Il dolor che prova Mazeppa non gli toglie il proseguir lo svolgimento
delle sue macchinazioni. Perseverante nelle sue imprese, continua
le trattative col monarca svedese. Ma per meglio coprire le sue mene
secrete e ingannare chi fida in lui, si confina in un letto, e finge
sognati mali. Si circonda d’una turba di medici, geme, invoca il cielo
e gli chiede la sua guarigione. Le fatiche della guerra, le pene della
vita, l’hanno ridotto agli estremi. Già è pronto a lasciar questo mondo
caduco per il mondo eterno. Brama i soccorsi della religione da lui
oltraggiata, e un arcivescovo viene a sparger l’olio santo sul crin
canuto dello spergiuro Mazeppa.
Mosca indarno aspetta gli ospiti desiati, e prepara di nascosto
giuochi solenni, in onore dello Svedese, fra mezzo alle antiche tombe
nemiche. Ma Carlo volge subitamente indietro i passi, e porta la guerra
nell’Ucrania.
Il gran giorno s’appressa. Mazeppa torna in vita. Quel moribondo,
che ieri stava per scendere nella fossa, ecco risorge, ecco sfida il
magnanimo Pietro. Impugna e vibra la spada davanti al suo esercito
schierato, e galoppa impetuoso verso le sponde della Desna. Poco fa
curvato e rotto dal peso dell’età, a un tratto egli si drizza sano
e forte, simile a quell’astuto porporato che buttò via le grucce,
quando ebbe in fronte la tiara. La incredibil notizia vola sull’ale
della fama. L’Ucrania freme di sdegno, e grida: “Egli tradisce Pietro,
e umilia ai piedi di Carlo le nostre disonorate insegne.” Lo sdegno
rapido si spande come fiamma; arde la guerra civile.
Chi pennelleggerà l’ira che invade Pietro? L’anatema rimbomba nelle
cattedrali; il boia incenerisce l’effigie di Mazeppa. Il consiglio
supremo cassa l’etmanno, e gli nomina un successore. Pietro richiama
dai deserti dell’Ienisei le famiglie di Cocciu-bei e d’Iscra. Unendo
le proprie lacrime alle loro, egli le colma di favori e di cortesie,
e loro rende i titoli e i beni. L’antagonista di Mazeppa, il valoroso
Palei, passa dalle steppe dell’Ucrania, ove languiva esiliato, negli
accampamenti dello Zar. La ribellione, abbandonata a sè medesima,
si affievolisce e sfascia. L’audace Ceccel[128] e il principe dei
Zaporoghi lascian la testa sul patibolo. E tu pure morrai, favorito
della vittoria, che la corona getti per l’elmo, tu pur morrai, dacchè
sei giunto in vista delle mura di Pultava.
Lo Zar muove a Pultava con tutte le sue coorti. Vi piomba come
il fulmine. I due eserciti si assediano l’un l’altro in mezzo
alla pianura. Così il gladiatore, già battuto in vari incontri,
anticipatamente pascendosi di sangue, s’avventa all’avversario da gran
tempo aspettato. Il potente Carlo non vede intorno a Pietro le masse
imbelli disperse a Narva, ma innumerevoli schiere ben disciplinate, ben
armate, leggiere, pazienti, minacciose e irte di sfolgoranti baionette.
Carlo ha detto: “Dimani la battaglia.”
Il sonno regna negli accampamenti. In una sola tenda, si ode ancora un
susurro di voci:
“Sì, Orlic mio, io riconosco che ci siamo troppo affrettati di allearci
a Carlo. Egli non ha nessuna delle doti che si richiedono in un buon
generale. Saprà vincere due o tre volte; andare di galoppo a domandar
da cena al suo nemico;[129] motteggiare gentilmente sulle bombe che
gli cascano vicino;[130] approssimarsi di notte, in gran silenzio,
alle trincere nemiche; saprà levar di sella un Cosacco, e rendergli
ferita per ferita,[131] ma non sa lottar contro un emulo potente e
perseverante; vorrebbe governar la sorte come si governa un reggimento,
a suon di tamburo; è sconsiderato, ostinato, impaziente, irritabile;
confidando follemente nella sua stella, stima superflua la prudenza;
abbagliato dai suoi primi successi, non pone mente alla attuale
superiorità delle forze russe; va a darvi di cozzo senza tema; vi si
fiaccherà le corna. Vecchio come io sono, io non doveva fanatizzarmi
per quel temerario; mi lasciai illudere dall’apparenza, come un
inesperto e debile fanciullo.
_Orlic_. Aspettiam l’esito della pugna. È tempo ancora d’entrare in
trattative con Pietro, e di riparare il nostro fallo. Lo Zar sconfitto
da noi non ci ricuserà il suo perdono e la sua alleanza.
