Soltanto la forma imperiale poteva affrettare agli immensi problemi il

ritmo doppio della pace e della guerra, soltanto l'impersonalità della

sua burocrazia equilibrare le antitesi delle differenze nazionaliste;

soltanto l'unità del suo Czar, del suo Sinodo, del suo esercito, del

suo genio, del suo fato, compire tale opera, la maggiore di tutti i

tempi. Non si viola la legge dell'impero: togliete ad esso l'immane

significato della sua missione, e tutto vi si diffrange; rompete la

sua unità, e domani sarà compromessa la sua unione; gettategli nel

mezzo il fermento democratico, e la sua crosta, la corazza, screpolerà.

La Russia parlamentare non sarà più l'impero russo, giacché non

potrà avere nemmeno l'unità commerciale dell'Inghilterra; l'impero

russo dovrà vivere di espansione, di guerra, di vittoria. È la legge

degli imperi: Alessandro e Cesare, Carlo Magno e Carlo V, Napoleone

e il Mikado la hanno egualmente sentita; gli Stati Uniti in America

affettano di cominciare ora a sentirla, la Francia l'ha dimenticata; i

nostri ricordi, invece, sono così lontani che non ci appartengono più.

La legge degli imperi può tutto consentire, meno la degradazione:

l'impero è ancora più nella corona che nell'imperatore, nel simbolo che

nel fatto; la sua idea è la sua fortuna, e dall'opera, qualunque essa

sia, sale sempre l'assoluzione.

Adesso la pace decapita la grande aquila russa: una pace senza nemmeno

una vittoria, senza una sconfitta, che non sia un disastro, senza

aver prodotto un uomo, senza aver trovato una parola; una pace per la

misericordia degli Stati Uniti, fra i sogghigni dell'Inghilterra, le

mute ironie della Germania, le bramosie impazienti dell'Austria e i

dubbi finanziari della Francia, che prestò soltanto il danaro.

E forse, senza forse anzi, la faranno.

Il piccolo Czar, questo povero sognatore di pace, che all'Aja si era

creduto un arbitro ed un poeta messianico, imparerà che la vita ha

momenti più amari della morte, e la pace angosce più profonde della

guerra.

Che cosa è egli più dinanzi al Mikado?

Dove, in chi, resta l'anima dell'impero russo?

Tolstoi non potrebbe rispondere: vicino alla pace della tomba, da

troppo tempo egli la chiama sul mondo.

Siamo alle ultime battute del grande prologo: Nippon _banzai_!

Il Giappone ha vinto; salutiamo cortesemente pensando: a domani.

17 giugno 1905.

JANUA MORTIS

Ancora, ancora!

Alla negra porta ombre scettrate e ombre illustri arrivano da gran

tempo con un segno speciale, e passano come da un mistero ad un altro

più profondo, mentre un clamore lungo e sinistro si diffonde per

l'impero percosso da una bufera di tenebre e di lampi. E nessuno,

forse, da Alessandro II al granduca Sergio, seppe bene il perchè della

propria morte, quantunque la tragedia rivoluzionaria la urlasse a tutti

i venti in uno spasimo superbo di dolore e di vittoria. Quei morti

erano davvero colpevoli? Avrebbero potuto concedere, traendolo dalla

propria volontà come da uno scrigno, quanto il pensiero impaziente

dei ribelli chiedeva come un diritto già inteso, e quindi violato da

qualunque ritardo di riconoscimento?

Purtroppo è facile rispondere: no.

Una rivoluzione, quale si agita nella coscienza della avanguardia

liberale russa, formata da un volontariato di gente culta per influenza

di studi o di commerci, e quale fiammeggia negli impeti solitari di

morte, dovrebbe, per trionfare, non essere soltanto una verità di

antiguardo, ma salire dall'anima della massa ed esprimere l'accordo del

suo vecchio costume con una nuova idea, avere in sè medesima quella

irresistibile forza di persuasione, che non permette neppure più di

discutere, ma si afferma realizzandosi ed inebria gli avversari col suo

stesso entusiasmo.

Invece non è così.

