II.

Mazeppa è mesto. Atroci pensieri sconvolgono quel cuore. Maria con

tenerezza mira il consorte. Abbracciata ai suoi ginocchi, essa gli

ripete dolci asserzioni d’amore. Ma nè le preci nè i vezzi valgono a

sperdere quei tetri presentimenti. L’etmanno disattento figge gli occhi

a terra, e non risponde che con un gelido silenzio a quelle graziose

premure, a quei dolci rimproveri. Attonita, sdegnata, finalmente la

bella si alza ed esclama: “Senti, etmanno; io per te ho rinunziato a

tutto. Io coll’amarti non bramava che una cosa: essere amata. Per te

distrussi io la mia felicità. Ma non me ne pento. Tu ti ricordi quella

notte placida in cui mi feci tua? Tu giurasti di amarmi. Perchè non

m’ami più?”

_Mazeppa_. Sei ingiusta, amica. Cessa di vaneggiare: lascia codesti

edaci sospetti. La passione ti tormenta e ti rende ingiusta. Credimi,

Maria; io ti amo più della gloria, più dell’autorità sovrana.

_Maria_. Mênti; m’inganni. Quant’è che non stavamo mai l’un senza

l’altro? Ora, tu mi fuggi; io t’importuno. Meni i giorni interi nei

banchetti, nei crocchi, in compagnia degli anziani. — A me non pensi

più. Passi le notti tutto solo, o coll’incognito o col gesuita.

Contraccambi il mio sincero amore con una fredda urbanità. Poco fa

bevesti alla salute di Dulsca. Chi è cotesta Dulsca?

_Mazeppa_. Sei gelosa? Come puoi supporre che un uomo della mia

età solleciti i favori d’una disdegnosa giovinetta? Come potrei io

avvilirmi a segno di porgere il piede a infame laccio e di sedurre le

donne a forza di smorfie e di sospiri? Questo io lascio ai zerbinotti

imbelli.

_Maria_. Parla senza raggiri; rispondimi con schiettezza.

_Mazeppa_. Mi preme la tua tranquillità, Maria; dunque ascolta. Abbiamo

concepito una alta impresa; siamo in procinto di porla a esecuzione;

squillò l’ora del gran cimento. Già da più secoli, o Ucrania, pieghi la

fronte ingloriosa e schiava, sotto il ferreo giogo dei tuoi protettori

e dei tuoi tiranni di Varsavia o di Mosca. È tempo che tu rompa i

tuoi ceppi, e ricuperi l’indipendenza; io inalbero lo stendardo della

libertà contro la bandiera di Pietro. Tutto è pronto; i due re trattano

meco; e fra poco forse, in mezzo alle rovine e alle battaglie, io

erigerò un nuovo trono. Ho aderenti fidati; la principessa Dulsca, il

gesuita e l’incognito guidano la mia barca a buon porto. Per le loro

mani mi pervengono le istruzioni e i consigli dei re. Questi sono

secreti molto gravi per il tuo petto. Ora sei paga? Ti senti sollevata?

_Maria_. Sarai dunque re delle patrie contrade. Oh! come converrà al

tuo capo canuto la corona dei Zar!

_Mazeppa_. Piano; non è fatto ancor nulla. La rivoluzione si prepara;

ma chi sa quale ne sarà l’esito?

_Maria_. Per te non temo. Sei così potente! Non ne dubito; il trono ti

aspetta.

_Mazeppa_. E se fosse il patibolo?

_Maria_. Ebbene, ci andremo insieme. Come potrei sopravvivere a te? Ma

no; tu porti le insegne dei principi.

_Mazeppa_. Mi ami?

_Maria_. Io! se t’amo?

_Mazeppa_. Dimmi. Chi più ami, il padre o il marito?

_Maria_. A che una tal domanda? Essa mi spaventa. Io fo di tutto

per obliare la mia famiglia. Io l’ho disonorata; forse..... orrendo

sospetto! mio padre m’ha maledetta! e per chi?...

