe pure esser venuto dopo altri parecchi, e

lascia forse vedere più che non mostri.

Per molti anni, dal 977 al 1030, fu vescovo di Laon un uomo ambizioso

e iracondo, Adalberone, detto anche Ascelino, mescolato a molte brighe

e fazioni del tempo suo, gran nemico dei Cluniacensi e dei monaci in

generale, cattivo poeta, risoluto di animo e sciolto di lingua. Costui,

nel 1006, secondo è da credere, compose, in forma di un dialogo col

re Roberto di Francia, un lungo poema latino, nel quale diede libero

sfogo alle ire che gli covavan nell'anima, pigliandosi quella miglior

vendetta che poteva. In certo luogo egli fa che il re alle sue minacce

risponda:

Crede mihi, non me tua verba minantia terrent;

Plurima me docuit Neptanabus ille magister[4].

A primo aspetto questi due versi sciagurati non pajono avere con

Gerberto e la sua leggenda relazione alcuna; ma se si riflette che

il re, nella cui bocca son posti, era stato, in Reims, discepolo di

Gerberto, e se si bada a quel Neptanabus, il quale altro non è che

il famoso mago Nectanebus, secondo antiche e divulgatissime finzioni

re dell'Egitto e padre adulterino di Alessandro Magno, la relazione

si scopre, e si sente il veleno dell'argomento. Roberto dice di non

temere le minacce del suo avversario, perchè dal maestro mago apprese

a difendersi. Con poco o punto pericolo di errare, noi possiamo vedere

in quei versi un'allusione a Gerberto, e un'accusa di magia, per

nessun modo larvata ai lettori di quel tempo. Ecco dunque apparire,

sino dal 1006, tre anni dopo la morte del pontefice, la leggenda della

sua magia; la stessa risolutezza e recisione dell'accenno lasciano

ragionevolmente supporre che non fosse quella la sua prima apparizione.

Teniamole dietro, e vediamola crescere a vista d'occhio.

Negli ultimi anni del secolo XI, un tedesco, fatto cardinale da un

antipapa, Benone, compose col titolo di _Vita et gesta Hildebrandi_,

un rabbioso libello, dove con Gregorio VII, suo capitale nemico, sono

calunniati e vituperati parecchi dei pontefici che lo precedettero.

Benone narra una lunga e tenebrosa istoria, di cui non mancarono di

menar vanto e giovarsi, ai tempi della Riforma, gli oppositori più

ardenti ed astiosi della Chiesa di Roma; e se molte delle cose ch'ei

narra sono frutto della sua fantasia invelenita, altre, e non poche,

sono probabilmente (potrei anche osare di dir certamente) frutto dello

spirito dei tempi, della comune ignoranza, e del maltalento, non sempre

irragionevole e ingiusto, di molti.

A dir di Benone, Gregorio VII, l'amico della contessa Matilde, il

trionfatore di Arrigo IV, il più formidabile e potente dei papi, fu uno

sceleratissimo mago, discepolo, nelle arti maledette, di Teofilatto,

il quale fu pontefice col nome di Benedetto IX, di Lorenzo, vescovo

di Amalfi, di Giovanni Graziano, che fu pontefice anch'egli, e si

chiamò Gregorio VI. Teofilatto sacrificava ai demonii, innamorava,

con le sue arti, le donne, e come cagne se le traeva dietro per

selve e per monti. Di ciò fanno fede i libri che gli si trovarono

in casa quand'egli finì miseramente la vita, e tale storia è (dice

Benone) cognitissima in Roma, al volgo. Grande amico e fautore di

Teofilatto era Lorenzo, _principe dei malefizii_, il quale intendeva

il linguaggio degli uccelli, profetava, e destava, coi vaticinii e gli

augurii, l'ammirazione della plebe, dei senatori, del clero. Giovanni

ospitava in sua casa Lorenzo, e imparava da lui il diabolico magistero.

Ildebrando fu degno in tutto de' suoi maestri. Scotendo le maniche,

egli spargeva nell'aria un nugolo di faville, e Benone racconta di lui,

d'un suo libro magico, e di due suoi familiari, una paurosa novella,

che, con poca diversità, ricorre nelle storie di altri maghi famosi,

tra' quali Virgilio. Ma la malvagia tradizione e l'esecrando esercizio

avevano più antica la origine. Teofilatto e Lorenzo, prima d'esser

essi maestri, erano stati discepoli, e il maestro loro aveva avuto

nome Gerberto. Benone parla chiaro e preciso: «Essendo ancor giovani

Teofilatto e Lorenzo, ammorbò la città co' suoi malefizii quel Gerberto

di cui fu detto:

Transit ab R Gerbertus ad R post papa vigens R.

«Questo Gerberto, ascendendo, poco dopo compiuto il millennio,

dall'abisso della permissione divina, fu papa quattr'anni, mutato

il nome in Silvestro secondo; il quale, per divino giudizio, morì di

morte repentina, colto al laccio di quegli stessi responsi diabolici

co' quali tante volte già aveva ingannato altrui. Eragli stato detto

da un suo demonio ch'e' non morrebbe sino a tanto che non celebrasse

messa in Gerusalemme. Illuso dalla equivocazione del nome, pensando si

dovesse intendere di Gerusalemme in Palestina, andò a celebrare messa

il dì della stazione in quella chiesa di Roma che appunto si chiama

Gerusalemme, dove, sentendosi venire addosso la morte, supplicò gli

fossero tronche le mani e la lingua, con le quali, sacrificando ai

diavoli, aveva disonorato Iddio. E così ebbe fine condegna a' suoi

meriti»[5].

