Adesso i nomi più alti dell'aristocrazia cadono quotidianamente nel

pantano dei più infimi processi, o vengono staccati dagli uscieri dei

tribunali come false tabelle e più false insegne dai portoni delle

più illustri banche mutate in bische di affari. La febbre del danaro

è salita ai più alti cuori, mutando la fisonomia e il costume della

classe eletta: una rivalità coi principi improvvisati della finanza

abbassa anche i principi del sangue agli agguati bancari, e li perde

nei meandri più oscuri delle borse, ove le truffe si nascondono a

preparare gli affari senza idea, ai quali un gran nome soltanto può

dare una garanzia di apparenza.

Nell'alterna vicenda della storia, popoli e classi salgono e discendono

per l'idea che l'informa: l'aristocrazia francese, composta di tante

minime dinastie accantonate nei castelli, si condensò intorno al re

e cadde con lui sotto la mannaia della grande rivoluzione; quella

spagnuola finì colle guerre di Spagna, senza fede al re e per troppa

fede al clero, povera di idee, di sangue, di azione; l'Italia non ne

ebbe una che nei comuni, la quale tramontò inosservata lentamente nelle

corti indigene e straniere, servile sempre, decorazione inartistica nel

paese di tutte le arti; quella inglese si disfà nel danaro, che adesso

unifica da solo l'impero, livellando differenze storiche ed etniche,

deputati e soldati, e riduce la monarchia ad un rito di increduli,

l'aristocrazia ad una superiorità decorativa, la virtù militare ad

una compera della vittoria, e quella civile, come in Chamberlain, ad

essere il campione cointeressato di una finanza, la quale nella guerra

d'Africa vedeva soltanto una speculazione di miniere.

Il gran sogno imperiale di Disraeli si oscura e non è più intelligibile

in Inghilterra; il liberalismo di Gladstone vi parrebbe adesso più

antiquato di quello di Fox; l'arte inglese decade se Kipling è il

massimo poeta, e la vasta, superficiale sintesi di Spencer si sfascia

come l'impero. Esso non ha più originalità nemmeno nelle industrie

vinte dalla concorrenza americana e germanica; le sue migliori colonie

sono già stati, che patteggiano da pari a pari colla vecchia madre dal

grembo esausto; tedeschi e italiani la superano nella espansione degli

individui capaci di rivivere altrove colla propria fisonomia di razza;

la Russia le sovrasta in Asia, l'America e il Giappone le sovrastano

nei mari lontani.

Ma Chamberlain trionfa nondimeno fra le ovazioni della _City_, che

svegliano gli echi di Birmingham: trionfa aspro, rigido, ironico:

egli ha vinto l'affare, nessuno chiede di più. Adesso bisogna salvare

la corte nell'ultimo scandalo bancario, e Chamberlain sarà di nuovo

vincitore.

Ma chi avrà perduto?

18 marzo 1903.

IL TESTAMENTO DI CECIL RHODES

L'eroe dell'impero, così lo chiamerebbe indubbiamente Carlyle, è morto,

e non ancora Rudyard Kipling, il prepotente poeta, lo ha cantato in

un'ode dal volo disordinato e sonoro. Lentamente intorno al cadavere

s'acqueta la ressa delle calunnie e degli encomi, che la morte

improvvisa suscitò come un vento di procella sul mare, mentre la guerra

accesa dal suo pensiero pare allentarsi in una stanca speranza di pace.

Fino a ieri egli sovrastava alla politica dell'impero come un fantasma

balzato dalla torbida immaginazione dei grandi tragedi nell'epoca

della regina Elisabetta, quando il dramma moderno, salendo dall'inglese

vita rivoluzionaria, apparve finalmente sul palco di un piccolo teatro

dinanzi ad un pubblico vibrante di irrefrenabili passioni.

