Perchè a Trieste questa volta la vittoria è stata un trionfo del

cuore, una apoteosi della fantasia. Troppo recenti, troppo sanguinanti

ancora erano le ultime ingiurie dell'impero al nostro regno; troppo

superbe suonavano da Vienna le minacce e troppo stridule continuavano

le ironie, perchè la coscienza della nobile città non si sentisse

questa volta come antesignana d'Italia. Nel nostro parlamento tutti

i toni erano rimasti bassi: una prudenza piccina sembrava diminuire

tutto e tutti, la negazione della patria, così empiamente brutale

a Trieste, qui s'insinuava nell'equivoco delle teorie più lontane

ed astratte. Si parlava dimenticando le necessità immanenti della

storia, non si volevano più confini fra popolo e popolo, si negavano i

danari all'esercito e all'armata, si vantava il progresso soltanto nel

benessere materiale delle ultime plebi, si proclamava suprema verità

della vita una uguaglianza negativa di tutti gli uomini fuori di ogni

tempo e di ogni spazio. Appena un deputato triestino si alzò sulla

miseria spirituale dei più estremi partiti, e, repubblicano, sentì

il dovere di votare per l'esercito d'Italia. Mazzini e Garibaldi non

avevano sempre fatto così? Nel sogno del quarantotto non invocarono,

non accettarono persino Pio IX, e dopo, nell'epica aurora del

risorgimento, non convennero col re e non predicarono, operarono

gittandosi innanzi colla piccola bandiera dei Savoia?

Tutta la storia moderna non ha oggi due più grandi figure, due eroi più

italiani e nullameno più mondiali. Che cosa sentono, che cosa pensano

davvero questi epigoni, che si rinchiudono nel loro minimo partito

come un ragno in un buco, mentre nel cielo ancora limpido fruscia già,

invisibile, l'ala del pericolo, e da tutte le città italiane, da tutti

i villaggi, da tutti i campi, i morti del cinquantanove si levano

silenziosi e mesti a guardarci e stentano a riconoscerci?

Il socialismo, come tutti gli errori di cui la storia si serve per

creare una più alta ed originale verità, non può essere forte che

a patto di essere bello: gli bisognano una poesia di pensiero e di

opera, una virtù più ingenua e più austera che non alla borghesia; le

necessità economiche indimenticabili non debbono essere prime sempre

ed ovunque; la propaganda contro il duello esprime soltanto la paura

della morte nella affermazione santa della vita, che poi si nega nella

violenza subdola e bestiale degli scioperi; la ripugnanza della guerra,

immutabile ed inevitabile sacrificio, diventa il trionfo della viltà

individuale, che dalla storia accetta il beneficio ricusando di pagarne

il prezzo, e sogna un miserabile Eden di cucina e di postribolo con

un lavoro senza ideale, una lotta senza tragedia, una vittoria senza

vinti, e dei vinti senza la morte.

Oggi tutta Italia risponde con un sorriso di gioia alla gioia di

Trieste, che in un'ora difficile ed oscura tenne fede all'antica

madre non ancora invecchiata dai secoli, ma non risponde con più che

un sorriso. L'avvenire deciderà dei nostro diritto, ed al solito la

decisione propizia sarà per coloro che lo avevano meglio difeso.

Bisogna alzare con uno sforzo continuo, doloroso, violento, l'anima

del popolo, perchè nel momento della prova non sia poi così bassa da

non poterne nemmeno attingere il campo: bisogna ad essere tribuno

generale la stessa potenza di poesia, che solleva e aduna le anime

davanti al pericolo del sacrifizio; gli accattoni del voto, i giullari

della piazza, i causidici del parlamento sempre pensosi soltanto di sè

stessi, e che credono di guidare il carro della politica come quella

mosca di Pindaro che si era posata sul riccio del timone e se ne alzò

proclamando col battito dell'ale la propria vittoria sull'auriga, non

furono, non sono e non saranno mai che una miseria del popolo, ma non

lo guideranno nè alla vittoria nè alla perdizione.

La vittoria è donna e non ama che i forti: è dunque una forza l'umiltà

di non sapersi più battere?

20 giugno 1909.

L'APPELLO

Bisognerebbe gettarlo sull'ali di una strofa o tacere.