Operai e contadini non s'intendono ancora. Fra il patriarcale

socialismo del _mir_ e il socialismo occidentale, penetrato nelle nuove

officine russe, l'antagonismo è forse ancora più profondo e forte

che fra la borghesia liberale e l'autocrazia. Quella non ha radici

nè assensi vasti e sinceri nelle due masse proletarie: la concezione

della vita e della sua storia non è ancora, dentro l'anima russa,

salita al disopra dell'idea ortodossa e imperiale; lo Czar è pontefice

e imperatore, simbolo di unità umana e divina, irresponsabile nella

propria impersonalità, perchè non è un uomo, ma la Russia, quale i

secoli la costrussero, quale il mondo stesso la considera ancora.

Il lungo duello fra autocrazia e rivoluzione non è ancora diventato

intelligibile alla massa: gli operai insorgono e marciano con dinanzi

l'imagine sacra dello Czar, la nobiltà si sente ancora alta sul popolo

e divisa da questo per superiorità di vizii e di virtù, la borghesia

non anela che alla conquista della burocrazia per passione di interessi

e a quella del potere per passione di vanità. La burocrazia, invece,

sente di essere il sangue vivo dell'impero, sangue avvelenato forse, ma

che nessun sistema di trasfusione potrebbe istantaneamente e utilmente

sostituire. Le nazionalità conquistate e prigioniere nell'impero

scrollano le catene e attendono da ogni concessione imperiale, da ogni

moderna idea, un motivo e una giustificazione di rivolta.

Per la Russia il motivo primordiale, essenziale, non ha invece mutato,

e per un tempo ancora lungo non muterà: consolidare l'impero in Europa

e dilagarlo nell'Asia, imperare colla novità e colla originalità della

propria massa sui due continenti, sovrastare all'Asia come massima

potenza europea, dominare l'Europa come ultima potenza dell'ultima

razza, che può ancora contenere il segreto di una terza civiltà.

Tutto in Russia è profondamente, inconciliabilmente originale:

lo spirito latino e l'anglo-sassone poco o male lo intendono; la

rivoluzione, che vorrebbe svilupparsi trapiantando forme occidentali

di parlamentarismo e di ribellione, fuorvia sè stessa, e diventa

inintelligibile al popolo.

La libertà, la democrazia, la rivoluzione russa, non possono essere

dilucidate sui modelli e sugli statuti di New-York o di Parigi:

l'astrazione delle teorie, la similarità scolastica degli assiomi,

così contagiosa negli spiriti latini, è ancora quasi senza presa sulla

grande anima slava: essa soffre, crede, spera, combatte e vincerà per

motivi e con armi per noi quasi incomprensibili come gli eroi de' suoi

romanzi, l'eroismo de' suoi soldati, il fondo meraviglioso della sua

storia e della sua poesia.

Ma il duello fra rivoluzione e autocrazia proseguirà ancora. È

impossibile alla rivoluzione fermarsi, e siccome non può e non sa

accendere nella moltitudine una vera ribellione, che arda città e

campagne, sollevando bande contro bande, eserciti contro eserciti, in

una vera ed immensa guerra civile, la necessità di operare, per non

sparire davanti ai propri occhi e a quelli degli altri, la costringono

nella forma tragica del duello, attore contro attore, sconosciuti l'uno

all'altro, incapaci di comprendersi, condannati ad uccidersi senza

che l'immane problema, che li urta e li sfracella, si riveli al loro

pensiero.

Per l'eroe o pel martire rivoluzionario la tirannide autocratica

s'incarna in un funzionario, in un principe, nello Czar o nel

procuratore del santo Sinodo: in questi simboli è la virtù della

resistenza imperiale ortodossa, la responsabilità della morte e delle

morti, che insanguinano e gelano la vita della povera gente!

Pel funzionario e pel principe le reclute della rivoluzione sono gli

oppositori della coscienza e della tradizione russa, che poterono

colle proprie forze e colle proprie forme costituire il più grande

impero del mondo e vi rappresentano ancora la più magnifica promessa

di originalità: sono pochi, spiritualmente stranieri, separati dalle

necessità della politica nazionale, e vogliono un liberalismo che il

popolo non chiede, un mutamento che sarebbe una rinnegazione della

personalità russa, e adoperano soltanto le armi dell'assassinio.

E la tragedia, col ritmo di Eschilo, coll'accento di Shakespeare,

sospinge, urta gli attori: le scene cangiano, il sangue macchia le

decorazioni, mentre il coro della moltitudine, a rovescio del coro

greco, non spiega il motivo dei personaggi, ma guarda, trema e non si

muove.

