Most, il nemico di Marx, fu il successore politico di Stirner e il

fondatore a Londra del partito anarchico, che doveva a lunga distanza

di anni trovare in tre italiani un sognatore, un sonnambulo e un

maniaco: Angiolillo, Caserio, Lucheni, tre omicidi, tre vendicatori,

enigmatici nell'opera, paurosi al pensiero.

Nietzsche fu il poeta di Stirner, ma, come Chateaubriand, un poeta

della prosa. Profondo ed oscuro, nuvoloso e lampeggiante, egli apparve

per rispondere alla nuova tirannide del socialismo, che annulla

l'individuo nella massa e non gli lascia altra speranza di felicità

che la partecipazione ad un materiale benessere mediocre e collettivo:

un refettorio e un dormitorio, un lavoro anonimo e comune, la libertà

sacrificata all'eguaglianza, la personalità dispersa nel numero.

Allora nell'ingegno di Nietzsche tornarono giganti le più micidiali

figure di eroi, che per compiere la propria missione erano passati

sull'umanità come un elefante sopra un formicaio; ma egli dimenticava

quella missione per non amare che la loro mortifera sovranità. Carlyle

era sopraffatto e svisato dal suo continuatore: la teorica degli eroi

continuatori della storia diventava la lirica apologetica dei tiranni,

che la violano nei loro capricci.

Ma pochi artisti in questo secolo furono più ammaliatori ed

originali di Nietzsche. Attraverso le inevitabili e spesso disgustose

falsificazioni del suo spirito una meravigliante visione della realtà

esplodeva, come le improvvise illuminazioni boreali, che poi sorpresero

Nansen nell'eroico viaggio polare: un incendio lucido e colorato,

quasi di fiamme diluite, di gemme evaporanti. Nietzsche ha criticato

frammentariamente ma insuperabilmente tutti i vizi e le manchevolezze

della nostra epoca: ha dissipato per sempre il fantasma della verità

popolare, schernite e distrutte le misere velleità delle mezze

ribellioni e delle mezze autorità liberali.

Il suo sogno del superuomo è il suo sogno di malato, l'invettiva finale

che esagera e falsa il ragionamento, un ritorno della forza pagana

su la molle decadenza cristiana, la suprema vanità di comando in una

aristocrazia rimasta fuori della vita e che tenta indarno innalzarsi

arrampicandosi sulla propria vanità.

Gabriele d'Annunzio tradusse il sogno di Nietzsche in qualche figura,

sforzandosi a darle sembianza di vita coll'imitazione di antichi

disegni, intendendo a rovescio Leonardo da Vinci, ingannandosi ed

ingannando colla malia di una bellezza letteraria formata cogli echi e

coi riflessi di ogni bellezza passata. La figura abbagliò il pubblico,

una torma di scolari applaudì, delirando, il maestro, che valeva

meglio dell'opera e si avviava nel teatro verso la più rude e salutare

smentita.

Adesso Remy de Gourmont, minore nell'ingegno, più destro nella maniera,

ritenta la prova.

Il suo _Sogno di una donna_ non vorrebbe essere che la confessione

ingenua e convincente di una superdonna, la quale ha concepito

la propria esistenza nell'illimitato impero della volontà e nella

conquista del piacere. Così ella trionfai per aver saputo volere; e

si sente felice perchè limita ogni attività del corpo e dello spirito

al piacere. Sciaguratamente tutto si riduce a un fantasma di donna, a

una forma polemica, a un mostro elegante ed impossibile, che l'abilità

dell'artista trasse dalla ganga di una tesi filosofica. Ella non vive

davvero, perchè la vita imprigiona tutti gl'individui nelle proprie

maglie e non consente ad alcuno di romperle salvandosi in una libertà

estranea alla morale, superiore al pensiero. Il dramma si svolge

invece dentro questo sforzo, quindi la tragedia si compie uguagliando

vincitori e vinti.

Che cosa è il piacere nell'amore?

L'agguato teso, secondo Schopenhauer, a noi dalla natura per suaderci

la perpetuazione della razza, o, secondo l'idea cristiana, il primo

pietoso compenso messo da Dio nella nostra dura vita di sacrificio e di

ascensione?