Ma dov'è dunque il poeta nazionale? Qualcuno da tempo insidia l'epopea

garibaldina, estremo miracolo della modernità europea e la degrada

in piccole rapsodie di una prosaicità accorante, nelle quali il canto

somiglia al volo dei tacchini, che radono pesantemente il suolo colle

negre ali senza soffio di tempesta. Altri indietreggiando nei secoli

sino al magnifico crepuscolo medioevale, così pieno di strofe e di

torri, di cattedrali e di castelli, tenta la lira e il liuto sotto

le finestre di un re prigioniero o dietro il Carroccio imbandierato

per una festa di battaglia, ma il breve verso indarno sapiente non ha

il clangore delle trombe, e l'anima non lo sente, e il tremito della

morte eroica non passa fra gli squilli delle campane, che chiamano a

raccolta, mentre le piazze ondeggiano nel tumulto della folla evocata

tragicamente dalla storia alla originalità di una guerra creatrice.

Più forte e più alto, nell'orgoglio inutile dell'ingegno e di una

incomparabile scienza verbale, colui che parve e poteva forse essere

il nuovo poeta, si esaurisce dentro la monotonia lussuosa di una

rettorica abbacinante nella ricchezza dei colori e dei ricami, piena di

armonie come un'orchestra, e di fantasmi come un museo, ma solitaria

nell'ammirazione di sè stessa, fra scoppi di una continua voluttà

primaverile e di una vanità, che tutte le acclamazioni ingenue o false

della moltitudine non possono mutare in superbia.

Il poeta nazionale, che la storia, nella impassibile severità del

proprio giudizio, dovrà diminuire nel Carducci, così al disotto di

Mazzini e di Garibaldi, manca ancora in questo nuovo trionfo della

terza Italia, che l'Europa deve già accettare come una nazione grande

fra le più grandi, tutta fremente di una improvvisa ricchezza, coi

campi solcati ovunque da strade novelle, i porti aperti all'espansione

della vita, le città sonanti e fumanti d'officine, un altro popolo

industre, libero, sovrano, che non teme più gli stranieri e getta

sull'America come un pulviscolo fecondatore gli estremi avanzi

dell'antica miseria e le avanguardie romantiche della sua recente

avventura commerciale: un popolo unico nella storia, antico in una

gloria di tremila anni, che dominò, unificandola, l'antichità colla

repubblica e coll'impero di Roma; e quando l'impero crollava come uno

scenario sotto lo sforzo dei barbari a tutte le frontiere, oppose loro

un'altra, più profonda originalità nel cristianesimo, che rimutò il

mondo in una libertà spirituale con un crocefisso per imperatore e

un papa per console, senza più differenza fra padrone e schiavo, fra

povero e ricco, in una poesia di espiazione, di resurrezione, nella

quale il male era soltanto la prova eroica della volontà e la morte un

sacrifizio di salvazione.

Ma Roma invasa, saccheggiata, arsa, sommersa nella polvere e nei

rottami di una incessante distruzione, sulla quale tutte le forze di

una misteriosa vendetta sembravano accanirsi colla frenesia di una

passione funebre, rimaneva sempre la capitale dello spirito umano,

il centro rivelatore del pensiero, il trono inaccessibile a tutti i

nemici, barbari della decadenza della infanzia storica, luminoso come

un faro in una notte lunga di bufera, puro come una di quelle nivee

vette alpine, sulle quali il sole si affaccia all'alba o indugia al

tramonto colla eletta compiacenza di un poeta.

Roma e l'Italia sono ancora l'unità e l'originalità del medioevo. La

loro forza militare e politica pare esausta: l'impero esula a Bisanzio

e a Ravenna, là per fronteggiare con un inutile sforzo l'eterna

inimicizia dell'Oriente, che prepara già, con misteriosa fermentazione,

la suprema rivincita di Maometto contro Gesù: qua, sopra un lido senza

significato, sul fianco di una pineta nè misteriosa nè grande, con un

porto angusto come un canale, dentro una piccola città anonima, alla

quale solamente i barbari schiacciando l'impero daranno una gloria

immortale. Ma Roma resta.

Le sue rovine raddoppiano il significato dei suoi monumenti,

l'abbandono dell'impero dà al suo papato una più alta, incoercibile

sovranità; i barbari, incapaci di mutarsi in italiani, si fanno

cristiani, la loro anima assetata d'ideale, il loro pensiero affamato

di vita, domandano a Roma il doppio segreto: sono chiusi nel ferro, e

il loro cuore si apre a tutte le ferite della nuova parola, schiacciano

tutte le vecchie autorità e s'inginocchiano davanti a quella del

sacerdote; gli ordini monastici peregrinano e fondano, attraverso

ogni distanza, le nuove colonie spirituali, i municipii sopravvissuti

preparano nel comune la futura, perfetta sovranità del cittadino contro

il feudatario creato dalla conquista e costretto a vivere di rapina,

come espressione di una forza soltanto negativa e germe vergine e

robusto di un'altra razza, che si chiamerà italiana, la più mista, la

più ricca, più resistente che la romana, più originale che la greca,

speranza e modello a tutta l'Europa futura.

