ritmo doppio della pace e della guerra, soltanto l'impersonalità della
sua burocrazia equilibrare le antitesi delle differenze nazionaliste;
soltanto l'unità del suo Czar, del suo Sinodo, del suo esercito, del
suo genio, del suo fato, compire tale opera, la maggiore di tutti i
tempi. Non si viola la legge dell'impero: togliete ad esso l'immane
significato della sua missione, e tutto vi si diffrange; rompete la
sua unità, e domani sarà compromessa la sua unione; gettategli nel
mezzo il fermento democratico, e la sua crosta, la corazza, screpolerà.
La Russia parlamentare non sarà più l'impero russo, giacché non
potrà avere nemmeno l'unità commerciale dell'Inghilterra; l'impero
russo dovrà vivere di espansione, di guerra, di vittoria. È la legge
degli imperi: Alessandro e Cesare, Carlo Magno e Carlo V, Napoleone
e il Mikado la hanno egualmente sentita; gli Stati Uniti in America
affettano di cominciare ora a sentirla, la Francia l'ha dimenticata; i
nostri ricordi, invece, sono così lontani che non ci appartengono più.
La legge degli imperi può tutto consentire, meno la degradazione:
l'impero è ancora più nella corona che nell'imperatore, nel simbolo che
nel fatto; la sua idea è la sua fortuna, e dall'opera, qualunque essa
sia, sale sempre l'assoluzione.
Adesso la pace decapita la grande aquila russa: una pace senza nemmeno
una vittoria, senza una sconfitta, che non sia un disastro, senza
aver prodotto un uomo, senza aver trovato una parola; una pace per la
misericordia degli Stati Uniti, fra i sogghigni dell'Inghilterra, le
mute ironie della Germania, le bramosie impazienti dell'Austria e i
dubbi finanziari della Francia, che prestò soltanto il danaro.
E forse, senza forse anzi, la faranno.
Il piccolo Czar, questo povero sognatore di pace, che all'Aja si era
creduto un arbitro ed un poeta messianico, imparerà che la vita ha
momenti più amari della morte, e la pace angosce più profonde della
guerra.
Che cosa è egli più dinanzi al Mikado?
Dove, in chi, resta l'anima dell'impero russo?
Tolstoi non potrebbe rispondere: vicino alla pace della tomba, da
troppo tempo egli la chiama sul mondo.
Siamo alle ultime battute del grande prologo: Nippon _banzai_!
Il Giappone ha vinto; salutiamo cortesemente pensando: a domani.
17 giugno 1905.
JANUA MORTIS
Ancora, ancora!
Alla negra porta ombre scettrate e ombre illustri arrivano da gran
tempo con un segno speciale, e passano come da un mistero ad un altro
più profondo, mentre un clamore lungo e sinistro si diffonde per
l'impero percosso da una bufera di tenebre e di lampi. E nessuno,
forse, da Alessandro II al granduca Sergio, seppe bene il perchè della
propria morte, quantunque la tragedia rivoluzionaria la urlasse a tutti
i venti in uno spasimo superbo di dolore e di vittoria. Quei morti
erano davvero colpevoli? Avrebbero potuto concedere, traendolo dalla
propria volontà come da uno scrigno, quanto il pensiero impaziente
dei ribelli chiedeva come un diritto già inteso, e quindi violato da
qualunque ritardo di riconoscimento?
Purtroppo è facile rispondere: no.
Una rivoluzione, quale si agita nella coscienza della avanguardia
liberale russa, formata da un volontariato di gente culta per influenza
di studi o di commerci, e quale fiammeggia negli impeti solitari di
morte, dovrebbe, per trionfare, non essere soltanto una verità di
antiguardo, ma salire dall'anima della massa ed esprimere l'accordo del
suo vecchio costume con una nuova idea, avere in sè medesima quella
irresistibile forza di persuasione, che non permette neppure più di
discutere, ma si afferma realizzandosi ed inebria gli avversari col suo
stesso entusiasmo.
Invece non è così.
