Elle était fille, elle était amoureuse.
MALFILATRE.
“Dove corri? Ahi, poeti! poeti!...”
“Addio, Anieghin, è tempo che io vada.”
“Non ti trattengo. Ma dove passi la serata?”
“Dai Larin.”
“Mi fa specie. Come mai non t’incresce di perdere in tal guisa i tuoi
istanti?”
“Niente affatto.”
“Non so capire il tuo gusto. Mi pare di vederli. Non è così?... Una
sempliciotta famiglia russa; gran cordialità per gli invitati; tortelli
di panna; i soliti ragionamenti intorno alla pioggia, al lino e al
bestiame.”
“Non ci vedo nessun male.”
“Il male, caro amico, è la noia.”
“Io fuggo le vostre riunioni eleganti; preferisco una società senza
pretensione ove posso....”
“Ecco daccapo la bucolica!... Basta, basta per amor del cielo. Tu
parli.... ma odi, Lenschi! non potrei vederla io questa Fillide,
oggetto dei tuoi pensieri, delle tue lacrime, delle tue rime, eccetera?
Presentami.”
“Tu mi beffi.”
“Oibò.”
“Acconsento.”
“Quando?”
“Adesso subito.”
“Le donne ci accoglieranno con piacere. Andiamo.”
I due amici entrano, e si presentano. La famiglia li colma di tutte le
gentilezze proprie dell’antica ospitalità. Si imbandiscono i tortelli
nei piattini, e si colloca una brocca d’acqua di mirtillo sopra un
desco incerato.
. . . . . . .
Tornano a casa nel loro _droschi_ per la strada più corta, e con gran
fretta.
Ora, ascoltiamo di nascosto il dialogo dei nostri due personaggi.
“Che hai, Anieghin? Tu sbadigli?”
“È un vizio, Lenschi.”
“Sei forse più annoiato di prima?”
“No, sempre allo stesso modo.... Fa buio per la campagna. Cammina più
presto, cocchiere! Che brutti posti! A proposito: la Larin è una buona
vecchiotta molto amabile.... ma ho paura che quell’acqua di mirtillo
m’abbia a danneggiare lo stomaco.... Dimmi, chi è Taziana?”
“È quella ragazza melancolica e taciturna come Svetlana...[60] quella
che è entrata e s’è messa a sedere alla finestra.”
“Come mai ti sei innamorato della minore?”
“Perchè?”
“Io avrei prescelto la maggiore, se fossi poeta come sei tu. Non v’è
vivacità nella fisonomia d’Olga. Rassomiglia alla Madonna dei Van Dyck.
Ha il viso tondo e rosso come quella stolta luna, laggiù su quello
stolto orizzonte.”
Vladimiro rispose seccamente, e non fiatò più parola per tutto il resto
del cammino.
Frattanto l’apparizione di Anieghin nella casa dei Larin produsse
una grande impressione, e diede che ciarlare a tutti i vicinanti. Si
almanaccarono mille congetture; ognuno chiacchierò, burlò, giudicò
senza giudizio, e pronosticò un marito alla Taziana. Alcuni persino
asserirono, che il matrimonio era già stabilito, ma differito per il
motivo che non si era potuto trovare un anello di moda. In quanto
allo sposalizio di Lenschi, i vicinanti l’avevan già da gran tempo
combinato.
Taziana, non poteva udire senza stizza quei pettegolezzi; eppure in
secreto, provava una certa dolcezza nel pensarvi. L’idea del matrimonio
le s’innestò nel cuore, e poco a poco involontariamente s’innamorò.
Così il seme caduto nel seno della terra, germoglia sotto i raggi di
primavera. Da un pezzo di già, l’imaginazione di Taziana, maturata
dall’ozio e dalla tristezza, appetiva un pascolo costante; da gran
tempo, una inquietezza profonda angustiava quel giovine petto; e
quell’anima inesperta aspettava qualcheduno.
