ha più che un imperatore vero, il Mikado.
Lo Czar è vuoto come un'armatura: toccatelo e ne uscirà un suono fesso
come quello del suo ultimo rescritto.
Alla Russia dunque la risposta degna della antica gloria e della nuova
libertà.
4 novembre 1905.
LA TERZA PROVA
Questa forse riuscirà, quantunque arte e dottrina di storia non
consentano presagi.
Da qualche giorno i giornali russi si esauriscono nelle analisi della
terza Duma, che chiamano conservatrice: parola di lode o di biasimo
secondo il discorde traguardo del partito, ma indubbiamente parola
di speranza per tutti, anche per coloro più disperatamente ostinati
nella negazione. L'immenso impero, appena uscito dalla tragica prova
della guerra giapponese, nella quale una imprevedibile miseria di
anima e di corpo gli contese la rivincita di una sola scaramuccia,
parve precipitare nel baratro di una dissoluzione. Tutto era perduto,
persino l'onore: lo Czar errava come un'ombra nei palazzi imperiali,
troppo piccolo per mostrarsi al popolo in così grande sciagura: gli
eserciti erano distrutti, i generali non avevano più nome, i reggimenti
tornavano senza bandiera, le flotte non tornavano più.
L'egemonia bianca sull'Oriente aveva ricevuto un colpo mortale dal
piccolo eroico campione giallo, che si era alzato dal frammentario
impero del Sole Levante, nel nome di una razza inerte da secoli in un
esaurimento spirituale, gittando un superbo appello di sfida a tutta
la storica gloria di Occidente. Se l'Inghilterra, arrestatasi anch'essa
da gran tempo nelle Indie come nella ricchezza di una enorme fattoria,
era il campione secolare della industria e del commercio europeo, la
Russia rappresentava in Asia il campionato territoriale, colla razza
più attardata nella nostra civiltà, più numerosa e feconda, vergine
nella potenza di una originalità, che promette ancora un terzo periodo
civile dopo quelli della gente latina e teutonica.
E la vittoria giapponese sconvolse tutte le previsioni della politica
e gli aforismi della filosofia della storia.
Quindi, nell'improvviso fallimento della burocrazia imperiale, per
tutte le città della Russia vampeggiarono le speranze rivoluzionarie:
la dinastia rimaneva senza gloria, il governo senza base, entrambi
senza una idea. Al solito, si gettò sulla miseria dei vinti la colpa
di tutti; non si comprese, e in quell'ora non sarebbe stato possibile,
la nuova fase del problema orientale, che riempirà di sè stesso tutto
il secolo ventesimo; non si cercò nemmeno donde venisse al Giappone,
dopo trecento anni di pace, una così meravigliosa forza di eroismo nei
soldati e nei cittadini, unanimi nel disprezzo della morte e nell'epica
concezione della vita.
L'aristocrazia, oscillante tra vanità moderne e albagie antiche,
accusò anch'essa per sottrarsi alle accuse, mentendo nelle critiche al
governo e nelle lusinghe al popolo; la borghesia, febbricitante d'idee
occidentali, senza base e senza contatti col popolo delle campagne,
immensa maggioranza che nessuno sguardo e nessuna sonda potevano
misurare, credette giunto il proprio avvento, e delirò nelle accademie
e nelle assemblee, per i _clubs_ e su per i giornali, vantando la
propria superiorità nell'astrazione delle idee, e provando la propria
inettitudine nella gara vanitosa delle proposte rivoluzionarie.
Nelle città, e più specialmente nelle metropoli, la plebe operaia,
irreggimentata dalle enormi ed improvvisate officine dell'industria
moderna, che De Witte aveva artificialmente sviluppato con una coltura
di serra, s'infiammò alle fiaccole dei vecchi nihilisti e discese nelle
vie a rinnovare davanti alla fedele e barbarica foga dei cosacchi la
viltà degli eserciti fuggenti sulle pianure gelate dinanzi al furioso
eroismo dei giapponesi. E le campagne tacquero, malgrado l'esplosione
dei saccheggi ai castelli abbandonati dai grandi signori.