_Mazeppa_. Mi ami dunque più del genitore? Non rispondi....

_Maria_. Dio mio!

_Mazeppa_. Rispondi alfine.

_Maria_. Rispondi tu per me.

_Mazeppa_. Odi. Se tu dovessi perdere il padre o il marito; se potessi

scegliere fra loro, chi salveresti? chi condanneresti?

_Maria_. Basta così. Non mi squarciare il cuore. Tu mi tenti.

_Mazeppa_. Rispondi.

_Maria_. Impallidisci.... Il tuo parlare m’empie d’orrore.... Ah! non

adirarti! Sono pronta a sacrificar tutto per te; — ma simili domande mi

straziano senza utilità. Lasciale.

_Mazeppa_. Ricórdati, Maria, di quel che ora dicesti.

* * *

La notte è placida; il cielo è limpido; le stelle brillano. Il vento

stanco dorme nelle caverne alpestri. Appena tremolan le mobili fronde

dei pioppi. La luna splendida riverbera sui campanili della Chiesa

Bianca,[127] sui giardini e sul castello dell’etmanno. La campagna

intorno intorno tace. Ma una grande agitazione e confusione regna nel

palazzo. Affacciato alla finestra d’una torre, Cocciu-bei immerso in

profonde riflessioni guarda il cielo con tristezza.

Dimane Cocciu-bei perirà. Egli andrà senza timore incontro alla morte;

non gli cale della vita. Che è per lui la tomba? Un grato letto. È

pronto a coricarvisi. Non gli incresce il supplizio, ma solo il modo

in cui vi è condannato. Gli incresce di spirare ai piedi dell’aborrito

seduttore di sua figlia, gli incresce di morire in silenzio, come bove

al macello, e per ordine del suo Zar che lo abbandona in balía del suo

nemico. Gli incresce di perder l’onore; di trascinar seco nella fossa

i suoi compagni; di udir le loro maledizioni immeritate; di incontrare

lo sguardo trionfante dell’assassino, mentre cadrà innocente sotto

la scure infame; di non aver nessuno cui fare erede del suo odio e

mandatario delle sue vendette!

Gli torna alla mente Pultava e la dolce famiglia e i dolci amici, le

sue ricchezze, la sua gloria, i canti della gentil Maria, la antica

casa nella quale egli nacque, dove fu nutrito, ove conobbe la fatica e

il riposo e tutto ciò che gli molceva il cuore; tutto ciò che ora egli

abbandona, e perchè?

La chiave stride nella toppa arrugginita. Lo sventurato bei,

risvegliato da quel suono, pensa fra sè; “Ecco il banditore della Croce

che viene per scortarmi al patibolo. Ecco l’assolutore dei peccati,

il medico delle piaghe della coscienza; il servo di Cristo immolato

per noi. Mi reca il corpo e il sangue del mio Dio, per rinfrancarmi

l’animo, per darmi la virtù di disprezzar la morte e di acquistar

l’eterna vita!”

E Cocciu-bei si dispone a spargere davanti all’Onnipotente le preghiere

e le lacrime. Ma colui che entra nel suo carcere non è un sacerdote;

è Orlic, ministro di Mazeppa. Fremente di sdegno e di ribrezzo egli

grida: “Tu qui, belva? Perchè vieni a turbare il mio ultimo sonno?”

_Orlic_. L’esame tuo non è finito. Rispondi.

_Cocciu-bei_. Già risposi. Parti e lasciami in pace.

_Orlic_. L’etmanno nostro signore esige un’altra rivelazione.

_Cocciu-bei_. Di che? Io già confessai tutto ciò che voleste. Tutte

le mie dichiarazioni sono menzognere. Io son perfido e tendo insidie.

L’etmanno è probo. Che volete di più?

