motivo della guerra parve religioso, e la guerra soltanto di saccheggio
e di strage; ma invece era il primo accordo e il primo convegno
d'Europa nell'immenso problema. L'impero dei draghi fu squarciato e
rimase aperto per sempre: nessuna muraglia potrà più chiuderlo, nessuna
sua forza antica difenderlo contro la violenza rigeneratrice delle
forze nuove. Perchè la Cina può risorgere, e la prova era nel suo
nemico più vicino, il Giappone.
Adesso la contesa fra questo e la Russia è appena un preludio.
L'impero russo, irresistibile nella progressione del proprio peso, non
ha forza assimilatrice di civiltà nella razza. Già le popolazioni vi
sono scarse alla terra e le città alle campagne; la sua emigrazione
ancora per secoli sarà all'interno; la Siberia che contiene le
varietà di un mondo, è quasi un deserto; la potenza industriale e
commerciale russa, malgrado la recente, magnifica improvvisazione, è
ancora europeamente troppo inferiore. Il suo ufficio in Asia fu dunque
soltanto militare, aprire i confini, frangere le barriere interne,
disciplinare momentaneamente colla forza, dissipare l'incantesimo
millenario dell'onnipotenza asiatica fatta di numero e di estensione.
Mentre la Russia discendeva per la Siberia biforcandosi verso la
Persia, l'Inghilterra, vittoriosamente sostituitasi ai portoghesi,
agli olandesi, ai francesi nell'oceano Indiano, tentava per il Tibet
di giungere al cuore della Cina. La Francia penetrava sino a Pekino con
una marcia coreografica, iniziava un impero nell'Indocina; il Giappone
mirava alla Corea, d'onde uscì la sua prima civiltà; l'America, ultima,
gittava miliardi alla propria avanguardia in una conquista parcellaria
del Celeste Impero.
Un immenso moto superficiale e latente affatica il continente asiatico:
l'ora della sua rinascita è vicina, e, poichè sarà un mondo che nasce,
sposterà (chi sa come e sino a quali limiti?) la vita della nostra
presente civiltà.
Tutte le nostre religioni si troveranno così di fronte al vero problema
del primato e dell'universalità, e la battaglia fra Buddhismo e
Cristianesimo sarà la più grande di tutte le storie; nel lavoro della
terra, della industria e del commercio la nostra razza bianca subirà il
confronto colla gialla, e poichè il capitale è impersonale, la lotta
per l'esistenza nel lavoro prepara ai nostri operai forse più di una
tragica sorpresa; tutti i mercati si sposteranno, e le correnti delle
ricchezze e quelle delle strade, e i porti e le stazioni oscilleranno
come scossi da lungo terremoto.
La storia dovrà ricominciare il proprio lavoro: quella che noi
chiamavamo storia universale, non era fatta che di echi mondiali nel
Mediterraneo: tutte le nostre storie fin qui furono parziali, e quindi
false: in una storia davvero universale, ogni nazione potrà soltanto e
finalmente scoprire il proprio segreto.
Intanto, ecco un primo immenso problema: fino a ieri noi credevamo
che alla nostra attuale coscienza non si poteva giungere che per i
gradi della storia bianca. E sapientemente disegnammo il formarsi del
nostro spirito su per la scalea delle nazioni, guadagnando un'idea, un
carattere ad ogni scalino, e affermammo che il cristianesimo dei due
primi apostoli fallì nell'Asia per mancanza della ideale preparazione
greco-romana. Ebbene, il Giappone dal 1834 ad oggi ci avrebbe già
raggiunto con una improvvisazione ancora più inverosimile che rapida?
Se le sue forme politiche, pari alle nostre, contengono davvero il
nostro stesso diritto, e se in questo la sua coscienza ci uguaglia, a
che si riducono le serie e le categorie millenarie del nostro pensiero
e della nostra storia?
Punto e a capo, dunque.
6 marzo 1904.
SOLE LEVANTE
Mai come adesso l'impero giapponese ha meritato il proprio titolo
radioso.
