pantano dei più infimi processi, o vengono staccati dagli uscieri dei
tribunali come false tabelle e più false insegne dai portoni delle
più illustri banche mutate in bische di affari. La febbre del danaro
è salita ai più alti cuori, mutando la fisonomia e il costume della
classe eletta: una rivalità coi principi improvvisati della finanza
abbassa anche i principi del sangue agli agguati bancari, e li perde
nei meandri più oscuri delle borse, ove le truffe si nascondono a
preparare gli affari senza idea, ai quali un gran nome soltanto può
dare una garanzia di apparenza.
Nell'alterna vicenda della storia, popoli e classi salgono e discendono
per l'idea che l'informa: l'aristocrazia francese, composta di tante
minime dinastie accantonate nei castelli, si condensò intorno al re
e cadde con lui sotto la mannaia della grande rivoluzione; quella
spagnuola finì colle guerre di Spagna, senza fede al re e per troppa
fede al clero, povera di idee, di sangue, di azione; l'Italia non ne
ebbe una che nei comuni, la quale tramontò inosservata lentamente nelle
corti indigene e straniere, servile sempre, decorazione inartistica nel
paese di tutte le arti; quella inglese si disfà nel danaro, che adesso
unifica da solo l'impero, livellando differenze storiche ed etniche,
deputati e soldati, e riduce la monarchia ad un rito di increduli,
l'aristocrazia ad una superiorità decorativa, la virtù militare ad
una compera della vittoria, e quella civile, come in Chamberlain, ad
essere il campione cointeressato di una finanza, la quale nella guerra
d'Africa vedeva soltanto una speculazione di miniere.
Il gran sogno imperiale di Disraeli si oscura e non è più intelligibile
in Inghilterra; il liberalismo di Gladstone vi parrebbe adesso più
antiquato di quello di Fox; l'arte inglese decade se Kipling è il
massimo poeta, e la vasta, superficiale sintesi di Spencer si sfascia
come l'impero. Esso non ha più originalità nemmeno nelle industrie
vinte dalla concorrenza americana e germanica; le sue migliori colonie
sono già stati, che patteggiano da pari a pari colla vecchia madre dal
grembo esausto; tedeschi e italiani la superano nella espansione degli
individui capaci di rivivere altrove colla propria fisonomia di razza;
la Russia le sovrasta in Asia, l'America e il Giappone le sovrastano
nei mari lontani.
Ma Chamberlain trionfa nondimeno fra le ovazioni della _City_, che
svegliano gli echi di Birmingham: trionfa aspro, rigido, ironico:
egli ha vinto l'affare, nessuno chiede di più. Adesso bisogna salvare
la corte nell'ultimo scandalo bancario, e Chamberlain sarà di nuovo
vincitore.
Ma chi avrà perduto?
18 marzo 1903.
IL TESTAMENTO DI CECIL RHODES
L'eroe dell'impero, così lo chiamerebbe indubbiamente Carlyle, è morto,
e non ancora Rudyard Kipling, il prepotente poeta, lo ha cantato in
un'ode dal volo disordinato e sonoro. Lentamente intorno al cadavere
s'acqueta la ressa delle calunnie e degli encomi, che la morte
improvvisa suscitò come un vento di procella sul mare, mentre la guerra
accesa dal suo pensiero pare allentarsi in una stanca speranza di pace.
Fino a ieri egli sovrastava alla politica dell'impero come un fantasma
balzato dalla torbida immaginazione dei grandi tragedi nell'epoca
della regina Elisabetta, quando il dramma moderno, salendo dall'inglese
vita rivoluzionaria, apparve finalmente sul palco di un piccolo teatro
dinanzi ad un pubblico vibrante di irrefrenabili passioni.
Indarno Chamberlain, passando scettico e cinico attraverso la politica
liberale di Gladstone, si era rinnovato nell'orgoglio della nuova idea
imperiale; indarno Rosebery usciva dall'ozio pomposo dell'immenso
castello scozzese per mettersi alla testa di un medio e mediocre
partito fra l'antica libertà e il recente impero; invano Baunermann
seguitava ad arrochirsi nelle rettoriche proteste contro la guerra
transwaaliana senza destare alcuna eco della storica eloquenza
parlamentare e senza accendere una sola fiamma d'entusiasmo nella
folla; giacchè l'eroe britannico superbo, istintivo, ignaro, al disopra
della morale o al di fuori dei partiti, intrattabile nella fede della
propria idea e sicuro nella grandezza del suo risultato, rimaneva pur
sempre Cecil Rhodes, il figlio d'un povero pastore, il ragazzo fuggito
di casa quasi morente di tisi a quindici anni e a trenta già padrone di
tutte le miniere nell'Africa australe, capitano trionfante e indiscusso
di tutti i più ricchi e provetti finanzieri inglesi.