Comunque lo si intenda, nè il piacere è l'amore, nè la voluttà sessuale

il suo massimo piacere. L'amore ha bisogno di idealità e di olocausto

nella sua prima ora fra gli amanti, come nella sua lunga giornata coi

figli: si comincia dall'amare come tali, poi l'amore degl'innamorati

preannunzia la devozione dei genitori. È questa la legge, la verità e

la vita. Non è permesso, non è possibile isolare la propria esistenza

circoscrivendola entro i giorni felici ed inconsci dell'amore

primaverile: è falso che l'amore galante, composto di sensualità bruta

e di grazia artificiosa, possa dare il trionfo sulla vita, l'impero

sopra sè stessi e su le folle. Superuomini e superdonne non sono che

superfetazioni, alle quali l'ingegno può aggiungere qualunque più ricca

decorazione, ma non inspirare il soffio della vita.

E l'arte è creazione.

Potete leggere questo _Sogno di una donna_: vi parrà più vero dei sogni

d'annunziani perchè più prosaico, forse meglio composto come romanzo,

meno esotico come stile, più moderno come parola. Ma non riconoscerete

nella sua eroina il carattere di altra donna da voi conosciuta,

mentre nella turba dei personaggi, che la circondano per darle modo

di svolgersi, vi sentirete a disagio come fra maschere fuori della

stagione carnevalesca.

Non vi è che un modo per essere un superuomo e diventare un grand'uomo:

pensare, amare, soffrire, creare per tutti coloro, che la vita umilia

fatalmente nelle feconde bassure del lavoro anonimo e quotidiano.

22 dicembre 1899.

LA BATTAGLIA RELIGIOSA

Così pare mutarsi quella che il ministero Waldek-Rousseau aveva

cominciato contro le congregazioni.

Mentre nella camera francese gli oratori succedevano agli oratori

d'ambo i lati allungando magnificamente la serie dei discorsi come un

torneo letterario, nel quale i campioni giostravano con tutte le armi

vecchie e nuove, improvvisamente un gruppo di destra mosse incontro

alla grossa falange socialista e urtò il ministero con una votazione

formidabile e nonpertanto inefficace.

Il ministero, per larvare l'illiberale insidia del proprio disegno,

voleva che quasi tutte le associazioni per costituirsi e per mantenersi

dovessero chiederne il permesso allo stato: si capiva fin troppo bene

che nella pratica del governo i circoli socialisti non avrebbero avuto

nulla a temere da una simile disposizione, ma l'istinto della logica

e della passione, che non può quasi mai sottomettersi alle effimere

necessità della schermaglia parlamentare, esplose nella discussione,

e i socialisti proposero che solamente le congregazioni religiose

dovessero umiliare così il diritto della propria vita.

Quindi la legge mutava indole: dalla difesa della repubblica

passava rapidamente, violentemente, alla persecuzione religiosa,

rinnovando odii sopiti da secoli, solleticando rancori recenti ed

ingiustificabili, dividendo nuovamente i cittadini per ordine di

sentimenti e di idee ultramondane.

E la destra, per compromettere il governo, votò coi socialisti questo

editto di proscrizione.

Certamente il governo della repubblica aveva bisogno di alzare qualche

valido baluardo contro gli approcci sempre più minacciosi e le mine

sotterranee, che molte congregazioni religiose scavavano con passionata

perseveranza sotto le sue fondamenta. Non mai forse nella lunga storia

civile di Francia l'opera dei conventi fu con più largo proposito e

con maggiore efficacia di mezzi diretta a rovesciare un governo; e

la guerra era cominciata all'indomani di Sédan, mentre i campi della

Sciampagna fumavano ancora di strage guerriera e per le vie di Parigi

le fiamme del petrolio asciugavano le pozzanghere del sangue.

Il clero, che aveva regnato con tanta preponderanza sul secondo impero

napoleonico, sentì nel proprio istinto che dalla nuova repubblica

non avrebbe potuto pretendere simile privilegio, e sapendo la Francia

monarchica nelle abitudini mentali e sentimentali, malgrado tutte le

effervescenze repubblicane, intese al riparo.

