III.

Il dolor che prova Mazeppa non gli toglie il proseguir lo svolgimento

delle sue macchinazioni. Perseverante nelle sue imprese, continua

le trattative col monarca svedese. Ma per meglio coprire le sue mene

secrete e ingannare chi fida in lui, si confina in un letto, e finge

sognati mali. Si circonda d’una turba di medici, geme, invoca il cielo

e gli chiede la sua guarigione. Le fatiche della guerra, le pene della

vita, l’hanno ridotto agli estremi. Già è pronto a lasciar questo mondo

caduco per il mondo eterno. Brama i soccorsi della religione da lui

oltraggiata, e un arcivescovo viene a sparger l’olio santo sul crin

canuto dello spergiuro Mazeppa.

Mosca indarno aspetta gli ospiti desiati, e prepara di nascosto

giuochi solenni, in onore dello Svedese, fra mezzo alle antiche tombe

nemiche. Ma Carlo volge subitamente indietro i passi, e porta la guerra

nell’Ucrania.

Il gran giorno s’appressa. Mazeppa torna in vita. Quel moribondo,

che ieri stava per scendere nella fossa, ecco risorge, ecco sfida il

magnanimo Pietro. Impugna e vibra la spada davanti al suo esercito

schierato, e galoppa impetuoso verso le sponde della Desna. Poco fa

curvato e rotto dal peso dell’età, a un tratto egli si drizza sano

e forte, simile a quell’astuto porporato che buttò via le grucce,

quando ebbe in fronte la tiara. La incredibil notizia vola sull’ale

della fama. L’Ucrania freme di sdegno, e grida: “Egli tradisce Pietro,

e umilia ai piedi di Carlo le nostre disonorate insegne.” Lo sdegno

rapido si spande come fiamma; arde la guerra civile.

Chi pennelleggerà l’ira che invade Pietro? L’anatema rimbomba nelle

cattedrali; il boia incenerisce l’effigie di Mazeppa. Il consiglio

supremo cassa l’etmanno, e gli nomina un successore. Pietro richiama

dai deserti dell’Ienisei le famiglie di Cocciu-bei e d’Iscra. Unendo

le proprie lacrime alle loro, egli le colma di favori e di cortesie,

e loro rende i titoli e i beni. L’antagonista di Mazeppa, il valoroso

Palei, passa dalle steppe dell’Ucrania, ove languiva esiliato, negli

accampamenti dello Zar. La ribellione, abbandonata a sè medesima,

si affievolisce e sfascia. L’audace Ceccel[128] e il principe dei

Zaporoghi lascian la testa sul patibolo. E tu pure morrai, favorito

della vittoria, che la corona getti per l’elmo, tu pur morrai, dacchè

sei giunto in vista delle mura di Pultava.

Lo Zar muove a Pultava con tutte le sue coorti. Vi piomba come

il fulmine. I due eserciti si assediano l’un l’altro in mezzo

alla pianura. Così il gladiatore, già battuto in vari incontri,

anticipatamente pascendosi di sangue, s’avventa all’avversario da gran

tempo aspettato. Il potente Carlo non vede intorno a Pietro le masse

imbelli disperse a Narva, ma innumerevoli schiere ben disciplinate, ben

armate, leggiere, pazienti, minacciose e irte di sfolgoranti baionette.

Carlo ha detto: “Dimani la battaglia.”

Il sonno regna negli accampamenti. In una sola tenda, si ode ancora un

susurro di voci:

“Sì, Orlic mio, io riconosco che ci siamo troppo affrettati di allearci

a Carlo. Egli non ha nessuna delle doti che si richiedono in un buon

generale. Saprà vincere due o tre volte; andare di galoppo a domandar

da cena al suo nemico;[129] motteggiare gentilmente sulle bombe che

gli cascano vicino;[130] approssimarsi di notte, in gran silenzio,

alle trincere nemiche; saprà levar di sella un Cosacco, e rendergli

ferita per ferita,[131] ma non sa lottar contro un emulo potente e

perseverante; vorrebbe governar la sorte come si governa un reggimento,

a suon di tamburo; è sconsiderato, ostinato, impaziente, irritabile;

confidando follemente nella sua stella, stima superflua la prudenza;

abbagliato dai suoi primi successi, non pone mente alla attuale

superiorità delle forze russe; va a darvi di cozzo senza tema; vi si

fiaccherà le corna. Vecchio come io sono, io non doveva fanatizzarmi

per quel temerario; mi lasciai illudere dall’apparenza, come un

inesperto e debile fanciullo.

_Orlic_. Aspettiam l’esito della pugna. È tempo ancora d’entrare in

trattative con Pietro, e di riparare il nostro fallo. Lo Zar sconfitto

da noi non ci ricuserà il suo perdono e la sua alleanza.