_Orlic_. Noi sappiamo che possedevi immensi tesori, e che gli hai

nascosti a Dicagne. Convien che tu paghi i delitti col sangue, e che il

tuo oro passi nelle casse dell’esercito. Così detta la legge. Io te la

fo palese. Dimmi; ove sono i tuoi tesori?

_Cocciu-bei_. Sì; hai ragione: Dio per mio conforto mi largiva in

questa vita tre tesori. Il primo mio tesoro era l’onore; le torture me

l’han rapito: il secondo era mia figlia; Mazeppa l’ha svelta dalle mie

braccia, Mazeppa l’ha contaminata: il terzo tesoro tuttora mi resta: è

la speme della vendetta. Questo lo porto meco nella tomba.

_Orlic_. Vecchio, cessa le vane ciance. Sul punto di lasciar la vita,

di più gravi pensieri devi pascer la mente. Non è tempo di scherni

nè di beffe. Se non vuoi sottoporti a nuove torture, rispondi: ove

s’asconde il tuo tesoro?

_Cocciu-bei_. Barbaro mancipio! Quando cesserai le tue dimande inutili?

Aspetta che io giaccia nel sepolcro, poi va con Mazeppa nel mio

palazzo, conta il mio retaggio colle tue mani grondanti del mio sangue;

fruga i miei sotterranei; devasta i miei giardini, abbatti le mie

case. Chiama mia figlia; essa ti scoprirà le mie ricchezze. Ho detto.

Lasciami in pace, per l’amor di Dio.

_Orlic_. Ove hai sepolto il tuo denaro? Parla. Paventa l’effetto del

tuo rifiuto. Insegnami il luogo appunto. Non vuoi? — Ebbene, alla

tortura! Olà, boia!”

Il boia comparve.... Oh notte atroce!

* * *

Ma dov’è l’etmanno? Dov’è il crudele? Dove assopisce i rimorsi della

sua coscienza?

Mazeppa, accigliato e muto, siede nella camera della giovinetta, che

nulla sa della prigionia del padre. Egli china la testa sul letto della

bella che dorme, e fra sè dice: “Il folle Cocciu-bei morrà. Non posso

graziarlo. Più m’approssimo alla meta, più convien ch’io tratti con

rigore i miei nemici, e tutti coloro che ricusan di piegarsi al mio

scettro. Non v’ha scampo: il delatore e il suo complice periranno.”

Allora gettando un rapido sguardo sul letto, soggiunge:

“O Dio! Che sarà di essa quando udrà l’orrendo annunzio? Fin qui essa

ignora tutto! ma il secreto non può celarsi più a lungo. Il colpo della

fatale scure echeggerà per tutta l’Ucrania. La fama volerà attorno

spandendo l’infausta notizia.... Ora vedo a chi riserba il cielo le

più severe prove.... Colui solo può sfidare la folgore che non unì una

donna al suo destino. È demenza aggiogare allo stesso carro l’intrepido

destriero e la timida damma. Commessi una imprudenza; ora ne pago il

fio. Tutti quei dolci fiori che fan gioconda l’esistenza, essa me li

recò in dote, essa ne incoronò la mia truce vecchiaia.... E che le

offro io in contraccambio?... Che dono le appresto?... Ahimè lasso!...”

E Mazeppa contempla la bella che riposa sì tranquilla sulle piume. Le

labbra son socchiuse, il respiro è quieto; il cuore batte lentamente

in quel niveo seno.... Ma dimane!.... Mazeppa a quell’idea ritorce

la vista dal letto, s’alza, ed a passi lenti si incammina verso il

solitario suo giardino.

La notte è placida; il cielo è limpido; le stelle brillano. Il vento

stanco dorme nelle caverne alpestri. Appena tremolano le argentee

fronde dei pioppi. Nere idee sorgono e s’aggirano per l’animo

dell’etmanno. Le faci della notte lo mirano e lo spiano come tanti

occhi indagatori. I pioppi stretti in lunga fila, crollando di tanto

in tanto il capo, susurrano fra loro, come giudici al fôro. L’aria è

ardente come la vampa d’una fornace.