Egli aveva l'anima di un condottiero italiano nella magnifica epoca
delle signorie.
Come Attendolo Sforza e Niccolò Piccinino, Braccio di Montone e
Carmagnola, un istinto di avventura e una visione di gloria lo
signoreggiavano: era un lottatore della politica e un sognatore
nella vita: uno di quei rarissimi forti, ai quali le donne sorridono
trasalendo, poichè sanno di non poterli arrestare, uno di quei superbi
enigmatici, che conquistano la ricchezza senza amarla e sembrano
serbare nel disprezzo verso gli altri un segreto rancore contro sè
medesimi.
Cecil Rhodes volle essere ricco subito, immensamente, senza scrupoli
e senza misura: volle e vinse superando, rovesciando amici, rivali,
nemici, adoperando gli uomini come strumenti per foggiarsi nel danaro
un'arma più tremenda che le più micidiali inventate dal moderno genio
militare.
Mentre nella nostra epoca i più illustri finanzieri rimangono chiusi
nell'orbita del danaro, quasi primi prigionieri della propria vittoria,
e per sottrarsi a tale oppressione debbono quindi chiedere alle
bizzarrie del lusso una visibile superiorità sul volgo invidioso,
Cecil Rhodes in mezzo alla dovizia più stupefacente mantenne la rude
ineleganza, lo sdegno austeramente superbo dell'uomo, che vuole imporre
la propria figura e vi ricusa ogni cornice. La ricchezza, questa
necessità e questa gloria della grazia femminile, avrebbe falsato la
fisonomia del condottiero.
Se nel tramonto del medio evo e nell'alba del Rinascimento i
condottieri italiani subirono tutte le leggi della finanza allora
regolatrici dei comuni e delle signorie, sino ad annullare nelle loro
invincibili esigenze tutto il proprio genio militare dileguando per
una serie spaventevole di tragedie, in Cecil Rhodes il condottiero
moderno, invece di cominciare colla guerra e di armarsi anzitutto di
un esercito, s'iniziò alle temerità delle speculazioni mercantili,
imparandone la tattica degli espedienti e la mondiale larghezza della
strategia. Il suo sogno (egli è nato dalla nazione più commerciale
fra tutte) era di fondare nell'Africa un impero pari a quello delle
Indie; la sua ambizione sanguinava dietro ai ricordi e alle visioni
della grande Compagnia, che sostituendosi al parlamento nazionale
e sconfiggendo gli ultimi decadenti re francesi, stabiliva nella
terra sacra al più antico genio dell'epopea e della religione, della
metafisica e dell'arte, una conquista maggiore che quella di Alessandro
Magno; la sua volontà si tendeva nel delirio di uno sforzo senza nome
a stringere nelle immense regioni dell'Africa australe tutte le forme
più antiche e moderne, più barbare e più civili di vita in un fascio
imperiale, che assicurasse al suo nome la gloria indistruttibile dei
fondatori d'imperi.
Questo mercante sapeva che ogni secolo ha un'arma propria irresistibile
per chi l'adoperi primo, e credette nel nostro quest'arma fosse il
danaro. Mentre prima di lui Bismarck aveva detto: Avere delle idee e
servirle col potere, o non averne; egli si stimò più vero e moderno del
grande cancelliere tedesco rispondendo a Gordon, il mistico generale:
Avere del danaro e servirsene per le proprie idee.
La sua ambizione troppo personale non gli aveva permesso di scendere
sino a diventare deputato al parlamento nazionale, giacchè voleva agire
nella storia inglese, ma a parte, libero, sigillando colla propria
figura l'opera propria, conquistando e regalando poi la conquista
alla patria. Quindi poeta, mercante, condottiero in lui s'ingannarono
simultaneamente; se dandole il proprio nome si compose nella Rhodesia
un territorio vasto cinque o sei volte l'Inghilterra, esclamando
troppo presto trionfalmente: Il territorio è tutto; se col proprio
prestigio incantò i selvaggi Matabeles come prima aveva abbacinato
tutti i finanzieri delle varie compagnie africane, non si avvide che
nella Colonia del Capo, nell'Orange, nel Transwaal erano già i germi e
le figure di una civiltà avvenire non mutabile nè coercibile da alcuna
potenza di uomo.