_Mazeppa_. No, è troppo tardi. Lo Zar dei Russi non può riconciliarsi

meco. Già da gran tempo la mia sorte è decisa. È tanto ch’io ardo d’ira

e di rancore! Ascolta quel ch’io sto per dirti. Un giorno, sotto le

mura d’Azoff, io sedeva a mensa nella tenda del feroce Pietro. Il vino

ferveva nelle coppe, e non meno di quello bolliva il nostro sangue

incalorito dalla discussione. Mi sfuggì dalle labbra una parola acerba.

I convitati impallidirono. Il principe infuriato lasciò cader la coppa,

e minaccioso mi tirò pei canuti baffi. Fu forza ch’io inghiottissi

quell’oltraggio; ma in cuore giurai di vendicarlo. Ho fin qui nutrito

la vendetta in seno, come una madre il caro pargoletto. Aspettavo il

momento propizio. È giunto. Il cielo m’ha eletto a punitor di Pietro;

il nome di Mazeppa non gli escirà mai dalla memoria. Io sono la spina

della sua corona. Volentieri darebbe le sue più grandiose città,

le sue più belle ore di vita per potermi tener un’altra volta per i

baffi.... Ci resta tuttora una speranza.... L’aurora determinerà per

chi parteggeremo.

Dopo ch’ebbe così parlato, il fellone tacque e s’addormentò.

La nuova aurora splende all’oriente. Già i cannoni mugghiano sui

poggi e nelle valli. Un purpureo vapore s’alza, ondeggiando per

l’aria indorato dai raggi mattutini. I reggimenti serrano le file;

i bersaglieri si sparpagliano per le macchie. Le bombe scoppiano; le

palle fischiano; le fredde baionette avanzano. Li Svedesi attraversano

il fuoco delle trincere; la cavalleria fluttua e vola; l’infanteria

la segue, e la rinforza colle sue masse pesanti e compatte. Il lugubre

campo traballa e arde in mille luoghi; ma appare chiaro da vari segni

che l’incostante fortuna questa volta combatte con i Russi. Le legioni

svedesi, rispinte dall’artiglieria moscovita, si scompigliano, cadono

stese al suolo come mèsse falciata. Rosen si ricovera nelle gole dei

monti; il prode Slipenbac si arrende prigioniero. I Russi incalzano gli

Svedesi, li sbaragliano truppa per truppa; s’oscura lo splendore delle

loro bandiere, e, grazie all’assistenza del Dio delle battaglie, ogni

nostro passo avanti è un trionfo. Allora la voce ispirata di Pietro

esclama: “Coraggio, per Dio!” Circondato di offiziali, lo Zar esce

della sua tenda. Li occhi suoi scintillano di gioia. Il suo sembiante

incute spavento. I suoi moti sono violenti. È bello, è tremendo come

un angelo sterminatore. S’inoltra. Viene il suo destriero fedele.

Impetuoso e tranquillo, il nobile animale freme annasando da lontano

la strage e il fuoco, scuote la criniera, butta faville dagli occhi, e

superbo del suo cavaliero, si precipita nel più fitto della mischia.

Il sole entra nel meriggio e versa torrenti di fiamma. Come i

mietitori, i guerrieri riposano. I Cosacchi volteggiano all’intorno.

I reggimenti sparsi si riformano. I bellici istrumenti tacciono. Il

cannone più non folgoreggia dai colli. Nella vasta campagna echeggia un

immenso evviva. Pietro si mostra ai suoi soldati.

Passa rapidamente davanti alle truppe, potente e sereno come Marte.

Collo sguardo misura il terreno. Lo scortano in schiera folta i suoi

compagni fidi fra tutte le vicende della sorte, in tutte le fatiche del

governo e della guerra, i Sceremetieff, i Bruce, i Bour, i Repnin.

Carlo, frattanto, sdraiato in una bara portata dai suoi servitori,

pallido, immoto, gravemente ferito, fa la rassegna delle sue truppe

decimate. Lo seguono i suoi generali. Sta immerso in profonda

meditazione. Il suo aspetto esprime l’agitazione che gli sconvolge

il cuore. Diresti che la guerra desiata ha tolto a Carlo il senno

e la ragione. Fa un gesto colla destra, e immantinente li Svedesi

assaliscono i Russi.

E l’esercito dello Zar marcia contro a quello del re, in mezzo a un

velo di lampi e di fumo. Incomincia la battaglia, la battaglia di

Pultava!