L'anarchia soverchiava, e tuttavia non una idea, non una forma
si scopriva ancora nell'impero a sostituirvi il governo secolare
degli Czar, imperatori pontefici, simboli di una unità caotica ed
infrangibile, sempre insufficienti come individui, sempre insuperabili
come padroni.
Poi un «ukase» annunziò la costituzione. L'Europa trasali, la Russia
si sconvolse: non sarebbe stato possibile, nella febbre di quella
concessione, nè al governo nè al popolo fissare davvero le linee di uno
statuto capace di contenere come una cornice il nuovo quadro: nessuna
classe vi era preparata; nessun ordine, nessuna categoria aveva aspetto
e limiti abbastanza precisi; i bisogni salivano da secolari dolori,
sopravvissuti a tutti i martirii e a tutte le disillusioni; le idee
sprizzavano da tutti i cozzi, squillavano dalle incudini, chiassavano
nei mercati, prorompevano dalle università, sbucavano dalle botteghe,
poi, addensandosi nei giornali, vi si incendiavano come fieni estivi,
mentre dal fondo oscuro, anonimo della plebe soffiava come un vento
gelido e fetido, che sembrava gittare in alto dei singhiozzi di agonia
e delle sillabe di morte.
Nell'Europa occidentale la rettorica politica si sbizzarriva nelle
critiche e nei consigli, non si sapeva, o meglio, non si voleva sapere
che la Russia, come non ebbe il nostro passato, così non ha ancora il
nostro presente politico quale democrazia parlamentare e cittadina; che
fra città e campagne nell'impero moscovita la differenza spirituale
è ancora di secoli; che fra operai e contadini l'antagonismo è di
due mondi; che differenze di clima, di razza, di natura e di storia
trovarono nello czarismo la sola possibile unità e questa unità vi
assicura ancora nell'arbitrio il modo più rapido, per quanto tragico
di progresso. Lo czarismo soltanto ha coscienza imperiale, e può adesso
mantenere la Russia. Ogni altra questione, tutti i più urgenti problemi
soccombono a questa pregiudiziale; le forme e i diritti politici
d'individuo e di classe diventano secondari davanti alla necessità,
per la Russia, di mantenere il proprio primato imperiale sull'Europa
e sull'Asia, preparando ad entrambe un nuovo originale periodo di
civiltà.
Una democrazia parlamentai re a Pietroburgo, simile a quella di
Parigi o di New York, dissolverebbe l'impero, e le sue province,
così disgregate, anzichè riformarsi nell'originalità della autonomia,
ripiomberebbero nell'anodino e nell'anonimo.
È presto ancora: la civiltà matura nelle lagrime e nel sangue; la
libertà è la suprema perfezione di un popolo.
La Russia aspetterà ancora lungo tempo.
Le due prime Dume convocate e disciolte dal governo imperiale
oltrepassarono nel ridicolo la memoria dei parlamenti quarantottisti
di Roma e di Francoforte, di Parigi e di Berlino, le idee vi gridavano
come fanciulli, le parole vi smarrivano ogni significato: i deputati,
attori improvvisati di un teatro posticcio, declamavano coll'occhio
fisso alle ultime lontananze dell'orizzonte politico, e coll'orecchio
teso agli echi della piazza più vicina. Nessun partito vi era organico:
liberali, rivoluzionari, reazionari, patrioti unitari e patrioti
separatisti, nessuno rappresentava davvero una coscienza della Russia e
dell'impero: banditori di idee, residui di libri, avanzi di congiure,
campioni di sètte, delegati di gruppi non sapevano che domandare,
perchè volevano tutto o ricusavano tutto, non sapendo scegliere nè fra
il vecchio nè fra il nuovo.
Un parlamento si prepara prima nei comuni, nelle province; ha bisogno
di una coscienza nazionale equilibrata sull'antagonismo dei partiti e
delle regioni, deve avere un governo, sovrastare al popolo, dominare il
sovrano.
La nuova terza Duma riuscirà?
«In principio erat verbum».
Aspettiamo dunque la sua parola.
15 novembre 1907.
L'ULTIMO
Così forse lo chiameranno negli annali dell'Islam.