Egli venne. Taziana aprì gli occhi, esclamò: È desso! Ormai i giorni e
le notti, il sonno e la veglia, sono pieni di lui; tutto parla di lui
senza posa all’animo della gentil giovinetta. Il resto le viene a noia,
e l’aura dei complimenti, e le cure premurose dei servitori. Immersa
nella meditazione e nel dolore, non attende più agli amici di casa;
maledice la loro venuta inopportuna, e la loro dimora prolungata.
Con che ardore essa legge ora i romanzi sentimentali! Con che voluttà
gusta ora i raggiri e gli inganni dei seduttori famosi! Tutti
quei caratteri ideali foggiati dai poeti, l’adoratore di _Giulia
Volmare_,[61] _Malec Adel, De Linard_, il martire _Werther_, e
l’impareggiabile _Grandisson_, che sembra a noi un eroe soporifico, si
condensarono tutti, nella mente di Taziana, in un solo tipo, si fusero
tutti nella persona di Anieghin.
Taziana, figurandosi essere la protagonista dei suoi romanzi
prediletti, ora Clarice, ora Giulia, ora Delfina,[62] passeggia
sola pei boschi con quei pericolosi libri. In essi cerca e trova
l’espressione della fiamma secreta che nutre in seno, e di quei
sogni che provengono da una troppa pienezza di vita. Essa sospira,
e appropriandosi le estasi e gli strazi altrui medita e compone
sconsideratamente una lettera diretta al caro idolo suo.... Ma il
nostro amico, comunque egli la pensi, non è un Grandisson.
Gli antichi scrittori di romanzi, in uno stile che consuonava al
tuon dell’argomento, ci rappresentavano il loro protagonista come
un vero modello di perfezione, dotato d’un cuore sensibile, d’un
ingegno sublime, d’un aspetto incantatore, ma contuttociò perseguitato
dall’iniquità del mondo. Acceso d’una passione sincera e illibata,
animato d’un continuo entusiasmo, egli era ognor pronto a sacrificar
sè stesso per gli altri; e verso l’ultimo capitolo del libro, il vizio
vedevasi sempre punito, e la virtù sempre ricompensata.
Ma oggidì come siam decaduti! La morale ci fa l’effetto d’un narcotico.
Il vizio solo ci sembra piacevole in sè stesso e nei romanzi nei
quali trionfa. Le chimere della Musa britannica turbano il sonno
delle fanciulle di men di dodici anni, che han sempre presente al
pensiero o il fantastico _Vampiro_, o _Melmoth_ l’oscuro avventuriere,
o il _Giudeo errante_, o il _Corsaro_, o il misterioso _Sbogar_.[63]
Almeno Lord Byron con lodevole audacia improntò di romantica mestizia
l’egoismo disperato.
Amici cari, qual ne sia la cagione? Forse un dì io cesserò di
verseggiare, se così vuole il cielo. — Un altro demone s’impossesserà
di me, e sprezzando le minacce di Febo, mi umilierò fino a trattar la
vile prosa. Farò succedere ai miei poemi arditi un romanzo modesto.
Non dipingerò in stile orrendo, nè tormenti atroci, nè delitti
secreti, — ma vi racconterò con semplicità le tradizioni di qualche
famiglia russa, le illusioni ridenti dell’amore, e i costumi dei
nostri antenati. Vi riferirò i saggi consigli d’un buon padre, o d’un
buono zio; gli incontri dei giovanotti in riva a un ruscello, sotto un
vecchio tiglio; gli spasimi crudeli della gelosia e della separazione
e le lacrime della riconciliazione.... Attraverserò l’amore dei miei
personaggi con ogni sorta d’ostacoli, poi finalmente li cingerò
del sospirato serto nuziale. Mi ricorderò allora le espressioni
appassionate, le dichiarazioni eloquenti che mi scaturivan dal cuore
nei tempi andati quando mi ponevo ginocchioni davanti alla mia bella,
ma che adesso mi sono tutte quante uscite dalla mente.
Taziana, diletta Taziana! ora io piango teco che hai rimesso il
tuo destino in poter d’un tiranno alla moda. Perirai, mia cara; ma
frattanto ti pasci di speranze, invochi una tragica felicità, assapori
il soave veleno della passione e del desiderio; mille voluttuose
visioni ti svolazzano intorno; ogni luogo ti comparisce un ricetto
propizio agli amorosi colloqui; e ovunque porti i passi hai davanti
agli occhi la soave imagine del tuo astuto tentatore.
