Mazeppa è mesto. Atroci pensieri sconvolgono quel cuore. Maria con
tenerezza mira il consorte. Abbracciata ai suoi ginocchi, essa gli
ripete dolci asserzioni d’amore. Ma nè le preci nè i vezzi valgono a
sperdere quei tetri presentimenti. L’etmanno disattento figge gli occhi
a terra, e non risponde che con un gelido silenzio a quelle graziose
premure, a quei dolci rimproveri. Attonita, sdegnata, finalmente la
bella si alza ed esclama: “Senti, etmanno; io per te ho rinunziato a
tutto. Io coll’amarti non bramava che una cosa: essere amata. Per te
distrussi io la mia felicità. Ma non me ne pento. Tu ti ricordi quella
notte placida in cui mi feci tua? Tu giurasti di amarmi. Perchè non
m’ami più?”
_Mazeppa_. Sei ingiusta, amica. Cessa di vaneggiare: lascia codesti
edaci sospetti. La passione ti tormenta e ti rende ingiusta. Credimi,
Maria; io ti amo più della gloria, più dell’autorità sovrana.
_Maria_. Mênti; m’inganni. Quant’è che non stavamo mai l’un senza
l’altro? Ora, tu mi fuggi; io t’importuno. Meni i giorni interi nei
banchetti, nei crocchi, in compagnia degli anziani. — A me non pensi
più. Passi le notti tutto solo, o coll’incognito o col gesuita.
Contraccambi il mio sincero amore con una fredda urbanità. Poco fa
bevesti alla salute di Dulsca. Chi è cotesta Dulsca?
_Mazeppa_. Sei gelosa? Come puoi supporre che un uomo della mia
età solleciti i favori d’una disdegnosa giovinetta? Come potrei io
avvilirmi a segno di porgere il piede a infame laccio e di sedurre le
donne a forza di smorfie e di sospiri? Questo io lascio ai zerbinotti
imbelli.
_Maria_. Parla senza raggiri; rispondimi con schiettezza.
_Mazeppa_. Mi preme la tua tranquillità, Maria; dunque ascolta. Abbiamo
concepito una alta impresa; siamo in procinto di porla a esecuzione;
squillò l’ora del gran cimento. Già da più secoli, o Ucrania, pieghi la
fronte ingloriosa e schiava, sotto il ferreo giogo dei tuoi protettori
e dei tuoi tiranni di Varsavia o di Mosca. È tempo che tu rompa i
tuoi ceppi, e ricuperi l’indipendenza; io inalbero lo stendardo della
libertà contro la bandiera di Pietro. Tutto è pronto; i due re trattano
meco; e fra poco forse, in mezzo alle rovine e alle battaglie, io
erigerò un nuovo trono. Ho aderenti fidati; la principessa Dulsca, il
gesuita e l’incognito guidano la mia barca a buon porto. Per le loro
mani mi pervengono le istruzioni e i consigli dei re. Questi sono
secreti molto gravi per il tuo petto. Ora sei paga? Ti senti sollevata?
_Maria_. Sarai dunque re delle patrie contrade. Oh! come converrà al
tuo capo canuto la corona dei Zar!
_Mazeppa_. Piano; non è fatto ancor nulla. La rivoluzione si prepara;
ma chi sa quale ne sarà l’esito?
_Maria_. Per te non temo. Sei così potente! Non ne dubito; il trono ti
aspetta.
_Mazeppa_. E se fosse il patibolo?
_Maria_. Ebbene, ci andremo insieme. Come potrei sopravvivere a te? Ma
no; tu porti le insegne dei principi.
_Mazeppa_. Mi ami?
_Maria_. Io! se t’amo?
_Mazeppa_. Dimmi. Chi più ami, il padre o il marito?
_Maria_. A che una tal domanda? Essa mi spaventa. Io fo di tutto
per obliare la mia famiglia. Io l’ho disonorata; forse..... orrendo
sospetto! mio padre m’ha maledetta! e per chi?...
_Mazeppa_. Mi ami dunque più del genitore? Non rispondi....
_Maria_. Dio mio!
_Mazeppa_. Rispondi alfine.
_Maria_. Rispondi tu per me.
_Mazeppa_. Odi. Se tu dovessi perdere il padre o il marito; se potessi
scegliere fra loro, chi salveresti? chi condanneresti?
_Maria_. Basta così. Non mi squarciare il cuore. Tu mi tenti.
_Mazeppa_. Rispondi.
_Maria_. Impallidisci.... Il tuo parlare m’empie d’orrore.... Ah! non
adirarti! Sono pronta a sacrificar tutto per te; — ma simili domande mi
straziano senza utilità. Lasciale.
_Mazeppa_. Ricórdati, Maria, di quel che ora dicesti.