Indarno Chamberlain, passando scettico e cinico attraverso la politica

liberale di Gladstone, si era rinnovato nell'orgoglio della nuova idea

imperiale; indarno Rosebery usciva dall'ozio pomposo dell'immenso

castello scozzese per mettersi alla testa di un medio e mediocre

partito fra l'antica libertà e il recente impero; invano Baunermann

seguitava ad arrochirsi nelle rettoriche proteste contro la guerra

transwaaliana senza destare alcuna eco della storica eloquenza

parlamentare e senza accendere una sola fiamma d'entusiasmo nella

folla; giacchè l'eroe britannico superbo, istintivo, ignaro, al disopra

della morale o al di fuori dei partiti, intrattabile nella fede della

propria idea e sicuro nella grandezza del suo risultato, rimaneva pur

sempre Cecil Rhodes, il figlio d'un povero pastore, il ragazzo fuggito

di casa quasi morente di tisi a quindici anni e a trenta già padrone di

tutte le miniere nell'Africa australe, capitano trionfante e indiscusso

di tutti i più ricchi e provetti finanzieri inglesi.

Egli aveva l'anima di un condottiero italiano nella magnifica epoca

delle signorie.

Come Attendolo Sforza e Niccolò Piccinino, Braccio di Montone e

Carmagnola, un istinto di avventura e una visione di gloria lo

signoreggiavano: era un lottatore della politica e un sognatore

nella vita: uno di quei rarissimi forti, ai quali le donne sorridono

trasalendo, poichè sanno di non poterli arrestare, uno di quei superbi

enigmatici, che conquistano la ricchezza senza amarla e sembrano

serbare nel disprezzo verso gli altri un segreto rancore contro sè

medesimi.

Cecil Rhodes volle essere ricco subito, immensamente, senza scrupoli

e senza misura: volle e vinse superando, rovesciando amici, rivali,

nemici, adoperando gli uomini come strumenti per foggiarsi nel danaro

un'arma più tremenda che le più micidiali inventate dal moderno genio

militare.

Mentre nella nostra epoca i più illustri finanzieri rimangono chiusi

nell'orbita del danaro, quasi primi prigionieri della propria vittoria,

e per sottrarsi a tale oppressione debbono quindi chiedere alle

bizzarrie del lusso una visibile superiorità sul volgo invidioso,

Cecil Rhodes in mezzo alla dovizia più stupefacente mantenne la rude

ineleganza, lo sdegno austeramente superbo dell'uomo, che vuole imporre

la propria figura e vi ricusa ogni cornice. La ricchezza, questa

necessità e questa gloria della grazia femminile, avrebbe falsato la

fisonomia del condottiero.

Se nel tramonto del medio evo e nell'alba del Rinascimento i

condottieri italiani subirono tutte le leggi della finanza allora

regolatrici dei comuni e delle signorie, sino ad annullare nelle loro

invincibili esigenze tutto il proprio genio militare dileguando per

una serie spaventevole di tragedie, in Cecil Rhodes il condottiero

moderno, invece di cominciare colla guerra e di armarsi anzitutto di

un esercito, s'iniziò alle temerità delle speculazioni mercantili,

imparandone la tattica degli espedienti e la mondiale larghezza della

strategia. Il suo sogno (egli è nato dalla nazione più commerciale

fra tutte) era di fondare nell'Africa un impero pari a quello delle

Indie; la sua ambizione sanguinava dietro ai ricordi e alle visioni

della grande Compagnia, che sostituendosi al parlamento nazionale

e sconfiggendo gli ultimi decadenti re francesi, stabiliva nella

terra sacra al più antico genio dell'epopea e della religione, della

metafisica e dell'arte, una conquista maggiore che quella di Alessandro

Magno; la sua volontà si tendeva nel delirio di uno sforzo senza nome

a stringere nelle immense regioni dell'Africa australe tutte le forme

più antiche e moderne, più barbare e più civili di vita in un fascio

imperiale, che assicurasse al suo nome la gloria indistruttibile dei

fondatori d'imperi.

Questo mercante sapeva che ogni secolo ha un'arma propria irresistibile

per chi l'adoperi primo, e credette nel nostro quest'arma fosse il

danaro. Mentre prima di lui Bismarck aveva detto: Avere delle idee e

servirle col potere, o non averne; egli si stimò più vero e moderno del

grande cancelliere tedesco rispondendo a Gordon, il mistico generale:

Avere del danaro e servirsene per le proprie idee.