La repubblica infatti avrebbe dovuto lottare lungamente per fondersi,

giacchè mancava ad essa una tradizione conciliante e gloriosa. La

Convenzione atterriva ancora le anime coi ricordi tragici del suo

avvento simile ad una bufera di sangue e di fango, che aveva tutto

rovesciato struggendo e fecondando, contrapponendo la Francia a sè

medesima e al mondo, in un miracolo pauroso e sublime, inintelligibile

e breve, dal quale era uscito un impero militare più alto e violento

dell'antica monarchia.

Certamente la Convenzione era una gloria francese, ma aveva troppo

somigliato ad un cataclisma perchè da essa una tradizione repubblicana

potesse formarsi. E l'esperimento del '48, simile ad un intermezzo di

operetta, finiva alle giornate di Cavaignac, nelle quali ricominciava

già un altro impero napoleonico.

Le congregazioni religiose di Francia non credettero alla vitalità

della terza repubblica.

Quindi colla paziente tenacia dello spirito conventuale si accinsero

a filarle il capestro, perchè mancava come sempre a questo spirito

quel senso segreto e così poco definibile della progressione storica.

Chiuso nei propri dogmi, superbo di una tradizione conquistatrice non

mai arrestata, rotto a tutte le difficoltà della propaganda, pratico

dei costumi, al centro degli interessi, padrone delle coscienze, non

credette alla marcia fatale dell'idea democratica.

Mentre il clero regolare inchinava lentamente verso la repubblica, i

conventi si mutarono in rocche o in accampamenti muniti contro di essa:

e sospinsero gli attacchi.

Nel mondo moderno ogni battaglia si compie col danaro, ed essi

arricchirono tosto, inverosimilmente: la democrazia bandiva al popolo

la necessità di rinnovare in una nuova coltura la propria coscienza, ed

essi moltiplicarono scuole, collegi, educandati, arrolarono professori,

irreggimentarono scolari; l'esercito doveva essere il grande presidio,

l'espressione armata del suffragio universale, ed essi penetrarono

nell'esercito, vi riassunsero la tradizione monarchica, vi riaccesero

gli orgogli aristocratici e l'ingenua fede regia.

Poi, diventati più audaci nella lotta, soffiarono nell'antisemitismo,

tentando di organizzare una finanza cattolica contro la finanza

israelita: si impadronirono della stampa, signoreggiarono le elezioni

e, giovandosi dello spauracchio socialista, chiamarono a raccolta tutte

le coscienze timorate e timorose, conservatrici e reazionarie.

Ma questa opera, certamente meravigliosa nella sua rapida molteplicità,

aveva lo stesso difetto alla base e al vertice: in quella mancava la

monarchia, su questo il monarca: le congregazioni non avevano potuto

nel proprio impeto trascinare tutto l'altro clero, e la repubblica

rimaneva invincibile nella Francia, perchè la monarchia vi era morta e

nessuna figura regale vi appariva vivente.

Allora la guerra peggiorò: la tragedia Dreyfus impose a tutti i partiti

di gettare la maschera, bisognò essere francamente per la repubblica o

contro di essa; i conventi si proclamarono superbamente nemici, e Leone

XIII si pose pacificatore fra essi e il governo.

Come sempre, la tradizione cattolica di Roma si rivelava più profonda

e sicura di ogni altra.

Era impossibile che il governo repubblicano, uscendo vittorioso da

questa lotta, non tentasse contro le congregazioni religiose una

qualche rappresaglia, e Waldek-Rousseau, dopo Casimir Perier il miglior

parlamentare di Francia, era forse l'uomo più adatto a non sbagliarne

la portata e il momento. Infatti, isolando abilmente le congregazioni

dall'altro clero e coprendo l'incameramento dei loro beni col magnifico

disegno di una cassa nazionale per gli invalidi del lavoro, egli aveva

posto la questione sopra un buon terreno colla legittima lusinga di non

offendere troppo la coscienza cattolica francese.