Quindi la sua incursione con Jameson, donde originò la guerra
attuale, fu peggio che ridicola, e in tutta la guerra stessa il suo
indiscutibile genio di avventuriero e di mercante non seppe trovare
nè un'idea, nè un mezzo per contrastare alla improvvisa ed eroica
originalità dei boeri.
Egli, inglese, non potè superare l'idea di patria, e questa sua unica
virtù scoprì tutta la debolezza del suo sogno: volle sopprimere i
boeri per dare all'Inghilterra un immenso territorio, un immenso
quadro vuoto da riempire di sè stessa, mentre l'impero inglese, come
già quello di Roma, soccombe lentamente al peso della propria vastità.
Bisognava rinnegare la patria, ribellare la Colonia del Capo, fonderla
coll'Orange e col Transwaal, raddoppiarla colla Rhodesia, e l'impero
nuovo invincibile dell'Africa Australe sarebbe balzato dalla sua
fantasia nella storia.
Ma Cecil Rhodes non era un soldato come Francesco Sforza, e nemmeno
un ribelle come Catilina, perchè la poesia del suo sogno, separandolo
dal volgo dei finanzieri, potesse innalzarlo sino al gruppo non grande
dei conquistatori; credeva abbastanza nella superiorità delle idee
sugli interessi, e non sapeva che un'idea per diventare storica deve
anzitutto non essere personale.
Così nell'Africa volle fondare un impero senza nazione, regnare senza
un popolo: inglese, rimase separato nell'opera dal governo, africano,
non si fuse in una patria futura; fu un eroe di romanzo e non di
epopea, l'estremo forse fra i grandi sognatori del secolo decimonono,
e sparve dalla scena come un personaggio di Victor Hugo, sproporzionato
nella grandezza e assurdo nell'impotenza.
Il suo testamento, aperto ieri, rivela il suo carattere; in esso chiama
eredi gli anglo-sassoni, gli americani e i tedeschi, e fonda scuole,
istituti, premi e borse; munificenza di miliardario vinto nella privata
e nella pubblica vita dal proprio danaro.
Ma questo patriottismo purificherà la sua memoria in Inghilterra,
imponendo silenzio a qualcuno dei troppi nemici implacabili e volgari,
retori e tribuni di plebe, che negano la ricchezza vilipendendone
l'origine nell'impurità del guadagno. Forse alcuno fra essi penserà
finalmente che nulla è più sciocco del giudicare un uomo dal patrimonio
e che il danaro, se non può diventare da solo materia sufficiente ad
un impero, si muta nelle forti anime in un materiale di poesia talvolta
profonda ed originale quanto nei maggiori poemi.
12 aprile 1902.
ZANARDELLI
Fu presidente una sola volta e troppo tardi, quando in lui stesso
la libra si allentava stanca della lunga tensione, e altre passioni,
nuovi interessi, altra gente e altre idee si cacciavano tumultuando nel
parlamento.
Ed egli non era che un parlamentare.
Benchè entrato assai giovane nella politica ed eletto deputato nella
prima legislatura italiana, appena la Lombardia potè congiungersi
al Piemonte, dopo tanti anni e tanta vicenda di casi e di uomini
il suo ingegno non potè crescere all'autorità e alla dominazione
dello statista. Avvocato e giurista mediocre, non regnò mai nè dalla
cattedra nè sul foro: sdegnò quella e praticò questo, aumentando
col l'importanza del grado politico il valore della propria opera
professionale; ma avvocato fu poco più di un dilettante, giurista non
scrisse ohe un libro sull'avvocatura caldo e sonoro di rettorica, fra
eleganze letterarie, pulite prima dal gusto aristocratico di Ferdinando
Martini. La sua cultura era classica, il suo ingegno di retore, il
suo carattere di parlamentare, la sua ambizione di ministro: aveva la
volontà tenace, il pensiero agile, la parola pronta; sapeva sedurre
più che conquistare, battersi più che vincere, farsi ascoltare più
che persuadere o, persuadendo, rapire le menti ed incatenare le anime.