La sua ambizione troppo personale non gli aveva permesso di scendere

sino a diventare deputato al parlamento nazionale, giacchè voleva agire

nella storia inglese, ma a parte, libero, sigillando colla propria

figura l'opera propria, conquistando e regalando poi la conquista

alla patria. Quindi poeta, mercante, condottiero in lui s'ingannarono

simultaneamente; se dandole il proprio nome si compose nella Rhodesia

un territorio vasto cinque o sei volte l'Inghilterra, esclamando

troppo presto trionfalmente: Il territorio è tutto; se col proprio

prestigio incantò i selvaggi Matabeles come prima aveva abbacinato

tutti i finanzieri delle varie compagnie africane, non si avvide che

nella Colonia del Capo, nell'Orange, nel Transwaal erano già i germi e

le figure di una civiltà avvenire non mutabile nè coercibile da alcuna

potenza di uomo.

Quindi la sua incursione con Jameson, donde originò la guerra

attuale, fu peggio che ridicola, e in tutta la guerra stessa il suo

indiscutibile genio di avventuriero e di mercante non seppe trovare

nè un'idea, nè un mezzo per contrastare alla improvvisa ed eroica

originalità dei boeri.

Egli, inglese, non potè superare l'idea di patria, e questa sua unica

virtù scoprì tutta la debolezza del suo sogno: volle sopprimere i

boeri per dare all'Inghilterra un immenso territorio, un immenso

quadro vuoto da riempire di sè stessa, mentre l'impero inglese, come

già quello di Roma, soccombe lentamente al peso della propria vastità.

Bisognava rinnegare la patria, ribellare la Colonia del Capo, fonderla

coll'Orange e col Transwaal, raddoppiarla colla Rhodesia, e l'impero

nuovo invincibile dell'Africa Australe sarebbe balzato dalla sua

fantasia nella storia.

Ma Cecil Rhodes non era un soldato come Francesco Sforza, e nemmeno

un ribelle come Catilina, perchè la poesia del suo sogno, separandolo

dal volgo dei finanzieri, potesse innalzarlo sino al gruppo non grande

dei conquistatori; credeva abbastanza nella superiorità delle idee

sugli interessi, e non sapeva che un'idea per diventare storica deve

anzitutto non essere personale.

Così nell'Africa volle fondare un impero senza nazione, regnare senza

un popolo: inglese, rimase separato nell'opera dal governo, africano,

non si fuse in una patria futura; fu un eroe di romanzo e non di

epopea, l'estremo forse fra i grandi sognatori del secolo decimonono,

e sparve dalla scena come un personaggio di Victor Hugo, sproporzionato

nella grandezza e assurdo nell'impotenza.

Il suo testamento, aperto ieri, rivela il suo carattere; in esso chiama

eredi gli anglo-sassoni, gli americani e i tedeschi, e fonda scuole,

istituti, premi e borse; munificenza di miliardario vinto nella privata

e nella pubblica vita dal proprio danaro.

Ma questo patriottismo purificherà la sua memoria in Inghilterra,

imponendo silenzio a qualcuno dei troppi nemici implacabili e volgari,

retori e tribuni di plebe, che negano la ricchezza vilipendendone

l'origine nell'impurità del guadagno. Forse alcuno fra essi penserà

finalmente che nulla è più sciocco del giudicare un uomo dal patrimonio

e che il danaro, se non può diventare da solo materia sufficiente ad

un impero, si muta nelle forti anime in un materiale di poesia talvolta

profonda ed originale quanto nei maggiori poemi.

12 aprile 1902.

ZANARDELLI

Fu presidente una sola volta e troppo tardi, quando in lui stesso

la libra si allentava stanca della lunga tensione, e altre passioni,

nuovi interessi, altra gente e altre idee si cacciavano tumultuando nel

parlamento.

Ed egli non era che un parlamentare.

Benchè entrato assai giovane nella politica ed eletto deputato nella

prima legislatura italiana, appena la Lombardia potè congiungersi

al Piemonte, dopo tanti anni e tanta vicenda di casi e di uomini

il suo ingegno non potè crescere all'autorità e alla dominazione

dello statista. Avvocato e giurista mediocre, non regnò mai nè dalla

cattedra nè sul foro: sdegnò quella e praticò questo, aumentando

col l'importanza del grado politico il valore della propria opera

professionale; ma avvocato fu poco più di un dilettante, giurista non

scrisse ohe un libro sull'avvocatura caldo e sonoro di rettorica, fra

eleganze letterarie, pulite prima dal gusto aristocratico di Ferdinando

Martini. La sua cultura era classica, il suo ingegno di retore, il

suo carattere di parlamentare, la sua ambizione di ministro: aveva la

volontà tenace, il pensiero agile, la parola pronta; sapeva sedurre

più che conquistare, battersi più che vincere, farsi ascoltare più

che persuadere o, persuadendo, rapire le menti ed incatenare le anime.