Il lungo, immenso, glorioso impero ottomano finisce in lui, ed egli
è piccolo, basso, ignobile, senza la virtù della vita e senza il
coraggio della morte: nè sultano, nè califfo, incapace nella dottrina e
nell'armi, miserabile nel pensiero e nel sentimento, non più abbastanza
giovane per l'eroismo della guerra, non abbastanza vecchio per la
consacrazione della tragedia.
Abdul-Hamid è stato deposto.
Negli annali islamitici la fine dei sultani fu spesso espiatoria per
congiure e per condanne di palazzo: la loro onnipotenza, al solito,
non era che formale, se dentro non vi folgorava una qualche virtù
di grand'uomo; nessuna originalità, dunque, in questa deposizione
dell'ultimo sultano, che vita e morte respingono nel medesimo
disprezzo.
Egli non aveva mai sentito l'enorme responsabilità del proprio grado:
forse ignorava la meravigliosa storia antica dell'impero, che si
espanse come un incendio improvviso ed irresistibile sull'Oriente e
sull'Occidente, minacciando simultaneamente Buddha e Gesù, soverchiando
nella più irresistibile delle marce conquistatrici tutti gli ostacoli
accumulati o dimenticati dalla storia, assimilando, struggendo,
religione di guerrieri prima, poesia di arte dopo, supremo sforzo del
deismo ebraico contro il trionfo della trinità cristiana.
Forse il mondo non ebbe visione più abbacinante di guerra: la conquista
di Alessandro pare una parata teatrale davanti a quella di Maometto,
che va dall'India alla Spagna, minaccia la Francia, sfonda la Cina,
schiaccia la Persia, sommerge l'Egitto, soffoca a Bisanzio l'agonia
dell'impero romano: e tutti i deserti sono attraversati, e tutti
i mari si coprono di navi, e la vittoria vola su tutti i monti,
inonda i piani, rovescia le città. Tre continenti piegano sotto il
suo sforzo immane: l'Africa diventa quasi tutta maomettana, l'Asia
resiste nell'immensità e per la immensità, ma tutti i suoi popoli sono
feriti dalla nuova parola, tutte le sue religioni compromesse dalla
forza solitaria di Allah. L'Europa piccola sopporta la massima pena:
Gerusalemme, la città santa di Gesù, cade nella servitù musulmana, e
le crociate tentano invano per secoli di liberarla; a un dato momento
Parigi è minacciata come Vienna, il Mediterraneo diventa un mare
turco, sul quale le nostre repubbliche marinare sembrano esercitare
la pirateria della libertà; tutto trema, tutto vacilla sotto l'impeto
musulmano.
Oggi ancora la storia si domanda come si chiamava la forza invisibile,
che salvò l'Europa e il cristianesimo dalla barbarie militare e
deistica del maomettanismo. Questo era un esercito sempre e ovunque:
soldati che sapevano morire, uomini riassunti in un dogma, chiusi in
un'idea, circoscritti nella propria razza, solitari nella frenesia del
comando, più solitari ancora nell'amore multiplo dell'_harem_.
Ma la loro civiltà, se pure tale può chiamarsi, non poteva prevalere
a quella cristiana: rappresentava forse un progresso in Oriente,
ma non era che reazione contro la cultura greco-romana unificata
nel cristianesimo: la sua vittoria effimera non esprimeva quindi
una superiorità e doveva servire ad altri fini della storia: la sua
strapotenza militare portava seco la espiazione nella incapacità
creatrice di tutte le opere veramente feconde della pace. L'arte araba
potè coprire questa miseria, non vincerla: filosofia e scienza, morale
e diritto, la coscienza umana della storia e la coscienza individuale
del cittadino repugnavano egualmente all'unità maomettana, infrangibile
ma inutile come un monolito.
Poi l'immensa mareggiata si acquetò: l'oceano divenne stagno, lo stagno
palude dalle acque verdi come la bandiera già vittoriosa, piene di una
vegetazione morta o mal viva, seduttrici ancora in un incantesimo di
voluttà o di morte egualmente misterioso.