In preda a una tristezza ineffabile, Taziana va a gemere nel giardino.
Tutto a un tratto abbassa i cigli a terra, e non può andar più oltre.
Il seno suo ondeggia, il cuore palpita, le guance si tingono di
porpora, il respiro vien meno sulle labbra, le orecchie ronzano, le
luci si oscurano....[64] Soprarriva la notte; la luna fa la ronda nella
volta cerulea del firmamento; il rosignolo esala i suoi melodici trilli
nella caligine dei boschi. Benchè sia tardi, Taziana non riposa, ma
confavella a bassa voce colla balia.
“Non posso dormire, balia; fa così caldo qui!... Apri la finestra e
pónti a sedere accanto a me.”
“Che hai, Taziana, che hai?...”
“Sono inquieta; discorriamo un poco del tempo passato....”
“Che ti dirò mai?... Sapevo molte istorie d’orchi, di malvagi spiriti e
di fanciulle, ma mi son fuggite dalla mente.... quel che sapevo non lo
so più.”
“Raccontami gli anni di tua gioventù. Sei mai stata innamorata?”
“Ti pare, Taziana! In quei tempi non si parlava ancora d’amore; e se ci
avessi pensato, mia matrigna buon’anima m’avrebbe ammazzata.”
“Come dunque facesti per maritarti?”
“Non ne so nulla; Dio volle che così fosse. Il mio Gianni, era più
giovine di me.... io avevo tredici anni. Una comare venne dai miei
genitori, e finalmente mio padre benedì la nostra unione. Io piansi
tanto, tanto, dalla paura! Mi intrecciarono i capelli ad onta dei
miei urli, e mi menarono cantando in chiesa. Così entrai in una nuova
famiglia.... Ma, Taziana, tu non mi ascolti....”
“Ahimè, balia mia, io smanio, io spasimo, io sto per singhiozzare, per
prorompere in pianto.”
“Figliuola cara, sei incomodata.... Dio ci aiuti e ti conservi!
Domandami quel che gradisci.... Lascia ch’io ti spruzzi il viso d’acqua
santa.... Sei tutta bollente....”
“Non sono ammalata, balia, no.... io.... sai, balia.... io sono....
innamorata....
“Dio ti guardi, figliuola mia!”
E borbottando una orazione, la buona vecchia colla sua mano grinzosa,
benedì la giovinetta.
“Sono innamorata,” ripetè Taziana con veemenza.
“Ma, carina, ti dico che stai male di salute.”
“Lasciami; io sono innamorata.”
Frattanto la luna rischiarava col tremolo barlume il pallido volto,
i capelli snodati, le calde lagrime di Taziana, e insieme la vecchia
canuta la quale stava a sedere vicino alla fanciulla sopra uno sgabello
con un fazzoletto in capo e una fascetta indosso. La natura intera
raccolta e silenziosa sembrava meditare ai raggi della luna. Taziana
collo sguardo fisava quell’astro e col pensiero volava chi sa dove....
Le salta in testa una idea:
“Vattene,” grida alla balia, “lasciami sola. Dammi carta e calamaio;
approssima il tavolino, fra poco mi ricoricherò.... Buona notte.”
Taziana è sola. Ogni cosa tace. La luna la illumina. Colla testa
puntellata sul gomito, Taziana scrive. Eugenio le sta sempre presente.
Trasfonde in una imprudente epistola tutto l’innocente amore che le
ferve in petto. La lettera è bella lesta.... Taziana, per chi codesta
lettera?
Ho conosciuto delle belle inaccessibili, fredde e pudiche come
l’inverno, inesorabili, incorruttibili, incomprensibili. Io ammirava
il loro orgoglio di moda, la loro naturale virtù, e confesso che le
scansavo e fuggivo con orrore perchè parevami legger scritto sulla loro
fronte: _Lasciate ogni speranza_.... come sulla soglia dell’inferno.