_Mazeppa_. No, è troppo tardi. Lo Zar dei Russi non può riconciliarsi
meco. Già da gran tempo la mia sorte è decisa. È tanto ch’io ardo d’ira
e di rancore! Ascolta quel ch’io sto per dirti. Un giorno, sotto le
mura d’Azoff, io sedeva a mensa nella tenda del feroce Pietro. Il vino
ferveva nelle coppe, e non meno di quello bolliva il nostro sangue
incalorito dalla discussione. Mi sfuggì dalle labbra una parola acerba.
I convitati impallidirono. Il principe infuriato lasciò cader la coppa,
e minaccioso mi tirò pei canuti baffi. Fu forza ch’io inghiottissi
quell’oltraggio; ma in cuore giurai di vendicarlo. Ho fin qui nutrito
la vendetta in seno, come una madre il caro pargoletto. Aspettavo il
momento propizio. È giunto. Il cielo m’ha eletto a punitor di Pietro;
il nome di Mazeppa non gli escirà mai dalla memoria. Io sono la spina
della sua corona. Volentieri darebbe le sue più grandiose città,
le sue più belle ore di vita per potermi tener un’altra volta per i
baffi.... Ci resta tuttora una speranza.... L’aurora determinerà per
chi parteggeremo.
Dopo ch’ebbe così parlato, il fellone tacque e s’addormentò.
La nuova aurora splende all’oriente. Già i cannoni mugghiano sui
poggi e nelle valli. Un purpureo vapore s’alza, ondeggiando per
l’aria indorato dai raggi mattutini. I reggimenti serrano le file;
i bersaglieri si sparpagliano per le macchie. Le bombe scoppiano; le
palle fischiano; le fredde baionette avanzano. Li Svedesi attraversano
il fuoco delle trincere; la cavalleria fluttua e vola; l’infanteria
la segue, e la rinforza colle sue masse pesanti e compatte. Il lugubre
campo traballa e arde in mille luoghi; ma appare chiaro da vari segni
che l’incostante fortuna questa volta combatte con i Russi. Le legioni
svedesi, rispinte dall’artiglieria moscovita, si scompigliano, cadono
stese al suolo come mèsse falciata. Rosen si ricovera nelle gole dei
monti; il prode Slipenbac si arrende prigioniero. I Russi incalzano gli
Svedesi, li sbaragliano truppa per truppa; s’oscura lo splendore delle
loro bandiere, e, grazie all’assistenza del Dio delle battaglie, ogni
nostro passo avanti è un trionfo. Allora la voce ispirata di Pietro
esclama: “Coraggio, per Dio!” Circondato di offiziali, lo Zar esce
della sua tenda. Li occhi suoi scintillano di gioia. Il suo sembiante
incute spavento. I suoi moti sono violenti. È bello, è tremendo come
un angelo sterminatore. S’inoltra. Viene il suo destriero fedele.
Impetuoso e tranquillo, il nobile animale freme annasando da lontano
la strage e il fuoco, scuote la criniera, butta faville dagli occhi, e
superbo del suo cavaliero, si precipita nel più fitto della mischia.
Il sole entra nel meriggio e versa torrenti di fiamma. Come i
mietitori, i guerrieri riposano. I Cosacchi volteggiano all’intorno.
I reggimenti sparsi si riformano. I bellici istrumenti tacciono. Il
cannone più non folgoreggia dai colli. Nella vasta campagna echeggia un
immenso evviva. Pietro si mostra ai suoi soldati.
Passa rapidamente davanti alle truppe, potente e sereno come Marte.
Collo sguardo misura il terreno. Lo scortano in schiera folta i suoi
compagni fidi fra tutte le vicende della sorte, in tutte le fatiche del
governo e della guerra, i Sceremetieff, i Bruce, i Bour, i Repnin.
Carlo, frattanto, sdraiato in una bara portata dai suoi servitori,
pallido, immoto, gravemente ferito, fa la rassegna delle sue truppe
decimate. Lo seguono i suoi generali. Sta immerso in profonda
meditazione. Il suo aspetto esprime l’agitazione che gli sconvolge
il cuore. Diresti che la guerra desiata ha tolto a Carlo il senno
e la ragione. Fa un gesto colla destra, e immantinente li Svedesi
assaliscono i Russi.
E l’esercito dello Zar marcia contro a quello del re, in mezzo a un
velo di lampi e di fumo. Incomincia la battaglia, la battaglia di
Pultava!