Operai e contadini non s'intendono ancora. Fra il patriarcale
socialismo del _mir_ e il socialismo occidentale, penetrato nelle nuove
officine russe, l'antagonismo è forse ancora più profondo e forte
che fra la borghesia liberale e l'autocrazia. Quella non ha radici
nè assensi vasti e sinceri nelle due masse proletarie: la concezione
della vita e della sua storia non è ancora, dentro l'anima russa,
salita al disopra dell'idea ortodossa e imperiale; lo Czar è pontefice
e imperatore, simbolo di unità umana e divina, irresponsabile nella
propria impersonalità, perchè non è un uomo, ma la Russia, quale i
secoli la costrussero, quale il mondo stesso la considera ancora.
Il lungo duello fra autocrazia e rivoluzione non è ancora diventato
intelligibile alla massa: gli operai insorgono e marciano con dinanzi
l'imagine sacra dello Czar, la nobiltà si sente ancora alta sul popolo
e divisa da questo per superiorità di vizii e di virtù, la borghesia
non anela che alla conquista della burocrazia per passione di interessi
e a quella del potere per passione di vanità. La burocrazia, invece,
sente di essere il sangue vivo dell'impero, sangue avvelenato forse, ma
che nessun sistema di trasfusione potrebbe istantaneamente e utilmente
sostituire. Le nazionalità conquistate e prigioniere nell'impero
scrollano le catene e attendono da ogni concessione imperiale, da ogni
moderna idea, un motivo e una giustificazione di rivolta.
Per la Russia il motivo primordiale, essenziale, non ha invece mutato,
e per un tempo ancora lungo non muterà: consolidare l'impero in Europa
e dilagarlo nell'Asia, imperare colla novità e colla originalità della
propria massa sui due continenti, sovrastare all'Asia come massima
potenza europea, dominare l'Europa come ultima potenza dell'ultima
razza, che può ancora contenere il segreto di una terza civiltà.
Tutto in Russia è profondamente, inconciliabilmente originale:
lo spirito latino e l'anglo-sassone poco o male lo intendono; la
rivoluzione, che vorrebbe svilupparsi trapiantando forme occidentali
di parlamentarismo e di ribellione, fuorvia sè stessa, e diventa
inintelligibile al popolo.
La libertà, la democrazia, la rivoluzione russa, non possono essere
dilucidate sui modelli e sugli statuti di New-York o di Parigi:
l'astrazione delle teorie, la similarità scolastica degli assiomi,
così contagiosa negli spiriti latini, è ancora quasi senza presa sulla
grande anima slava: essa soffre, crede, spera, combatte e vincerà per
motivi e con armi per noi quasi incomprensibili come gli eroi de' suoi
romanzi, l'eroismo de' suoi soldati, il fondo meraviglioso della sua
storia e della sua poesia.
Ma il duello fra rivoluzione e autocrazia proseguirà ancora. È
impossibile alla rivoluzione fermarsi, e siccome non può e non sa
accendere nella moltitudine una vera ribellione, che arda città e
campagne, sollevando bande contro bande, eserciti contro eserciti, in
una vera ed immensa guerra civile, la necessità di operare, per non
sparire davanti ai propri occhi e a quelli degli altri, la costringono
nella forma tragica del duello, attore contro attore, sconosciuti l'uno
all'altro, incapaci di comprendersi, condannati ad uccidersi senza
che l'immane problema, che li urta e li sfracella, si riveli al loro
pensiero.
Per l'eroe o pel martire rivoluzionario la tirannide autocratica
s'incarna in un funzionario, in un principe, nello Czar o nel
procuratore del santo Sinodo: in questi simboli è la virtù della
resistenza imperiale ortodossa, la responsabilità della morte e delle
morti, che insanguinano e gelano la vita della povera gente!
Pel funzionario e pel principe le reclute della rivoluzione sono gli
oppositori della coscienza e della tradizione russa, che poterono
colle proprie forze e colle proprie forme costituire il più grande
impero del mondo e vi rappresentano ancora la più magnifica promessa
di originalità: sono pochi, spiritualmente stranieri, separati dalle
necessità della politica nazionale, e vogliono un liberalismo che il
popolo non chiede, un mutamento che sarebbe una rinnegazione della
personalità russa, e adoperano soltanto le armi dell'assassinio.
E la tragedia, col ritmo di Eschilo, coll'accento di Shakespeare,
sospinge, urta gli attori: le scene cangiano, il sangue macchia le
decorazioni, mentre il coro della moltitudine, a rovescio del coro
greco, non spiega il motivo dei personaggi, ma guarda, trema e non si
muove.
