Sull’erba folta
Delle campagne,
Andiam, compagne,
Alla raccolta.
Per le viottole,
Narrando favole.
Cantando frottole,
Cogliam le fravole
E l’uva spina
Carca di brina.
Dal nostro canto
Sedotti, intanto,
I garzoncelli
Leggiadri e snelli
Verranno a tresca
Sull’erba fresca.
A lui che amiamo,
Al nostro rege,
In sen gettiamo
Fiori e ciriege,
Nero mirtillo,
Verde serpillo!
Il canto dolce
Le pene molce;
Al cuor che geme
Rende la speme;
I voti appaga;
Sana ogni piaga.
Cantiam, cantiamo!
Così cantano le serve. Taziana non presta attenzione a quelle rustiche
melodie; ma s’aggira impaziente. Vorrebbe che si placassero i palpiti
del suo cuore e che si dileguasse il rossore delle sue guance. Ma più
l’ora s’avanza, più il turbamento della giovinetta va crescendo. Tale
vediamo la farfalletta dibattere le ali variegate tralle mani di un
protervo scolare; tale la lepretta timida rabbrividisce fralle biade
quando scorge il cacciatore che s’inginocchia in mezzo ai cespugli, per
appuntare l’arme.
Finalmente essa respira e s’alza. S’incammina verso il viale, ma non vi
aveva fatto dieci passi allorchè s’imbattè in Eugenio. Questi le parve
in quel momento non già quel ch’era prima, ma uno spettro minaccioso,
con occhi rutilanti di sdegno. Taziana si ferma quasi percossa dal
fulmine. Ma non mi basta l’animo di narrarvi oggi il seguito di
quell’incontro. Questo capitolo è già troppo lungo. Sono stanco di
lavorare e convien ch’io vada a passeggiare e a riposarmi un poco.
Terminerò poi l’istoria in un modo qualunque.