Che importa, infatti, il numero dei morti in così vasta e lunga

tragedia? La diversità delle loro parole e dei loro atti, esprimendo

l'originalità del loro antagonismo, non è che una gloria della morte:

appena un attore è caduto, altri si urtano per sostituirlo: d'ambo i

lati l'ostinazione è fatale, irresponsabile, finchè una rivoluzione

veramente popolare e veramente russa interrompa la tragedia per alzarla

a poema.

L'ultima scena fu magnifica d'orrore.

La moglie della vittima, accorsa allo scoppio, nel profetico spasimo

della paura, non trovò quasi più nulla: una poltiglia di sangue, di

membra, di cenci: lungi i cavalli fuggivano spaventati, irrefrenati,

alle porte del Kremlino; e la folla taceva. Alcuni, pallidi di una

gioia segreta, si bagnavano le mani nel sangue imperiale, mentre tutti

guardavano muti quella donna di principi e di re, vedova da un minuto

del marito, vedova del suo cadavere, che non poteva piangere e pregava

Dio. Per chi?

Forse la pia pregava per tutti.

Come Antigone, come Cordelia, essa non comprende e non è compresa:

eroina del dolore e dell'amore, è amata dal popolo, che soffre più di

lei, ma più forte di lei può attendere dall'ignoto la vittoria.

La porta della morte non fu sempre quella stessa della vita?

21 febbraio 1905.

SULLA CHINA

Un «ukase» imperiale annunciava ieri al popolo russo, trepidamente

sospeso nella aspettazione della pace, una nuova costituzione politica.

Il suo disegno, proposto da un alto funzionario e passato come un

infermo attraverso molte sale di consigli clinici e per troppe mani di

medici, non ha più nè fisonomia, nè nome: dovrebbe esprimere l'accordo

di due sovranità, quella del popolo e quella dello Czar, ed invece ne

significa meglio il conflitto; era reclamato come un diritto da tutte

le avanguardie intellettuali dell'impero, ed è gittato alla moltitudine

ancora indifferente come una grazia; dovrebbe preparare, in questa

ora angosciosa di sconfitta, la pace degli spiriti per la preparazione

di una nuova, vera, grande epoca russa, e già dentro l'imbroglio de'

suoi arti coli più essenziali tumultua la gelosia implacabile dei

due poteri: il popolo non vi sarà davvero rappresentato, perchè tale

elettorato di classe e di accademia non contiene una sostanza di

diritto e non può dare agli eletti una sicura coscienza della propria

funzione; lo Czar vi apparirà diminuito, giacchè il suo piccolo

pensiero individuale, per superare il pensiero collegiale della

Duma, dovrebbe avere in sè stesso la sanzione del genio, e nessuna

volontà, anche se ostinata eroicamente, può dargliela: non è quindi

uno statuto come noi occidentali l'intendiamo, non è una rivoluzione

come ne sognano plebi e poeti, non un organo politico, essendo senza

personalità, non una concessione, se la paura della guerra ne decise il

momento e le diffidenze della tradizione ne violarono la sincerità.

Eppure in questo periodo storico, e nella crisi tragica della guerra,

non era possibile fare meglio e soltanto di più. Bisogna conoscere la

storia e la fisonomia della Russia ed imporre silenzio alla superiorità

e alle abitudini del nostro spirito occidentale per giudicare,

anche soltanto grossolanamente, questo ultimo «ukase» dell'impero.