A ogni giorno, a ogni ora, da lungi sul vento arrivano grida ed echi
di vittoria: la guerra ha battaglie che durano settimane, carneficine
che smentono l'adagio moderno, già accettato con tanta unanime lietezza
dagli apostoli della pace e dai credenti nell'eterna fatalità della
guerra, che la mortalità diminuisce in rapporto sicuro della perfezione
nelle armi: eroismi di eserciti e di razza, ai quali il moderno e
volgare quietismo industriale non sapeva più credere. E non pare
nemmeno si tratti del solito patriottismo, quale nell'esperienza delle
storie e nei libri dei poeti eravamo abituati a sentire e ad ammirare:
una improvvisa convulsa effervescenza di amore patrio, quando la
esistenza di nazione era minacciata all'interno o alle frontiere, una
gloria di olocausto, che si alzava nell'anima di qualcuno lanciandolo
alla morte nella tragica persuasione di giovare così alla salvezza
della propria gente.
Pel soldato russo questa guerra all'ultimo confine dell'Asia contro
un popolo lontano, piccolo, giallo, sconosciuto ed inconoscibile,
non può avere alcuna idea esplicativa: le profonde, tremende ragioni
di storia intercontinentale, che la preparavano da mezzo secolo e ne
determinarono la sùbita esplosione coll'attacco violento ed imprevisto
dei giapponesi, non sono accessibili a coscienze plebee e rusticane:
questo duello fra il solo moderno cavaliere orientale e il colossale
campione europeo per la supremazia d'influenza nel rinnovamento
dell'Asia, un duello che dovrà durare fatalmente più di un secolo senza
che nessuno dei duellatori cada prostrato, non può apparire nella sua
epica solennità che all'occhio di un poeta o di un pensatore.
Ad aprire nell'Asia un'epoca nuova, riattirandola nell'orbita della
nostra storia bianca, nemmeno tutta Europa bastava: bisognò quindi
attendere, dopo le scoperte e le conquiste portoghesi, francesi,
inglesi e russe, che gli Stati Uniti di America diventassero una
seconda Europa più ricca forse ed attiva, mentre con una rapidità
fulminea, inintelligibile, l'Australia s'improvvisava quasi nel futuro,
esperimentando in sè medesima le teoriche politiche del socialismo. E
l'Asia fu aperta, corsa, insanguinata, fecondata dal riverso di tutti
i monti, da tutte le spiagge, oltre tutte le barriere, su tutti i
fiumi; i suoi imperi più vasti, come la Cina, con un ritmo funebre in
pochi anni subirono invasioni russe, francesi, giapponesi, e tutta una
crociata bianca, in una guerra che parve una parata e lo era: ma la
Cina era ancora come morta, e il suo enorme cadavere, troppo enorme,
non poteva essere diviso: i regni dell'Afganistan, del Siam, della
Persia, sbattuti da rivoluzioni indigene sollevate dall'invisibile
pulviscolo fermentatore della nostra civiltà, si dibattevano nelle
strette della nostra diplomazia per salvare ancora qualche apparenza
di regalità, e non erano più che uno scenario, sul quale attori
muti, bizzarramente vestiti, facevano tratto tratto un gesto stanco,
incomprensibile: larve di un passato millenario, fantasmi di una vita
morta anche negli inconsumabili monumenti della sua antica grandezza.
E sulle alture della sua mitica e mistica rocca, il gran Lama, il
sacro fantoccio del buddhismo, questa immensa, profonda religione,
che potrà sola resistere alla marcia invaditrice e trionfale del
cristianesimo, era recentemente sloggiato da un solo colonnello
inglese, fra lo stupore orrifico e sacro dei credenti, in mezzo a un
popolo di sacerdoti, fra villaggi formati soltanto di monasteri, dentro
un silenzio nel quale da secoli e secoli la vecchia anima asiatica si
assopiva obliando la tragedia inconsolabile ed inutile della vita.
Adesso non vi è più popolo, non cantone dell'Asia, nel quale il soffio
abbruciante dello spirito bianco non sia giunto: i missionari della
religione e del commercio, gli avventurieri della scienza e dell'arte,
le avanguardie delle industrie e delle diplomazie sono penetrati
dovunque: il mercato è immenso, la conquista impossibile, la lotta fra
gli invasori inevitabile e senza tregua.