Nell’incendio della lotta, fralla grandine rovente dei proiettili, le
falangi si urtano come muraglie vive, cadono al suolo disfatte, son
supplite da altre fresche, che anche esse vanno tosto a mordere la
terra. Le baionette s’incrociano. Li squadroni vestiti d’acciaro volano
come nembo procelloso. Risuonano le briglie, le sciabole; i cavalieri
s’aggrediscono con furore, si tagliano a pezzi. Le palle di metallo
accatastando cadaveri su cadaveri, rimbalzano, rugghiano, sbranano,
rotolano nella polvere, e bollono nel sangue. Li Svedesi, i Russi,
rovesciano, trafiggono, trinciano, mietono. Da per tutto, rombo di
tamburi e di cannoni, urli, gemiti, calpestii, nitriti; dappertutto la
morte e l’inferno.
In mezzo alla confusione e al tumulto, i capitani contemplano
tranquillamente la battaglia, giudicano ogni evoluzione di truppe,
predicono la perdita o la vincita d’ogni assalto, e ragionano fra sè a
bassa voce.
Ma chi è quell’eroe canuto, ritto accanto allo Zar? Sostenuto da due
Cosacchi, acceso di sublime emulazione, osserva con occhio esperto
i movimenti dei due eserciti. Egli non monterà più a cavallo, e
al suo richiamo non accorreranno più i Cosacchi da ogni parte. Il
vecchio Palei imbiancò nell’esilio, e già sta vicino alla fossa.
Ma perchè lampeggiano i suoi occhi? Perchè la sua fronte scabra si
copre d’un’ombra di furore più nera della notte? Che sentimento lo
fa rabbrividire? Forse egli ha scorto tra il fumo del campo il suo
nemico Mazeppa, e a quella vista orrenda maledice la sua vecchiezza
imbelle.... Sì. Mazeppa tutto pensieroso considerava la battaglia,
attorniato d’una torba di Cosacchi ribelli, di parenti, di anziani, e
di guardie.
Si spara uno schioppo in vicinanza. Mazeppa rivolge la testa. Il fucile
tuttora fuma tralle mani di Voinarovschi. Un giovine Cosacco, colpito
a morte, stramazza a pochi passi di distanza; il suo corsiero cosperso
di polvere e di spuma, sentendosi libero, fugge di carriera, e si perde
nella rosseggiante campagna. Il Cosacco si slanciava contro l’etmanno,
colla spada in mano, colla disperazione in volto. Mazeppa s’accosta al
moribondo per interrogarlo, ma già ha spirato l’anima. Le sue pupille
spente tuttora insultano l’assassino di Cocciu-bei, il nemico della
Russia; e la sua lingua paralizzata articola ancora le sillabe adorate
del nome di Maria.
L’ora della vittoria è giunta. I Russi incalzano; li Svedesi cedono. O
glorioso istante! o glorioso miracolo! Facciamo un ultimo sforzo, e li
Svedesi si danno alla fuga. La nostra cavalleria li insegue; le spade
si spuntano e si spezzano a trucidarli; i morti coprono il piano in
mucchi così spessi, come li sciami delle locuste nere.
Pietro dà un gran convito.[132] Raggiante di felicità e di gloria,
egli siede all’alto della mensa. Arrivano in mezzo alle acclamazioni
dei soldati tutti i generali russi e svedesi. Pietro accoglie con
amorevolezza gli illustri prigionieri, e fa un brindisi in onore dei
suoi maestri nella grande arte della guerra.
Ma dov’è il più cospicuo fra quelli ospiti, dov’è il nostro più esimio
maestro, quel reale dottor di guerra, cui Pietro ha finalmente superato
e vinto? Dov’è Mazeppa il perfido apostata? Perchè il re di Svezia non
fu invitato al banchetto? Perchè l’etmanno non fu inviato al patibolo?
Il re e l’etmanno fuggono insieme a cavallo a traverso le steppe tacite
e nude. La sventura li ha congiunti. La vergogna, l’ira, e il pericolo
vicino infondono al monarca nuove forze. Egli oblia la sua profonda
ferita. Fugge colla testa bassa, inseguito dai Russi, e appena la
caterva tumultuosa dei servi può tenergli dietro.
Il vecchio etmanno vola al suo fianco, girando la vista intorno
sul vasto orizzonte del deserto. Giungono ad una villa.... Perchè
raccapriccia Mazeppa? Perchè passa sì rapido davanti a quella
abitazione? Forse quel cortile vuoto, quel giardino, quella porta
aperta verso il prato, gli richiamano alla mente qualche antico
orribile evento? O profanatore d’ogni cosa sacra! Riconosci quella
dimora altre volte sì gaia, nella quale, rallegrato dal vino, tu
scherzavi a mensa in mezzo ad una felice famiglia? Riconosci l’umile
asilo ove viveva l’angelo di pace; il boschetto, nel quale rapisti la
bella durante una oscurissima notte?.... Lo riconosci?
