Ma Lenschi non voleva ancora lasciarsi impegolare alle panie del
matrimonio, e niente altro ambiva che contrarre più stretta familiarità
con Eugenio. L’onda e il sasso, il verso e la prosa, il ghiaccio e
la brace, non son più diversi fra loro di quello che fossero Lenschi
e Anieghin; eppure divennero amici sviscerati. A prima giunta, quel
reciproco contrasto cagionò qualche urto; ma l’incontrarsi ogni giorno
a cavallo o a piedi, fece sì che divennero compagni inseparabili. Così,
pur troppo è vero, la scioperatezza è il nodo che ravvicina e unisce
gli uomini.
Ma fra noi nemmeno tale legame esiste. Accecati dall’orgoglio,
reputiamo noi stessi come tante unità e gli altri come tanti zeri.
Tutti ci crediamo nuovi Napoleoni, e consideriamo le migliaia di bipedi
nostri simili, come gli istrumenti dei nostri capricci; ogni affetto
ci sembra cosa stramba e stolta. Eugenio era più tollerante; conosceva
gli uomini e li disprezzava in genere, ma faceva in particolare alcune
eccezioni. Ve n’erano alcuni che egli stimava e dei quali rispettava
l’opinione. Ascoltava Lenschi con un sorriso; quel linguaggio colorato
ed eloquente, quello spirito incerto nei suoi giudizi, quell’occhio
sempre lampeggiante d’entusiasmo, erano cose nuove per Anieghin. Si
asteneva da ogni parola che potesse agghiacciar quell’ardore, pensando
fra sè: sarei insano e barbaro, se volessi rapirgli quella felicità
momentanea. Pur troppo l’esperienza lo disingannerà. Lasciamogli quella
sua fiducia nella perfezione umana e non estinguiamo anzi tempo quel
fuoco giovenile; non dissipiamo senza necessità quei deliziosi errori.
Non v’era cosa che non servisse loro di testo a qualche controversia
e che non li portasse alla riflessione. Le gesta delle generazioni
antiche, i frutti della scienza, il bene e il male, i pregiudizi dei
secoli, i funebri misteri della tomba, il destino e la vita, porgevano
a vicenda ésca alle loro disquisizioni. Lenschi, nel calore della
disputa, leggeva a modo di citazioni alcuni squarci di poemi nordici,
e l’indulgente Anieghin li ascoltava con attenzione, sebbene da gran
tempo li conoscesse.
Ma il più delle volte, soggetto dei loro trattenimenti erano le
passioni. Eugenio, già da qualche tempo sfuggito a quella insolente
tirannia, ne ragionava con un involontario sospiro di rincrescimento.
Beato chi provò la violenza delle passioni e finalmente seppe sottrarsi
al loro impero! Ma più felice colui che non le conobbe mai, che vinse
l’amore colla fuga, e l’odio colla maldicenza! Di quando in quando
egli sbadiglia cogli amici e colla moglie, non si lascia trasportare
da gelosia e non mette a repentaglio sopra un asso il capitale
tramandatogli dagli avi.
Quando stanchi della agitazione del mondo ci ricovriamo prudentemente
sotto l’insegna della calma e del riposo; quando la fiamma che ci
consumava è spenta; quando la febbre delle passioni, le loro estasi, le
loro ubíe, i loro richiami tardivi, non ci incutono più che disprezzo;
tranquilli alfine non senza fatica, ci dilettiamo talvolta d’udire la
descrizione delle passioni altrui. Pare che tal pittura ci rinverdi
e ci ringiovanisca. Così il vecchio invalido obliato in fondo al suo
tugurio, porge volentieri orecchio ai racconti dei militi novizi che
tornano dalla guerra.
La bollente gioventù non sa celar nissuna cosa; è sempre pronta a
confidare i suoi odii e i suoi amori, i suoi affanni ed i suoi gaudi.
Anieghin, veterano dell’esercito d’amore, accoglieva a muso serio le
confessioni del poeta, il quale, devoto alla religione del cuore,
svelava con ingenuità ogni ripiego della sua coscienza. Eugenio in
breve fu istruito di tutti i suoi secreti teneri e dolci, secreti che
già da un pezzo ci son noti.
Lenschi amava come più non s’ama, come i poeti soli sono ancora capaci
d’amare. Sempre, dappertutto, un sol pensiero, un sol desire, un sol
tormento gli occupava l’animo. Nè il gelo della lontananza, nè i lunghi
anni dell’assenza, nè le ore dedicate alle muse, nè la vista dei paesi
forestieri, nè lo strepito delle feste, nè lo studio delle scienze,
poterono alterare i sentimenti suoi puri e virtuosi.
Appena adulto, ancora ignaro dei perigli delle passioni, s’invaghì
della vezzosa Olga di cui divideva le cure e i trastulli infantili
sotto il baldacchino dei boschetti ombrosi. I parenti e gli amici,
vedendo il mutuo affetto dei due pargoletti, già li predicevano e
incoronavano sposi.[53] Olga, tutta spirante bellezza e innocenza,
fioriva nella solitudine, fra le soglie avite e sotto gli occhi
paterni, come un mughetto ascoso che brilla fra l’erba densa e oscura,
ignoto alle farfalle e alle api.