Ma che l'Asia possa e debba risorgere è oramai certo nella vittoria del
suo cavaliere giapponese: egli reclama il primo posto a questa opera
di rinnovamento, e sicuro della propria improvvisata modernità si leva
minaccioso e trionfante contro la Russia, sulla Russia, a respingere
la sua secolare alluvione, a negarle la primazia del protettorato
asiatico.
In Europa la Russia soltanto poteva sentire ed arrischiare la
stupefacente grandezza di tale opera, calando dall'invasa e già
fecondata Siberia sulla Cina a romperle il sonno e l'impero per
darle la servitù e la vita. Dall'India la conquista commerciale
dell'Inghilterra non poteva risalire; e l'Inghilterra, piccola
di territorio, esigua di numero, non può essere che un'impresa
commerciale, assorbe ancora più che non fecondi e non saprebbe
suscitare la vita per inferiorità aritmetica nei propri viventi. La
Russia soltanto aveva ed avrà una emigrazione all'interno, un popolo
ancora vergine ed agricolo, capace di riversarsi su nuove terre e
rinnovarle: essa soltanto ha ancora l'unità di governo, di fede, di
sacrificio, d'ignoranza, di genio necessaria alle grandi fondazioni.
Ecco forse il motivo oscuro, inconscio del coraggio del soldato russo
attraverso tante sconfitte e delusioni di generali e naufragi di
ammiragli e morti su tutti i campi, sterminio, in furia d'uragano,
in una lontananza di mistero, nella suprema indifferenza del fato.
I nihilisti, i nemici dello czarismo uccidono qualche ministro,
ma nemmeno fra tanto dolore e tanta rivolta di anime contro
l'insufficienza del governo osano il rischio di una rivoluzione anche
meno che parziale: la guerra d'Oriente è un'epoca russa, una fatalità
della sua storia, il motivo epico più vero della sua superiorità in
Europa.
Altre sconfitte seguiranno a questa, ma la Russia starà, poichè
l'Europa è tutta dentro la sua azione, e le gelosie di governo, le
rivalità industriali, gli antagonismi di nazione non contano, non
bastano a contraddire, ad arrestare per un minuto soltanto l'impresa.
La guerra attuale non ha e non può avere soluzione: l'eroismo è pari
nei combattenti e pari la ragione: qualcuno, qualche cosa interromperà
la guerra per il riposo indispensabile a riprenderla. Quando?
Adesso non siamo che al prologo, le battaglie ne sono le battute; la
vittoria giapponese prova la risurrezione asiatica, l'impossibilità
di scacciare la Russia dall'Asia il diritto al suo immenso carato
d'influenza nell'opera del rinnovamento.
E i morti? La storia non li conta: alla poesia, se vi sono ancora
poeti, il trovare per essi un canto, che uguagli quello di Omero.
20 ottobre 1904.
SATIRA EPICA
Il telegrafo annunciò che il Mikado, ordinando la liberazione
dell'ammiraglio russo Nebogatoff, lo ha incaricato di portare allo Czar
il rapporto dell'ultima battaglia navale combattuta allo stretto di
Tsu-shima.
Era difficile mostrarsi più tremendamente cavalleresco dopo una
vittoria, insperata forse così grande, e che resterà nella storia
mondiale come una data luminosa, a lunga distanza di secoli, dopo
Salamina. L'impero russo non ha più flotta sui mari, la sua bandiera
affondò con le sue navi, la guerra è perduta, la sua gloria di campione
bianco nell'estremo Oriente si è miseramente oscurata come un fanale
solitario nella notte, quando la tempesta rugge e non vi sono più
pellegrini per le strade.
Perchè? Sarà davvero finita l'azione russa in Asia? Non avrà più futuro
nella storia mondiale questa magnifica razza slava, l'ultima nel tempo
europeo, la sola che non vi abbia ancora significata l'importanza e
la originalità della propria opera? Certamente è permesso dubitarne,
giacchè nel problema del rinnovamento asiatico l'intervento d'Europa
è, e resterà lungamente indispensabile, ma nella prima prova, affidata
necessariamente alla Russia, questa tradì sè medesima e il mondo.