Che importa, infatti, il numero dei morti in così vasta e lunga
tragedia? La diversità delle loro parole e dei loro atti, esprimendo
l'originalità del loro antagonismo, non è che una gloria della morte:
appena un attore è caduto, altri si urtano per sostituirlo: d'ambo i
lati l'ostinazione è fatale, irresponsabile, finchè una rivoluzione
veramente popolare e veramente russa interrompa la tragedia per alzarla
a poema.
L'ultima scena fu magnifica d'orrore.
La moglie della vittima, accorsa allo scoppio, nel profetico spasimo
della paura, non trovò quasi più nulla: una poltiglia di sangue, di
membra, di cenci: lungi i cavalli fuggivano spaventati, irrefrenati,
alle porte del Kremlino; e la folla taceva. Alcuni, pallidi di una
gioia segreta, si bagnavano le mani nel sangue imperiale, mentre tutti
guardavano muti quella donna di principi e di re, vedova da un minuto
del marito, vedova del suo cadavere, che non poteva piangere e pregava
Dio. Per chi?
Forse la pia pregava per tutti.
Come Antigone, come Cordelia, essa non comprende e non è compresa:
eroina del dolore e dell'amore, è amata dal popolo, che soffre più di
lei, ma più forte di lei può attendere dall'ignoto la vittoria.
La porta della morte non fu sempre quella stessa della vita?
21 febbraio 1905.
SULLA CHINA
Un «ukase» imperiale annunciava ieri al popolo russo, trepidamente
sospeso nella aspettazione della pace, una nuova costituzione politica.
Il suo disegno, proposto da un alto funzionario e passato come un
infermo attraverso molte sale di consigli clinici e per troppe mani di
medici, non ha più nè fisonomia, nè nome: dovrebbe esprimere l'accordo
di due sovranità, quella del popolo e quella dello Czar, ed invece ne
significa meglio il conflitto; era reclamato come un diritto da tutte
le avanguardie intellettuali dell'impero, ed è gittato alla moltitudine
ancora indifferente come una grazia; dovrebbe preparare, in questa
ora angosciosa di sconfitta, la pace degli spiriti per la preparazione
di una nuova, vera, grande epoca russa, e già dentro l'imbroglio de'
suoi arti coli più essenziali tumultua la gelosia implacabile dei
due poteri: il popolo non vi sarà davvero rappresentato, perchè tale
elettorato di classe e di accademia non contiene una sostanza di
diritto e non può dare agli eletti una sicura coscienza della propria
funzione; lo Czar vi apparirà diminuito, giacchè il suo piccolo
pensiero individuale, per superare il pensiero collegiale della
Duma, dovrebbe avere in sè stesso la sanzione del genio, e nessuna
volontà, anche se ostinata eroicamente, può dargliela: non è quindi
uno statuto come noi occidentali l'intendiamo, non è una rivoluzione
come ne sognano plebi e poeti, non un organo politico, essendo senza
personalità, non una concessione, se la paura della guerra ne decise il
momento e le diffidenze della tradizione ne violarono la sincerità.
Eppure in questo periodo storico, e nella crisi tragica della guerra,
non era possibile fare meglio e soltanto di più. Bisogna conoscere la
storia e la fisonomia della Russia ed imporre silenzio alla superiorità
e alle abitudini del nostro spirito occidentale per giudicare,
anche soltanto grossolanamente, questo ultimo «ukase» dell'impero.
