Di chi è quel corsier dall’alta groppa
Che ratto corre per la steppa bruna?
Chi è quei cavaliero che galoppa
Al chiaror delle stelle e della luna?
Fan cenno indarno al cavaliero stracco
I cavi spechi ed i boschetti foschi;
Non vuol prender riposo, il buon cosacco
Nè sotto gli antri nè fra i verdi boschi.
Splende il suo brando come vetro terso;
Gli balza al fianco un borsellin d’argento;
E il suo nobil corsier di schiuma asperso
Spiega la lunga chioma al vago vento.
Ama il Cosacco il suo tagliente acciaro;
Il gaio aspetto dei ducati adora;
Come un parente il suo caval gli è caro,
Ma il suo berretto gli è più caro ancora.
Se mai fa d’uopo, egli cederà tosto
La borsa, il brando, il destrier, la vesta;
Ma non darà il berretto a verun costo;
Più volentieri egli daria la testa.
Perchè mai quel Cosacco audace e rude
Tanto cura un berretto informe e tetro?
Perchè il berretto la denunzia acclude
Che Cocciu-bei manda all’augusto Pietro.
Mazeppa intanto, imperterrito, indomito, continua le sue brighe e i
suoi raggiri. Il gesuita Zalenschi[123] suo fido sicario prepara una
sommossa popolare, e gli promette il trono. Simili agli assassini, si
concertano di notte; compongono in cifre le loro lettere, stabiliscono
la tariffa del tradimento, mettono a prezzo la testa di Pietro,
trafficano della fede delli schiavi. Un incognito giunge dall’etmanno;
non si sa d’onde venga; il secretario Orlic[124] lo introduce e lo
riconduce.
Gli scaltri emissari di Mazeppa van seminando dappertutto la zizania e
l’insubordinazione: Bulavin, capo dei Cosacchi del Don, chiama all’armi
le sue tribù; le orde nomadi e selvatiche fervono; e persino i coloni
che abitano presso alle cataratte del Dniepr insultano l’autorità di
Pietro.
Mazeppa volge lo sguardo e la mente in ogni lato; spedisce lettere in
ogni paese; a forza di minacce e di lusinghe stacca Bakcisarai dalla
sovranità di Mosca. Il re di Polonia accoglie in Varsavia i legati
di Mazeppa; il pascià di Crimea in Occiacof, Pietro e Carlo nei loro
accampamenti. L’ipocrita etmanno adopra ogni mezzo per procacciarsi
il sostegno dei principi; la sua volontà è di ferro; la sua ambizione
corre alla meta per mille vie tortuose ma sicure.
Ma come rabbrividisce quando a un tratto il fulmine scoppia sul suo
capo! Come trema quando i boiari[125] di Mosca suoi amici[126] mandano
a lui nemico della Russia la denunzia scritta a Pultava, e invece delle
meritate rampogne gli prodigano le condoglianze come ad una vittima!
Lo Zar Pietro, avverso alle delazioni, preoccupato delle guerre, non
bada alla denunzia; s’affretta di tranquillare quel Giuda e giura di
attutar per sempre la calunnia infliggendole un esemplare castigo.
Mazeppa, oppresso da un finto dolore, alza la supplichevole voce al
suo sovrano. “Dio sa,” dic’egli, “e il mondo vede se l’umile etmanno
da dodici anni in qua sia stato devoto allo Zar, e in ricompensa di
questa sua devozione colmato di benefizi dal suo signore... Oh quanto
è ceca e folle la malignità! Come mai, Mazeppa giunto all’orlo della
fossa vorrebbe ordir congiure e oscurar la sua antica rinomanza? Non ha
egli negato i soccorsi chiestigli da Stanislao; non ha egli rispinto
la corona offertagli dall’Ucrania e consegnato allo Zar, come doveva,
i trattati e il carteggio secreto? Non chiuse egli l’orecchio alle
suggestioni del Khan dei Tartari, alle esortazioni della Sublime Porta?
Non ha forse egli sempre manifestato il suo zelo contro i nemici dello
Zar; non li ha egli combattuti col senno e colla mano, con indefesso
ardore e con pericolo della propria vita? Ed ora un vile rivale ardisce
coprir di obbrobrio i miei capelli grigi! E chi è il mio accusatore?...
Iscra, Cocciu-bei, che furono sì lungo tempo miei compagni...”
E l’etmanno domanda con lacrime il loro sangue; non sarà pago fin che
non li vedrà puniti.
Feroce vecchio, di chi esigi la testa? Di colui la cui figlia ti
stringe fralle braccia. Ma l’etmanno soffoca la voce della coscienza
che lo rimbrotta.
“Perchè quell’insano” egli dice “mi sfida a disegual tenzone? Il
superbo da sè stesso affila la scure che gli mozzerà il capo. Ove corre
cogli occhi serrati? Su che fonda le sue speranze?... No; l’affetto mio
per la figlia non salverà il padre. Convien che l’amante ceda il passo
al regnante... altrimenti, son perduto.”
O Maria, gentil Maria, rosa della Circassia! tu non sai che serpente
tu ti scaldi in seno. Ma qual forza ignota, incomprensibile, potè
indurti ad amare quel guerriero ruvido e perverso e a sacrificargli
tutto? il suo crin canuto e inanellato, le sue profonde rughe, il
suo occhio incavato e scintillante, i suoi ragionamenti artifiziosi
fanno le tue delizie. Per lui abbandonasti i tuoi parenti; preferisti
al tuo verginal letto fra le soglie paterne, il talamo scandaloso
dell’avventuriere. Come potè quel vecchio affascinarti coi suoi sguardi
foschi? Come potè incantarti coi suoi discorsi perfidi? Timida e
riverente alzi su lui le tue luci accecate dall’amore; lo accarezzi
con passione.... La tua infamia t’è cara; vanti il suo ingegno e la sua
bellezza; ti ascrivi il tuo amore a virtù; e perdesti nella tua caduta
persino la forza del pentimento.
Maria non teme la vergogna: non le cale della sua reputazione. Sfida i
rimbrotti della gente, quando la altera cervice del vegliardo riposa
sui ginocchi di lei; quando il prode con lei favellando dimentica
le cure e le pene del comando, e palesa alla timida fanciulla i suoi
secreti più tremendi. Essa non rimpiange i passati giorni d’innocenza
e di quiete infantile; ma di tanto in tanto un pensiero tetro come
una procella attraversa quell’anima serena; si raffigura il cordoglio
del padre e della madre; li vede framezzo a un velo di lacrime, orbi e
soli, nella loro infelice vecchiaia; le sembra di udire i loro lamenti
e le rampogne... Oh! se essa sapesse ciò che già sa tutta l’Ucrania! Ma
la funesta verità le è tuttora occulta.