Mai governo si lasciò cogliere più bassamente impreparato dinanzi
a più colossale impresa; mai così enorme responsabilità ricadde su
menti e sovra spalle più deboli. La diplomazia russa, residente al
Giappone, non aveva nulla veduto, nulla indovinato, nella preparazione
nemica, della virtù unanime, caparbia, miracolosa di quel piccolo
popolo giallo, che compiva pure sotto i suoi occhi il più stupefacente
dei prodigi mutando la propria millenaria barbarie feudale in una
modernità di avanguardia ancora più celere nei movimenti che sicura
nelle assimilazioni, fatta di echi egualmente sonori nel passato e
nel futuro, materiata di virtù eroicamente antiche e di una nobiltà
squisitamente contemporanea.
Nel Giappone l'odio era così ardente dopo il sopruso sofferto a Porto
Arthur per opera della Russia, che mai passione di dolore patriottico
fu più intensa; il fervore degli armamenti così febbrile, che il
silenzio stesso della loro prudenza ne vibrava come una vela al vento
e il mare ai primi soffi della tempesta e la terra al primo risveglio
del terremoto.
La diplomazia non vide, non capì.
Poi la guerra precipitò: le vittorie giapponesi scoppiavano come tuoni,
ardevano come lampi: flotte, eserciti, fortezze, province, tutto vi
spariva quasi in un uragano d'incendio, e i vincitori, tra il sangue e
il fumo delle carneficine, riapparivano calmi, cortesi, così sicuri di
sè medesimi che ne sorridevano appena, senza un rimpianto pei morti, nè
un vanto pei vivi, nè un insulto pei vinti.
Ed era giusto quanto bello. Perchè i russi immolati dalla incapacità
del proprio governo, sacrificati dalle rivalità dei generali,
abbandonati in un deserto troppo lungi dalla patria, si battevano
sempre raddoppiando di valore ad ogni sconfitta, diminuendo la vittoria
del nemico sino ad una semplice alea di guerra, ad un esponente della
superiorità burocratica giapponese sulla russa. Quindi il mondo
ammirava. La resistenza nella sconfitta, in ogni tempo e in ogni
luogo, provò meglio della vittoria il valore di un popolo: questa può
giovarsi di molti estranei aiuti, quella cresce soltanto dall'anima
di una gente profondamente radicata nella storia, immutabilmente
sicura dell'avvenire. Che sapevano i soldati russi di questa guerra,
se i loro governanti stessi ne ignoravano la fatalità? Pei giapponesi
tutto vi era cosciente, pei russi tutto oscuro; e gli uni e gli altri
si esaltavano nella lotta sollevati da un istinto misterioso, che
ardeva le loro vite come una sacra offerta sopra un altare non ancora
conquistato alla patria.
Per la Russia, ad ogni sanguinante notizia di sconfitta, cresceva
un fermento ribelle nell'oblio del supremo dovere, che il pericolo
impone dinanzi alle vittorie del nemico: drammi di officine, tragedie
principesche, insubordinazioni nazionaliste, delirii anarchici
scoppiavano nelle parole e nei fatti, uccidendo idee e persone,
sconvolgendo coscienze e fantasie, senza che la grande anima russa si
distogliesse veramente dalla fatale fissazione d'Oriente, o piegasse
vinta sotto il dolore e la rovina della morte.
Si sperava, si voleva. Quando il vinto sa morire come il vincitore,
questo non è ancora tale; il giuoco della guerra può mutare, e la
fortuna, dalle grandi ali rosse, più mobile d'una piuma, aliare da
un campo all'altro. Poi la Russia è un mondo, le sue risorse sono
inesauribili, il suo genio giovane, la sua fibra vergine, la sua fede
pari alla sua pazienza, che ha stancato i secoli nella aspettazione del
proprio tempo. Bastava che il governo, correggendosi sotto le lezioni
delle catastrofi, facesse il proprio dovere: e non lo ha fatto.
Lo Czar non è che un simbolo, d'onnipotenza ieri, di miseria oggi:
non parliamo di lui; perchè il mondo ne parlasse, dovrebbe essere
davvero il successore di Rurik o di Pietro il Grande. Ma intorno a
lui l'aristocrazia russa soccombe ignobilmente alla prova: essa non
ha prodotto un uomo capace di dominare la sventura, non si è votata
in massa alla patria gittandole la propria anima come una bandiera
ed un'arme. La borghesia, scatenata da De Witte negli affari, non ha
veduto altro in questa guerra; ingrassa nel sangue, e stride invocando
una costituzione.