Ecco Roma fatta un covo di pessimi incantatori, i quali, per colmo di

danno e di sceleratezza, sono quegli stessi pastori che più gelosamente

dovrebbero custodire e difendere la greggia dei fedeli contro le

insidie e le offese del lupo diabolico. Credere che tutte quelle accuse

sieno mere invenzioni di Benone non mi par ragionevole, soprattutto per

quanto spetta a Gerberto. Il nemico di Benone era, non Gerberto, morto

oramai da un secolo, ma Ildebrando, e la pensata e voluta denigrazione

d'Ildebrando sarebbe riuscita, parmi, tanto più efficace e più piena,

quanto più circoscritta e appropriata a lui solo. Benone avrebbe, con

minor fatica, reso assai più iniquo Ildebrando, e saziato il suo odio,

se invece di far di costui un discepolo, ne avesse fatto un caposcuola;

se a lui, anzi che a Gerberto, avesse dato colpa della prima infezion

di magia ond'era stato contaminato l'ovile di Pietro. Assai più

probabile dunque mi sembra che Benone non inventasse di pianta, ma

raccogliesse in uno, forse esagerando, forse travolgendo, credenze,

accuse, lembi di leggende, già formate, o in via di formarsi. Lo stesso

modo succinto ed elittico usato da lui in parlar di Gerberto mi pare

che sia come un accennare a cose note, sottintese, fatte oramai di

pubblica ragione. E non si dimentichi che l'accusa di magia pesò anche

su altri papi parecchi.

Nel poema di Adalberone abbiamo un cenno allusivo e non più; nel

libello di Benone abbiamo già uno schema di racconto. Un cronista

di poco posteriore a Benone, Ugo di Flavigny, nato nel 1065, morto

non si sa quando, ma dopo il 1102, parla di Gerberto con manifesto

dispetto, dice che per l'insolenza sua fu espulso dal convento ov'era

stato accolto fanciullo, e che usando di certi prestigi, _quibusdam

praestigiis_, si fece fare arcivescovo, prima di Reims, poi di

Ravenna[6]. Non dice altro di notabile; ma mi par da credere che con

la parola _praestigiis_ egli abbia voluto intendere arti magiche, e

riferirsi, senza altrimenti esporla, a una leggenda già cognita[7].

E la leggenda fa di bel nuovo capolino nell'opera di un monaco belga,

la celebratissima _Chronographia_ di Sigeberto di Gembloux, nato circa

il 1030, morto il 1111. Quivi si legge che alcuni, taciuto il nome di

Silvestro II, il quale fu per dottrina chiaro tra' chiari, ponevano

in suo luogo Agapito, nè ciò senza qualche ragione. Dicesi (così

Sigeberto) che questo Silvestro non entrò per l'uscio, e ci è chi lo

accusa di necromanzia, e più cose strane si narrano della sua morte, e

vogliono alcuni che egli morisse percosso dal diavolo, le quali cose io

non affermo e non nego, ma lascio in dubbio[8]. Come si vede, quando

Sigeberto scriveva, la leggenda era ancor titubante, mal definita,

male compaginata, e si reggeva con le grucce dei _si dice_ e dei _si

crede_, che escludono la fede piena, incontrastata ed universale.

Tale carattere essa serba nel racconto di un altro monaco, Orderico

Vital, inglese, che fra il 1124 e il 1142 compose la sua _Historia

ecclesiastica_. Fatte lodi grandissime di Gerberto e de' suoi numerosi

discepoli, Orderico nota: «Di lui si narra che conversasse col diavolo

mentre era maestro, e che avendo chiesto di conoscere il proprio

avvenire, il diavolo gli rispondesse col verso:

Transit ab R. Gerbertus ad R., post papa vigens R.

Tale oracolo fu allora abbastanza oscuro a intendere, che poi si vide

manifestamente adempiuto; dacchè Gerberto passò dall'arcivescovado

di Reims a quello di Ravenna, e fu da ultimo papa in Roma»[9]. Questo

verso l'abbiam già trovato nello scritto di Benone, e ci tornerà più

d'una volta sott'occhio. Il primo che lo rechi è il già citato Elgaldo,

il quale nulla sa della sua diabolica origine, ma dice che lo stesso

Gerberto il compose, lietamente scherzando sulla lettera R dopo essere

stato assunto al pontificato[10].

Col cenno di Orderico si chiude, per noi, il periodo iniziale della

leggenda di Gerberto mago, il periodo delle formazioni embrioniche, dei

primi nuclei staccati, a cui tien dietro il periodo delle esplicazioni

e delle forme compaginate ed intere. Un terzo ed ultimo periodo è

quello dello svigorimento progressivo e della obliterazione finale.

Prima d'andar più oltre, soffermiamoci alquanto, e indaghiamo un po'

meglio le ragioni, appena accennate sin qui, della leggenda, e le

condizioni in mezzo alle quali essa prendeva nascimento.

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, vol. II · 第 5 / 75 题