* * *
La notte è placida; il cielo è limpido; le stelle brillano. Il vento
stanco dorme nelle caverne alpestri. Appena tremolan le mobili fronde
dei pioppi. La luna splendida riverbera sui campanili della Chiesa
Bianca,[127] sui giardini e sul castello dell’etmanno. La campagna
intorno intorno tace. Ma una grande agitazione e confusione regna nel
palazzo. Affacciato alla finestra d’una torre, Cocciu-bei immerso in
profonde riflessioni guarda il cielo con tristezza.
Dimane Cocciu-bei perirà. Egli andrà senza timore incontro alla morte;
non gli cale della vita. Che è per lui la tomba? Un grato letto. È
pronto a coricarvisi. Non gli incresce il supplizio, ma solo il modo
in cui vi è condannato. Gli incresce di spirare ai piedi dell’aborrito
seduttore di sua figlia, gli incresce di morire in silenzio, come bove
al macello, e per ordine del suo Zar che lo abbandona in balía del suo
nemico. Gli incresce di perder l’onore; di trascinar seco nella fossa
i suoi compagni; di udir le loro maledizioni immeritate; di incontrare
lo sguardo trionfante dell’assassino, mentre cadrà innocente sotto
la scure infame; di non aver nessuno cui fare erede del suo odio e
mandatario delle sue vendette!
Gli torna alla mente Pultava e la dolce famiglia e i dolci amici, le
sue ricchezze, la sua gloria, i canti della gentil Maria, la antica
casa nella quale egli nacque, dove fu nutrito, ove conobbe la fatica e
il riposo e tutto ciò che gli molceva il cuore; tutto ciò che ora egli
abbandona, e perchè?
La chiave stride nella toppa arrugginita. Lo sventurato bei,
risvegliato da quel suono, pensa fra sè; “Ecco il banditore della Croce
che viene per scortarmi al patibolo. Ecco l’assolutore dei peccati,
il medico delle piaghe della coscienza; il servo di Cristo immolato
per noi. Mi reca il corpo e il sangue del mio Dio, per rinfrancarmi
l’animo, per darmi la virtù di disprezzar la morte e di acquistar
l’eterna vita!”
E Cocciu-bei si dispone a spargere davanti all’Onnipotente le preghiere
e le lacrime. Ma colui che entra nel suo carcere non è un sacerdote;
è Orlic, ministro di Mazeppa. Fremente di sdegno e di ribrezzo egli
grida: “Tu qui, belva? Perchè vieni a turbare il mio ultimo sonno?”
_Orlic_. L’esame tuo non è finito. Rispondi.
_Cocciu-bei_. Già risposi. Parti e lasciami in pace.
_Orlic_. L’etmanno nostro signore esige un’altra rivelazione.
_Cocciu-bei_. Di che? Io già confessai tutto ciò che voleste. Tutte
le mie dichiarazioni sono menzognere. Io son perfido e tendo insidie.
L’etmanno è probo. Che volete di più?
_Orlic_. Noi sappiamo che possedevi immensi tesori, e che gli hai
nascosti a Dicagne. Convien che tu paghi i delitti col sangue, e che il
tuo oro passi nelle casse dell’esercito. Così detta la legge. Io te la
fo palese. Dimmi; ove sono i tuoi tesori?
_Cocciu-bei_. Sì; hai ragione: Dio per mio conforto mi largiva in
questa vita tre tesori. Il primo mio tesoro era l’onore; le torture me
l’han rapito: il secondo era mia figlia; Mazeppa l’ha svelta dalle mie
braccia, Mazeppa l’ha contaminata: il terzo tesoro tuttora mi resta: è
la speme della vendetta. Questo lo porto meco nella tomba.
_Orlic_. Vecchio, cessa le vane ciance. Sul punto di lasciar la vita,
di più gravi pensieri devi pascer la mente. Non è tempo di scherni
nè di beffe. Se non vuoi sottoporti a nuove torture, rispondi: ove
s’asconde il tuo tesoro?
_Cocciu-bei_. Barbaro mancipio! Quando cesserai le tue dimande inutili?
Aspetta che io giaccia nel sepolcro, poi va con Mazeppa nel mio
palazzo, conta il mio retaggio colle tue mani grondanti del mio sangue;
fruga i miei sotterranei; devasta i miei giardini, abbatti le mie
case. Chiama mia figlia; essa ti scoprirà le mie ricchezze. Ho detto.
Lasciami in pace, per l’amor di Dio.
_Orlic_. Ove hai sepolto il tuo denaro? Parla. Paventa l’effetto del
tuo rifiuto. Insegnami il luogo appunto. Non vuoi? — Ebbene, alla
tortura! Olà, boia!”
Il boia comparve.... Oh notte atroce!
* * *
Ma dov’è l’etmanno? Dov’è il crudele? Dove assopisce i rimorsi della
sua coscienza?