Nella ultima flotta così lungamente preparata tutto era falso,
l'equipaggio e le navi, le munizioni e le intenzioni: l'ufficialità
composta quasi tutta di neofiti non passati o mal passati agli esami,
le ciurme raccolte senza fede, addestrate senza speranza, guidate senza
autorità. Quindi la battaglia nello stretto di Corea, fu una resa, alla
quale l'impeto del nemico tolse la stessa volontaria facilità; quelli
che si battevano, non ne sapevano più il perchè, e il loro sforzo
era indarno; gli altri, che fuggivano, ignoravano anch'essi il dove,
e fuggivano nell'inutilità del terrore, ancora meno dal nemico che
dalla patria, per la quale non sentivano più che bisognava morire; gli
ultimi, i più sinceramente vili, issavano subito nella intera squadra
di Nebogatoff bandiera bianca e ricevevano a bordo il commissario
giapponese, allineati come per la rivista di un loro ammiraglio in un
qualche anniversario di vittoria.
La flotta russa non è più: affondò nella viltà, il mare la sommerse:
le navi catturate diventarono giapponesi mutando anima e fortuna: i
marinai prigionieri rimarranno nelle isole nipponiche sorvegliati come
dei discoli soltanto. Si può forse temere che fuggano per combattere
ancora?
La sconfitta nel canale di Corea segna la fine di questa prima
guerra? La Russia ha perduto, la miseria spirituale del suo governo,
discendendo come un umore purulento, arrivò sino ai cuori dei marinai e
delle navi. Ma sulle steppe della Manciuria l'esercito resiste ancora,
e salverà forse l'onore. Non è composto di contadini l'esercito, mentre
la flotta era racimolata un po' dappertutto sulle coste e per le città?
Tolstoi ha ragione: la Russia è il _mugik_, che sente invece di pensare
e ha la fede invece della scienza, e rimase e rimarrà fedele ai grandi
destini della Russia.
L'ammiraglio Nebogatoff rechi dunque allo Czar il rapporto della
sconfitta, e lo Czar, rispondendo degnamente all'epica ironia del
Mikado, non lo punisca; la viltà della sua resa è al disotto di
qualunque pena. Egli non è più nè giapponese nè russo: cosmopolita
della paura potrà vivere egualmente bene dappertutto.
Mancò mai il fango ai lombrichi?
8 giugno 1905.
LEX IMPERORUM
Come all'eco della tremenda battaglia, che sommerse l'ultima flotta
russa nelle acque di Tsu-shima, una voce si è levata da Washington
invocando la pace.
Già Fortis, il nuovo presidente, non ancora capitato ad una vera
battaglia parlamentare contro il proprio ministero, un po' simile
all'estrema armata russa, poichè imbarazzato di vecchi ministri
male acconci per una rapida andatura e mal sicuri contro un attacco
improvviso, aveva nel banchetto solenne pel nuovo mondiale istituto
della agricoltura brindato alla pace nel nome dell'antichissima arte
rurale.
E di pace parlano da tempo tutti i giornali, quasi sgomenti dell'immane
macello, nel quale la Russia, degradata dalla propria burocrazia, gitta
lontanamente i più vividi fiori della propria giovinezza. Pare che un
vento di paura sia calato dalla bassa barriera degli Urali soffiando
sulle immense terre nere, che adesso maturano il miglior grano
d'Europa: le sconfitte hanno isolato il governo, che resiste indarno
fieramente a tutti i reclami costituzionali frustando ed imprigionando,
ritraendosi sul culmine dell'autocrazia come nell'imprendibile rocca
nazionale. Una stanchezza ha prostrato tutti: non vi è più un capitano
che possa gettare un grido d'appello alle moltitudini, sferzarne
l'anima col lampo della propria spada; non vi è ancora un politico, che
ergendosi sulle rovine di tante catastrofi, abbia trovato un pensiero,
significato una volontà salvatrice.
Tutto è incerto, molti fuggono. I più timidi fra i ricchi hanno aperto
l'esodo: i treni discendono alle frontiere carichi di viaggiatori
migranti sotto il soffio della tempesta, come stormi di uccelli che
anticipino in disordine il passo: alle borse di Pietroburgo e di
Mosca fioccano ordini russi per comprare cartelle dei nuovi prestiti
giapponesi di guerra, perchè il danaro, come sempre, è senza patria,
ancora più del lavoro.