Essa concesse al poeta le primizie del di lei vergine cuore, ed egli,
trasumanato da quel caro dono, sacrò alla vezzosa i primi lai della
cetra. Addio, aurei sollazzi fanciulleschi! D’allora in poi egli
ricercò le selve opache, i deserti, il silenzio, la notte, le stelle,
la luna — la luna, face del cielo, cui ci rivolgevamo altre volte
come ad una fida amica per offrirle le nostre lacrime, grato sfogo
dell’interno affanno.... Adesso, divenuti seri e savi, abbiamo per
confidenti, invece della luna, i lampioni delle cantonate.
Sempre modesta, sempre obediente, allegra come l’aurora, sincera
e semplice come l’anima d’un poeta, buona e timida come un bacio
d’amore.... occhi cerulei come il firmamento, bocca piena di
sorrisi, capelli di seta inanellati, mosse leggiadre, voce soave,
Olga insomma.... Prendi, o lettore, un romanzo odierno qualunque,
vi troverai il di lei ritratto esatto e perfetto. Io stesso ve l’ho
veduto e ammirato; ma a lungo andare mi seccò. Per la qual cosa,
lettore benevolo, ti chiederò licenza di parlare di Taziana[54] sorella
maggiore di Olga. Sarà la prima volta che simil nome comparirà nelle
pagine di un romanzo sentimentale. Ma che? È un nome piacevole e
sonoro. So bene che sa un po’ di vieto, e che finora appartenne più
alle serve che alle padrone. È forza confessare che non mettiamo molto
gusto nella scelta dei cognomi (per non dir nulla del poco gusto che
mettiamo nei versi). Fra noi non abonda l’istruzione, ma soltanto
l’affettazione e le smorfie di quella.
Si appellava dunque Taziana. Nè la sua carnagione di ligustri e rose,
nè la bellezza di Olga sua sorella, avevan finora potuto attrarre
sopra di lei l’attenzione della gente. Schiva, taciturna, melancolica,
paurosa come una damma selvatica, l’avresti creduta straniera nella
propria famiglia. Non sapeva, a forze di lusinghe, cattare la buona
grazia dei genitori. Non si associava alle danze nè ai giuochi delle
fanciulle della sua età, e preferiva starsene sola e muta, per giorni
interi, nel cantuccio d’una finestra; o ascoltare, di sera, novelle
orribili e strane.
Meditabonda fin dalla sua nascita, Taziana sapeva animare colle
finzioni della vivace fantasia i suoi solitari ozi. I delicati suoi
diti non avevan mai toccato un ago. Non si chinò mai a un tamburo per
screziar la tela di fogliami e figure di seta.
Sintomo certo di uno spirito dominatore è veder una ragazza che si
esercita colla docile sua bambola alle ipocrisie, alle etichette
della società, e ripete a quel pezzo di legno le riprensioni che ha
ricevute dalla mamma. Taziana non volle mai divertirsi colle bambole nè
conversar con loro dei pettegolezzi della città o delle ultime mode.
Quando la balia adunava in uno spazioso giardino tutte le fanciulle
del vicinato per giocare alla sbarra con Olga, Taziana se ne andava
altrove. Quel ridere romoroso, quei sollazzi frivoli, l’annoiavano.
Ad essa piaceva più anticipare sopra un balcone lo spuntar dell’alba,
quando a poco a poco le stelle si ritirano dall’emisfero scolorato;
quando la terra gradualmente s’illumina; quando lo zeffiretto
messaggero del giorno aleggia e scherza sulle onde e sui prati. Nelle
notti d’inverno, quando il pigro Oriente riposa sotto i raggi smorti
della luna annuvolata, Taziana sempre desta all’ora solita esciva da
letto al chiaror d’una lucerna.
Ben presto si diede a divorar romanzi, e questi le tennero luogo di
tutto. In special maniera s’affezionò ai racconti di Richardson e di
Rousseau. Il padre di Taziana, galantuomo addietrato d’un secolo, non
leggeva mai. Considerava i libri come innocui giocattoli, nè si curava
di scoprire quali insidiosi volumi si appiattassero sino al mattino
sotto il guanciale di sua figlia. La madre poi, venerava altamente
Richardson, non già per averlo letto, non già perchè anteponesse
Grandisson a Lovelace; ma perchè sua cugina, la principessa Alina di
Mosca, citava molto spesso i nomi di quei personaggi. In quell’epoca,
il signor Larin non era ancora che suo pretendente, ma senza speme.
Essa ardeva per un altro, del quale stimava più assai il cuore e lo
spirito. Questo fortunato Grandisson era un sergente della guardia,
famoso damerino e giocatore. Essa, ad esempio di lui, andava sempre
vestita di moda e con gran fasto. Ma un bel mattino i parenti della
fanciulla la fecero sposa senza nemmeno chiederle il suo consenso.