Un flebil grido, un gemito indistinto sembra escir dalle mura del

castello. Forse fu un suono imaginario, lo strido d’un gufo, o l’urlo

d’una belva, o il cigolío d’una tortura. Mazeppa tornando in sè a

quel grido prolungato e funebre, vi risponde con un grido festoso,

con quel grido di guerra, che tante volte alzò sul campo della strage

e della gloria, quando scagliavasi impetuoso nella mischia ardente in

compagnia di Zabiela, di Gamalea, e di quello stesso Cocciu-bei, or suo

accusatore.

La chiara aurora imporpora l’oriente; le valli, i colli, i piani

rinascono. Le cime de’ boschi s’indorano; il corso dei fiumi

biancheggia. Dappertutto penetra il soave brulichío mattutino. L’uomo

si desta....

Maria tuttora dorme, e dormendo sogna dolcemente. Tutto a un tratto

sente, in mezzo al sonno, un passo che s’avanza verso il letto, e

una mano che le tocca i piedi. Apre gli occhi, ma tosto li richiude

abbagliati dal gaio riverbero del sol nascente. Stende le bianche

braccia sorridendo, e con voce amorosa bisbiglia: “Sei tu, Mazeppa?”

Ma non è Mazeppa che risponde.... Dio! Esterrefatta Maria guarda

intorno e vede.... vede sua madre!

_La madre_. Taci, taci. Non ci perdere ambedue. Mi introdussi qui

furtivamente col favor delle tenebre per chiederti una grazia. Oggi è

il supplizio. Tu sola puoi disarmar Mazeppa. Salva il padre.

_La figlia_. Che padre? Che supplizio?

_La madre_. Come? Non sai?... Eppure non vivi in un deserto. Vivi in un

palazzo. Dovresti sapere che Mazeppa può tutto; che egli è vendicativo;

che lo Zar gli crede.... Ma comprendo; tu sacrifichi a Mazeppa la

propria famiglia; tu dormi, allorchè l’atroce sentenza si legge,

allorchè si affila la bipenne, allorchè il carnefice l’alza sopra tuo

padre! Ahi che siamo ormai estranee l’una all’altra!... Ravvediti,

figlia diletta! Diletta Maria, vola, próstrati ai piedi suoi, salva

il genitore, sii il nostro angelo tutelare; un tuo detto molcerà

quel cuore, un tuo sguardo spezzerà la scure.... Affréttati, piangi,

scongiura; l’etmanno non ti ributterà.... per lui obliasti l’onore, i

genitori, Dio medesimo.

_La figlia_. Che odo!... Il padre.... Mazeppa.... il supplizio....

mia madre è qui, in questo castello; mia madre m’implora.... no, o io

deliro, o è un sogno....

_La madre_. No, in nome di Dio, non è un sogno, non è una illusione....

Come non sai ancora che tuo padre consunto di rabbia, non potendo

tollerare il disonore della figlia, dinunziò l’etmanno allo Zar, rivelò

fra i tormenti mille progetti ambiziosi, mille insane chimere; — che,

martire della verità, se Dio non lo libera miracolosamente, egli oggi

verrà giustiziato per comando del suo nemico, in presenza di tutto

l’esercito?... — che frattanto egli sta rinchiuso nella torre del

castello?

_La figlia_. Dio, Dio mio!... oggi!... ahi, misero padre!...

E la fanciulla ricade sul letto fredda come un cadavere.

La piazza brulica di gente. Le lance scintillano. Il tamburo rimbomba.

I cavalieri galoppano; i fantaccini marciano in ordine. La moltitudine

ondeggia e serpeggia; i cuori palpitano.

Il boia, aspettando la vittima, passeggia sul palco infame e scherza.