L'impero si era formato a Bisanzio e si chiamava la Sublime Porta, ma
da essa non uscivano più ordini nè per l'Oriente nè per l'Occidente:
sultano e califfo regnavano sul deserto e sul silenzio: l'Europa non
temeva più e progrediva trasfigurandosi a ogni anno; l'Oriente aveva
digerito il maomettanismo come ogni altra tirannia e non lo sentiva
più che come una decorazione e una superstizione. L'agonia dell'impero
turco coincise con quella d'Italia, sua piccola, miracolosa rivale; poi
la rivoluzione francese e Napoleone I gli si fermarono dinanzi come ad
un cadavere troppo grande per essere rimosso senza pericolo; poi ancora
tutto il secolo decimonono si tormentò in questo problema, dentro al
quale si risvegliavano tutti quelli antichi dell'Oriente e tutti gli
ultimi della giovane Europa tempestavano furiosamente.
L'impero era morto: a una a una le sue remote province se ne andavano
nella ribellione; non aveva più finanze, esercito, armata, governo;
l'unità era il Corano pei credenti, l'inerzia povera pei non credenti:
devastava, non amministrava, era una tradizione non un'idea, durava
senza vivere, aveva funzione d'ostacolo, non d'istrumento nella
storia. E a poco a poco la civiltà occidentale, che lo teneva dritto
sulle stampelle per le necessità dei propri ultimi egoismi nazionali,
gli penetrò nelle carni e nello spirito dissolvendo: le sue idee, i
suoi costumi, le sue ricchezze, le scienze, le arti, le industrie, i
commerci, tutto fu deleterio nell'impero musulmano: esso non sapeva
nè resistere nè mutarsi. Brontolava e accettava, prepotente e vile,
vanaglorioso nella parola e umile nei fatti: la sua politica si
condensava immobile nella ripetizione verbale; la diplomazia non
sapeva che procrastinare, la sua architettura era morta, la sua poesia
muta, le sue armi troppo antiche, le sue navi appena un simbolo. Ma
qualche nuova cosa cominciava ad agitarsi dentro le sue vecchie membra
raddoppiando la paralisi: non era un'anima e nemmeno uno spirito,
ma un moto che si prolungava per contatti dall'Occidente, una voglia
d'imitazioni lontane, un'eco di parole scientifiche e inintelligibili,
un minimo dramma in alcuni educati occidentalmente e tornati
nell'Islam, dramma triste e povero di coscienze, incapaci di essere
moderne o di rientrare nell'antichità.
I Giovani Turchi non sono altro, e se altro fossero sarebbero anche
meno. La loro perfezione occidentale li rende stranieri in patria,
e la imperfezione momentaneamente più dannosi che utili. Il torto
e la debolezza della rivoluzione turca è tutto nel plagio della
nostra ultima civiltà: questa si crea, non si copia: si elabora, non
s'improvvisa.
La coscienza maomettana non può riconoscere i nostri assiomi:
accettandoli, li deforma sul proprio vecchio stampo: la sua religione
non è passata ancora come la nostra per la prova dell'incredulità
scientifica e filosofica, ma invece è una, immutata ancora, immutabile.
Il cittadino non si venne formando fra stato, governo e comune, in una
lotta di aristocrazia, di borghesia e di popolo, quindi la costituzione
lo chiama indarno all'opera; il parlamento non rappresenta davvero nè
classi nè partiti, nè idee nè interessi personificati; nell'esercito
il soldato non ha più il vecchio fanatismo religioso e non può avere
ancora la nuova coscienza civile: non capisce la rivoluzione, non ha
armi, sarebbe forse reazionario e non ha capi, nè passione di odio, nè
visione del presente.
Anche l'adorazione pel sultano si logorò.
Egli avrebbe potuto essere rivoluzionario o reazionario, difendere
l'antica gloria dell'impero o superarla in una rinascita anche più
meravigliosa; ma a questo erano necessarie in lui qualità di statista
o di guerriero, l'idea che illumina, la volontà che aduna, il senno che
equilibra. Invece nulla.
Diede già una costituzione, poi la ritirò: assistette per quasi
trent'anni agli immensi drammi d'Occidente e d'Oriente, senza vedere,
senza capire, cieco nel pensiero, sordo nella coscienza, muto nella
bocca. L'impero imputridiva nella paralisi; l'Europa lo sorreggeva
schiaffeggiandolo, prestava danaro, maestri d'armi, ammiragli,
domandava, imponeva, cancellava, firmava per l'impero e per il sultano.