L'aristocrazia, associata dello Czar nella politica, non è una classe
che abbia una forza e un carattere particolare: può mostrare individui
superiori, ma da quando gli Czar costituirono colla potenza propria
la Russia, decadde nella loro corte e non si rialzò abbastanza nella
burocrazia. Mancava ad essi l'assenso del popolo, pel quale non volle
e non seppe mai nè operare nè pensare. La sua coltura crebbe e si
raffinò; i suoi modelli furono inglesi o francesi, il suo vanto un
assenteismo di saloni o di libri; la sua ricchezza era di latifondi, il
suo valore d'individui, i suoi vizii di classe, la sua incapacità fatta
di scetticismo morale e di precocità intellettiva. Sotto di essa il
popolo si sperdeva nella immensa campagna, organizzato in un socialismo
patriarcale, povero e rustico, gagliardo di fibra e sentimentale di
cuore, inconscio del proprio genio, ignaro del presente, incapace di
prevedere un altro domani: adorava Dio e lo Czar, accettava la miseria
come la guerra, offrendo la stessa forza di resistenza alla vita e
alla morte: poeta anonimo e meraviglioso, che esprimeva la propria
poesia nelle sètte religiose; moltitudine agricola ancora fremente
nel vagabondaggio dell'orda; materia e materiale bruto della più
immensa fra le miniere, troppo vasto e troppo vario per la unità di una
qualunque legislazione, troppo forte per poter essere davvero oppresso,
troppo attardato per tentarlo proficuamente colle novità moderne;
profondo, misterioso, vergine, destinato a creare la terza epoca
europea, ad essere il più formidabile agente della futura mondiale
unità storica. E fra esso e l'aristocrazia s'appuntava come un cuneo
la classe borghese: ed era il commercio, l'industria, la ricchezza,
la cultura: esercito d'avanguardia, mobile, indisciplinato, fervido
d'ingegni, fremente di passioni: detestava l'aristocrazia sino ad amare
il popolo, al quale per la propria superiorità era più straniera della
stessa aristocrazia; negava tutti i limiti nella nostalgia di tutte
le libertà; guardava ad occidente non ad oriente; voleva essere più
europea che russa, più moderna che nazionale. La coscienza del proprio
valore la rendeva intrattabile, credeva soltanto in sè stessa, e in
politica bisogna, invece, essere credenti; era capace di tutto, estrema
in tutto, negli affari e nei libri, nelle idee e negli atti; non era
niente e voleva subito essere tutto, pretendeva di contenere la Russia,
l'impero, il presente, e non era invece, che la sua modernità.
La Russia era l'impero, lo Czar, il popolo fusi nel più enorme ed
eterogeneo conglomerato: l'impero dominava e domina ancora l'uno
e l'altro colle proprie necessità; l'uno e l'altro quasi sempre
egualmente inconsci, si urtano, si percuotono e non possono nè
scindersi nè soverchiarsi: un fato superiore li sospinge nella pace
e nella guerra, possono perdere invano cento battaglie, perchè nessun
nemico li frangerà; hanno avuto tutte le pazienze, superate tutte le
antitesi, dilatando sempre i confini dell'impero, assorbendo popoli
di tutti i climi e di tutte le razze: lo Czar non è che un simbolo e
il popolo è soltanto la Russia, che vuole essere sè stessa, trarre dal
proprio fondo, imporre all'avvenire l'impero della propria originalità.
Adesso nella Russia i partiti non sono davvero che due, il nazionale
e l'europeo: quello sacrifica la libertà alla grandezza della
patria, questo immolerebbe tale grandezza alla libertà: l'uno più
russo che europeo, l'altro più europeo che russo. Il vecchio partito
conservatore, creato da Nicolò I, sopravvissuto alla crisi liberale
di Alessandro III, non è quasi più: i suoi uomini maggiori, i
Mascerski, i Lovaiski, sono già degli spedati; i nazionalisti, eredi
del panslavismo, sono forse la voce che sale dal profondo silenzio del
popolo e adesso accettano, colla ingenua fede di tutti i fanatici, la
nuova costituzione, questa collaborazione del popolo e dello Czar sulla
larga strada della tradizione, nell'orgoglio della propria fisonomia
russa e nella superbia di un avvenire che vantano già superiore ai
grandi passati di Grecia e di Roma, alle attuali grandezze della
Inghilterra e degli Stati Uniti. Essi sentono che un parlamentarismo
imperiale è impossibile e niente e nessuno potrebbe adesso sostituire
l'impero: quindi lo accettano, lo vogliono grande, e sperano dal
suo stesso arbitrio più pronta l'azione del progresso, più rapida
l'andatura stessa delle riforme.
Hanno torto? Secondo la storia no, ma nemmeno questo è argomento
bastevole in tale disputa. Uno dei loro maggiori scrittori,
lo Schromiatnikoff, in un libro recente e celebre proclamava
l'autocrazia, il più prezioso dono fatto dall'Oriente alla Russia; e lo
Schromiatnikoff è un liberale ed un moderno. Ma quanti liberali moderni
d'Occidente possono intenderlo?