Nel parlamento nessuno, meno il Depretis e adesso Giolitti, lo valse
nell'abilità d'incettare i voti e di preparare gli scontri; ma quegli
e questi lo superarono di troppo nella potenza di capitani, riuscendo
sempre a tener stretto un qualche gruppo anche nella lunga stagione
delle rotte, quando la vittoria del nemico o un mutamento nella
politica fuori del parlamento, sembrava allontanarli perdutamente dal
potere.
Zanardelli era con loro, ma sotto di loro.
Nel più lungo periodo di attività egli fu sempre subalterno, senza
che la vistosa apparenza della sua parola gli valesse l'odio degli
avversari e la confidenza degli amici. Nella sinistra dopo il Rattazzi
seguì il Depretis, ultimo il Crispi, e in questo tempo fortunoso,
così facile alla rivelazione degl'ingegni e dei caratteri, Zanardelli
rimase il retore della libertà, cresciuto piuttosto nell'ammirazione
dei parlamentari francesi che inglesi: meglio girondino che
giacobino, quantunque gli mancasse la poesia degli uni e degli altri:
incapace di afferrare le grandi occasioni, di assumere le pericolose
responsabilità, d'imporre un pensiero, di estrarre da un avvenimento
la formula, di gettare al paese un grido come un'arma. E la storia fu
allora faticosa, triste e grande: le miracolose imprese di Garibaldi
nel mezzogiorno, la sparizione dei ducati e dei regni, l'Italia male
ricomposta, poi Torino e Roma sacrificate ipocritamente a Firenze,
Custoza che ci prostrava all'Austria, Mentana che ci degradava alla
Francia, e finalmente Roma presa sospingendo corte e governo nella
facilità del disastro napoleonico, fra l'indifferenza di tutti.
Zanardelli rimase quasi ignorato.
Egli non era di coloro che creano e nemmeno che costruiscono. La sua
parola aveva come paura delle cose e cercava soltanto le parole; la sua
eloquenza si ascoltava al di dentro e aspettava di essere ascoltata al
di fuori; la sua passione per la libertà era platonica, senza l'energia
dei veri sacrifici, l'impazienza delle prove supreme.
Bisognò che tutto in Italia fosse compiuto in quel grande periodo,
perchè Zanardelli apparisse dall'oscurità improvvisamente ministro
col Depretis, l'uomo di neve come lo chiamava Cavour, il più duttile
fra tutti e il più incredulo, venuto ultimo per determinare l'assetto
interno sulle rovine ancora fumanti dei partiti caduti fra la loro
stessa opera. Depretis fu quindi l'anima di questo tempo breve e non
bello; governò, disciolse, ricompose le idee e gli interessi: nella sua
mano scarna e scaltra tutti i parlamentari amici e nemici si sentirono
egualmente stretti, uno solo eccettuato. Zanardelli, da lui assunto
come un retore indispensabile alla scena, non potè diventare contro
di lui un poeta nel nome stesso della libertà, che aveva creduto di
servire, e pentarca nella pentarchia, allora improvvisata, non fu
daccapo che elemento decorativo come Benedetto Cairoli, col quale
doveva poi comporre il più inane dei ministeri.
Invece l'avvento della sinistra iniziato dal Depretis doveva chiudersi
col Crispi: l'uno uomo di governo, l'altro uomo di stato, entrambi
ancora vibranti dell'energie, dalle quali era cresciuta l'Italia.
La prima grande prova politica a Roma fu l'impresa d'Africa,
imposta dalla storia, subita da tutti i ministeri senza intenderne
la fatalità, osteggiata quasi ugualmente da tutti i partiti senza
impedirne il tragico andare: quindi vi furono ore luminose e giorni
tetri, scaramucce in parlamento e battaglie nel deserto, angosce di
nazione e di corte, responsabilità di ministeri e di partiti, errori
di tutti, e non grandezza di qualcuno. Depretis e Crispi vi perirono,
Zanardelli non ne sofferse, troppo piccolo sempre nella necessità delle
ore grandi, all'opposizione al ministero, per soffiare loro la vita o
morire della loro morte.