Ispirare amore lo stimano una calamità; e loro diletto è spaventare i
cuori. Può darsi che abbiate incontrato di cotali donne sulle sponde
della Neva.
Ho veduto fra una turba di adoratori obedienti altre dee capricciose,
egoiste, ed indifferenti ai sospiri e alle lodi. Ma qual fu il mio
stupore quando m’avvidi che se colla loro severità tremenda scacciavano
l’amante timido, tosto lo richiamavano indietro a forza di finezze, e
di promesse! E il credulo giovinetto, accecato dall’amore, tornava a
ripigliare le antiche catene.
Perchè sarebbe Taziana più colpevole? Forse perchè, nella sua cara
semplicità, essa non s’accorge del suo fallo e confida pazzamente
in un dolce errore? Perchè essa ama da novizia e cede all’attrazione
del primo sentimento? Perchè le largì il cielo imaginazione inquieta,
ingegno fervido, volontà risoluta e ostinata, cuore tenero e ardente?
Non le perdonerete forse la sua imprudenza?
Le civette giudicano con sangue freddo. Taziana ama per davvero, e da
bambina che è, s’abbandona all’amore senza riserva nè condizioni. Essa
non calcola; non dice “Aspettiamo. La dilazione accresce pregio ai
favori. Ritardando, lo prenderemo più sicuramente al laccio. Prima di
tutto stimoliam la vanità col pungolo della speranza; sbraniamo poi il
cuore col dubbio; e incendiamolo finalmente di gelosia. Senza di ciò,
il prigioniero, tosto satollo di voluttà, cercherebbe ad ogni istante
di rompere i suoi ceppi.”
Ecco ch’io mi imbatto in una difficoltà. Per salvar l’onore del mio
paese natío, io dovrò tradurre nel nostro idioma la lettera di Taziana.
Questa fanciulla non leggeva i nostri giornali e durava gran fatica
ad esternare i suoi concetti nella lingua materna; quindi è che essa
scriveva in francese.... Che ci ho che fare io? Convien ch’io lo
confessi. Finora le nostre signore non han mai espresso il loro amore
in volgare russo e questa superba favella è rimasta fin qui estranea
allo stile epistolare. So che si vogliono obligare le donne a legger
libri russi. In coscienza ciò mi sgomenta. Come mai figurarsi una bella
signora col _Bene intenzionato_ fra mano?[65] Lo domando a voi, giovani
poeti; non è egli vero che tutte le leggiadre seduttrici alle quali,
pei vostri peccati, dirigete di nascosto le vostre rime, capiscono a
stento e stroppiano deliziosamente la lingua moscovita? Non è egli vero
che una lingua straniera è divenuta loro più familiare della propria?
Dio mi liberi dall’incontrare in una festa di ballo o sul verone,
all’ora della partenza, un seminarista con uno scialle giallo o un
accademico con una scuffia da dama. Siccome aborro un bel labbro
vermigliuzzo privo di sorriso, così detesto il parlar russo senza
solecismi. Forse un dì fia, in cui, per mia sventura, una nuova
generazione di figlie d’Eva, cedendo alla supplice voce della stampa,
si degnerà di studiar la grammatica. Allora i versi saranno di moda.
Ma io?... che importa! Io rimarrò affezionato agli usi antichi. Un
balbettío scorretto e indolente, una pronunzia incerta e tremebonda mi
ecciterà nel seno la stessa emozione di prima. Niente potrà guarirmi
di tal difetto. I gallicismi mi son cari come i primi errori di mia
gioventù, come i poemetti di Bagdanovis.[66] Ma basta così. È tempo
ch’io mi occupi della lettera di Taziana. Ho impegnato la mia parola,
— eppure, eppure — sto in dubbio se la manterrò. So che le molli elegie
di Parny[67] non godon più la stima comune.
Cantor dell’allegria e della melancolia, o Baratinschi! Se tu fossi
qua, ti farei una domanda indiscreta. Ti pregherei di tradurre in
armoniosi metri la bizzarra prosa d’una fanciulla innamorata. Dove sei?