Nel parlamento nessuno, meno il Depretis e adesso Giolitti, lo valse

nell'abilità d'incettare i voti e di preparare gli scontri; ma quegli

e questi lo superarono di troppo nella potenza di capitani, riuscendo

sempre a tener stretto un qualche gruppo anche nella lunga stagione

delle rotte, quando la vittoria del nemico o un mutamento nella

politica fuori del parlamento, sembrava allontanarli perdutamente dal

potere.

Zanardelli era con loro, ma sotto di loro.

Nel più lungo periodo di attività egli fu sempre subalterno, senza

che la vistosa apparenza della sua parola gli valesse l'odio degli

avversari e la confidenza degli amici. Nella sinistra dopo il Rattazzi

seguì il Depretis, ultimo il Crispi, e in questo tempo fortunoso,

così facile alla rivelazione degl'ingegni e dei caratteri, Zanardelli

rimase il retore della libertà, cresciuto piuttosto nell'ammirazione

dei parlamentari francesi che inglesi: meglio girondino che

giacobino, quantunque gli mancasse la poesia degli uni e degli altri:

incapace di afferrare le grandi occasioni, di assumere le pericolose

responsabilità, d'imporre un pensiero, di estrarre da un avvenimento

la formula, di gettare al paese un grido come un'arma. E la storia fu

allora faticosa, triste e grande: le miracolose imprese di Garibaldi

nel mezzogiorno, la sparizione dei ducati e dei regni, l'Italia male

ricomposta, poi Torino e Roma sacrificate ipocritamente a Firenze,

Custoza che ci prostrava all'Austria, Mentana che ci degradava alla

Francia, e finalmente Roma presa sospingendo corte e governo nella

facilità del disastro napoleonico, fra l'indifferenza di tutti.

Zanardelli rimase quasi ignorato.

Egli non era di coloro che creano e nemmeno che costruiscono. La sua

parola aveva come paura delle cose e cercava soltanto le parole; la sua

eloquenza si ascoltava al di dentro e aspettava di essere ascoltata al

di fuori; la sua passione per la libertà era platonica, senza l'energia

dei veri sacrifici, l'impazienza delle prove supreme.

Bisognò che tutto in Italia fosse compiuto in quel grande periodo,

perchè Zanardelli apparisse dall'oscurità improvvisamente ministro

col Depretis, l'uomo di neve come lo chiamava Cavour, il più duttile

fra tutti e il più incredulo, venuto ultimo per determinare l'assetto

interno sulle rovine ancora fumanti dei partiti caduti fra la loro

stessa opera. Depretis fu quindi l'anima di questo tempo breve e non

bello; governò, disciolse, ricompose le idee e gli interessi: nella sua

mano scarna e scaltra tutti i parlamentari amici e nemici si sentirono

egualmente stretti, uno solo eccettuato. Zanardelli, da lui assunto

come un retore indispensabile alla scena, non potè diventare contro

di lui un poeta nel nome stesso della libertà, che aveva creduto di

servire, e pentarca nella pentarchia, allora improvvisata, non fu

daccapo che elemento decorativo come Benedetto Cairoli, col quale

doveva poi comporre il più inane dei ministeri.

Invece l'avvento della sinistra iniziato dal Depretis doveva chiudersi

col Crispi: l'uno uomo di governo, l'altro uomo di stato, entrambi

ancora vibranti dell'energie, dalle quali era cresciuta l'Italia.

La prima grande prova politica a Roma fu l'impresa d'Africa,

imposta dalla storia, subita da tutti i ministeri senza intenderne

la fatalità, osteggiata quasi ugualmente da tutti i partiti senza

impedirne il tragico andare: quindi vi furono ore luminose e giorni

tetri, scaramucce in parlamento e battaglie nel deserto, angosce di

nazione e di corte, responsabilità di ministeri e di partiti, errori

di tutti, e non grandezza di qualcuno. Depretis e Crispi vi perirono,

Zanardelli non ne sofferse, troppo piccolo sempre nella necessità delle

ore grandi, all'opposizione al ministero, per soffiare loro la vita o

morire della loro morte.