E questa, pur nello sforzo instancabile di tanti secoli, non potrà

conquistarla, fonderla entro alcun altro de' suoi popoli. L'Italia

resiste a tutti gli invasori, stanca tutte le tirannidi, svia tutte le

correnti, trasforma tutti i padroni, seduce, crea in una originalità

inesausta: dentro la religione, che consola affermando, suscita la

scienza, che rinnova colla tragedia del dubbio, e già municipale

marinara, ha una giurisprudenza, un'arte, una politica, una diplomazia,

corti in ogni castello, un parlamento in ogni borgo, un capitano in

ogni venturiero, un re nel cittadino. E incredula e credente, serve

il proprio clero e lo domina, si libera del misticismo colla bellezza

dell'arte, ha tutti i vizii e tutte le passioni, tutte le abilità

dell'esperienza e le infallibili intuizioni dell'ingenuità.

Senza l'Italia il medioevo europeo invece di un'aurora sarebbe stato

una notte.

Poi nel millecinquecento, che gli storici di scuola credono ancora

l'apogeo della nostra storia, mentre invece segna il supremo

esaurimento della nostra lunga supremazia, l'Italia s'arresta o quasi.

Spagna, Francia, Germania, Inghilterra, si mettono successivamente

all'avanguardia; l'Italia pare un'ancella, un'anticamera di altre

corti, un oscuro magazzino di lontani padroni, e non è vero. Nel

seicento è ancorala scienza italiana che domina, nel settecento la

musica: generali, architetti, pittori, scultori, formano le sue nuove

ambascerie e affermano ancora la sua potenza: è serva, e i padroni

vi paiono poco più che ospiti, i suoi ultimi principi scemano giorno

per giorno. Il suo papato è un mediocre principato interno, abile nel

destreggiarsi colle grandi corti straniere, la sua aristocrazia non ha

più che partigiani, la sua incomparabile borghesia comunale è appena

una clientela, il suo popolo un groviglio di corruzione e di barbarie.

Non importa: anche così l'Italia non può essere di nessuno: unica al

mondo, nè la gloria del trionfo, nè la servitù della miseria possono

esaurirla.

La rivoluzione francese passerà sovra di essa come una bufera,

rifecondandola. Napoleone sarà italiano e improvviserà il primo regno

di Roma per suo figlio, minimo fantasma nell'ultimo grande poema,

povero, esile fanciullo, nel quale finirà come nella miseria di un

giocattolo l'arte creatrice di impero.

Dopo mezzo secolo: ecco Cavour e Vittorio Emanuele, Mazzini e

Garibaldi, che creano la terza Italia in una rivoluzione, alla quale la

massa sembra quasi assistere soltanto, ma così profonda, originale, che

tutte le altre d'Europa e d'America non vi possono essere paragonate:

e dopo un altro mezzo secolo, ecco ancora l'Italia più libera e più

ricca che ai tempi di Augusto, e che l'Europa rivolle perchè dalla

sua originalità attende qualche forma nuova di bellezza, qualche

più feconda cooperazione ai problemi intercontinentali, che adesso

preparano la vera unità della storia mondiale.

Il problema più vero, più tragico ed insieme più pratico è adesso per

l'Italia quello di apparire e di essere la grande nazione latina. Che

cosa è la Spagna da gran tempo? Che cosa è più la Francia colla sua

repubblica cresciuta come un fungo dalle putride radici del secondo

impero, e che una serie degradante di parlamenti e di ministeri

demagogici ha ridotto senza più una politica mondiale, come nei

secoli delle sue monarchie, senza un esercito e una armata capace

di guerra, con un governo prigioniero dei propri impiegati, con una

ricchezza che si putrefa per mancanza d'ideale, con un'arte che oramai

esprime soltanto la corruzione di un mestiere, con una religione che

perseguitata non sa soffrire, con una sovranità plebea che non sa

comandare a sè stessa e sogna i vecchi re, deride gli ultimi tribuni,

paga i deputati e li sberta come i giullari degli schiavi cresciuti

negli ergastoli sindacalisti? Eppure molto sopravvive nella Francia e

molto rivivrà.