Ma la logica della passione e dell'istinto supera sempre ogni

dialettica, ed ecco la posizione del governo invertita: una legge di

difesa si muta in una legge di proscrizione, la minaccia socialista

richiama alla memoria le paure della prima grande rivoluzione, i

conventi sono condannati, qualunque associazione religiosa diviene

sospetta e perde il diritto nella legge.

La destra, unendosi ai socialisti nella violenza, volle certamente

spingere il governo nell'assurdo per meglio ridurlo all'impotenza,

ma la coscienza pubblica non intenderà facilmente il beneficio di una

simile manovra.

Così molti anni or sono i conservatori d'Italia, per impedire

l'allargamento proposto da Depretis nell'elettorato politico,

arrivarono sino ad invocare il suffragio universale, sperando

ingannevolmente di dominarlo.

Ma i conservatori francesi si troveranno invece, come la repubblica,

in opposizione coll'idea liberale e colla tradizione religiosa; la

persecuzione gioverà ai conventi anche per gli infrenabili eccessi che

i socialisti commetteranno al sicuro nella nuova legge.

Già in molte città sindaci socialisti proibiscono ai sacerdoti di

vestire la tonaca, il municipio di Parigi toglieva non ha guari dai

manuali di scuola il nome dì Dio, e una propaganda atea, furiosa e

villana, inetta e dissolvente, si vanta di arrestare ogni sviluppo, di

cancellare ogni traccia religiosa sulla terra francese.

In Francia, come in Italia, il partito conservatore ha ripetuto gli

stessi errori: là non volle essere repubblicano, qua francamente

liberale per resistere all'onda impura, che i demagoghi sollevano dalla

democrazia: in ambo i paesi, egualmente costretti ad accattare la vita

in parlamento e fuori del parlamento, i governi non sanno più avere

la sicurezza di un programma e di un partito; vivono d'espedienti,

sminuzzano le idee, frantumano i caratteri, tradiscono sè stessi prima

ancora della patria.

Eppure non mancano esempi stupendamente superbi: in quale epoca,

presso quale popolo si vide mai più bella, ascendente continuità che

nell'impero prussiano da Bismarck a Bülow?

Anche nell'infelice guerra contro i boeri l'Inghilterra non appare

ancora come fusa nel bronzo della propria politica imperiale?

E l'Italia?

11 febbraio 1901.

I RIBELLI DELLA FEDE

Sono essi veramente tali?

Da circa un mese il telegrafo segnala ogni giorno piccole vampe e

fumacchi d'insurrezioni per tutte le terre di Francia. Un dolore

solleva le anime, un odio nuovo esaspera le coscienze offese nelle

più oscure profondità, ove la vita comincia e finisce dentro lo stesso

mistero. E come nei secoli lontani, quando l'idea religiosa conteneva

ancora tutto l'intelletto civile, si veggono i più ingenui e i più

timidi, i contadini e le donne levarsi armati di querele e di armi

domestiche a minacciare i nuovi nemici della loro fede e a difenderne

gli inermi difensori.

Perchè?

Quale pericolo nuovo, non ancora visto dalla mente dei più acuti

pensatori, minacciava la vita della terza repubblica francese, che

sorta dalla catastrofe di Sédan aveva potuto in trent'anni riparare i

guasti dell'ultima sconfitta napoleonica, rifare esercito ed armata,

dilatare l'orbita del proprio dominio coloniale, raddoppiare ogni

valore di terre e d'industrie, logorando con una politica abile

e tenace tutti i residui delle forme monarchiche sopravvissuti al

disastro delle singole dinastie?

Da Thiers a Waldek-Rousseau, forse la Francia non vide mai alla sommità

del proprio governo più ricca fioritura di uomini illustri e più

presto mietuti nelle battaglie parlamentari; ma uno stesso programma

si compiva, malgrado ogni rovina personale, risollevando la nazione nel

concetto del mondo e mantenendole il nobile e così difficile primato di

antesignana nella marcia della democrazia e nell'avvento della libertà.