Nell’incendio della lotta, fralla grandine rovente dei proiettili, le

falangi si urtano come muraglie vive, cadono al suolo disfatte, son

supplite da altre fresche, che anche esse vanno tosto a mordere la

terra. Le baionette s’incrociano. Li squadroni vestiti d’acciaro volano

come nembo procelloso. Risuonano le briglie, le sciabole; i cavalieri

s’aggrediscono con furore, si tagliano a pezzi. Le palle di metallo

accatastando cadaveri su cadaveri, rimbalzano, rugghiano, sbranano,

rotolano nella polvere, e bollono nel sangue. Li Svedesi, i Russi,

rovesciano, trafiggono, trinciano, mietono. Da per tutto, rombo di

tamburi e di cannoni, urli, gemiti, calpestii, nitriti; dappertutto la

morte e l’inferno.

In mezzo alla confusione e al tumulto, i capitani contemplano

tranquillamente la battaglia, giudicano ogni evoluzione di truppe,

predicono la perdita o la vincita d’ogni assalto, e ragionano fra sè a

bassa voce.

Ma chi è quell’eroe canuto, ritto accanto allo Zar? Sostenuto da due

Cosacchi, acceso di sublime emulazione, osserva con occhio esperto

i movimenti dei due eserciti. Egli non monterà più a cavallo, e

al suo richiamo non accorreranno più i Cosacchi da ogni parte. Il

vecchio Palei imbiancò nell’esilio, e già sta vicino alla fossa.

Ma perchè lampeggiano i suoi occhi? Perchè la sua fronte scabra si

copre d’un’ombra di furore più nera della notte? Che sentimento lo

fa rabbrividire? Forse egli ha scorto tra il fumo del campo il suo

nemico Mazeppa, e a quella vista orrenda maledice la sua vecchiezza

imbelle.... Sì. Mazeppa tutto pensieroso considerava la battaglia,

attorniato d’una torba di Cosacchi ribelli, di parenti, di anziani, e

di guardie.

Si spara uno schioppo in vicinanza. Mazeppa rivolge la testa. Il fucile

tuttora fuma tralle mani di Voinarovschi. Un giovine Cosacco, colpito

a morte, stramazza a pochi passi di distanza; il suo corsiero cosperso

di polvere e di spuma, sentendosi libero, fugge di carriera, e si perde

nella rosseggiante campagna. Il Cosacco si slanciava contro l’etmanno,

colla spada in mano, colla disperazione in volto. Mazeppa s’accosta al

moribondo per interrogarlo, ma già ha spirato l’anima. Le sue pupille

spente tuttora insultano l’assassino di Cocciu-bei, il nemico della

Russia; e la sua lingua paralizzata articola ancora le sillabe adorate

del nome di Maria.

L’ora della vittoria è giunta. I Russi incalzano; li Svedesi cedono. O

glorioso istante! o glorioso miracolo! Facciamo un ultimo sforzo, e li

Svedesi si danno alla fuga. La nostra cavalleria li insegue; le spade

si spuntano e si spezzano a trucidarli; i morti coprono il piano in

mucchi così spessi, come li sciami delle locuste nere.

Pietro dà un gran convito.[132] Raggiante di felicità e di gloria,

egli siede all’alto della mensa. Arrivano in mezzo alle acclamazioni

dei soldati tutti i generali russi e svedesi. Pietro accoglie con

amorevolezza gli illustri prigionieri, e fa un brindisi in onore dei

suoi maestri nella grande arte della guerra.

Ma dov’è il più cospicuo fra quelli ospiti, dov’è il nostro più esimio

maestro, quel reale dottor di guerra, cui Pietro ha finalmente superato

e vinto? Dov’è Mazeppa il perfido apostata? Perchè il re di Svezia non

fu invitato al banchetto? Perchè l’etmanno non fu inviato al patibolo?

Il re e l’etmanno fuggono insieme a cavallo a traverso le steppe tacite

e nude. La sventura li ha congiunti. La vergogna, l’ira, e il pericolo

vicino infondono al monarca nuove forze. Egli oblia la sua profonda

ferita. Fugge colla testa bassa, inseguito dai Russi, e appena la

caterva tumultuosa dei servi può tenergli dietro.

Il vecchio etmanno vola al suo fianco, girando la vista intorno

sul vasto orizzonte del deserto. Giungono ad una villa.... Perchè

raccapriccia Mazeppa? Perchè passa sì rapido davanti a quella

abitazione? Forse quel cortile vuoto, quel giardino, quella porta

aperta verso il prato, gli richiamano alla mente qualche antico

orribile evento? O profanatore d’ogni cosa sacra! Riconosci quella

dimora altre volte sì gaia, nella quale, rallegrato dal vino, tu

scherzavi a mensa in mezzo ad una felice famiglia? Riconosci l’umile

asilo ove viveva l’angelo di pace; il boschetto, nel quale rapisti la

bella durante una oscurissima notte?.... Lo riconosci?