Che pensava, che faceva egli? Nelle province le stragi si ripetevano,
vaste, inintelligibili, inutili: i soldati erano senza paga, i
generali senza autorità, i _visir_ senza idee, il sultano senza anima.
Si sarebbe detto che non amava più se non la vita nella solitudine
dell'_harem_ fra centinaia di donne stanche del proprio ozio con quel
vecchio, fra eunuchi rimasti forse i soli a pensare nella solitudine
anche più spaventevole della loro vita; e il sultano cedeva sempre
a tutto e a tutti, destreggiandosi fra le diplomazie come un cane
penetrato a caso fra la gente in una moschea, vendicandosi di tutto e
di tutti colla ferocia e la impunità di supplizi prodigati ad amici e
nemici.
Egli sapeva che il partito liberale non valeva più del suo, che i
Giovani Turchi non rappresentavano la vera Turchia meglio di lui, che
una rivoluzione era impossibile e impossibile del pari l'andare innanzi
così.
Quindi sorpreso, accettò quanto gli imposero, non fu nè sultano nè
califfo, mantenne una reticenza nel giuramento alla costituzione e
lasciò regnare il comitato dei Giovani Turchi.
Fu in lui intenzione di abilità? Aspettava un impeto di collera su dal
vasto, selvaggio paese, poichè quel comitato era soltanto una setta,
che s'ingrossava quotidianamente di tutti i residui dello stesso
governo sultanico, e il parlamento si componeva come di un coro per le
discussioni e di un ordine muto di mimi per le votazioni?
E la reazione scoppiò, senza capo, senza bandiera, senza danaro, senza
armi, senza idee: bastò al comitato l'apparenza di un esercito per
vincerla: il sultano era un fantasma, l'impero non era più.
E adesso?
Dicono che il nuovo sultano si chiami Maometto V e che si sia definito
spontaneamente primo sultano della libertà: il motto non vale molto,
l'uomo invece dovrebbe valere moltissimo per sollevare la Turchia
dalla presente dissoluzione anarchica in una qualunque composizione di
governo.
Forse anche nell'Europa più occidentalmente civile i retori della
democrazia cominciano a dubitare sulla potenza meravigliosa delle loro
formule; tutte le riviste giapponesi segnalano già un indebolimento
nell'eroica coscienza del popolo dopo un ventennio di esercizio
costituzionale; la Persia tratta la propria costituzione come un cencio
di rivolta pel governo e contro il governo; la Russia non può ancora
assidersi nella Duma per contare le proprie lunghe, sanguinanti ferite;
la Turchia è passata dalla tirannide stanca del vecchio impero alla
violenza nevrotica dei Giovani Turchi: non sa copiare l'Europa e ha
dimenticato sè stessa.
Aspettiamo dunque.
3 maggio 1909.
X
VERITÀ NAZIONALE
VERITÀ NAZIONALE
Ancora una volta ha trionfato a Trieste.
Le ultime elezioni vi si sono svolte colla foga e collo stento di
una battaglia, nella quale la passione si accendeva politicamente di
un motivo inconfessabile. Da un canto i patrioti stretti dietro una
bandiera invisibile, coll'occhio fiso oltre le mura, al di là del mare,
a Roma, la capitale lontana ed eterna d'Italia, la metropoli della
gloria, che domina ancora colla fronte superba il passato e il presente
d'Europa; dall'altro slavi e sloveni, un popolo piccolo straniero,
quasi barbaro, che cinge e batte le mura di Trieste come un'onda pigra
e limacciosa di palude, e parla un'altra lingua, agogna una preda, non
ha vanti perchè senza passato, non ha sogni perchè senza avvenire.
Essi sono una turba nella moltitudine di un impero, che ha per unità
una dinastia soltanto, per governo una burocrazia, e che un tempo fu
baluardo all'Europa contro l'invasione turca, ma indarno volle poi
chiamarsi in una vanità di parola sacro romano impero, e cadde per
sempre sotto il piede di Napoleone, ultimo imperatore del sogno latino,
per sparire idealmente dietro il nuovo impero germanico, al quale Hegel
aveva dato la corona de' pensiero e Bismarck quella della potenza.