Invano gli avanzi monarchici tentarono in una estrema coalizione

l'ultimo sforzo: mancava ad essi la continuità della tradizione,

che mantiene nei cuori coll'entusiasmo della fede l'abitudine della

credulità, e la gloria di una bandiera nelle mani di un uomo nato alla

vittoria; non un principe, fra i pretendenti, aveva mai visto una

battaglia, non un generale, fra quelli disposti a vendere la spada,

possedeva nemmeno l'anima di un reggimento per gittare all'aria il

primo grido di rivolta. Boulanger fu un giullare della reazione,

Deroulède un buffone da caserme, nelle quali le sue canzonette militari

avevano potuto introdursi fra tutte quelle altre di piazza: entrambi

insidiando la repubblica, non poterono contrapporle francamente la

monarchia, e decaddero nella estimazione della folla prima ancora che

l'impresa avesse arrischiato un uomo ed alzato un labaro.

La monarchia non poteva ancora risorgere in Francia; come dunque la

repubblica sarebbe stata in pericolo? Ogni esperimento monarchico era

stato esercitato nella patria francese dopo la sua grande rivoluzione,

che interrompe come una immensa giogaia la storia regia d'Europa: la

prima ristorazione legittima era finita all'esilio di Carlo X, ultimo

re borbonico nel quale il popolo aveva ancora potuto vedere la nobiltà

maestosa di un trono e di un diritto secolare: Luigi Filippo non fu

che una transazione e una transizione fra l'abitudine della servilità

plebea e l'orgoglio della nuova sovranità popolare, ma il suo diritto

non potè mai essere chiarito e il suo potere, costretto a vivere di

espedienti, si logorò in un'opera senza virtù di elevazione storica.

Così cadde alle prime impazienze repubblicane senza che la repubblica

avesse ancora compita la propria assisa, e l'estrema forma cesarea si

produsse quindi nell'arringo con Napoleone III. La prova lunga non fu

senza qualche gloria, mentre la bandiera francese entrava trionfatrice

a Milano fra gli osanna di un popolo liberato e respingeva quella russa

dalle mura vinte di Sebastopoli, ma un impero di avventure come quello

del primo Napoleone non poteva essere rinnovato fuori della propria

bufera, che aveva sconvolto e fecondato tutta l'Europa.

Il nipote somigliava allo zio come un'armatura ad un guerriero: il

secondo impero dopo il primo pareva quello che era: un fodero senza

lama, una corona senza testa, uno scenario romantico per una tragedia

classica, nella quale l'attore principale pretendeva di essere anche il

poeta.

Il poeta era invece a Guernesey e soffiava contro il teatro e

contro gli attori i propri versi pieni di tutta la collera del mare,

lampeggianti e sonanti come le bufere.

Chi avrebbe dunque potuto rovesciare la terza repubblica?

Se le bande dell'impero e i banditi della Comune, aiutati dall'immensa

invasione prussiana, non erano riusciti ad impedire questo avvento,

era facile credere che dopo sarebbe stato loro anche più difficile

rovesciare il nuovo governo. E così fu: dalla commedia di Boulanger

al dramma di Dreyfus sino alla farsa di Deroulède, ogni tentativo

fini egualmente nel ridicolo: i pretendenti apparivano anche minori

dei propri partigiani, e in questi la passione dell'avventura non

bastava più ad improvvisare il coraggio della ribellione e la fede

della propaganda. Erano dei critici, ai quali gli errori dei governanti

potevano dare impunemente ragione, giacchè per ottenere dal popolo il

permesso di rovesciare il suo governo bisogna avergli prima inspirato

la fede e la speranza in un altro.

Invano dunque il recente ministero Combes, per giustificare la nuova

persecuzione al clero insegnante, proclama di aver salvato la vita alla

repubblica nelle ultime elezioni, per le quali si vide l'estremo sforzo

di tutti i residui monarchici. Il vanto è falso, ed è fortuna per la

Francia che sia tale: chè se davvero la monarchia fosse stata ieri così

forte da rimettere in giuoco l'esistenza della repubblica, nè Waldeck

Rousseau, il più illustre continuatore di Gambetta, si sarebbe dimesso

con tanta indifferenza per il potere, nè Loubet avrebbe chiamato il

signor Combes a succedergli.

La repubblica francese è invincibile all'interno soltanto perchè i suoi

nemici non hanno nè tradizione, nè uomo, nè bandiere: sono larve di un

grande passato vagolanti senza direzione nel presente.