Le tenebre abbuiano le steppe che si estendono lungo le rive del

ceruleo Dnieper. I due capitani raminghi si adagiano sull’erba fralle

rupi della sponda. Il giovine eroe dorme placidamente, e più non si

ricorda di Pultava. Ma il vecchio suo compagno è inquieto; non può

gustare un istante di riposo. Tutto a un tratto, una voce lo chiama

nelle tenebre. Si riscuote, mira; vede una figura che si china sopra

lui con un gesto minaccioso. Egli rabbrividisce come sotto alla scure.

Una donna coi capelli sparsi, cogli occhi fiammeggianti e cavi, magra,

squallida, livida, lacera, sta lì davanti a lui, sotto i raggi della

luna.

_Mazeppa_. È un sogno?... oppure sei tu, Maria?...

_Maria_. Piano, piano, amico! È poco che mio padre e mia madre sono

andati a letto.... fermo.... potrebbero udirci....

_Mazeppa_. Maria! Misera Maria! Torna in te.... Dio mio.... che hai?...

_Maria_. Ascolta. Oh che furberia! Che sciocca favola hanno inventata!

Essa mi ha detto in secreto che il mio povero padre è morto, e m’ha

mostrato di nascosto il capo bianco di lui.... Ohimè.... come sottrarsi

alle calunnie? quel capo non era d’uomo, ma di lupo.... Essa voleva

ingannarmi!... Come non si vergogna di straziarmi?... E perchè mi

strazia? Affinchè io non me ne vada teco oggi. Sarà mai possibile?”

Il suo amante la ode con immensa compassione. Frattanto Maria,

trascinata dalla sconvolta fantasia, seguita a sragionare.

“Mi ricordo,” dice, “quel campo; quella allegrezza strepitosa, quella

plebe, quelle due teste... Mia madre mi conduceva a quella festa...

Ma dove stavi tu?.... Perchè da te disgiunta vo io vagando nell’orror

della notte? Andiamo a casa. Presto!... Si fa tardi.... Ah che folli

pensieri mi assalgono.... Ti tenevo per un altro, buon vecchio....

Lasciami. L’occhio tuo è spaventoso e beffardo. Tu sei deforme....

Egli, è bello.... arde d’amore il suo sguardo, spira grazia e voluttà

il suo linguaggio.... i suoi baffi son più candidi che neve, e i tuoi

rosseggiano di sangue.”

E la fanciulla piange e ride ferocemente, e più agile d’una cervetta

saltella, corre, e sparisce nella oscurità.

L’ombra si diradava. L’oriente si tingeva di color di porpora. I

cosacchi accendevano il fuoco e facevan cuocere il riso. Le guardie

menavano i cavalli all’acque pure del Dnieper. Carlo si desta. “Su, su,

Mazeppa, álzati, è tempo di partire; il giorno spunta.” Ma l’etmanno

non dormiva. L’angoscia lo opprime e gli toglie il respiro. Sella in

silenzio il suo corsiero, e parte col monarca. Tremendo fu l’ultimo

sguardo, l’ultimo addio di Mazeppa agli Stati perduti per sempre.

Cento anni passarono. Che rimane di quei potentati alteri, imperiosi,

violenti? Sparvero dalla faccia della terra; e con essi sparve ogni

vestigio delle loro sanguinose lotte, delle loro depredazioni, delle

loro conquiste. Tu solo, vincitore di Pultava, erigesti un monumento

durevole al tuo nome, nell’impero del settentrione, da te creato

e incivilito. In quella parte ove una lunga fila di molini alati

circonda i bastioni diroccati di Bender, lì dove gli armenti mugghianti

vagano tranquillamente intorno alle tombe degli eroi, vedonsi gli

avanzi sparsi d’un tugurio; tre gradini del quale, mezzo sepolti nel

suolo e ammantati di musco, serbano la memoria del re Carlo. Solo

coi suoi servitori palatini, quel temerario guerriero sostenne fra

quelle mura l’impeto dei battaglioni turchi, e arrese la spada come

Mazeppa la clava. Ma si cercherebbe invano nelle vicinanze il sepolcro

dell’etmanno. Non resta traccia di lui. Solamente, una volta l’anno,

l’eco della antica cattedrale ripete quel nome maledetto.

Le due vittime innocenti di Mazeppa giacciono sotto la stessa lapida.

La chiesa ha collocato le loro ossa fra quelle dei credenti e dei

giusti. Tuttora vivono in Dicagne le alte querce piantate in loro onore

dagli amici piangenti.

In quanto a Maria.... La tradizione non parla di essa. Un velo

impenetrabile copre i suoi patimenti, le sue sventure, la sua fine. Ma

di quando in quando un cantore ceco dell’Ucrania, modulando davanti

alli abitanti d’un villaggio li inni composti da Mazeppa, cita per

incidenza ai giovani cosacchi il nome della colpevole e infelice Maria.

Racconti poetici · 第 52 / 56 题