Mazeppa, accigliato e muto, siede nella camera della giovinetta, che
nulla sa della prigionia del padre. Egli china la testa sul letto della
bella che dorme, e fra sè dice: “Il folle Cocciu-bei morrà. Non posso
graziarlo. Più m’approssimo alla meta, più convien ch’io tratti con
rigore i miei nemici, e tutti coloro che ricusan di piegarsi al mio
scettro. Non v’ha scampo: il delatore e il suo complice periranno.”
Allora gettando un rapido sguardo sul letto, soggiunge:
“O Dio! Che sarà di essa quando udrà l’orrendo annunzio? Fin qui essa
ignora tutto! ma il secreto non può celarsi più a lungo. Il colpo della
fatale scure echeggerà per tutta l’Ucrania. La fama volerà attorno
spandendo l’infausta notizia.... Ora vedo a chi riserba il cielo le
più severe prove.... Colui solo può sfidare la folgore che non unì una
donna al suo destino. È demenza aggiogare allo stesso carro l’intrepido
destriero e la timida damma. Commessi una imprudenza; ora ne pago il
fio. Tutti quei dolci fiori che fan gioconda l’esistenza, essa me li
recò in dote, essa ne incoronò la mia truce vecchiaia.... E che le
offro io in contraccambio?... Che dono le appresto?... Ahimè lasso!...”
E Mazeppa contempla la bella che riposa sì tranquilla sulle piume. Le
labbra son socchiuse, il respiro è quieto; il cuore batte lentamente
in quel niveo seno.... Ma dimane!.... Mazeppa a quell’idea ritorce
la vista dal letto, s’alza, ed a passi lenti si incammina verso il
solitario suo giardino.
La notte è placida; il cielo è limpido; le stelle brillano. Il vento
stanco dorme nelle caverne alpestri. Appena tremolano le argentee
fronde dei pioppi. Nere idee sorgono e s’aggirano per l’animo
dell’etmanno. Le faci della notte lo mirano e lo spiano come tanti
occhi indagatori. I pioppi stretti in lunga fila, crollando di tanto
in tanto il capo, susurrano fra loro, come giudici al fôro. L’aria è
ardente come la vampa d’una fornace.
Un flebil grido, un gemito indistinto sembra escir dalle mura del
castello. Forse fu un suono imaginario, lo strido d’un gufo, o l’urlo
d’una belva, o il cigolío d’una tortura. Mazeppa tornando in sè a
quel grido prolungato e funebre, vi risponde con un grido festoso,
con quel grido di guerra, che tante volte alzò sul campo della strage
e della gloria, quando scagliavasi impetuoso nella mischia ardente in
compagnia di Zabiela, di Gamalea, e di quello stesso Cocciu-bei, or suo
accusatore.
La chiara aurora imporpora l’oriente; le valli, i colli, i piani
rinascono. Le cime de’ boschi s’indorano; il corso dei fiumi
biancheggia. Dappertutto penetra il soave brulichío mattutino. L’uomo
si desta....
Maria tuttora dorme, e dormendo sogna dolcemente. Tutto a un tratto
sente, in mezzo al sonno, un passo che s’avanza verso il letto, e
una mano che le tocca i piedi. Apre gli occhi, ma tosto li richiude
abbagliati dal gaio riverbero del sol nascente. Stende le bianche
braccia sorridendo, e con voce amorosa bisbiglia: “Sei tu, Mazeppa?”
Ma non è Mazeppa che risponde.... Dio! Esterrefatta Maria guarda
intorno e vede.... vede sua madre!
_La madre_. Taci, taci. Non ci perdere ambedue. Mi introdussi qui
furtivamente col favor delle tenebre per chiederti una grazia. Oggi è
il supplizio. Tu sola puoi disarmar Mazeppa. Salva il padre.
_La figlia_. Che padre? Che supplizio?
_La madre_. Come? Non sai?... Eppure non vivi in un deserto. Vivi in un
palazzo. Dovresti sapere che Mazeppa può tutto; che egli è vendicativo;
che lo Zar gli crede.... Ma comprendo; tu sacrifichi a Mazeppa la
propria famiglia; tu dormi, allorchè l’atroce sentenza si legge,
allorchè si affila la bipenne, allorchè il carnefice l’alza sopra tuo
padre! Ahi che siamo ormai estranee l’una all’altra!... Ravvediti,
figlia diletta! Diletta Maria, vola, próstrati ai piedi suoi, salva
il genitore, sii il nostro angelo tutelare; un tuo detto molcerà
quel cuore, un tuo sguardo spezzerà la scure.... Affréttati, piangi,
scongiura; l’etmanno non ti ributterà.... per lui obliasti l’onore, i
genitori, Dio medesimo.
_La figlia_. Che odo!... Il padre.... Mazeppa.... il supplizio....
mia madre è qui, in questo castello; mia madre m’implora.... no, o io
deliro, o è un sogno....