La nuova guerra, o meglio forse la nuova battaglia, esprime ancora

l'antico odio volterriano e giacobino contro la fede cristiana e lo

spirito cattolico da un lato, e dall'altro l'inguaribile antipatia

nelle anime rimaste fedeli alla tradizione patria contro lo scetticismo

delle coscienze e delle opere, la negazione di ogni idealità religiosa

e l'apoteosi della ricchezza e della felicità materiale, pur troppo

così caratteristica nelle idee e nei costumi. I conservatori odiano la

repubblica ed hanno torto, dacchè la monarchia è morta senza speranza

di resurrezione: i repubblicani odiano la religione ed hanno torto

egualmente, perchè essa non è nemica alla repubblica e apparve sempre,

in ogni tempo e in ogni luogo, una necessità della vita spirituale.

Ma la persecuzione del signor Combes non ha nemmeno la grandezza feroce

di quelle antiche: è piccola nel pensiero, meschina nella parola, bassa

nell'opera, senza le fiammeggianti passioni dell'odio, senza le austere

virtù della necessità.

Egli ha assalito il pensiero, e il pensiero lo vincerà: vuole chiudere

le scuole delle congregazioni e chiuderà invece alla repubblica e alla

democrazia le anime cristiane; espelle gli educatori della vecchia

fede, per la quale la Francia potè diventare finalmente la Francia, e

dovrà permettere l'educazione di ogni nuova ed antica incredulità, da

quella che nega la proprietà, all'altra che nega la patria; teme che il

Vaticano possa rovesciare la repubblica e deve accettare per difensori

di essa i discepoli della Comune; sfratta le suore votate nella purezza

del loro sacrifizio alla cura di tutte le più dolenti ed abbandonate

infermità, e subisce le imposizioni di coloro che vantano la perfezione

del libero amore e proclamano la scuola proprietà del governo.

Ieri un colonnello a Pontivry nel Morbihan ricusò di eseguire gli

ordini del proprio generale contro una casa di suore, affermandosi

cristiano, e tutti gli spiriti francesi, amici e nemici, furono

percossi da questa parola come da un grido di libertà. La parola

esprimeva un sentimento giusto ed un'idea falsa: un soldato non discute

gli ordini che riceve, un cristiano non si ricusa all'obbedienza

contro un altro cristiano e sa che il cristianesimo non dipende da un

capriccio di un signor Combes.

Ma è triste e bello insieme che il grido della libertà sorga dalle file

dei conservatori; è brutto e triste invece che al principio del secolo

ventesimo si debba ricominciare la difesa per la libertà del pensiero

contro il governo della repubblica prima in Europa. Ma il pensiero vive

di libertà, meglio ancora che di aria e di luce ogni altro vivente;

ma non vi è più famiglia se i genitori non hanno più diritto di

trasmettere ai propri figli la propria fede; non vi è più giustizia se

un'opinione del signor Combes basta a sospendere la libertà d'insegnare

e di apprendere, la più antica e la più necessaria di tutte le libertà.

Faranno il processo a quel colonnello e dovranno giustamente

condannarlo: però dalla sua uscirà una ben maggiore condanna per

coloro, che nella sicurezza della repubblica, per povertà di pensiero,

per miseria di setta, per malattia di coscienza vollero sollevarle

contro le anime del popolo più devoto alla riverenza tradizionale di

ogni governo.

Quel colonnello è troppo piccolo forse per diventare un martire, ma il

signor Combes certamente non è abbastanza grande per riapparire, nella

millenaria guerra fra il pensiero religioso e il pensiero filosofico,

come un pensatore armato a distruggere i templi e le rocche della fede.

_Sutor, non ultra crepidam_; pedone, al passo.

18 agosto 1902.

HONOR ONUS

La vecchia Legione d'onore (chiamiamola così, perchè un secolo

di gloria è già passato sopra di essa) radiò dai propri quadri il

comandante Renancour accusato e convinto quale autore delle tabelle

delatrici contro gli ufficiali. L'atto nobile avrà forse gravi

conseguenze politiche.

Fuochi di bivacco · 第 16 / 21 段