Le tenebre abbuiano le steppe che si estendono lungo le rive del
ceruleo Dnieper. I due capitani raminghi si adagiano sull’erba fralle
rupi della sponda. Il giovine eroe dorme placidamente, e più non si
ricorda di Pultava. Ma il vecchio suo compagno è inquieto; non può
gustare un istante di riposo. Tutto a un tratto, una voce lo chiama
nelle tenebre. Si riscuote, mira; vede una figura che si china sopra
lui con un gesto minaccioso. Egli rabbrividisce come sotto alla scure.
Una donna coi capelli sparsi, cogli occhi fiammeggianti e cavi, magra,
squallida, livida, lacera, sta lì davanti a lui, sotto i raggi della
luna.
_Mazeppa_. È un sogno?... oppure sei tu, Maria?...
_Maria_. Piano, piano, amico! È poco che mio padre e mia madre sono
andati a letto.... fermo.... potrebbero udirci....
_Mazeppa_. Maria! Misera Maria! Torna in te.... Dio mio.... che hai?...
_Maria_. Ascolta. Oh che furberia! Che sciocca favola hanno inventata!
Essa mi ha detto in secreto che il mio povero padre è morto, e m’ha
mostrato di nascosto il capo bianco di lui.... Ohimè.... come sottrarsi
alle calunnie? quel capo non era d’uomo, ma di lupo.... Essa voleva
ingannarmi!... Come non si vergogna di straziarmi?... E perchè mi
strazia? Affinchè io non me ne vada teco oggi. Sarà mai possibile?”
Il suo amante la ode con immensa compassione. Frattanto Maria,
trascinata dalla sconvolta fantasia, seguita a sragionare.
“Mi ricordo,” dice, “quel campo; quella allegrezza strepitosa, quella
plebe, quelle due teste... Mia madre mi conduceva a quella festa...
Ma dove stavi tu?.... Perchè da te disgiunta vo io vagando nell’orror
della notte? Andiamo a casa. Presto!... Si fa tardi.... Ah che folli
pensieri mi assalgono.... Ti tenevo per un altro, buon vecchio....
Lasciami. L’occhio tuo è spaventoso e beffardo. Tu sei deforme....
Egli, è bello.... arde d’amore il suo sguardo, spira grazia e voluttà
il suo linguaggio.... i suoi baffi son più candidi che neve, e i tuoi
rosseggiano di sangue.”
E la fanciulla piange e ride ferocemente, e più agile d’una cervetta
saltella, corre, e sparisce nella oscurità.
L’ombra si diradava. L’oriente si tingeva di color di porpora. I
cosacchi accendevano il fuoco e facevan cuocere il riso. Le guardie
menavano i cavalli all’acque pure del Dnieper. Carlo si desta. “Su, su,
Mazeppa, álzati, è tempo di partire; il giorno spunta.” Ma l’etmanno
non dormiva. L’angoscia lo opprime e gli toglie il respiro. Sella in
silenzio il suo corsiero, e parte col monarca. Tremendo fu l’ultimo
sguardo, l’ultimo addio di Mazeppa agli Stati perduti per sempre.
Cento anni passarono. Che rimane di quei potentati alteri, imperiosi,
violenti? Sparvero dalla faccia della terra; e con essi sparve ogni
vestigio delle loro sanguinose lotte, delle loro depredazioni, delle
loro conquiste. Tu solo, vincitore di Pultava, erigesti un monumento
durevole al tuo nome, nell’impero del settentrione, da te creato
e incivilito. In quella parte ove una lunga fila di molini alati
circonda i bastioni diroccati di Bender, lì dove gli armenti mugghianti
vagano tranquillamente intorno alle tombe degli eroi, vedonsi gli
avanzi sparsi d’un tugurio; tre gradini del quale, mezzo sepolti nel
suolo e ammantati di musco, serbano la memoria del re Carlo. Solo
coi suoi servitori palatini, quel temerario guerriero sostenne fra
quelle mura l’impeto dei battaglioni turchi, e arrese la spada come
Mazeppa la clava. Ma si cercherebbe invano nelle vicinanze il sepolcro
dell’etmanno. Non resta traccia di lui. Solamente, una volta l’anno,
l’eco della antica cattedrale ripete quel nome maledetto.
Le due vittime innocenti di Mazeppa giacciono sotto la stessa lapida.
La chiesa ha collocato le loro ossa fra quelle dei credenti e dei
giusti. Tuttora vivono in Dicagne le alte querce piantate in loro onore
dagli amici piangenti.
In quanto a Maria.... La tradizione non parla di essa. Un velo
impenetrabile copre i suoi patimenti, le sue sventure, la sua fine. Ma
di quando in quando un cantore ceco dell’Ucrania, modulando davanti
alli abitanti d’un villaggio li inni composti da Mazeppa, cita per
incidenza ai giovani cosacchi il nome della colpevole e infelice Maria.