L'aristocrazia, associata dello Czar nella politica, non è una classe

che abbia una forza e un carattere particolare: può mostrare individui

superiori, ma da quando gli Czar costituirono colla potenza propria

la Russia, decadde nella loro corte e non si rialzò abbastanza nella

burocrazia. Mancava ad essi l'assenso del popolo, pel quale non volle

e non seppe mai nè operare nè pensare. La sua coltura crebbe e si

raffinò; i suoi modelli furono inglesi o francesi, il suo vanto un

assenteismo di saloni o di libri; la sua ricchezza era di latifondi, il

suo valore d'individui, i suoi vizii di classe, la sua incapacità fatta

di scetticismo morale e di precocità intellettiva. Sotto di essa il

popolo si sperdeva nella immensa campagna, organizzato in un socialismo

patriarcale, povero e rustico, gagliardo di fibra e sentimentale di

cuore, inconscio del proprio genio, ignaro del presente, incapace di

prevedere un altro domani: adorava Dio e lo Czar, accettava la miseria

come la guerra, offrendo la stessa forza di resistenza alla vita e

alla morte: poeta anonimo e meraviglioso, che esprimeva la propria

poesia nelle sètte religiose; moltitudine agricola ancora fremente

nel vagabondaggio dell'orda; materia e materiale bruto della più

immensa fra le miniere, troppo vasto e troppo vario per la unità di una

qualunque legislazione, troppo forte per poter essere davvero oppresso,

troppo attardato per tentarlo proficuamente colle novità moderne;

profondo, misterioso, vergine, destinato a creare la terza epoca

europea, ad essere il più formidabile agente della futura mondiale

unità storica. E fra esso e l'aristocrazia s'appuntava come un cuneo

la classe borghese: ed era il commercio, l'industria, la ricchezza,

la cultura: esercito d'avanguardia, mobile, indisciplinato, fervido

d'ingegni, fremente di passioni: detestava l'aristocrazia sino ad amare

il popolo, al quale per la propria superiorità era più straniera della

stessa aristocrazia; negava tutti i limiti nella nostalgia di tutte

le libertà; guardava ad occidente non ad oriente; voleva essere più

europea che russa, più moderna che nazionale. La coscienza del proprio

valore la rendeva intrattabile, credeva soltanto in sè stessa, e in

politica bisogna, invece, essere credenti; era capace di tutto, estrema

in tutto, negli affari e nei libri, nelle idee e negli atti; non era

niente e voleva subito essere tutto, pretendeva di contenere la Russia,

l'impero, il presente, e non era invece, che la sua modernità.

La Russia era l'impero, lo Czar, il popolo fusi nel più enorme ed

eterogeneo conglomerato: l'impero dominava e domina ancora l'uno

e l'altro colle proprie necessità; l'uno e l'altro quasi sempre

egualmente inconsci, si urtano, si percuotono e non possono nè

scindersi nè soverchiarsi: un fato superiore li sospinge nella pace

e nella guerra, possono perdere invano cento battaglie, perchè nessun

nemico li frangerà; hanno avuto tutte le pazienze, superate tutte le

antitesi, dilatando sempre i confini dell'impero, assorbendo popoli

di tutti i climi e di tutte le razze: lo Czar non è che un simbolo e

il popolo è soltanto la Russia, che vuole essere sè stessa, trarre dal

proprio fondo, imporre all'avvenire l'impero della propria originalità.

Adesso nella Russia i partiti non sono davvero che due, il nazionale

e l'europeo: quello sacrifica la libertà alla grandezza della

patria, questo immolerebbe tale grandezza alla libertà: l'uno più

russo che europeo, l'altro più europeo che russo. Il vecchio partito

conservatore, creato da Nicolò I, sopravvissuto alla crisi liberale

di Alessandro III, non è quasi più: i suoi uomini maggiori, i

Mascerski, i Lovaiski, sono già degli spedati; i nazionalisti, eredi

del panslavismo, sono forse la voce che sale dal profondo silenzio del

popolo e adesso accettano, colla ingenua fede di tutti i fanatici, la

nuova costituzione, questa collaborazione del popolo e dello Czar sulla

larga strada della tradizione, nell'orgoglio della propria fisonomia

russa e nella superbia di un avvenire che vantano già superiore ai

grandi passati di Grecia e di Roma, alle attuali grandezze della

Inghilterra e degli Stati Uniti. Essi sentono che un parlamentarismo

imperiale è impossibile e niente e nessuno potrebbe adesso sostituire

l'impero: quindi lo accettano, lo vogliono grande, e sperano dal

suo stesso arbitrio più pronta l'azione del progresso, più rapida

l'andatura stessa delle riforme.

Hanno torto? Secondo la storia no, ma nemmeno questo è argomento

bastevole in tale disputa. Uno dei loro maggiori scrittori,

lo Schromiatnikoff, in un libro recente e celebre proclamava

l'autocrazia, il più prezioso dono fatto dall'Oriente alla Russia; e lo

Schromiatnikoff è un liberale ed un moderno. Ma quanti liberali moderni

d'Occidente possono intenderlo?