L’assennato marito, volendo dissipare il di lei cordoglio, si trasportò
immantinente nelle sue possessioni, e lì la povera signora, circondata
da Dio sa chi, s’arrabbiò da principio, pianse, e fu quasi in procinto
di piantar lì lo sposo. Poi si addiede alle cure domestiche, s’avvezzò
al suo nuovo stato, si placò e s’ammansò. L’abitudine è un gran tesoro
largitoci dal cielo, in iscambio della felicità. L’abitudine adunque
sopì quella angoscia, che nulla poteva mitigare. Una grande scoperta
che essa fece terminò di consolarla. In mezzo alle faccende e agli ozi
della villa, trovò un ottimo secreto per governare autocraticamente il
consorte, e d’allora in avanti ogni cosa camminò a meraviglia.
Essa spezionava i lavoranti, salava i funghi per l’inverno, teneva il
conto delle spese, radeva la testa ai giovani coscritti,[55] andava al
bagno il sabato, e quando era di mal umore picchiava le serve, senza
mai chieder licenza ai marito.
Scriveva col suo sangue negli _album_ delle giovini amiche, cangiava
per vezzo il nome di Prascovia in quello di Paolina; portava fascette
molto strette, parlava con una cantilena, pronunziava la N russa col
naso, come una N francese;[56] ma tosto smesse tutto ciò, e dimenticò
gli _album_, i versi teneri, la principessa Paolina e le fascette;
chiamò bonariamente Aculca, la cameriera che prima chiamava Celina,
e in somma, incominciò a far uso di scuffie semplici, e di gonnelle
ovattate.
Il suo signore l’amava cordialmente; non s’immischiava mai nei di
lei negozi, e aveva messa in lei una fiducia scevra d’ogni sospetto.
Pranzavano ambedue in veste da camera. La vita loro scorreva in
perfetta quiete. Talvolta, verso sera, i vicinanti s’adunavano a
veglia, per pungersi fra loro, per dir male del prossimo, e ridere un
poco di questo e di quello. Così passava il tempo. Si pregava Olga
di preparare il tè; poi veniva l’ora di cena, poi l’ora di dormire,
ciascun se ne tornava a casa propria.
Essi osservavano nella loro placida esistenza gli usi e i costumi
antichi. In tempo di carnevale facevano le frittelle. Il _cvas_[57]
era la loro unica bevanda, e a mensa, offrivano i piatti a ciascun
convitato, secondo la sua qualità e il suo rango. In tal guisa
invecchiarono insieme. La porta del sepolcro si aprì poi per essi, e
il fortunato sposo ricevè allora una nuova corona. Morì un’ora avanti
desinare. I figli e la moglie fedele lo piansero più sinceramente degli
altri parenti. Era un uomo schietto e buono; e nel posto ove giacciono
le sue ossa, si erge un monumento funebre, con questa iscrizione:
_Sotto questa lapida riposa in pace Demetrio Larin, umile peccatore,
servitore del Signore, e brigadiere_.
Reduce nei suoi penati, Vladimiro Lenschi visitò il modesto
monumento dell’amico, diede un sospiro alla sua memoria, e rimase un
istante pensoso e afflitto. Poi sclamò: “_Poor Yorick!_[58] egli mi
tenne fralle sue braccia! Come io mi divertiva colla sua medaglia
d’Occiacoff![59] Mi promise Olga in isposa, dicendo: Quando verrà
quel giorno?...” E oppresso dall’affanno, Vladimiro tracciò sulla
pietra un funereo madrigale. Siccome poi continuava in quella vena
poetico-sepolcrale, improvvisò iscrizioni analoghe per suo padre e per
sua madre.... Ahi che le generazioni, quasi mèssi caduche, germogliano,
per voler della Provvidenza, nei solchi della vita, maturano, si
inaridiscono, periscono! Altre poi subentrano a quelle.... La nostra
razza fragile e fugace, cresce, si agita, ferve, e precipita al fine
nell’abisso funesto, in che la spinge senza cessa il tempo. E verrà un
momento, in cui i nostri nepoti ci cacceranno dal mondo per occupare il
nostro posto.
Frattanto inebriatevi, amici, di questa labile esistenza! Io ne fo poca
stima, perchè ne conosco tutta la vanità. Son ceco alle illusioni,
ma talvolta le speranze remote mi abbagliano ancora la vista, e mi
rimescolano il sangue.... Oh quanto mi dorrebbe d’escir di vita, senza
lasciar nel mondo orma del mio passaggio! Non scrivo già per la fama:
vorrei poter narrare il mio tristo destino, affinchè qualche amico
serbasse nel cuore l’eco dei miei lamenti e del mio amore. Forse
troverò quell’amico; e questa strofa da me composta, non piomberà
in grembo a Lete. — Forse, o lieta idea! l’avvenire serberà il mio
ritratto, e lo mostrerà dicendo: “Questi, questi era poeta!” Accogli
dunque le mie grazie, o cultore delle pacifiche Pieridi, o tu la cui
mano pietosa adunerà le mie sparse rime, e cingerà il mio crin canuto
di sempre verdi allori!