Trieste bella e solitaria sul lido, come la piccola sirena nella divina
favola di Andersen, il poeta danese, aspetta ancora l'amante: guarda
l'Adriatico, ascolta nel murmure delle sue onde, gittando il grido
dell'invocazione sulle ali delle sue tempeste, e piange cogli occhi e
col cuore, mentre l'Italia si leva ad una nuova speranza di gloria nel
ricordo del suo primo epico cinquantenario; piange, perchè sola ella
non ha ancora nulla da ricordare, e la sua speranza sempre ferita non
sa quando potrà levarsi a volo.
Prigioniera dell'Austria, libera soltanto come un condannato nella
cella, s'ingegna e si estenua nell'esprimere dentro l'angusto sistema
amministrativo la propria anima nazionale; il suo territorio è appena
una cintura sfibbiata sul mare, ella non ha altra arme che un piccolo
voto, deve fare della parola una armatura al proprio pensiero,
nascondere l'odio e l'amore nella comodità sin troppo facile di una
ricchezza accumulata dal mare e trasmessa per il suo porto al vasto
eterogeneo impero.
Ma Trieste è italiana, e nulla potè mai mutarla, e nulla lo potrà mai.
Il segreto d'Italia, rimasto impenetrabile anche alla storia, la
protegge: l'Italia, povera, deserta, anche ridotta a sei milioni di
abitanti, senza più Roma per capitale, corsa da tutti i barbari,
distrutta nell'impero, spogliata di ogni civiltà, divisa come gli
anelli di una grande corona d'oro tra feudatari stranieri, non diventò
mai preda di un solo. Nessuno potè conquistarla: il suo papato, i suoi
comuni, i principati, le signorie, le repubbliche, tutto s'improvvisava
e si rinnovava nella resistenza: una originalità spuntava come fiore
da ogni zolla, un motivo inesauribile manteneva la guerra di tutti
contro tutti, un genio più profondo che nella Roma latina e più vario
che nella Grecia creatrice animava le cose e gli uomini, moltiplicava
i capolavori del pensiero e dell'opera, piegando i vincitori ai
vinti, seducendoli colla bellezza, ingannandoli colla diplomazia,
distruggendoli coll'eroismo improvviso delle battaglie, dimenticandoli
colla sicurezza della primavera, che volta le spalle all'inverno e
trionfa nella festa irrefrenabile della vita.
Come l'immenso impero colla moltitudine così dispari delle sue orde
accantonate in cento territori e tutte unanimi nell'odio della solinga
città italiana, non bastò a sopraffarla seppellendola sotto una
invasione, assorbendola nel vastissimo alvo della propria moltitudine?
Trieste è ancora intatta, inviolata, inconfondibile. Slavi e sloveni
dentro le sue mura non sanno sentirsi cittadini: qualche cosa li
respinge e li supera: vi è un segreto nel quale s'infrangono, una
verità contro la quale nessun'arma è sufficiente, nemmeno quella del
parricidio.
E nell'ultima lotta ne fu pur troppo compita la prova.
I socialisti si allearono agli sloveni dentro Trieste, contro Trieste
italiana. Come si chiamano i loro capi?
Il nostro pubblico non lo sa e non cura saperlo. Il nome di Giuda non
basta forse da duemila anni a tutti i traditori? Come si chiamavano
quei piccoli sergenti socialisti, che dall'Italia mossero a Trieste,
bene accolti dalla polizia, ad aiutarvi la negazione della patria?
La polizia austriaca non lo dimenticherà, e ciò deve bastare al loro
orgoglio. Invece Trieste italiana ha vinto, perchè all'ultima ora gli
stessi gregari socialisti hanno disobbedito ai loro capi votando per
l'Italia e per gl'italiani contro gli stranieri. La verità nazionale si
accese fiammeggiando improvvisamente nelle loro anime come un faro: la
loro ingenuità popolana si è rivoltata come una vergine sotto la mano
impura di un violatore e ha urlato di collera superba, e subito dopo ha
sorriso nella gioia della vittoria.