Il partito rivoluzionario, denso di poeti, di eroi, di martiri, di

sognatori, di delinquenti, accoglierà la nuova costituzione con un riso

stridulo di spasimo: esso pensa e soffre troppo al disopra della realtà

per avere soltanto la forza paziente di leggere l'«ukase» imperiale:

quasi tutta la sua avanguardia è adesso prigioniera nelle carceri,

e dai deserti della Siberia, per le notti lunari, manda le legioni

dei propri sogni a tormentare le insonnie degli oppressori e degli

oppressi.

E comunque si compia questo novello esperimento, il partito

rivoluzionario non disarmerà.

Ma la Duma, semplice organo consultivo, assurda realizzazione di un

più assurdo contratto fra autocrazia e parlamentarismo, produrrà nello

spirito e nel costume russo una rivoluzione: gli ingegni e i caratteri

si tempreranno nella nuova palestra; la parola libera avrà così una

tribuna, e nulla resiste alla parola; sorgeranno oratori, tribuni, coi

quali bisognerà contare; dietro ad essi si formeranno e riformeranno

partiti; nessuna procedura potrà inceppare e soffocare tale primaticcia

azione consultiva; dietro la Duma nascerà un piccolo parlamento, che lo

Czar dovrà pur battezzare; vi sarà uno sfogo alle idee, un controllo

a certe spese, un veicolo a taluni interessi; da quella sala tratto

tratto certe parole apriranno le grandi ali di fiamma e si involeranno

sino ai confini dell'impero, messaggere di resurrezione: lo Czar sarà

ancora, il popolo comincerà ad essere.

Non è molto, eppure è quasi tutto.

22 agosto 1905.

L'ULTIMO CZAR

Forse la storia lo chiamerà così.

Egli è l'estremo di una lunga serie imperiale, che regnò largamente e

profondamente sopra un trono inaccessibile come una vetta, e quindi

percosso dalle bufere, solcato dai fulmini. Il suo impero era vasto

come un desiderio, vario come un mondo, pericoloso come un mistero;

tutte le terre, tutti i climi, tutte le genti vi erano mescolate

nella più meravigliosa originalità; le epoche vi si sovrapponevano

senza confondersi, la preistoria vi durava nei nomadi, la modernità vi

improvvisava, ad immense distanze, fra steppe taciturne, sulla sponda

di fiumi larghi quanto un mare, città belle come un'oasi, luminose e

roventi di vita.

Lo Czar solo regnava. Egli era l'imperatore e il pontefice, la figura

che unifica e consacra, l'idea vivente nell'uomo, l'uomo intero nel

simbolo del popolo. Il suo carattere d'individuo non contava; la sua

volontà onnipossente nell'astrazione si diffondeva e vaniva in tutte le

lontananze coi venti, che ne ripetevano l'eco, nella voce dei messi che

ne falsavano il comando. Il suo pensiero veniva dall'impero e dominava

l'imperatore, costringendo il pontefice alla ubbidienza dello stato:

l'impero solo era grande, solamente la Russia era santa.

E quando tutte le monarchie d'Europa crollarono improvvisamente

all'urto del sogno napoleonico, dentro il quale strideva la grande

rivoluzione francese, l'impero russo resistette; e i suoi generali non

osavano più battersi, e il suo imperatore delirava nella preghiera, e

il suo popolo si raccozzava a bande sulla neve come i lupi correndo

sulle orme degli invasori, divorando uomini e cavalli, i morti e i

feriti.

Adesso quasi tutti dissero che la Russia aveva salvata l'Europa. Ma

il sogno napoleonico vi si sarebbe invece dissipato ugualmente senza

altra traccia che di un uragano, perchè nulla era vivo, imperialmente,

in quel sogno e la sua funzione arcana era di dissipare i vecchi

fantasmi monarchici scrollando nell'ultima dormiveglia tutti i popoli

per ridestarli ad un nuovo mattino. La Russia, raddoppiando subitamente

di potenza e scoprendo quasi in una improvvisa rivelazione la propria

massiccia ed antica architettura, parve rinnovare nel secolo decimonono

un prodigio e un enigma: l'assolutismo più puro nello stato, l'unico

socialismo mondiale in un popolo agricolo, che non pensava, non

sentiva, non voleva che per lo Czar e nello Czar.