Avánzati. Io ti cedo riverente ogni mia prerogativa. Ma divezzato dagli
elogi, egli erra solo sotto il cielo finnico, e non ode il mio appello.
Lo scritto di Taziana è lì innanzi a me. Io lo conservo come una
reliquia; lo leggo con un secreto affanno e non so saziarmi di
scorrerlo. Chi potè insegnare a Taziana quella eloquenza piena di
venustà e di calore? Chi le ispirò quello stile grazioso e patetico,
persuasivo e funesto? Non saprei indovinarlo. Ecco intanto una
traduzione insufficiente e imperfetta, un fievole eco di quella musica
del cuore; in somma il Freischuetz,[68] cantato da una compagnia di
principianti.
_Lettera di Taziana a Anieghin._
“Io vi scrivo. Che posso io far di più? Che posso io dire di più? Ora,
voi avete il diritto di disprezzarmi. Ma spero che compatirete alla
mia misera sorte e che non mi ci abbandonerete. Da prima, io voleva
tacere. Credetemi: non vi avrei svelato la mia debolezza, se avessi
potuto lusingarmi di vedervi nella nostra villa di quando in quando;
per esempio una volta per settimana, e di udire almeno la vostra voce,
di scambiar qualche parola e poi pensare sempre, sempre a voi, a voi
solo, sino al nuovo incontro. Ma si dice che siete misantropo, che la
campagna vi tedia, che la società vi importuna. Si dice che noi non vi
siamo cari punto, sebbene vi amiamo con sincerità. Perchè ci veniste
a visitare? In questa nostra solitudine io non vi avrei conosciuto e
non avrei provato le pene che provo. Col tempo avrei domato forse le
ribellioni di questa anima irrequieta e inesperta, avrei trovato un
amico veritiero; sarei stata sposa fedele e virtuosa madre...
”Un altro.... no; a nessuno altro donerò io il cuore. Così sta scritto
nel libro del destino; così vuole la mia stella; io son tua.... tutta
la mia vita è stata la preparazione di questo affetto per te. — So che
Dio a me ti invia per esser mio protettore fino alla tomba.... già da
gran tempo mi apparivi in visioni notturne.... prima di vederti già ti
conoscevo e t’amavo, — il tuo penetrante sguardo, il tuo accento soave
mi sconvolgeva il petto.... E non era un sogno! Appena ti scorsi, io ti
riconobbi; rimasi immota e muta, arsi tutta e dissi fra me: è desso!
Non è egli vero? Io ti ho udito più volte, più volte mi hai parlato
mentre io andava a soccorrere i poveri o quando in chiesa mi sforzava
di sedare le mie angosce alzando preghiere all’Eterno. Non sei tu che
sovente spazi intorno a me nelle ombre trasparenti della sera e ti
chini pietoso sul mio letto? Non sei tu che mi susurri all’orecchio
parole di speranza e d’amore? Chi sei tu? Il mio angelo tutelare o
il mio perfido tentatore? Dissipa la mia incertezza. Forse tutto ciò
è menzogna vana, allucinazione d’una fantasia esaltata. E così sia.
D’ora innanzi, io rimetto la mia sorte nelle tue mani. Ho sparso le mie
lacrime nel tuo seno e imploro il tuo sostegno.... qui, sono sola....
nessuno mi comprende; la mia ragione vacilla; io perirò tacendo.
Ti aspetto. Ravviva col tuo sguardo le mie speranze o sperdi le mie
illusioni tacciandole di delitto.
”Finisco. Vi sembrerà strano il mio linguaggio — mi sento svenire dalla
vergogna e dal terrore — ma la vostra onoratezza mi rassicura e in essa
confido.”
Taziana ora geme, ora sospira. La lettera trema nella di lei mano.
L’ostia rosata si secca sulla sua lingua inaridita. La vezzosa piega
il bel capo e a quell’atto la sua camicia cade dalla bianca spalla. In
quel punto, la luna si ritira sotto un velo di vapori. Taziana guarda
e ascolta. La valle s’ammanta di nuvole; il torrente risplende come
un nastro d’argento; il corno dei pastori desta i contadini; l’alba
brilla: tutti si alzano. Taziana non bada all’aurora. Sta seduta
colla testa bassa. Non si sa risolvere a stampare il suo sigillo sulla
lettera. La serva Filippevna dal crin grigio, arreca il tè sopra un
vassoio.
“Lévati,” sclama, “lévati, figliuola cara; è tardi.... ma che miro?
sei bell’e vestita! O cara lodoletta mattutina! Che paura mi mettesti
ieri sera! Ma grazie al cielo, sei sana.... non riman segno del tuo
incomodo.... hai il volto rosso che pare proprio un papavero.”
“O balia, fammi un piacere....”
“Due, figliuola. Comanda pure....”
“Non credere già.... non sospettar mica.... non dir di no, veh!”
“Come è vero il vangelo, io ti servirò.”
“Dunque, manda di nascosto il tuo nipotino dal.... dal vicinante
A.... con questo biglietto.... e intimagli che non mi nomini, che non
dica....”
“Ma a chi mai? cara padroncina.... sono divenuta così smemorata e ci
son tanti vicinanti intorno a noi che non li saprei nemmeno contare.”
“Come sei poco furba, balia mia!”
“Dolce figliuolina, io son vecchiotta; mi si è affievolito
l’ingegno.... nei tempi andati ero vispa anche io; indovinavo il volere
dei padroni a un cenno, a un alito....”
“O balia mia, che mi cianci? Che ho io bisogno del tuo ingegno.... To’;
questo biglietto è per Anieghin.”
“Ho capito, ho capito. Non ti riscaldare, anima mia; sai che son dura
di zucca.... ma perchè torni ad esser così pallida?”
“Non sarà niente, non sarà niente. Manda presto il tuo nipotino.”
Un giorno passa; non vien risposta. Un altro giorno arriva, egual
silenzio. Smorta come un fantasma e vestita sin dall’alba, Taziana
aspetta: quando verrà la risposta? Giunge intanto l’amante di Olga.
“Dite, dov’è il vostro amico!” domandò la padrona di casa. “Egli ci ha
del tutto dimenticati.”
Taziana a quelle parole arrossì e tremò.
“Ci ha promesso di venire oggi,” disse Lenschi alla vecchia. “Credo che
abbia lettere da scrivere....”
Qui Taziana atterrò lo sguardo come chi ode una rampogna amara.
Incominciava a far buio. Il _samovar_ di rame[69] splende sulla tavola,
e riscalda la lettiera di porcellana chinese, intorno alla quale
s’aggira un sottile vapore. Il tè odoroso mesciuto dalle manine di Olga
scorre nelle tazze a flutti verdeggianti: un valletto porge la panna.
Intanto Taziana, astratta, ritta davanti alla finestra, soffiava sui
cristalli e vi segnava col suo bel ditino, l’adorato monogramma: un
E accoppiato a un A. E l’anima di Taziana era mesta e gli occhi suoi
traboccavan di lacrime. Tutto a un tratto, s’ode un rumore. Il sangue
le si agghiaccia nelle vene. Qualcheduno giunge, scende.... è Eugenio.
Entra nel cortile. Taziana si slancia al vestibolo, quindi al verone,
balza nel cortile e sparisce nel giardino. Sembra aver ali ai piedi.
Non ardisce volger l’occhio indietro. In un attimo, varca gli argini, i
ponti, i fossi, il viale che conduce al lago, il boschetto. Si dirige
al ruscello per mezzo ai _parterre_, calpesta e schiaccia gli stipiti
dei lilla, e anelante e spossata si lascia cader sopra un sedile.
“Egli deve esser qui.... Dio mio, che penserà di me!” Abbacinata
dalla passione, essa si pasce di speranza, palpita, geme e aspetta....
Quando verrà egli? Mira, e nulla vede. Le serve della villa, sparse
per le aiuole, colgono le fravole fralle siepi e i dumeti, cantando
in coro per ordine dei padroni. Ingegnoso ripiego trovato dall’astuzia
signorile per impedire alle serve di mangiare i frutti mentre li vanno
staccando dalla pianta.