inutile, ridicolo dargli torto. Nell'Inghilterra un marito che la
moglie tradisce, caccia la moglie e cita l'amante per i danni, e si
fa pagare così l'ultima corona nuziale: in Italia, nel nostro popolo,
specialmente nelle campagne dove è più puro, il marito davanti al
tradimento si leva, colpisce, carnefice e vittima nel medesimo tempo.
Siete ben sicuri che in questo caso l'anima inglese sia superiore
all'anima italiana? Che un marito riscuotendo giudiziariamente
il prezzo dell'adulterio diventi migliore del marito, al quale il
tradimento della moglie spezza la vita di uomo e di padre?
Ebbene no: gentiluomo di piccola ma vecchia razza, oramai divenuto
un contadino dopo tanti anni di solitudine rusticana, io eviterò di
salutare quello e stringerò cordialmente la mano a questo.
Non è vero che la onestà, specialmente la grande, sia tutta nella
legge e nella passiva obbedienza alle sue disposizioni: la legge fu
e sarà sempre una necessità ed insieme una insufficienza, alla quale
il costume ripara e deve riparare: bisogna talvolta violare la legge
scritta, più spesso prescindere da essa, perchè la verità della vita è
una legge anch'essa, la prima e l'ultima.
Le corti d'onore del ministro Orlando non risolveranno nemmeno
virtualmente il problema del duello, che è insolubile: aggiungeranno
indarno tribunali a tribunali, procedura a procedura, cabala a cabala,
e l'anima umana come sempre ne balzerà fuori sanguinando.
Il duello fa ed è ancora una necessità del costume: il costume solo
può purificarlo: la legge si contenti quindi di constatarlo e non si
degradi nel sofisma di volervi vedere un assassinio.
Adesso i socialisti hanno fra loro proclamata l'abolizione del duello
come di un avanzo di barbarie, e questo grido giovanile nella sua
sincerità poteva e doveva esercitare un grande fascino sulla pubblica
opinione. Il bel giorno si vede all'alba: la verità bella sorride e
parla dalla bocca dei giovani.
Sciaguratamente il contegno della stampa e delle assemblee socialiste
ha tolto a quel grido tutta la sua efficacia: le offese fioccano,
grandinano fra loro, contro gli avversari, si avventano dall'alto e dal
basso, villane, turpi, micidiali: capi e gregari, uomini e donne, ne
sono contusi quotidianamente: l'offesa è diventata più facile, quindi
più vile nella irresponsabilità e nell'impunità dell'offensore.
E allora è lecito chiedere: l'abolizione del duello ha davvero giovato
all'educazione delle masse? La coscienza plebea si è nobilitata?
L'offeso, che non si batte, può essere un eroe, ma l'offensore che
ricusa di battersi non sarà che un miserabile.
È triste il doverlo confessare, ma in questa nuova campagna contro il
duello par di sentire negli apostoli una più viva paura della morte e
una idolatria più bassa della vita: vivere, non più che vivere, e per
vivere null'altro che durare.
Sarebbero mai soltanto igienisti della pelle?
9 giugno 1909.
VII
PUNTE SECCHE
I DEICIDI
Mentre per la vasta Russia, nelle città e nelle steppe, attraverso
immense distanze di luogo e di civiltà, latra il mostro della
guerra spaventando anche coloro che più pensano, giacchè il problema
orientale è ugualmente profondo per tutti, un altro rumore più sinistro
ricomincia nei paesi, che videro ieri le ultime stragi degli ebrei.
La vendetta caduta nella stanchezza e nell'ebrietà del sangue, sembra
risollevarsi quasi all'eco degli appelli guerreschi, sferzando la
nativa ferocia dei contadini e dei più bassi operai, pei quali l'ebreo
rappresenta il nemico della vita, colui che crocifisse Gesù e ancora
inchioda sopra una croce invisibile tutti i più miseri.
L'ebreo è nel popolo russo un fantasma di odio e di dolore: a lui,
più infelice di coloro che lo perseguitano, sale da tutte le anime la
maledizione che dispera e urla nello spasimo della propria impotenza.