La sua razza, dopo l'esaurimento della greco-latina e il doppio trionfo

anglo-teutonico, era la sola ancora vergine, che potesse contenere

e produrre una terza civiltà; l'impero copriva quasi mezza Europa e

mezza Asia, nessuno bastava ad invaderlo a limitarlo; la sua forza

cresceva inesauribile, la sua originalità si rivelava nei segni più

contradittorii, in una pari inconsapevolezza dell'antico e del nuovo,

nell'istinto delle masse e nel genio dei poeti, nella assimilazione,

che accettava tutto, nell'immobilità, che tutto il mondo non bastava a

scuotere.

La democrazia urlava ai confini e vampeggiava dentro, nelle

coscienze, che le rivoluzioni europee destavano alla vita della

sovranità individuale: attraverso l'enormi distanze russe le capitali

s'accendevano come fari e le idee rimontavano i fiumi, sibilavano

dalle locomotive, agitavano bandiere fumiganti sulle caminiere delle

officine, parlavano nei giornali, pesavano sulle meditazioni coi libri,

vincevano le leggi nelle scienze, seducevano i magistrati colle arti.

Ma l'impero resisteva sempre, troppo profondo perchè le mine toccassero

soltanto le sue fondamenta, troppo vasto alla rarità dei ribelli,

troppo vivo nella fatalità della propria missione per esserne distratto

impedito dalle impazienze ideali della sua piccola avanguardia

democratica. Il suo immenso problema era nell'Asia, la sua suprema

verità nella gloria di rinnovarla, dominando come ultimo e massimo

campione d'Europa, giacchè tutte le altre nazioni vi operavano indarno

da secoli; un moto lo sospingeva, un'ascensione di poema sembrava

illuminare la sua ieratica rigidità. E invece la più grande delle

sconfitte che la storia abbia ancora segnato, arrestò impero ed

imperatore, Russia ed Europa nella marcia secolare.

Un'epoca è conchiusa, l'impero russo resta, lo Czar non è più.

Il suo ultimo rescritto, nel quale balbetta come un prigioniero che

abbia il ferro alla gola, annunzia piuttosto una abdicazione che una

costituzione, giacchè riconosce nei sudditi il diritto di cittadini

senza determinarne il valore e delinearne la funzione; la sua parola

trema nell'umiltà della resa, è oscura come gli spaventi notturni, non

ha accento imperiale, pare quasi di soliloquio in una torpidezza di

malattia.

La costituzione (e dovranno pur chiamarla così) non sarà davvero

una copia dei nostri statuti occidentali, ma basterà a fasciare la

mummia dello czarismo, che vi durerà dentro ancora lungamente: la

vita russa ne subirà la più profonda fra le crisi della sua storia

e dovrà faticare e soffrire per sostituire alla unità czarista una

unità nazionale, che mantenga compatto l'impero: molte nazionalità

vi tumultueranno in un improvviso delirio di ricordi patriottici,

tutti i fermenti della democrazia gonfieranno le vaste e oramai vuote

forme imperiali, facendone screpolare la crosta e rompendone le linee

architettoniche. Lo Czar è morto e adesso per tutte le città russe la

gente grida: Viva lo Czar!

Che cosa penserà questo Augustolo, che la vita aveva ironicamente

gittato sull'ultimo trono dell'ultimo impero negandogli l'anima

d'imperatore?

La sua testa, che non si curvò mai sotto il peso di un grande

pensiero, era troppo piccola per una così larga corona: il suo cuore di

fanciullo, che domandava all'Aja la pace come un giocattolo, non poteva

resistere alla guerra, e non capirà adesso questa suprema vittoria

della rivoluzione, ultima eco dell'epiche vittorie giapponesi sulla

Russia. All'annunzio di ogni sconfitta egli pregava e piangeva, nè Czar

nè pontefice: ad ogni istanza di popolo ricusava parlando o tacendo: a

migliaia e migliaia sono morti per lui, contro di lui, ed egli, chiuso

nell'immenso palazzo, non ha mai saputo uscirne per mostrarsi al popolo

come il simbolo vivente della sua storia. È sottile, pallido, gracile:

la sua mano, che non sguainò mai la spada, ha lasciato cadere lo

scettro, ma nessuno lo raccoglierà per farsene un'arma contro di lui,

sopra di lui.

L'impero dura, quindi l'imperatore resta.

Fuochi di bivacco · 第 19 / 21 段