Tutti sanno, e lo dicono, che in questo immenso prologo guerresco la
Russia ha irremissibilmente perduta la prima campagna: una rivincita
immediata, che almeno salvasse l'onore dell'armi e alleggerisse
l'umiliazione dei plenipotenziari, che dovranno trattare la pace,
è anche essa troppo difficile; il mare è libero al Giappone, i suoi
eserciti in Manciuria sono già cinque, e superano di numero quello
russo. Questa guerra imperiale, non evitabile storicamente, per essere
vinta aveva d'uopo di un più conscio governo e di una più profonda
preparazione; e allora, nella luce dì una qualche prima vittoria,
avrebbe potuto diventare patriottica, sollevando l'anima nazionale
nell'orgoglio di un primato umano.
La Russia, vincitrice in Asia, vi avrebbe affermato la supremazia
dell'Europa, l'impero della razza bianca come sull'America e sull'Asia:
tre secoli di espansione l'avevano portata a questo cimento supremo:
la Russia vincitrice di Napoleone I, e quindi liberatrice d'Europa dal
suo ultimo sogno imperiale, che violava tutte le nazionalità, in Asia
sarebbe stata la grande colonizzatrice, l'immenso contatto della nostra
razza bianca colla gialla l'ultima originalità della nostra storia
gittata sul più vasto continente a ridestare la vita, ad attirarla
nella luce e nella fiamma della modernità.
Invece la sconfitta isola Czar e governo: la guerra e le sue rotte
non sono più che l'opera di un loro capriccio, il delitto forse di
un loro enorme affare. Tutte le impazienze nazionaliste dell'impero
ne profittano: i rivoluzionari soffiano sulla paura, versano tutti
gli acidi dell'odio sulle piaghe, denunciano tutte le colpe della
burocrazia, aizzano tutti i rancori, rinnegano la nazione per salvare
la patria, e domandano, pregano il popolo di non amare che sè stesso.
È possibile la pace?
Per coloro che giudicano ogni atto della storia opera della volontà nei
governanti, e negando il valore dei re credono a quello dei parlamenti,
la risposta è fin troppo facile: si poteva non fare la guerra, si può
quindi fare la pace. Basterà che lo Czar ascolti la voce di Rooswelt,
e creda alla sincerità politica della sua offerta, e non domandi e non
si domandi perchè tutta Europa e l'America lo abbiano lasciato solo in
questo primo scontro col Giappone, mentre la guerra era di razza e di
continenti: accetti e firmi.
Il suo piccolo nome a piedi di una piccola pagina non devierà la
corrente della storia, non ne sospenderà il fatale andare. L'azione
dell'Europa sull'Asia sarà come un tempo sull'America, come nel secolo
scorso sull'Africa: l'enorme continente verrà aperto, sventrato,
sollevato sino alla sfera, preso nel ritmo onnipotente della storia
bianca. Forse domani coloro che inneggiano al Giappone, pur così
ammirabile in questa guerra, si sentiranno la strofa troncata sulle
labbra da un improvviso gelido pensiero: forse il Giappone, respinta
la Russia, non soffrirà altri concorrenti europei in Asia, e la Francia
alleata dello Czar dovrà guardare con occhio più attento alla Cocincina
o al Tonchino, e l'Olanda si preoccuperà dei propri arcipelaghi, e
l'Inghilterra stessa origlierà più intensamente al cuore dell'Indie.
La nostra razza tutta non può disinteressarsi del problema asiatico.
Ma vi è una legge degli imperi.
La loro mastodontica struttura, talvolta il rapido crescere, la
continuità delle guerre, le coagulazioni di popoli alle loro frontiere,
l'unità dinastica e religiosa burocratica dei lori governi esprimono un
segreto, compiono una volontà della storia.
Era ed è il caso della Russia: l'impero è disteso fra i due continenti,
la sua missione è di congiungerli; la sua unità formale è infrangibile,
il suo limite europeo formato da nazioni di esso più vecchie ed insieme
più avanzate nella modernità.