Perchè egli non fu mai che un elemento decorativo, indispensabile per
motivi di parlamento o di ministero, rappresentando fra l'incertezza
delle idee e il mutevole esperimento dei metodi quasi il principio
della libertà e la tradizione del liberalismo, nell'eco di una promessa
della monarchia alla democrazia.
Così a poco a poco crebbe, e nell'esaurimento dei vecchi partiti,
nel disparire dei vecchi uomini, potò finalmente arrivare egli stesso
dalla presidenza della camera a quella del ministero, vincitore senza
vittorie, presidente senza portafogli, parendo un protettore della
corte e della piazza, troppo vecchio per i tempi nuovi, senza altre
idee che di ricordi e altra autorità che d'insegna.
Ma l'insegna era gloriosa.
Se la storia non potrà sapere la sua opera di ministro, giacchè come
tale fu sempre un satellite; se quella di riformatore giuridico non
è ben sua, quantunque porti il suo nome, e non esprima alcuna vera
originalità; alla costanza del suo lavoro, alla immortalità dei suoi
principii, alla fatica della sua vita fu premio meritato l'ultima
presidenza, e ricompensa anche più bella la breve gloria di ultimo
campione liberale.
Forse egli non avrebbe saputo difendere la libertà dagli attacchi
popolari, come già dalle prepotenze aristocratiche o monarchiche: forse
l'urgenza di tale nuovo pencolo gettò un'ombra sull'ombre de' suoi
giorni estremi, fra le solitudini del lago prediletto, nella lenta
aspettazione della morte, e tremò per la libertà e per l'Italia, perchè
entrambe furono la sua passione vera, così vera che il suo carattere e
il suo spirito di retore ne trassero lampi di eloquenza e nobilità di
atteggiamenti.
Infatti con lui è morta una magnifica forma di eloquenza parlamentare,
letteraria insieme e giuridica, a pieghe accademiche, col ritmo
classico, col gesto che è ancora la parola, colla parola che è una
musica.
Egli si ascoltava parlando; adesso dopo di lui, al suo posto chi saprà
farsi ascoltare?
10 gennaio 1904.
IL MINISTRO
È rude, forte, alto, non grande.
Ieri, prima della battaglia, pareva un vinto, oggi è ancora vincitore
senza aver trionfato di alcuno, perchè nel nostro parlamento non vi
sono più partiti ma gruppi, non programmi ma tendenze, qualche istinto
e poche idee, parecchi capitani, ma tutti senza esercito.
Egli stesso non ne ebbe mai uno.
Cresciuto come un impiegato, imparò la pratica del governo metà
nell'ufficio e metà nella camera, essendo di quelli che si fanno della
pazienza una forza e non sì stancano sulla propria via, fisi a una
mèta che li attira come una promozione. Il pensiero politico non gli
discendeva dalle alture della storia della scienza, ma gli entrava
per gli orecchi e per gli occhi dallo spettacolo delle lotte politiche
quotidiane: plebeo, aveva istinti democratici, impiegato, sentiva la
necessità immediata della legge, deputato, voleva arrivare al ministero
non importa con chi o con che, pronto a scegliere anche arrischiando
nelle combinazioni, studiando il terreno e la gente per profittare
delle sinuosità d'entrambi, credendo vigorosamente in sè stesso appunto
perchè nessuno oramai credeva più a nulla.
In un passato poco lontano si era fatto una forza paesana col
mettersi al servizio del danaro piemontese, frutto dei primi risparmi
accumulati nella prima trasformazione industriale di Torino, e lo
gettò nella voragine edilizia di Roma, preso anch'egli dalla febbre
dell'improvvisazione, che ardeva la nuova capitale: un altro vi sarebbe
perito intero, egli non vi perdette nemmeno la fiducia del proprio
gruppo, forse perchè la sua vita privata aveva una rara, originale
onestà.
E questa potenza lo sorregge ancora.
Elastico quanto Depretis, quantunque meno agile ne' movimenti e fecondo
nel pensiero e pronto nella parola, egli tratta la combinazione di un
ministero come quella di un affare, fa ogni offerta e l'accetta, se
paia convenire al momento; crede poco alle idee o ai partiti e meno
agli uomini: non è un dominatore ma un direttore, sa le debolezze di
tutti, e nessuno lo ha ancora toccato col ferro nella sua. Adesso è
presidente dei ministri per la seconda volta.