_La madre_. No, in nome di Dio, non è un sogno, non è una illusione....
Come non sai ancora che tuo padre consunto di rabbia, non potendo
tollerare il disonore della figlia, dinunziò l’etmanno allo Zar, rivelò
fra i tormenti mille progetti ambiziosi, mille insane chimere; — che,
martire della verità, se Dio non lo libera miracolosamente, egli oggi
verrà giustiziato per comando del suo nemico, in presenza di tutto
l’esercito?... — che frattanto egli sta rinchiuso nella torre del
castello?
_La figlia_. Dio, Dio mio!... oggi!... ahi, misero padre!...
E la fanciulla ricade sul letto fredda come un cadavere.
La piazza brulica di gente. Le lance scintillano. Il tamburo rimbomba.
I cavalieri galoppano; i fantaccini marciano in ordine. La moltitudine
ondeggia e serpeggia; i cuori palpitano.
Il boia, aspettando la vittima, passeggia sul palco infame e scherza.
Ora afferra la scure pesante, e la fa saltellare fralle sue mani, ora
motteggia e ride colla giubilante plebe. Le strida delle donne, gli
alterchi, le beffe, il mormorío dappertutto risuonano.... Ma un alto
clamore ergesi al cielo; quindi a quello succede un profondo silenzio.
Appena un calpestío di cavalli s’ode di quando in quando. Circondato
di guardie, s’avanza cogli altri anziani il potente etmanno sopra un
corsiero nero.... Sulla strada di Chieff ecco apparire una carretta.
Tutti gli occhi si volgono curiosi verso quella.
In quella carretta, sta seduto immoto, rassegnato, riconciliato con
Dio, confortato dalla fede, l’innocente Cocciu-bei. Accanto a lui è
Iscra, suo compagno, non men di lui sereno e tranquillo.
La carretta s’arresta. Il fumo dell’incenso monta alle nubi. I preti
cantano in coro il vespro dei morti. Il popolo prega a bassa voce
per il riposo di quelli sventurati, i quali pregano per il bene dei
loro persecutori. Essi scendono dalla carretta, e salgono sul palco.
Cocciu-bei fa il segno della croce, e pone la testa sul ceppo. La
moltitudine tace come una adunanza di ombre e di spettri. La bipenne
balena, sibila; una testa sbalza. Tutto il campo geme. Una altra testa
ruzzola appresso a quella sull’erba sanguinosa. Il carnefice, contento
della sua destrezza, ghermisce quelle teste pei capelli, e le scuote
con mano nerboruta davanti al popolo.
Il supplizio è compito. La folla indifferente si dirada, si disperde,
e già ciascuno torna al proprio tetto parlando dei propri interessi.
Il campo poco a poco si fa vuoto. In questo mentre due donne, spossate
dalla stanchezza, cosperse di polvere, arrivano, inorridite, sul teatro
dell’esecuzione. “È troppo tardi,” dice loro un passeggero accennando
al patibolo che si andava scomponendo.
Un sacerdote in abito nero orava lì vicino mentre due Cosacchi ponevano
un feretro di quercia sopra un carro.
Mazeppa, cogitabondo e mesto, si separa dalla sua comitiva, e
s’allontana dal campo maledetto. L’abbandono in che si trova lo
sgomenta. Nessuno gli viene incontro; il cavallo spumante lo riconduce
al palazzo. Entra. “Dov’è Maria?” è la sua prima parola. I servi
tremanti esitano a rispondere... Colpito di stupore, Mazeppa passa
alla stanza di Maria; la trova vuota e muta. Scende nel giardino; erra
qua e là fra i cespugli, nel boschetto ombroso, lungo il vivaio; non
scopre vestigio della sua diletta. “È fuggita!” Chiama a sè i fedeli
servitori, le agili guardie. Accorrono al cenno del signore. I cavalli
nitriscono. Suona intorno l’ordine di partire a galoppo, e immantinente
volano in ogni direzione.
Passa il tempo prezioso, e Maria non torna. Nessuno ha udito, nessuno
ha veduto dove essa sia andata. Mazeppa digrigna i denti dalla rabbia.
I suoi servi tremano e tacciono. Gonfio il cuore d’amarissima angoscia,
l’etmanno si rinchiude nella sua stanza. Sta tutta la notte accanto al
letto della bella, senza chiuder occhio, infranto dal cordoglio e dal
rimorso. La mattina le guardie ricompariscono l’una dopo l’altra. I
cavalli appena possono più reggersi in gambe; le cinghie, le unghie, le
briglie, le selle sono rotte, lacerate, intrise di spuma e di sangue;
ma nessun messo reca notizie di Maria.
La traccia di lei sparve come un raggio nell’aere, e sua madre terminò
nell’esilio e nella solitudine la misera esistenza.