Il partito rivoluzionario, denso di poeti, di eroi, di martiri, di
sognatori, di delinquenti, accoglierà la nuova costituzione con un riso
stridulo di spasimo: esso pensa e soffre troppo al disopra della realtà
per avere soltanto la forza paziente di leggere l'«ukase» imperiale:
quasi tutta la sua avanguardia è adesso prigioniera nelle carceri,
e dai deserti della Siberia, per le notti lunari, manda le legioni
dei propri sogni a tormentare le insonnie degli oppressori e degli
oppressi.
E comunque si compia questo novello esperimento, il partito
rivoluzionario non disarmerà.
Ma la Duma, semplice organo consultivo, assurda realizzazione di un
più assurdo contratto fra autocrazia e parlamentarismo, produrrà nello
spirito e nel costume russo una rivoluzione: gli ingegni e i caratteri
si tempreranno nella nuova palestra; la parola libera avrà così una
tribuna, e nulla resiste alla parola; sorgeranno oratori, tribuni, coi
quali bisognerà contare; dietro ad essi si formeranno e riformeranno
partiti; nessuna procedura potrà inceppare e soffocare tale primaticcia
azione consultiva; dietro la Duma nascerà un piccolo parlamento, che lo
Czar dovrà pur battezzare; vi sarà uno sfogo alle idee, un controllo
a certe spese, un veicolo a taluni interessi; da quella sala tratto
tratto certe parole apriranno le grandi ali di fiamma e si involeranno
sino ai confini dell'impero, messaggere di resurrezione: lo Czar sarà
ancora, il popolo comincerà ad essere.
Non è molto, eppure è quasi tutto.
22 agosto 1905.
L'ULTIMO CZAR
Forse la storia lo chiamerà così.
Egli è l'estremo di una lunga serie imperiale, che regnò largamente e
profondamente sopra un trono inaccessibile come una vetta, e quindi
percosso dalle bufere, solcato dai fulmini. Il suo impero era vasto
come un desiderio, vario come un mondo, pericoloso come un mistero;
tutte le terre, tutti i climi, tutte le genti vi erano mescolate
nella più meravigliosa originalità; le epoche vi si sovrapponevano
senza confondersi, la preistoria vi durava nei nomadi, la modernità vi
improvvisava, ad immense distanze, fra steppe taciturne, sulla sponda
di fiumi larghi quanto un mare, città belle come un'oasi, luminose e
roventi di vita.
Lo Czar solo regnava. Egli era l'imperatore e il pontefice, la figura
che unifica e consacra, l'idea vivente nell'uomo, l'uomo intero nel
simbolo del popolo. Il suo carattere d'individuo non contava; la sua
volontà onnipossente nell'astrazione si diffondeva e vaniva in tutte le
lontananze coi venti, che ne ripetevano l'eco, nella voce dei messi che
ne falsavano il comando. Il suo pensiero veniva dall'impero e dominava
l'imperatore, costringendo il pontefice alla ubbidienza dello stato:
l'impero solo era grande, solamente la Russia era santa.
E quando tutte le monarchie d'Europa crollarono improvvisamente
all'urto del sogno napoleonico, dentro il quale strideva la grande
rivoluzione francese, l'impero russo resistette; e i suoi generali non
osavano più battersi, e il suo imperatore delirava nella preghiera, e
il suo popolo si raccozzava a bande sulla neve come i lupi correndo
sulle orme degli invasori, divorando uomini e cavalli, i morti e i
feriti.
Adesso quasi tutti dissero che la Russia aveva salvata l'Europa. Ma
il sogno napoleonico vi si sarebbe invece dissipato ugualmente senza
altra traccia che di un uragano, perchè nulla era vivo, imperialmente,
in quel sogno e la sua funzione arcana era di dissipare i vecchi
fantasmi monarchici scrollando nell'ultima dormiveglia tutti i popoli
per ridestarli ad un nuovo mattino. La Russia, raddoppiando subitamente
di potenza e scoprendo quasi in una improvvisa rivelazione la propria
massiccia ed antica architettura, parve rinnovare nel secolo decimonono
un prodigio e un enigma: l'assolutismo più puro nello stato, l'unico
socialismo mondiale in un popolo agricolo, che non pensava, non
sentiva, non voleva che per lo Czar e nello Czar.