Prima gli conveniva lasciar passare l'epilogo di Zanardelli, ultimo
retore girondino o giacobino, come meglio piaccia, invecchiato
subalternamente nella camera e nei ministeri, quando per governare bene
o male bisognava avere una personalità inconfondibile; e Giolitti entrò
dietro di lui per dominarlo dal disotto, lasciandogli il compiacimento
di cantare le ultime romanze fra le ammirazioni ingenue della sinistra
e i ringhii rattenuti della destra: ma egli solo governava, promettendo
tutta la libertà ai ribelli così accomodanti della montagna e gittando
tratto tratto un gran gesto protettore ad un'altra vetta più alta.
Perchè tutta la sua politica, e lo disse, era opera di salvataggio dai
pericoli del '98, nei quali la paura e l'inesperienza di tutti avevano
creduto di vedere attraverso, per la vacuità stessa della insurrezione,
un baratro. Pelloux, non uso come generale alle vittorie cruente, come
ministro si compose una sconfitta assurda ed insanguinata; Sonnino,
che compagno di Crispi aveva avuto il torto di scemargli l'energia
nell'impresa di Africa, negandogli, ministro delle finanze, il
danaro della battaglia prima e della rivincita poi, gli era succeduto
invano nel comando della maggioranza, e, incapace anche questa volta
di assumere la responsabilità della repressione, tentò servirsi di
Pelloux come di un paravento, che la bufera parlamentare spazzò subito
scoppiando più furiosa sopra di lui.
Ma siccome una rivoluzione non vi era stata, e la rivolta stessa
nemmeno meritava questo piccolo nome, la reazione parve quello che
era, senza idea, senza forza, senza persona: quindi una riscossa metà
ironica e metà sentimentale riportò in alto la sinistra.
Zanardelli vi figurava come il personaggio storico, se per lui tale
aggettivo non paresse troppo grande; Giolitti ne era l'uomo più vivo.
La monarchia usciva allora insanguinata da una tragedia regale, che
aveva profondamente addolorato la nazione, e un re nuovo, giovane,
fidente entrava nell'arringo, superbo di gridare una nuova parola, di
credere al popolo e di essere da lui creduto.
Il tema era bello e avrebbe potuto essere grande per un uomo di stato.
Sciaguratamente per tutti nè Zanardelli nè Giolitti lo erano: quegli
proseguì nella vecchia rettorica legislativa, questi esagerò il
pericolo della passata reazione e l'urgenza delle nuove necessità
sociali per apparire a destra come un salvatore e a sinistra quasi un
compare.
Il giuoco nè facile, nè utile, nè bello, fu però condotto con
sufficiente abilità: l'eccessiva condiscendenza trasse a rivolte
soffocate presto nel sangue, ma l'importanza accordata alla
estrema sinistra parve compenso adeguato; il paese aveva lavorato
accanitamente, silenziosamente negli ultimi vent'anni, arricchendosi
d'esperienza e di danaro; quindi la sua improvvisa rivelazione a sè
stesso e all'Europa fu proclamata un vanto dell'ultimo ministero:
Zanardelli logoro soccombeva al peso della fortuna e Giolitti per
affrettare la sua caduta lo abbandonò subitamente.
L'ultimo epilogo della sinistra storica era così finito; ma il presente
ministero è veramente il prologo di una nuova politica, la protasi del
grande, invocato poema moderno?
Certamente l'onorevole Giolitti è oggi nel parlamento il maggiore
e più forte uomo di governo, se a questa parola non si lasci che il
valore dei successi giornalieri: ha esautorato tutti i capitani della
montagna offrendo loro la scelta dei portafogli e spingendo, dopo
il tardo rifiuto, l'ironia sino ad invitare i più anonimi gregari;
ha scomposto la falange sonniniana, paralizzato Rudini, dispersa la
destra, disorientata la sinistra, persuaso quasi tutti, in alto e in
basso, che per governare è oggi indispensabile, più che l'assenso del
popolo, il consenso dei partiti radicali.
E potrebbe anche essere vero.
Ma se la giovane monarchia, entrando in un nuovo periodo, dovrà guidare
l'Italia, così improvvisamente cresciuta di forze e di fortuna, alla
conquista di un qualche primato, tale piccina abilità politica è ancora
più insufficiente che indispensabile.
Egli invece non ne ha altra.