Per l'Italia, per noi, più giovani, più nuovi, ancora frementi della

nostra rivoluzione creatrice, e che demmo al mondo lo spettacolo più

mirabile di rinnovamento materiale e morale negli ultimi trentanni,

miracolo al quale nemmeno possono paragonarsi i prodigi della ricchezza

e del progresso americano, ancora così vuoti di significato, il

problema è unico: affermarsi come il maggiore e migliore dei nuovi

popoli d'Europa, o arrestarsi e decadere, consumando nell'inutilità di

una effimera festa l'ultima energia rivoluzionaria dei nostri padri.

Avanti dunque nel senno di Cavour e nell'eroismo di Garibaldi: avanti

col pensiero e coll'opera, sui mari che attendono le nostre navi, sulle

frontiere che aspettano la nostra vittoria!

Ma non bisogna promettere: il trionfo fu sempre di coloro che seppero

prepararsi nel silenzio.

25 aprile 1909.

INDICE

DIANA pag. 5

I — OMBRE SACRE:

Corona murale pag. 19

La fine della fine » 25

Il tempio » 31

Il poema » 37

La grotta » 43

Il problema del Natale » 49

II — ECHI:

Il cavaliere pag. 57

Tristano e Isotta » 63

Saffo » 69

L'arciero » 76

La voce » 82

III — AD LIMINA MORTIS:

Soggezione pag. 89

Il papato » 95

Il vinto » 101

Scagnozzi e cagnotti » 107

IV — TRAGEDIA REGALE:

Il trionfo della morte pag. 115

La vedova » 120

I messaggeri della morte » 125

V — IDEE E FIGURE:

L'impero ideale pag. 133

A Staglieno » 139

Gallia victa » 143

Trilogia postuma » 149

Il gigante plebeo » 155

La vergine rossa » 161

Il prigioniero » 166

L'orrore del vuoto » 172

Cieco contro cieco » 177

VI — DELITTI E DELINQUENTI:

Problema criminale pag. 185

Romanzo vivente » 190

Romanzo e romanziere » 195

È permesso? » 201

Vecchio errore » 206

L'ultimo brigante » 211

Amnistia » 217

Nel fuoco » 222

Il duello » 228

VII — PUNTE SECCHE:

I deicidi pag. 237

L'eroe » 242

Il vincitore » 247

Il Testamento di Cecil Rhodes » 252

Zanardelli » 257

Il ministro » 262

I cattolici alla camera » 267

Finalmente » 274

VIII — SOTTO IL FUOCO:

I falsari della volontà pag. 283

La battaglia religiosa » 288

I ribelli della fede » 294

Honor onus » 300

Una visita » 305

Inutilità » 309

IX — ULTIMA CARICA:

Fit via vi pag. 315

Sole levante » 320

Satira epica » 325

Lex imperorum » 330

Janua mortis » 336

Sulla china » 341

L'ultimo Czar » 346

La terza prova » 351

L'ultimo » 356

X — VERITÀ NAZIONALE:

Verità nazionale pag. 365

L'appello » 371

NOTA. — Tra gli scritti più antichi di questo volume, _I falsari della

volontà_ apparvero per la prima volta nel giornale «Il Giorno», e _La

battaglia religiosa, I ribelli della fede_ ne «La Stampa»; un gruppo

di scritti del 1900 uscirono ne «L'Alba» (_Il cavaliere_, i tre del

gruppo Tragedia Regale, e _Nel fuoco_); alcuni altri del 1904 (_I

deicidi, Zanardelli, Il ministro, Fit via vi_) videro invece la luce ne

«L'Attualità»; ma tutti i rimanenti, i più, fino al 1905, sono articoli

del «Resto del Carlino». Gli ultimi, dal 1907 al 1909, furono dapprima

pubblicati nel «Giornale d'Italia» (_Gallia victa, Il gigante plebeo,

Il prigioniero, Il duello, I cattolici alla camera. Finalmente, La

terza prova, L'ultimo, Verità nazionale_) e _L'appello_ ne «La grande

Italia». Il prologo _Diana_ è inedito.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come

le grafie alternative (fruscio/fruscìo e simili), correggendo senza

annotazione minimi errori tipografici.

Fuochi di bivacco · 第 21 / 21 段