La sua razza, dopo l'esaurimento della greco-latina e il doppio trionfo
anglo-teutonico, era la sola ancora vergine, che potesse contenere
e produrre una terza civiltà; l'impero copriva quasi mezza Europa e
mezza Asia, nessuno bastava ad invaderlo a limitarlo; la sua forza
cresceva inesauribile, la sua originalità si rivelava nei segni più
contradittorii, in una pari inconsapevolezza dell'antico e del nuovo,
nell'istinto delle masse e nel genio dei poeti, nella assimilazione,
che accettava tutto, nell'immobilità, che tutto il mondo non bastava a
scuotere.
La democrazia urlava ai confini e vampeggiava dentro, nelle
coscienze, che le rivoluzioni europee destavano alla vita della
sovranità individuale: attraverso l'enormi distanze russe le capitali
s'accendevano come fari e le idee rimontavano i fiumi, sibilavano
dalle locomotive, agitavano bandiere fumiganti sulle caminiere delle
officine, parlavano nei giornali, pesavano sulle meditazioni coi libri,
vincevano le leggi nelle scienze, seducevano i magistrati colle arti.
Ma l'impero resisteva sempre, troppo profondo perchè le mine toccassero
soltanto le sue fondamenta, troppo vasto alla rarità dei ribelli,
troppo vivo nella fatalità della propria missione per esserne distratto
impedito dalle impazienze ideali della sua piccola avanguardia
democratica. Il suo immenso problema era nell'Asia, la sua suprema
verità nella gloria di rinnovarla, dominando come ultimo e massimo
campione d'Europa, giacchè tutte le altre nazioni vi operavano indarno
da secoli; un moto lo sospingeva, un'ascensione di poema sembrava
illuminare la sua ieratica rigidità. E invece la più grande delle
sconfitte che la storia abbia ancora segnato, arrestò impero ed
imperatore, Russia ed Europa nella marcia secolare.
Un'epoca è conchiusa, l'impero russo resta, lo Czar non è più.
Il suo ultimo rescritto, nel quale balbetta come un prigioniero che
abbia il ferro alla gola, annunzia piuttosto una abdicazione che una
costituzione, giacchè riconosce nei sudditi il diritto di cittadini
senza determinarne il valore e delinearne la funzione; la sua parola
trema nell'umiltà della resa, è oscura come gli spaventi notturni, non
ha accento imperiale, pare quasi di soliloquio in una torpidezza di
malattia.
La costituzione (e dovranno pur chiamarla così) non sarà davvero
una copia dei nostri statuti occidentali, ma basterà a fasciare la
mummia dello czarismo, che vi durerà dentro ancora lungamente: la
vita russa ne subirà la più profonda fra le crisi della sua storia
e dovrà faticare e soffrire per sostituire alla unità czarista una
unità nazionale, che mantenga compatto l'impero: molte nazionalità
vi tumultueranno in un improvviso delirio di ricordi patriottici,
tutti i fermenti della democrazia gonfieranno le vaste e oramai vuote
forme imperiali, facendone screpolare la crosta e rompendone le linee
architettoniche. Lo Czar è morto e adesso per tutte le città russe la
gente grida: Viva lo Czar!
Che cosa penserà questo Augustolo, che la vita aveva ironicamente
gittato sull'ultimo trono dell'ultimo impero negandogli l'anima
d'imperatore?
La sua testa, che non si curvò mai sotto il peso di un grande
pensiero, era troppo piccola per una così larga corona: il suo cuore di
fanciullo, che domandava all'Aja la pace come un giocattolo, non poteva
resistere alla guerra, e non capirà adesso questa suprema vittoria
della rivoluzione, ultima eco dell'epiche vittorie giapponesi sulla
Russia. All'annunzio di ogni sconfitta egli pregava e piangeva, nè Czar
nè pontefice: ad ogni istanza di popolo ricusava parlando o tacendo: a
migliaia e migliaia sono morti per lui, contro di lui, ed egli, chiuso
nell'immenso palazzo, non ha mai saputo uscirne per mostrarsi al popolo
come il simbolo vivente della sua storia. È sottile, pallido, gracile:
la sua mano, che non sguainò mai la spada, ha lasciato cadere lo
scettro, ma nessuno lo raccoglierà per farsene un'arma contro di lui,
sopra di lui.
L'impero dura, quindi l'imperatore resta.