Perchè egli non fu mai che un elemento decorativo, indispensabile per

motivi di parlamento o di ministero, rappresentando fra l'incertezza

delle idee e il mutevole esperimento dei metodi quasi il principio

della libertà e la tradizione del liberalismo, nell'eco di una promessa

della monarchia alla democrazia.

Così a poco a poco crebbe, e nell'esaurimento dei vecchi partiti,

nel disparire dei vecchi uomini, potò finalmente arrivare egli stesso

dalla presidenza della camera a quella del ministero, vincitore senza

vittorie, presidente senza portafogli, parendo un protettore della

corte e della piazza, troppo vecchio per i tempi nuovi, senza altre

idee che di ricordi e altra autorità che d'insegna.

Ma l'insegna era gloriosa.

Se la storia non potrà sapere la sua opera di ministro, giacchè come

tale fu sempre un satellite; se quella di riformatore giuridico non

è ben sua, quantunque porti il suo nome, e non esprima alcuna vera

originalità; alla costanza del suo lavoro, alla immortalità dei suoi

principii, alla fatica della sua vita fu premio meritato l'ultima

presidenza, e ricompensa anche più bella la breve gloria di ultimo

campione liberale.

Forse egli non avrebbe saputo difendere la libertà dagli attacchi

popolari, come già dalle prepotenze aristocratiche o monarchiche: forse

l'urgenza di tale nuovo pencolo gettò un'ombra sull'ombre de' suoi

giorni estremi, fra le solitudini del lago prediletto, nella lenta

aspettazione della morte, e tremò per la libertà e per l'Italia, perchè

entrambe furono la sua passione vera, così vera che il suo carattere e

il suo spirito di retore ne trassero lampi di eloquenza e nobilità di

atteggiamenti.

Infatti con lui è morta una magnifica forma di eloquenza parlamentare,

letteraria insieme e giuridica, a pieghe accademiche, col ritmo

classico, col gesto che è ancora la parola, colla parola che è una

musica.

Egli si ascoltava parlando; adesso dopo di lui, al suo posto chi saprà

farsi ascoltare?

10 gennaio 1904.

IL MINISTRO

È rude, forte, alto, non grande.

Ieri, prima della battaglia, pareva un vinto, oggi è ancora vincitore

senza aver trionfato di alcuno, perchè nel nostro parlamento non vi

sono più partiti ma gruppi, non programmi ma tendenze, qualche istinto

e poche idee, parecchi capitani, ma tutti senza esercito.

Egli stesso non ne ebbe mai uno.

Cresciuto come un impiegato, imparò la pratica del governo metà

nell'ufficio e metà nella camera, essendo di quelli che si fanno della

pazienza una forza e non sì stancano sulla propria via, fisi a una

mèta che li attira come una promozione. Il pensiero politico non gli

discendeva dalle alture della storia della scienza, ma gli entrava

per gli orecchi e per gli occhi dallo spettacolo delle lotte politiche

quotidiane: plebeo, aveva istinti democratici, impiegato, sentiva la

necessità immediata della legge, deputato, voleva arrivare al ministero

non importa con chi o con che, pronto a scegliere anche arrischiando

nelle combinazioni, studiando il terreno e la gente per profittare

delle sinuosità d'entrambi, credendo vigorosamente in sè stesso appunto

perchè nessuno oramai credeva più a nulla.

In un passato poco lontano si era fatto una forza paesana col

mettersi al servizio del danaro piemontese, frutto dei primi risparmi

accumulati nella prima trasformazione industriale di Torino, e lo

gettò nella voragine edilizia di Roma, preso anch'egli dalla febbre

dell'improvvisazione, che ardeva la nuova capitale: un altro vi sarebbe

perito intero, egli non vi perdette nemmeno la fiducia del proprio

gruppo, forse perchè la sua vita privata aveva una rara, originale

onestà.

E questa potenza lo sorregge ancora.

Elastico quanto Depretis, quantunque meno agile ne' movimenti e fecondo

nel pensiero e pronto nella parola, egli tratta la combinazione di un

ministero come quella di un affare, fa ogni offerta e l'accetta, se

paia convenire al momento; crede poco alle idee o ai partiti e meno

agli uomini: non è un dominatore ma un direttore, sa le debolezze di

tutti, e nessuno lo ha ancora toccato col ferro nella sua. Adesso è

presidente dei ministri per la seconda volta.