Tutto quanto colpisce e ferisce la vita è opera del l'ebreo venuto
non si sa donde, anche se da oltre un secolo la sua gente si sia
fermata su quella terra; perchè l'ebreo non è agricoltore, e la sua
piccola industria non crea, il suo commercio è un mistero, la sua
moneta un'arma, il suo aiuto una morte. Il contadino, senza danaro
anche nell'agiatezza, non ne trova che presso gli ebrei: non vi
sono banche sufficienti, e quelle aperte non hanno numerario pari al
bisogno; poi la banca è in mano ai signori, al governo, ai forti, dei
quali il popolo diffida, perchè non amano il popolo e temono magari
la sua ascensione. L'ebreo solo è la banca della gente minuta, e osa
prestare rifacendosi dei rischi sui frutti: con lui, per lui tutto è
pegno: la sua usura insaziabile è condiscendente: egli presta come ad
un nemico, che si offre prigioniero, ma il prigioniero, lasciandosi
mettere il laccio al collo, serba libere le mani. Che una parola
incendii un discorso, una bugia inventi un delitto, una tragedia si
riveli improvvisa nella miseria di tutti, e tutte le mani si alzeranno
a maledire e a percuotere questo nemico anche di Dio, escluso da tutti
gli uffici e non difeso da alcuna legge: egli è solo ovunque fuorchè
nella propria casa, non ha parenti, un partito, un'idea, una parola per
difendersi. Sarà accusato di tutto, forse appunto per la sua vita da
tutti divisa: si dirà che uccise lo czar Alessandro II, che portò il
colera dall'oriente, avvelenò l'acqua dei pozzi, propagò le malattie
col malocchio, violò i morti e invocò sulla Russia tutte le maledizioni
della natura, immolando un bambino in un rito fantasticamente segreto
e mostruoso.
Ad ogni tumulto contro gli ebrei la folla si avventa, arde e saccheggia
botteghe, case, l'opificio, la villa: il governo lascia fare, il clero
guarda muto, e il suo silenzio è un'assoluzione: la borghesia gitta ai
carnefici un sorriso che li incita e una frase che li diverte, la farsa
degrada la tragedia, il delitto si diluisce nella massa, lo stesso
anonimo confonde vittime ed assassini.
Non sono che ebrei, e basta! Infatti, che cosa è l'ebreo nella Russia,
la quale ha una civiltà di gabinetto e una barbarie di paese? Vi è
una legislazione contro di lui condensata nei quindici volumi dello
_Svod Zakanof_, che si può riassumere così: tutti sono liberi di
fare tutto, meno quanto proibisce la legge; l'ebreo invece può fare
soltanto ciò che la legge gli permette esplicitamente; quindi non
abitare, non viaggiare dove voglia. È relegato in alcune province,
ed anche dentro queste soltanto in luoghi determinati; non può essere
ufficiale, impiegato nelle ferrovie, farmacista; gli sono quasi vietate
le università, testimone non è creduto, accusato non trova quasi mai
testimoni; la politica lo respinge, le professioni lo isolano, lo si
crede ricco anche se povero, e ricco è battuto, spremuto, talvolta
anche temuto.
Perchè il danaro è la più terribile dell'armi, e l'ebreo sa adoperarla.
Costretto a chiudersi in sè medesimo e a restringersi coi propri
fratelli, la sua religione e la sua vita è di setta; odiato ha imparato
a distillare l'odio per farne il più mortale dei veleni; trovando
chiuse le scuole, ne ha aperte altre nelle sinagoghe, e l'amara,
squallida, invincibile passione del Talmud ha risoffiato sull'anime:
escluso dalla politica vi è entrato per lo spiraglio delle congiure,
portando fra i nichilisti la potenza della astrazione che dissolve,
il fascino di una dialettica che soffoca; circuito, taglieggiato dai
funzionari, li compra e trionfa della legge e s'infiltra dovunque, fino
al sinodo, fino alla corte.
Il danaro, questo eterno libero, secondo la grande parola di un
filosofo, diventa per lui una libertà e una sovranità; è impossibile
colpire il danaro, sequestrarlo tutto; esso va a chi lo adora, si
nasconde con lui, si muta in lui, è passione, idea, conquista, trionfo.
Così l'ebreo vinto prepara la vittoria: non emigra, rimane dove la sua
famiglia fu percossa, arsa la sua casa: sa che i suoi fratelli non lo
abbandoneranno mai del tutto, e ricomincia la sua opera colla pazienza
instancabile dell'avarizia, colla muta umiltà dell'odio. Vi è sempre
una rivincita per i forti: basta aspettare.
L'ebreo è il popolo dell'aspettazione.
Non attendono forse ancora il Messia? Non sognano di ricostruire il
regno di Sionne?
Infrangibili come l'atomo primo della storia, hanno attraversato tutti
i tempi e tutti i luoghi senza mutare: erano così, come adesso nella
Russia, a Babilonia, a Ninive, nelle loro lunghe cattività: non si
sono fusi mai con alcun popolo, nessun clima li ha mutati: nomadi,
stranieri, pronti a servire, abili al comando, senza politica, senza
arte, senza storia dal giorno supremo della caduta del Tempio. Li
hanno battuti, e la loro anima si temprò meglio dell'acciaio; li hanno
isolati, e la vita non potè più assorbirli: tutte le religioni li hanno
egualmente colpiti d'anatema, e il loro Dio, la sola loro creazione,
domina tutte le religioni: senza aristocrazia ne rappresentano la più
antica; senza patria inventarono il cosmopolitismo; nemici di tutti
hanno imparato tutti i mestieri, sanno assimilarsi tutte le opere,
arrivare per tutte le vie, credere, sperare, operare, sempre, dovunque.
Ma non possono creare.
La loro originalità morì in Palestina: dopo Gesù, gli ebrei non
hanno più davvero creato: nella filosofia, nella scienza, nell'arte,
nella politica, possono tutto sapere, tutto adoperare: creare no.
La creazione è inconsapevole: scaturisce dalla essenza di un popolo
destinato ad atteggiare un quadro nella umanità: bisogna che questo
popolo viva tutta la vita per esprimere in un dato momento un'idea o
una formola essenziale.
Il danaro non crea.
Questa arme, che li ha difesi sempre, salvati spesso, tolse loro la
potenza degli altri strumenti: adesso, nell'attuale periodo di civiltà
e di libertà industriale, gli ebrei guadagnarono già e giustamente
tutte le cime, coprono tutti gli uffici, e subiscono senza accorgersene
la prova suprema.
Resisteranno o si trasformeranno?
Le estreme persecuzioni russe sono meno pericolose della nostra buona
condiscendenza per la loro razza e la loro fisonomia. In Italia, per
esempio, non vi è antisemitismo, e ciò basterebbe a far pensare bene
del nostro tempo; eppure nella nostra recente rivoluzione gli ebrei
non seppero tagliarsi una parte, esprimere un eroismo, significare una
poesia.
Vennero dopo: e che restino!
Il nostro popolo, che non li ha mai odiati davvero, adesso stenterebbe
forse a riconoscerli nella uniformità della folla, se un istinto
segreto, indefinibile, più sottile di un profumo, più indeterminato di
un ricordo non lo avvertisse.
Vi è una separazione di razza, una differenza di anime, che tolgono
ancora la perfetta fusione: forse l'antica morte di Gesù?
Pei credenti; ma per gli altri?
La risposta non sarebbe difficile, ma una domanda mi sovviene, udita
da gran tempo in un crocchio di giovani artisti: parlavano di ebrei;
improvvisamente un poeta, lo chiamavano così, proruppe:
— Potete voi immaginare Mazzini e Garibaldi ebrei?
31 gennaio 1904.
L'EROE
La sua figura sale meravigliosamente dallo sfondo lontano dell'Africa
come una di quelle fiamme, che i popoli antichi accendevano sui monti
nunziatrici di vittoria.
Chi è? Chi era?
Un ignoto, un uomo cresciuto come quasi tutti i suoi soldati fra i
campi, in una casa rustica, in una famiglia forse più rustica ancora;
probabilmente non aveva mai pensato di fare la guerra e di dovervi
comandare generale, rivelandosi nella più semplice ed originale bravura
di un eroe. Adesso il suo nome, De Wet, rapido e breve quanto gli
ordini del suo pensiero e le continue imprevedibili battaglie, suona
terribile a tutte le orecchie inglesi, supera l'odio di guerra, e
s'impone collo stupore d'incessanti catastrofi all'imperiale orgoglio
britannico, forse il più vasto e alto dacchè il mondo dimenticò quello
di Roma. De Wet è il solo nemico nelle fantasie inglesi esasperate da
una guerra cominciata imprudentemente come un giuoco, proseguita con
inevitabile ostinazione, non finita ancora per una incredibile virtù
di popolo sorpreso in un immenso territorio da una prepotenza troppo
sicura di sè, e mutatosi come dentro una improvvisazione teatrale in un
esercito senza nome, senza assisa, senza tradizione, senza disciplina,
con armi d'accatto, con generali estemporanei, con bande mobili come il
vento, effimere e sempre presenti come i miraggi nel deserto.
Joubert ha potuto morire, Kruger esulare, Cronye essere vinto
e trasportato a Sant'Elena, quasi a significarvi, per l'istinto
drammatico della storia, la più plastica delle antitesi con Napoleone
I; le piccole legioni straniere, accorse per impeto di poesia e di
avventura al Transwaal, si disciolsero, l'Europa parve stancarsi
persino nell'ammirazione di tale guerra inverosimile in ambo i
combattenti; ma la guerra proseguì, si allargò minuta, continua,
rinnovando ogni giorno un capolavoro d'improvvisazione, risolvendo il
proprio problema soltanto coll'insistervi.
E De Wet, sempre De Wet: egli è il boero della realtà e della
immaginazione: la sua strategia e la sua tattica non somigliano
ad alcun'altra: appare, urta, dilegua; vincitore o vinto è sempre
egualmente inafferrabile, i generali inglesi davanti a lui sembrano
bufali pesanti che caccino una tigre, o, peggio ancora, accademici
vecchi dietro la pista di un poeta per sorprendere il suo segreto e
sopraffare la sua ispirazione.
Indarno.
I grandi giornali inglesi, che insultavano i boeri, adesso si lasciano
sfuggire le più inconsapevoli frasi d'ammirazione; pensano e scrivono
tristamente che il loro esercito, maggiore di numero che non tutta
la superstite popolazione nemica, da due anni offre al mondo il più
attristante e grottesco spettacolo di impotenza crudele e di superbia
umiliata.
Si mutarono generali e marescialli, ma non mutarono le sconfitte; dopo
lord Roberts, Kitchener, il vincitore del Mahdy, il profanatore della
sua tomba, il leone africano che doveva rinnovare la virtù feroce e il
trionfo di lord Napier; e indarno ancora.
De Wet entra nella colonia del Capo, sberta l'esercito preponderante
del generale Knox, annichila un grosso distaccamento di quello quasi
personale di Kitchener, e ricompare improvviso come un ciclone nel
Doornberg.
Knox e Bruce Hamilton l'inseguono in una caccia disperata ed
inverosimile, ma De Wet sfugge senza fuggire, si batte, valica monti,
guada fiumi, esaurisce immense pianure, lieve e tremendo come un sogno,
finchè piomba sul colonnello Crewe e lo sbaraglia, lo cattura con tutta
la sua colonna. Intanto i giornali inglesi aspettavano impazienti il
dispaccio di Kitchener, che annunziasse De Wet prigioniero, e l'Europa
ascoltava nuovamente stupita le risposte unanimi di tutti i generali
boeri alla domanda di Kruger, s'egli dovesse finalmente trattare di
pace: no. La guerra ancora, sempre la guerra, sino alla libertà o
almeno alla morte di tutta la nazione.
I boeri rimandarono liberi i prigionieri, essendo troppo poveri per
poterli mantenere, e seppellivano i morti nemici cantando salmi biblici
sulle fosse: e gli inglesi invece addensano come armenti le inermi
popolazioni, vecchi, fanciulli, donne, in campi trincerati, perchè la
fame e la peste li decimi.
Così sperano isterilire l'eroica vegetazione; strappano virgulti e
radici, fiori e frutti, colla crudeltà inutilmente dotta del loro
liberalismo, colla logica spietata del mercante che accetta tutto
fuorchè di perdere la propria ricchezza.
Ma l'immenso impero è ferito al cuore.
Gl'imperialisti non compresero che, a distanza di un secolo,
l'insurrezione boera riproduceva quella degli Stati Uniti: ancora
un mondo che nasceva, e l'infanzia di un mondo non potè mai essere
soffocata. L'Inghilterra non ha rivelato in questa ormai lunga crisi nè
un generale nè uno statista: Roberts, Kitchener, Rhodes, Chamberlain
sono figure secondarie di un dramma, nel quale l'Inghilterra è lo
sfondo e il Transwaal occupa tutta la scena: le figure eroiche,
originali, sono tutte boere. Contro di esse non contano nè il numero
dei reggimenti, nè quello dei generali, nè i miliardi, nè il complice
abbandono dell'Europa, nè il ridicolo silenzio del nuovo tribunale
istituito all'Aia, nè la fedeltà di tutte le colonie imperiali
disseminate nel mondo.
I boeri sono la prima nazione europea nell'Africa.
Per il loro territorio, non molto più piccolo dell'Europa, le
locomotive correvano già fischiando alla solitudine e al futuro; le
loro rade città, emergendo come isole sopra un immenso mare, erano
stazioni di una civiltà simile alla nostra; nessuna invasione era
possibile contro di essi, perchè ogni vittoria non avrebbe lasciato
all'invasore che il campo di battaglia.
Così fu, i cavalli puro sangue, tanto vantati nelle corse, non seppero
su quelle terre e sotto quel sole inseguire i rozzi cavalli boeri;
poi l'esercito inglese era ricco ed aveva bisogno di troppe provviste,
di troppe salmerie, di troppi impedimenti, secondo la classica parola
di Cesare. Mentre la fanteria inglese sparava ciecamente per masse, i
boeri, primi fra tutti i tiratori del mondo, tiravano sempre e prima
agli ufficiali, disorganizzando così la disciplina dei reggimenti,
che senza capi cadevano dall'ordinanza automatica nel disordine dello
sbandamento.
Adesso la nostra lunga preparazione militare nelle caserme non è più
una superiorità sicura, e Tolstoi, il veggente russo, deve aver sorriso
vedendo laggiù, nel fondo dell'Africa, confermato il suo unico ed
ironico aforisma militare: nella battaglia vince soltanto il soldato
che più tarda a scappare.
Gli inglesi evidentemente non tardavano abbastanza.
Noi credemmo troppo finora alla divisione del lavoro, alla supremazia
del progresso ottenuto colla diffrazione atomistica delle specialità:
storia e scienza invece si rinnovano quasi sempre per sintesi, creando
forze nuove solamente col raggruppare le antiche.
Garibaldi non era un generale per tutti gli altri cresciuti
nelle caserme, e compì imprese, che ad essi e al mondo parevano
ragionevolmente un sogno; De Wet non è generale per i marescialli
inglesi, che non sanno vincerlo, e la sua figura domina l'Europa
apparendovi dentro una luce di poema.
Ieri trecento tedeschi, tutti come lui battezzati col nome di
Cristiano, ordinarono ad uno scultore il busto dell'eroe sopra
un'erma in atto di ricevere da un dottore germanico l'omaggio
dell'ammirazione europea; l'idea non è molto bella, e nemmeno forse lo
sarà l'opera d'arte, ma il suo significato dovrebbe essere evidente per
l'Inghilterra.
Quale de' suoi maggiori uomini politici potrebbe essa proporre
all'ammirazione del mondo?
Chamberlain forse?
A noi italiani basterebbe ricordarci di Catilina per trovare in un
bandito parlamentare una figura ancora più terribile nella cinica
impassibilità di una falsa politica mercantile.
E quando un popolo in una guerra è senza eroi, la sua storia può
proseguire ancora, ma non sale più.
1 dicembre 1902.
IL VINCITORE
Lo è davvero?
Intorno a lui suonano gli applausi lunghi di tutto un popolo, come
ad uno di quegli eroi, che nei tempi antichi riassumevano nella
propria vita una epopea e, balzando improvvisamente dalla catastrofe,
apparivano quasi nella gloria d'una rivelazione.
Perchè con Chamberlain, presso di lui, sotto di lui, ha lungamente
trepidato nell'angoscia di un dissolvimento l'anima dell'impero
inglese; un impero vasto come un sogno, vario come un mondo, unificato
da una piccola isola lontana, dominato da mercanti, illuminato da
innumerevoli fari di civiltà, a distanze immense, intorno ai quali
rincominciano le originalità di nuovi popoli. Chamberlain fu l'eroe
borghese della guerra ai boeri, preparata come un affare, eseguita
come una conquista, colla soppressione di una piccola gente così
stupefacente nella semplicità primitiva del proprio valore, che oggi
ancora la nostra dotta esperienza della storia non sa trovarle un
paragone.
Il problema era massimo nell'Africa, e due razze colonizzatrici vi
lottavano, Olandesi e Inglesi; e la vittoria doveva assegnare col
primato la dominazione futura, nello sviluppo della civiltà europea,
per l'enorme vastità australe del continente nero.
Quindi parve e pare ancora a quasi tutti che l'Inghilterra abbia vinto.
Certamente la guerra era inevitabile per l'impero e qualunque atto
remissivo sarebbe sembrato un segno di debolezza, provocando nuovi
istinti di ribellione in altre colonie oramai mature ad una vita
autonoma. Bisognava profondere il sangue e il danaro, e questo avrebbe
pagato quello: nessuna generosità di sentimento o di pensiero era
possibile in questa guerra, nella quale l'idealità imperiale spariva
dietro al tumulto feroce di interessi immediati: la finanza dominava
la politica, ma una finanza volgare ancora più che quella di Roma nei
tempi ultimi della repubblica, e palese nelle sue combinazioni più
profonde, imprudente nelle sue contraddizioni più infami.
Ma la vittoria, come sempre, fu una rivelazione.
Il popolo inglese non aveva più le antiche virtù militari: il suo
esercito mercenario sembrò composto d'impiegati, nei quali il crescere
delle paghe diminuiva naturalmente la tragica passione delle battaglie:
nessun generale seppe strappare una vittoria o trarre una qualunque
gloria da una sconfitta: a Londra, nelle massime città, i bollettini
della morte gittavano a ondate ineffabili paure, e quelli falsi dei
trionfi suscitavano gli entusiastici deliri, le affannanti acclamazioni
della gente, che non sa più essere severa con sè stessa, nè davanti
alla vita, nè davanti alla morte.
E dopo Gladstone e Disraeli, il fondatore e il rifornitore dell'impero,
Chamberlain ne fu il campione aspro, rigido, ironico, col pensiero
lucido come un calcolo, la parola tagliente come una spada: mercante
dominatore di mercanti, azionista fra i finanzieri della guerra,
insensibile alle accuse e sicuro di vincere gittando tutta la ricchezza
inglese sopra un piatto della bilancia, mentre sull'altra il piccolo
popolo boero non poteva mettere eroicamente che la propria vita e la
propria morte.
Ma non si muore forse alla storia quando si sa andare così incontro
alla catastrofe: nessuna arra è migliore per l'avvenire che l'abdicarvi
superbamente piuttosto che venir meno a sè stessi.
I boeri infatti non cedettero che esausti, quando le loro bande non
erano più che ombre erranti per deserti, e le loro città silenti come
i cimiteri.
Oggi trattano ancora mercantilmente col vincitore ministro, che comprò
da lungi la vittoria e vorrebbe comprare le loro anime: i retori
ghignano scetticamente come all'ultima disfatta dell'ultima virtù
umana; i poeti invece, se ve ne sono, attendono pensosi, giacchè fra
i libri di ogni epopea vi furono sempre pagine di commedie simili a un
velario calato sopra scene incompiute o appena incominciate.
La storia è paziente, perché la vita è inesauribile.
I boeri hanno ancora un gruppo di prigionieri, che si ricusa all'umiltà
dell'amnistia, mentre l'Inghilterra dovette già dimenticare i propri
falsi vincitori di ieri e si dibatte, così ricca e così poco guerriera,
nella necessità di formare un esercito per difendere nell'infinita
lontananza le sue frontiere dai centomila nomi. E intanto la sua
finanza, disperatamente trionfatrice in Africa, le dissolve all'interno
ciò che ancora le rimaneva di superiore nella politica, quella
tradizionale aristocrazia, così simile a quella di Roma antica nella
sapienza del comando e nell'orgoglio della vita. Essa solamente per tre
secoli rappresentò l'idealità e l'unità dell'impero liberale contro la
monarchia e sul popolo, ricca e superiore al danaro, chiusa nei blasoni
come dentro a una fortezza inaccessibile guardando lontano, fin dove
il genio marinaro della razza sapeva aprire le vie delle avventure e
quelle del ritorno alla ricchezza.