Ora afferra la scure pesante, e la fa saltellare fralle sue mani, ora

motteggia e ride colla giubilante plebe. Le strida delle donne, gli

alterchi, le beffe, il mormorío dappertutto risuonano.... Ma un alto

clamore ergesi al cielo; quindi a quello succede un profondo silenzio.

Appena un calpestío di cavalli s’ode di quando in quando. Circondato

di guardie, s’avanza cogli altri anziani il potente etmanno sopra un

corsiero nero.... Sulla strada di Chieff ecco apparire una carretta.

Tutti gli occhi si volgono curiosi verso quella.

In quella carretta, sta seduto immoto, rassegnato, riconciliato con

Dio, confortato dalla fede, l’innocente Cocciu-bei. Accanto a lui è

Iscra, suo compagno, non men di lui sereno e tranquillo.

La carretta s’arresta. Il fumo dell’incenso monta alle nubi. I preti

cantano in coro il vespro dei morti. Il popolo prega a bassa voce

per il riposo di quelli sventurati, i quali pregano per il bene dei

loro persecutori. Essi scendono dalla carretta, e salgono sul palco.

Cocciu-bei fa il segno della croce, e pone la testa sul ceppo. La

moltitudine tace come una adunanza di ombre e di spettri. La bipenne

balena, sibila; una testa sbalza. Tutto il campo geme. Una altra testa

ruzzola appresso a quella sull’erba sanguinosa. Il carnefice, contento

della sua destrezza, ghermisce quelle teste pei capelli, e le scuote

con mano nerboruta davanti al popolo.

Il supplizio è compito. La folla indifferente si dirada, si disperde,

e già ciascuno torna al proprio tetto parlando dei propri interessi.

Il campo poco a poco si fa vuoto. In questo mentre due donne, spossate

dalla stanchezza, cosperse di polvere, arrivano, inorridite, sul teatro

dell’esecuzione. “È troppo tardi,” dice loro un passeggero accennando

al patibolo che si andava scomponendo.

Un sacerdote in abito nero orava lì vicino mentre due Cosacchi ponevano

un feretro di quercia sopra un carro.

Mazeppa, cogitabondo e mesto, si separa dalla sua comitiva, e

s’allontana dal campo maledetto. L’abbandono in che si trova lo

sgomenta. Nessuno gli viene incontro; il cavallo spumante lo riconduce

al palazzo. Entra. “Dov’è Maria?” è la sua prima parola. I servi

tremanti esitano a rispondere... Colpito di stupore, Mazeppa passa

alla stanza di Maria; la trova vuota e muta. Scende nel giardino; erra

qua e là fra i cespugli, nel boschetto ombroso, lungo il vivaio; non

scopre vestigio della sua diletta. “È fuggita!” Chiama a sè i fedeli

servitori, le agili guardie. Accorrono al cenno del signore. I cavalli

nitriscono. Suona intorno l’ordine di partire a galoppo, e immantinente

volano in ogni direzione.

Passa il tempo prezioso, e Maria non torna. Nessuno ha udito, nessuno

ha veduto dove essa sia andata. Mazeppa digrigna i denti dalla rabbia.

I suoi servi tremano e tacciono. Gonfio il cuore d’amarissima angoscia,

l’etmanno si rinchiude nella sua stanza. Sta tutta la notte accanto al

letto della bella, senza chiuder occhio, infranto dal cordoglio e dal

rimorso. La mattina le guardie ricompariscono l’una dopo l’altra. I

cavalli appena possono più reggersi in gambe; le cinghie, le unghie, le

briglie, le selle sono rotte, lacerate, intrise di spuma e di sangue;

ma nessun messo reca notizie di Maria.

La traccia di lei sparve come un raggio nell’aere, e sua madre terminò

nell’esilio e nella solitudine la misera esistenza.

Racconti poetici · 第 51 / 56 题