O rus!
ORAZIO.
O Russia!
_Traduzione libera_.
La terra ove s’annoiava[49] Eugenio era un delizioso asilo nel quale
un amante dei piaceri semplici avrebbe goduto una perfetta felicità.
La casa signorile si ergeva isolata sul margine d’un fiumicello a
piè d’un monte che la riparava da’ venti del norte. Intorno intorno
verdeggiavano e fiorivano ameni campi indorati di mèssi e prati
ubertosi ove spaziavano gli armenti. Qua e là un villaggetto o un
vasto giardino abbandonato che spandeva un’ombra fresca ove venivano le
Driadi a meditare.
Il venerabile castello era costrutto come devono essere tutti i
castelli; straordinariamente solido e tranquillo, secondo l’uso
dei nostri giudiziosi avi. Sale ampie ed alte, arazzi appesi alle
pareti, ritratti d’antenati e stufe di maiolica in ogni camera. Tutto
ciò ripugna al gusto odierno, io non comprendo perchè. D’altronde,
l’amico badava pochissimo all’architettura e alla mobilia, atteso che
sbadigliava nei saloni moderni come negli antichi.
Anieghin si domiciliò nella stanza in cui suo zio per quaranta anni
di seguito s’era affacciato alla finestra, aveva quistionato colla
governante e acciaccato mosche.
Nessun lusso nelle suppellettili, pavimento di quercia, due scaffali,
un tavolino, un divano di piuma senza alcuna macchia d’inchiostro.
Anieghin aprì gli armadi: in uno trovò il quaderno della spesa;
nell’altro una collezion di bottiglie di liquori e di cidro e un
lunario dell’anno 1808. Il buon vecchio, aggravato da mille faccende,
non leggeva altri libri.
Solo, in mezzo alle sue proprietà, Eugenio per accorciare il tempo,
determinò di stabilire un ordine nuovo nella azienda del suo dominio.
Filantropo segregato fralle selve, egli convertì in un lieve tributo
annuo gli oblighi feudali;[50] e il servo redento benedì il nuovo
signore. Ma un possidente spilorcio e inumano sbuffò di rabbia
all’annunzio di tale azione che considerava come una enormità. Un
altro invece ne rise malignamente e ambedue s’accordarono in dichiarare
Eugenio un matto pernicioso.
Dapprima tutti i vicinanti vennero a fargli visita; ma siccome tosto
che udiva un _droschi_ per la strada maestra Eugenio inforcava la sella
d’un focoso stallone, i vicinanti sdegnati d’un tal comportamento
ruppero l’amicizia. “Il nostro compare,” borbottavano essi, “è un
ignorante, uno scapestrato, un _frammassone_. I suoi vini fini se li
tracanna tutti lui; non bacia la mano alle signore; dice sempre _sì_
e _no_; non v’aggiunge mai _signore_ o _signora_.” Tale era l’opinione
della gente intorno ad Anieghin.
Giunse allora nel villaggio un altro possidente che diede un nuovo
pascolo alle chiacchiere degli oziosi. Chiamavasi Vladimiro Lenschi.
Allievo di Gottinga, fautore di Kant, scriveva in poesia, era giovine
e bello. Recava dalla lugubre Germania i frutti dei suoi studi: dei
principii liberali, un’anima ardente e un po’ bizzarra, un linguaggio
esaltato, e capelli lunghi sparsi sulle spalle. Non ancora gangrenato
dalla fredda perversità del mondo, il cuore di Lenschi gongolava alla
lieta accoglienza d’un amico e alle carezze delle vaghe zittelle. Era
Lenschi d’una grande ingenuità di spirito, si lasciava facilmente
illudere dalla speranza, dalle apparenze e dalle fanfaronate della
gente. Svagava i suoi dubbi a forza di auree e gioconde menzogne. La
vita umana gli sembrava un enimma interessante; si rompeva la testa
a scrutarlo, e si figurava che dalla soluzione di quello dovesse
scaturire qualche miracolo. Andava in cerca dell’anima sorella della
sua, di quell’anima che, secondo egli credeva, anelava d’unirsi alla
compagna destinatale dal cielo, e, aspettando quel fortunato istante,
languiva nel dolore. Supponeva che gli amici fosser capaci d’ogni
sacrifizio per l’amico; che fosser pronti a incorrer per lui la
prigionia e la morte, e non esitassero mai a rintuzzare le calunnie....
L’indignazione, la pietà, il sacro amore del bene, la sete della
gloria, sin dai primi anni, gli fecero palpitare il cuore. Sen giva
peregrino per la terra senza altra compagnia che la sua cetra.
Ammiratore di Schiller e di Goethe, traeva da essi la scintilla
poetica, e quantunque dovizioso, non arrossiva di coltivar le muse.
Celebrava nelle sue rime i generosi sentimenti, l’entusiasmo giovanile
e l’aurea semplicità; suddito d’amore, cantava l’amore; e i suoi canti
eran puri come i pensieri d’una vergine candida, come il sonno d’un
fanciullo nella culla, come, in un ciel sereno, il raggio della luna,
regina dei sospiri teneri e misteriosi. Egli cantava la separazione,
la melancolia, la crudele assenza, la fragranza delle rose, il fiore
di sua gioventù appassito in sulla diciottesima primavera e i lontani
paesi ove in seno della solitudine egli aveva sparso tante amare
lacrime.
In quelle triste campagne, Eugenio solo poteva valutare i meriti di
Lenschi, il quale fuggiva con premura i tumultuosi banchetti dei
possidenti circonvicini, le loro conversazioni serie intorno al
vino, alla raccolta del fieno, ai loro cani e alla loro famiglia.
Dalla natura degli argomenti, si può desumere che i discorsi di quei
barbassori non ridondavano nè di estro poetico, nè di delicatezza, nè
di acume, nè di lepidezza, nè di urbanità; ma il consorzio delle loro
carissime mogli era molto più sciocco ancora.
Ricco dei beni della fortuna, e leggiadro della persona, Lenschi
veniva accolto in ogni casa come s’accoglie un genero futuro. Tale è
la consuetudine dei villaggi moscoviti. Tutti i padri serbano le figlie
per il signorino mezzo russo.[51] Subito che egli entrava, la compagnia
si metteva a ragionare degli incomodi della vita celibe. Se invitavano
Lenschi a prendere una tazza di tè, la Dunia era incombensata di
mescerlo. Il padre le soffiava all’orecchio: “Dunia, attenzione!”
Quindi un servitore recava una chitarra, e Dunia incominciava a
miagolare: