Manca a lui la severità nel pensiero, l'orgoglio nel carattere, la

potenza nel sangue: può girare un ostacolo, non rovesciarlo, discendere

a tutte le compromissioni per vivere un giorno di più senza diventare

prigioniero dei propri alleati, ma probabilmente non li dominerà mai

abbastanza per servirsene come di strumenti. La sua parola abile,

breve, spesso precisa, non ha l'accento che esalta, il giro che

allaccia, la sonorità che soggioga; nessuno gli crede, benchè tutti lo

accettino: è un furbo, e i soltanto furbi sono piccoli; governa, e oggi

i grandi ministri regnano: ricordate Waldek-Rousseau e Chamberlain:

vedete Bülow. Crispi è ancora odiato; Giolitti non lo sarà mai: tanto

peggio per lui.

Non si stringe nel pugno tutto un popolo senza farlo gridare, e spesso

nella politica, come fra amanti, il grido dell'odio non è che uno

spasimo d'amore.

17 gennaio 1904.

I CATTOLICI ALLA CAMERA

Pochi forse concorderanno in questo mio giudizio storico.

Appena la camera si riaperse nella novità della vittoria popolare,

che sembrava avere mirabilmente aumentata la forza e il numero della

falange democratica, una collera ardente fra ringhii ed urla investi il

manipolo cattolico, tentando di imporgli l'anatema del libero pensiero

e la suprema condanna della patria oramai sicura di sè medesima sopra

Roma capitale d'Italia. I modi violenti dell'estrema sinistra non erano

più da gran tempo una novità parlamentare nè in Italia, nè all'estero:

il suo programma, la sua origine, la dottrina plebea, l'inevitabile

sofisma di credersi e di doversi credere unica rappresentante del

popolo come classe la più numerosa e la più vera, la volgarità nativa

e spirituale della maggior parte dei suoi membri, e sopra tutto il

bisogno inconfessabile ma evidente di parlare alla camera per provocare

lontani echi di piazza, spiegavano fin troppo questo primo scontro.

Il manipolo resistette, qualcuno ribattè l'ingiuria colla ingiuria, uno

solo si levò alteramente ed affermò fra lo stupore contenuto di tutti,

che i cattolici accettavano anch'essi Roma capitale d'Italia.

La risposta era decisiva e superava come un razzo luminoso il chiasso e

l'ombra ondeggiante nella sala; si tentarono ancora dai più clamorosi

fra i nemici repliche e smentite personali: i ricordi remoti della

nostra bella rivoluzione, così bassamente ed invano combattuta su tutti

i punti dal clero, aiutavano; i superstiti del primo giacobismo nella

vecchia destra sentivano ancora qualche ripugnanza; la maggior parte

dei liberali, quasi sorpresa nell'importanza del fatto nuovo, accettava

diffidando; il ministero taceva.

L'indomani il giornale officiale o officioso della curia smentiva il

deputato Cameroni, gettando sulla sua imprudenza di gregario senza

comando e senza mandato la responsabilità di una affermazione così

politicamente dommatica, mentre dall'alto nessuna voce veramente

autorevole aveva ancora parlato.

E al solito il paese parve dimenticare.

Ma qualcuno si ricordò un'altra smentita dello stesso giornale

all'indomani dei funerali di Umberto I, il re assassinato e seppellito

al Pantheon con tutti gli onori ecclesiastici: il cardinale di

Genova aveva accompagnato la salma insino a Roma, e ciò poteva

ancora spiegarsi coll'abile casuistica della Chiesa, perchè Genova

apparteneva da un secolo al Piemonte e non aveva mai appartenuto al

papa. Ma il parroco del Quirinale (già palazzo estivo del pontefice poi

consacrato a reggia d'Italia) era andato alla stazione per ricevere il

cadavere del suo parrocchiano, l'usurpatore, che occupava la residenza

pontificale. Evidentemente quel piccolo curato non poteva avere agito

di testa propria: aveva invece chiesto ordini e si era devotamente

affrettato nell'ubbidienza. Leone XIII dunque consacrava la vittima

regale nel Pantheon mutato in sepolcro dei nuovi re d'Italia: ogni

smentita era inutile, il fatto al solito sopraffaceva la parola.

E così ieri.

Comunque si sia svolto l'equivoco furbesco dell'_expedit_ o del _non

expedit_, forma e sostanza non mutavano nel gioco: elettori ed eletti

operavano col supremo assenso del papa, i deputati avrebbero giurato

fedeltà al re, e il re era l'Italia, e l'Italia era Roma libera,

sovrana, così grande da contenere senza pericolo il proprio re e il

proprio pontefice dentro la modernità di un diritto che li supera

entrambi, nella cornice di una gloria più antica di loro e che durerà

oltre il loro nome. Ma la politica e la diplomazia vaticana operò

sempre così: accettò i fatti nuovi, vittoriosi, ma senza disdirsi,

lasciando cadere lentamente nell'oblio le proprie formule: non rinunciò

mai formalmente ad alcun diritto, non abdicò ad alcuna potestà.

Era inevitabile, e quindi fu vero: un istituto divino, e quindi

apparentemente immobile, nel mareggiare instancabile della vita non può

avere il linguaggio e l'andatura di ogni altro governo: ad intenderne

lo spirito e a penetrarne la storia è mestieri di un metodo e di un

principio superiori.

I pontefici hanno da tempo e sinceramente nella propria politica

rinunciato al sogno di riconquistare Roma. La magnifica urbe non

somiglia più a quella di Pio IX, che io studente conobbi: una città

di preti e di monaci, albergo di forestieri nell'inverno, con una

aristocrazia soltanto mondana, una borghesia professionale e quindi

legata alla curia, un popolo bello, ozioso, parassita di tutto e di

tutti, senza passione, senza patria, con una poesia di superstizione,

dimentico di ogni guerra, incapace di ogni responsabilità, felice,

ebbro di vivere, in questa gioia della vita dissolvendo passato,

presente, futuro.

Alla sua polizia bastavano pochi gendarmi prepotenti ed insieme

indifferenti nell'arbitrio: il resto dell'esercito era una comparsa

teatrale necessaria a simulare la difesa per denunciare l'attacco

all'Europa monarchica e darle tempo d'intervenire.

Quando la caduta del secondo impero ci permise di conquistare

comodamente Roma, la minima città leonina fu lasciata al pontefice; ma

il cardinale Antonelli, che conosceva bene l'urbe, n'ebbe paura, e si

affrettò a restituire il dono pericoloso, chiedendo al governo invasore

garanzie di vigilanza militare.

Quella fu la vera, grande rinunzia, inavvertita.

D'allora il problema non ha mutato ingrossando. Roma supera già il

mezzo milione d'abitanti e supererà il milione a mezzo il secolo: la

sua popolazione è italiana, vive di politica, di traffico, d'idee, di

carattere italiano: ha un governo, un municipio, tutti gli organi della

modernità: la vita vi è libera, l'orgoglio della vita sale tutti i

giorni.

Se per uno scherzo cattivo voi cedeste improvvisamente Roma al papa,

questi non potrebbe accettarla. Come accetterebbe? Come soffocherebbe

tutte le forme e le coscienze nuove nell'inerzia e nel silenzio antico?

Una rivoluzione di piazza scoppierebbe subito, violenta, irresistibile,

trionfante: con quali armati, con quali armi resisterebbe il papa? A

chi chiederle? Alla Spagna, che non ne ha, alla Francia che perseguita

la religione cattolica, all'Austria domani vacillante forse nella

vacanza del trono, e che non potrebbe più, fra le gelosie europee,

ritentare una conquista o soltanto un primato in Italia?

Il papa lo sa: non abdica, ma non pretende; a piccole distanze attenua

la vecchia affermazione e la smentisce quotidianamente nei fatti.

Ha permesso, ha voluto che i cattolici votino accettando Roma e la

monarchia, perchè nella bufera delle incredulità che sale mugghiando

dal basso, nell'oscillare e nell'esaurirsi del principio e della forma

monarchica, sente di rimanere la più antica, la più alta, forse la

sola autorità. I re regnano per mandato popolare, egli sovrastava al

popolo per mandato divino: contro la sua potestà rimbalzavano i colpi

scagliati sulle monarchie, contro la tradizione divina si accaniva la

rivolta alla tradizione regia o soltanto statale, contro la tragedia

cristiana vociavano le speranze del nuovo paradiso terrestre. Non Roma

egli voleva più capitale del minimo inane regno temporale, ma una

riconquista ideale della nuova società, un'altra azione sui popoli,

un'altra influenza sui governi, un altro impero nella storia.

E i cattolici votarono, e nella camera penetrò il manipolo dei loro

deputati.

Fu bene?

Credo.

Il vecchio glorioso partito liberale, che compose l'Italia

rivoluzionandola, si era esaurito nell'opera: davanti all'allargamento

del suffragio politico si sentì sprovveduto, non sapeva i modi e non li

aveva forse per sedurre le nuove masse, alle quali tribuni e demagoghi,

nella facile ubbriachezza dell'immediata sovranità, prodigavano

la illusione di tutti i poteri e la viltà di tutte le seduzioni.

Lentamente il vecchio, glorioso partito liberale indietreggiò, diminuì,

non rimase più che un'accademia: partito composto soltanto di uno stato

maggiore, destinato egualmente al comando dalla superiorità del proprio

personale e oramai nell'impossibilità dì avere un esercito.

Allora lentamente, inavvertitamente il partito cattolico scese

nell'arena: si volse al popolo, fondò società di mutuo soccorso,

banche, sodalizi, instituti: si disciplinava, si preparava. Pochi

avvertivano la novità, quasi tutti la spregiavano. Si credeva

che fossero antichi clericali, sempre nemici della patria, che

ripretendessero Roma, che richiamassero a grandi strida lo straniero.

Poi una sottile vena democratica vi si infiltrò: il popolo specialmente

delle campagne ascoltava e accettava; si conquistarono i primi

municipii rurali, le mediocri città; il partito improvvisava una

stampa, conferenze e conferenzieri, si preoccupava del lavoro e

dell'emigrazione, aveva un'avanguardia d'impazienti, una dottrina, un

programma.

Dalle elezioni municipali salì a quelle politiche. Nella piazza allora

l'odio amico rifiammeggiò; democratici plebei e giacobini borghesi

si coalizzarono contro l'avvento cattolico, ma presto una verità

insospettata rifulse: senza i voti dei nuovi cattolici pochi liberali,

anche fra i più illustri, avrebbero potuto conservare il proprio seggio

nel municipio e nel parlamento.

Poteva essere umiliante, ma era così: la storia non è mai in difetto.

Con chi, con che avrebbe essa resistito allo straripare delle nuove

correnti plebee?

La tradizione solamente poteva arginare la ribellione, rendendo così

feconde le acque e permettendo al disopra del loro tumulto fangoso

la visione della verità ideale. L'accusa ai liberali di tradire la

gloria del passato e le necessità del presente nell'alleanza coi

cattolici, che pure accettavano, malgrado ogni effimero equivoco

della parola superiore, la rivoluzione nelle sue conseguenze storiche,

meritava appena l'onore di una risposta. I superstiti repubblicani di

Mazzini non entravano per passione elettorale nel fascio dei marxisti,

dimenticando tutta la vita e la dottrina del maestro? I radicali, che

si affermavano e sono monarchici, non chiedevano spesso il voto ai

socialisti e più spesso non lo davano loro?

La bandiera unificatrice dell'anticlericalismo aveva troppi colori e

troppi emblemi per essere intelligibile e quindi vera: poteva essere

indispensabile nelle dimostrazioni di piazza, non diverrebbe mai

stendardo di guerra nazionale e ideale.

La storia, al solito, aveva provveduto equilibrando idee e fatti,

abbinando le correnti, sostituendo e creando, e la storia è infallibile

come la vita.

Roma non può essere più conquistata da alcun nemico, nè italiano

nè straniero, e la libertà, più eterna di Roma, non teme i nuovi

cattolici.

— Entrate, signori — diremo loro noi vecchi liberali — e tirate pei

primi.

I gentiluomini francesi non gridarono così ai soldati inglesi prima

della battaglia, a Fontenoy?

18 aprile 1909.

FINALMENTE

Il principe di Bülow è caduto, e nel parlamento, negli alti consigli,

a corte, nei grandi palazzi, nei grandi giornali, nei grandi partiti

una gioia di liberazione sembrò sollevare i cuori e gli spiriti.

Improvvisamente il dominatore apparve solo nel mezzo di una rivolta

sempre incerta della propria vittoria, ostinata nelle difese quanto

guardinga negli attacchi, e dispari nei motivi di interessi e di idee.

Il pretesto è stato di finanza, l'ultimo disegno d'imposta presentato

dal gran cancelliere per sopperire al disavanzo creato dall'enorme

aumento delle spese militari, e il disegno colpiva l'alta classe

conservatrice, sulla quale aveva dovuto appoggiarsi sino a ieri,

producendo sovra di essa piuttosto lo spavento di un pericolo, che lo

sdegno di un danno. La tassa di successione, voluta dal cancelliere,

conteneva la novità di un principio ostile: la ricchezza territoriale,

che nella storia vecchia fu sempre la base di ogni politica nazionale

e la forza sicura di tutti gli stati, veniva colpita con una moderna

intenzione: a questa ricchezza, quasi vivesse di un falso privilegio,

si chiedeva improvvisamente un olocausto: essa solamente doveva per la

massima parte sostenere il nuovo peso della difesa nazionale, espiando

così un ozio troppo lungo ed una immeritata fortuna.

Questa mossa del cancelliere diventava più pesante sulla coscienza

del partito conservatore, perchè i ministri di Francia e d'Inghilterra

con più aperto radicalismo l'avevano già cominciata come un prodromo

di rivoluzione finanziaria: nelle loro parole, ancora più che nei

loro atti, l'attacco alla proprietà antica sembrava aver rinunciato a

tutte le prudenze e a tutte le riserve: si voleva che l'industria e il

commercio dovessero meno della terra al bilancio dello stato, e che il

salario degli operai non dovesse quasi nulla. I due bilanci di Caillaux

e di Lloyd George erano un assalto di partigiani anzichè un disegno di

governo: mancava in quelli ogni apparenza d'impersonalità: la classe

dei proprietari non vi pareva più di cittadini, ma di nemici secolari,

sui quali la giustizia con lungo sforzo potesse finalmente prendere

una rivincita: la difesa dello stato e della patria, supremo diritto e

supremo dovere di tutti i cittadini nella gamma della loro potenzialità

economica, senza ingiuriosa eccezione per nessuno, diventava l'onere di

una sola categoria, quasi a punirla di avere nei secoli pur mantenuto

questo stato e questa patria.

Ma evidentemente nel disegno di Bülow la misura era quasi salva e il

sacrifizio chiesto con garbo di amicizia.

Invece egli solo dei tre ministri è caduto.

Non è qui il caso di esaminare il suo disegno di legge: difficilissimo

il poterlo fare da lungi, impossibile sempre in tema di finanza

giudicare davvero sulla giustizia dispositiva dei pesi. Vi sono

epoche per tutte le nazioni (e l'Italia non dovrebbe aver dimenticato

l'eroismo violento, quasi feroce, col quale Quintino Sella volle

salvarla dal fallimento stringendo tutto e tutti nelle morse di tasse

arbitrarie e micidiali), vi sono epoche, più spesso momenti, nei quali

un ministro delle finanze gitta disperatamente una tassa come un guanto

di sfida, preme e spreme dove può, sa di essere ingiusto per un più

alto dovere di giustizia storica: per salvare la patria deve colpirla

nelle parti magari più nobili o più dolenti, ma meno pericolose

momentaneamente. E non è questo il caso di Caillaux e di Lloyd George:

la loro è una finanza a sottinteso socialista, fuori della tradizione

e della scienza, un odio la sospinge, una segreta utopia la giustifica

contro tutte le evidenze della realtà.

In Francia la battaglia non è ancora scoppiata, nè forse scoppierà

per la fiacchezza dei liberali scempiamente ancora divisi in

frazioni monarchiche e unanimi solo nell'odio alla repubblica, mentre

dovrebbero amarla come la sola forma di governo possibile, e amarla

intensamente per ritoglierla alle strette della più falsa demagogia.

Nell'Inghilterra invece tutta la stampa si è sollevata come un'onda

spumeggiante e mugghiante: i vecchi liberali di ogni partito si

alleano contro il piccolo radicalismo del nuovo ministro: non si

vuole da una legge di finanza spezzata l'unità spirituale dell'impero,

mentre urgono appunto enormi sacrifici per la sua difesa lungo tutti

gli immensi confini. Persino Kipling, il poeta barbarico del nuovo

imperialismo, così saturo di _gin_ e di sangue, ha lanciato un'ode

contro l'esposizione finanziaria del ministro; ma il poeta, che tremò

e fuggì davanti ai boeri rifugiandosi a Capetown, da molti anni non

ha più saputo trovare gli accenti dell'orgoglio e della morte: il

bardo illustre è rimasto come un pifferaro colla vescica sgonfia sulla

schiena e il piffero stonato nelle mani.

Adesso intorno al principe di Bülow gli odii si acquetano rapidamente

e fremono tutte le curiosità. Chi sarà il successore? Questa unanime

incertezza esprime il più alto complimento per il caduto; nessuno lo ha

dunque vinto, nella lotta suprema nessun avversario è sembrato degno di

lui e della vittoria. Ma l'imperatore dovrà chiamare qualcuno, e questo

estraneo sarà il successore: tanto meglio per lui. La verginità nella

politica è spesso una forza suprema.

Qualcuno ha voluto vedere in Guglielmo II il nemico di Bülow, dopo

la schiacciante vittoria del principe sull'imperatore per le ultime

indiscrezioni diplomatiche; e si è detto che Guglielmo non ha voluto

imperialmente chiedere al centro conservatore e liberale quest'estremo

sacrifizio per potere così sacrificare il ministro accettandone

le dimissioni. È vero? Anche lo fosse, non lo sarebbe egualmente,

giacchè questo alto e piccino motivo personale non poteva bastare alla

caduta di Bülow, se egli stesso non si fosse prima logorato o troppo

arrischiato nell'opera.

L'imperatore non è abbastanza grande davanti al ministero per

dominarlo: Bülow invece conosceva troppo bene l'imperatore per non aver

calcolato nel rischio dell'ultimo giuoco.

Egli, giungendo terzo, fu il solo successore di Bismarck; il gigante

era stato cacciato apparentemente dall'altezzoso capriccio del giovane

imperatore, in realtà dalla nuova Germania industriale, commerciale,

ricca, già necessariamente dimentica degli sforzi titanici e degli

eroismi epici dei padri, che avevano costituito l'impero. Bismarck

non poteva, per legge storica, essere l'uomo e il condottiero del

secondo periodo, che doveva fare della politica un crogiolo per fondere

tutte le differenze e unificare la patria da lui stesso coagulata

stringendola nelle lunghe braccia sino a soffocarla in un impeto di

amore e di difesa. Egli era l'eroe antico come Barbarossa: il suo abito

non mutò mai e fu di soldato, e così i suoi modi, il suo pensiero, la

sua parola: voleva l'impero contro tutti, anche contro l'imperatore;

voleva la Prussia sopra tutto con un impero quale la Germania non ebbe

veramente mai, fra la Francia che sarebbe decaduta nella democrazia, e

la Russia che avrebbe forse fallito nel problema di oriente e per molte

generazioni dovrebbe consumare le proprie forze imperiali nell'antitesi

di darsi e di svolgere una costituzione moderna. Voleva la Prussia,

allora quasi ignota sui mari, signora del mare; voleva il popolo grande

e forte ma servo dell'impero: la sua idea era assoluta come quella di

Hegel, univa imprigionando, livellava e schiacciava, domava, colla

stessa frase secca come un ordine, tagliente come una spada, sonora

come un'armatura, corte e parlamento. La sua poesia era la famiglia,

la sua idolatria la patria, la sua religione la forza, il suo diritto

nella vittoria, la sua fede in Dio.

Credeva come un antico, come tutti coloro che operano, e sanno l'opera

alla mercè di un'oscura ma immanente potenza.

Ed era agile ma come gli elefanti, contro l'ignara leggenda del volgo

che non lo crede; violento sino all'ingiurie e alle lagrime: era

un brutale che amava la musica di Chopin, un ministro solitario, un

parlamentare senza maschera, un diplomatico che ingannò quasi sempre

dicendo la verità.

Quando cadde, tutti lo insultarono: si chiuse in campagna, ma non seppe

essere ancora abbastanza grande per serbare il silenzio.

Bülow gli successe: a che parlare di Caprivi e di Hohenlohe? Egli

era l'uomo del nuovo periodo: il guanto di velluto dopo quello di

ferro, l'agilità suprema del pensiero, l'equilibrio della parola,

inafferrabile come un serpente, vago come un artista. Bisognava

dirigere consentendo e trascinare seducendo: così visse nel parlamento

e pel parlamento: era un cancelliere dell'imperatore e parve quasi

sempre un presidente ministeriale: seguì il programma del gigante,

sviluppandolo nella pace, trionfando nell'improvvisazione della

ricchezza, battendo simultaneamente Francia ed Inghilterra. Ma dietro

questa pace, erano sempre la leggenda della forza, e la forza.

Contro di lui si appuntarono in uno sforzo unanime tutte le diplomazie

di tutti i governi, e tutte dovettero indietreggiare davanti

all'abilità delle sue parate, all'imprevedibile prontezza degli

attacchi e alla amabilità del suo sorriso italiano.

Ho detto volontariamente italiano.

Perchè è in lui molto dei nostri grandi politici nei grandi tempi

dei piccoli principati e delle più piccole signorie: egli ha pensato,

sentito, forse amato l'Italia: qui si perfezionò ad arme la grazia del

suo spirito, qui si temprò nella passione del comando e dell'idea il

suo scetticismo. A Berlino, nel parlamento, a corte, apparve subito

nella superiorità di un'esotica seduzione: Bismarck schiacciava, egli

passava attraverso tutte le difficoltà, e chiunque gli restava dietro

era un vinto. Sembrava senza odio e senza amore, pronto sempre a

cedere, lieve sino a parere inconsistente, arrendevole sino a simulare

la docilità, pronto a legarsi con tutti, ad immedesimarsi con tutti, e

tutti hanno sognato così di possederlo, e non lo poterono, e dovettero

combatterlo sempre e finire per odiarlo, sommandosi per abbatterlo.

È davvero caduto?

Chi dunque l'ha vinto? La sua opera è finita.

Tornerà al potere? Ne dubito.

Tornate piuttosto a Roma, principe: dallo scoglio così incantevole

della vostra villa cittadina le rose vi chiamano accennando da lungi

e gettando sul vento il messaggio dei loro profumi; forse a Roma vi

sentirete ancora in patria.

9 luglio 1909.

VIII

SOTTO IL FUOCO

I FALSARI DELLA VOLONTÀ

La loro schiera cresce e crescerà lungamente finchè una più alta

inspirazione nell'arte non disperda con un soffio di vento fecondo i

loro pensieri e le loro opere così penosamente vane e raffinate.

Oggi è un romanziere francese, Remy de Gourmont, che nel _Sogno di una

donna_, ci offre una idea nietzschiana, una donna che pretende dominare

la vita, nel concetto e nel fine, superando le barriere della morale,

i confini della propria epoca, per solennizzare in sè stessa il trionfo

di una volontà inutilmente insaziabile.

Amare non è più che godere, e vivere è solamente volere al disopra di

tutti, come se tutti non formassero che lo sfondo di una sola vita, la

cornice di una sola figura.

Questa teorica superba usci quasi inavvertita con Max Stirner dalla

sinistra hegeliana, che il pubblico tedesco di allora credeva smarrita

per sempre nei paradossi atei e rivoluzionari di Feuerback.

Il fondatore dell'anarchia intellettuale era un giovane cupo e

solitario, quasi senza amici, assorto nell'idolatria del proprio

orgoglio, con un ingegno lucido e tagliente quanto il vetro, che invece

di riflettere la vita, vi ardeva nel mezzo fra le fiamme fredde dei

propri riverberi.

Della sua opera capitale, _L'unico e la sua proprietà_, nessuno si

accorse; in un altro scritto più breve. _La mia potenza_, bandì un

vangelo stupefacente e negatore di tutta l'umanità nella sua essenza

e nella storia per deificare l'individuo solitario e perfetto come un

atomo, senza forza di attrazione su altri, senza virtù di condensare la

vita e la forma di un corpo.

Fuochi di bivacco · 第 15 / 21 段