Prima gli conveniva lasciar passare l'epilogo di Zanardelli, ultimo

retore girondino o giacobino, come meglio piaccia, invecchiato

subalternamente nella camera e nei ministeri, quando per governare bene

o male bisognava avere una personalità inconfondibile; e Giolitti entrò

dietro di lui per dominarlo dal disotto, lasciandogli il compiacimento

di cantare le ultime romanze fra le ammirazioni ingenue della sinistra

e i ringhii rattenuti della destra: ma egli solo governava, promettendo

tutta la libertà ai ribelli così accomodanti della montagna e gittando

tratto tratto un gran gesto protettore ad un'altra vetta più alta.

Perchè tutta la sua politica, e lo disse, era opera di salvataggio dai

pericoli del '98, nei quali la paura e l'inesperienza di tutti avevano

creduto di vedere attraverso, per la vacuità stessa della insurrezione,

un baratro. Pelloux, non uso come generale alle vittorie cruente, come

ministro si compose una sconfitta assurda ed insanguinata; Sonnino,

che compagno di Crispi aveva avuto il torto di scemargli l'energia

nell'impresa di Africa, negandogli, ministro delle finanze, il

danaro della battaglia prima e della rivincita poi, gli era succeduto

invano nel comando della maggioranza, e, incapace anche questa volta

di assumere la responsabilità della repressione, tentò servirsi di

Pelloux come di un paravento, che la bufera parlamentare spazzò subito

scoppiando più furiosa sopra di lui.

Ma siccome una rivoluzione non vi era stata, e la rivolta stessa

nemmeno meritava questo piccolo nome, la reazione parve quello che

era, senza idea, senza forza, senza persona: quindi una riscossa metà

ironica e metà sentimentale riportò in alto la sinistra.

Zanardelli vi figurava come il personaggio storico, se per lui tale

aggettivo non paresse troppo grande; Giolitti ne era l'uomo più vivo.

La monarchia usciva allora insanguinata da una tragedia regale, che

aveva profondamente addolorato la nazione, e un re nuovo, giovane,

fidente entrava nell'arringo, superbo di gridare una nuova parola, di

credere al popolo e di essere da lui creduto.

Il tema era bello e avrebbe potuto essere grande per un uomo di stato.

Sciaguratamente per tutti nè Zanardelli nè Giolitti lo erano: quegli

proseguì nella vecchia rettorica legislativa, questi esagerò il

pericolo della passata reazione e l'urgenza delle nuove necessità

sociali per apparire a destra come un salvatore e a sinistra quasi un

compare.

Il giuoco nè facile, nè utile, nè bello, fu però condotto con

sufficiente abilità: l'eccessiva condiscendenza trasse a rivolte

soffocate presto nel sangue, ma l'importanza accordata alla

estrema sinistra parve compenso adeguato; il paese aveva lavorato

accanitamente, silenziosamente negli ultimi vent'anni, arricchendosi

d'esperienza e di danaro; quindi la sua improvvisa rivelazione a sè

stesso e all'Europa fu proclamata un vanto dell'ultimo ministero:

Zanardelli logoro soccombeva al peso della fortuna e Giolitti per

affrettare la sua caduta lo abbandonò subitamente.

L'ultimo epilogo della sinistra storica era così finito; ma il presente

ministero è veramente il prologo di una nuova politica, la protasi del

grande, invocato poema moderno?

Certamente l'onorevole Giolitti è oggi nel parlamento il maggiore

e più forte uomo di governo, se a questa parola non si lasci che il

valore dei successi giornalieri: ha esautorato tutti i capitani della

montagna offrendo loro la scelta dei portafogli e spingendo, dopo

il tardo rifiuto, l'ironia sino ad invitare i più anonimi gregari;

ha scomposto la falange sonniniana, paralizzato Rudini, dispersa la

destra, disorientata la sinistra, persuaso quasi tutti, in alto e in

basso, che per governare è oggi indispensabile, più che l'assenso del

popolo, il consenso dei partiti radicali.

E potrebbe anche essere vero.

Ma se la giovane monarchia, entrando in un nuovo periodo, dovrà guidare

l'Italia, così improvvisamente cresciuta di forze e di fortuna, alla

conquista di un qualche primato, tale piccina abilità politica è ancora

più insufficiente che indispensabile.

Egli invece non ne ha altra.

Fuochi di bivacco · 第 14 / 21 段