La vanità di Musolino finì per impazzirne. Adesso non vuole comparire
alle assise che in abito borghese: esigenza di attore che rispetta il
pubblico in sè stesso, e nella solitudine della prigione si ubbriaca
quotidianamente recitando la propria parte davanti ad uno specchio
assente.
Non vi è più brigantaggio; Musolino non è un brigante.
Nè intelligente, nè coraggioso, nè feroce, nè cupido, senza amore,
quasi senza odio, egli era, giacchè d'ora innanzi non conta più, uno
sciocco presuntuoso con poca moralità e scarso giudizio; una condanna
lo esasperò, una lotta parve ingrandirlo, ma vinto e solo colla propria
vanità, adesso la sua ultima passione è per il suo ultimo vestito.
A che parlarne ancora?
15 aprile 1902.
AMNISTIA
La vecchia questione è tornata sui giornali prima ancora che il
principe, augurato nel lieto accordo di tutte le speranze, abbia,
nascendo, risolto il problema del proprio titolo.
Ma questo è davvero un problema? Coloro che pensano così s'accorgeranno
presto, se il legittimo orgoglio della nazione sia frustrato, che
l'istinto di patria è la guida più sicura in politica, e che male
s'industria l'ingegno a divertirlo in espedienti abili soltanto di
parola. E di parole scientifiche fanno oggi pompa tutti coloro, che
risottomettono l'idea dell'amnistia all'esame teorico della scuola per
discuterne il diritto e le forme, nell'intenzione palese di cancellare
quello e queste.
Come sempre, si finge di non sapere o di non ricordare che cosa sia
sino dalle più remote origini tale idea di grazia e di pace, che
l'umanità con ritmo continuo sentì salire dalla propria anima ad ogni
evento che la scaldasse di gioia, mentre l'odio, indispensabile nella
lotta per la vita, si quietava improvvisamente e un'onda di sorriso
ammolliva tutte le fisonomie.
Fu sempre così e così durerà forse sempre.
La vita è troppo aspra, il diritto troppo formale, la giustizia troppo
incerta nelle prove, insufficiente nei giudizi e tragica nei risultati,
perchè ogni tanto gli spiriti non provino il bisogno di gettarla come
un pesante fardello, che li curva dolorosamente verso terra: tutti
soffrono del diritto stesso che li protegge, tutti soccombono alla
giustizia che invocano. La verità, che sentiamo in noi stessi e negli
altri, non possiamo esprimerla esteriormente nella sua interezza:
qualche cosa di lei resta sempre sepolto nel cuore, qualche altra cosa
le si agglutina al di fuori, strisciando sul fango degl'interessi, tra
le immondizie delle passioni, nel rischio delle procedure, dentro i
prunai delle teoriche: la gente lo sa, ne soffre, e sa pur troppo che
la giustizia non potrà mai librarsi più alto, nella sfera pura delle
idee, nel cielo trasparente dell'ideale.
E allora ripara nel sogno.
L'amnistia è un sogno di grazia; e la grazia ha questo di sublime,
che alleggerisce del pari la coscienza del giudice e del condannato,
dell'offensore e dell'offeso: essa è una rinuncia alla inevitabile
verità convenzionale di tutte le leggi che rappresentano il nostro
armamentario sociale, una negazione effimera e superba del nostro
diritto e della nostra vendetta. È come un raggio di sole estivo,
che sbuca fra le nebbie e le nubi autunnali della nostra vita
quotidiana; un ritorno alla smemoratezza dell'infanzia, quando
si battaglia, si ferisce, si è feriti e si dimentica; una gioia
subitanea di affratellamento quasi in un ritorno da un lungo, faticoso
pellegrinaggio; un impeto di poesia mette una parola musicale su tutte
le labbra, una luce soccorrevole di faro in tutti gli occhi.
L'amnistia era quindi un capriccio della gioia, una bontà della
tirannide nei sovrani delle vecchie storie: non aveva altre leggi
che l'impulso del momento, il fervore della festa, l'indulgenza e la
prodigalità del padrone.
Era un bene nei risultati? Come giudicarne? Forse la sua prova migliore
è nella sua durata, poichè l'amnistia è giunta sino a noi, il che
garantisce la profondità spirituale del suo bisogno.
L'amnistia ha abitato tutti i luoghi e traversato tutti i tempi: è
salita da tutte le piazze tumultuanti, è discesa da tutti i troni
anche i più inaccessibili: popoli e re, dispotismi di rivoluzioni e di
monarchie ne hanno usato ed abusato; nelle capanne e nelle regge, sulle
navi erranti per l'oceano e negli accampamenti vigilati dalla morte o
aperti dalla vittoria, essa ha sorriso e trincato spezzando le catene
dei prigionieri, rovesciando i patiboli pei condannati, aprendo carceri
e postriboli, tempii ed aule.
Un grande poeta inglese nella inguaribile amarezza del proprio genio
gridò un giorno al mondo questa parola anche più amara: poichè l'uomo
è ragionevole, si ubbriachi dunque!
E l'uomo amnistia forse per la stessa ragione: sa di non poter essere
giusto, e ogni tanto grazia; sa che nella vita torto e ragione sono
così strettamente avvinti che nessuna analisi di giudizio riesce a
scinderli, quindi assolve senza giudizio; sa che la pena è fatalmente
sproporzionata alla colpa, e cancella colpa e pena.
La scienza se ne lagna.
Nè il lamento è moderno.
È altrettanto facile che inutile applicare alla amnistia i criterii e
le norme della legislazione ordinaria: fatelo, e l'amnistia risulterà
assurda, ma diventerete più assurdi voi stessi tentando di renderla
ragionevole. Comunque vi muoviate guardinghi, quali si siano i vostri
intendimenti e i vostri principii giuridici, discendendo coll'amnistia
nell'intrico dei casi resterete nei lacci dell'ingiustizia. Chi
scegliere? Chi escludere? valutando il peso della colpa, la qualità
del reato, la quantità del danno sociale avvenuto o possibile, l'offesa
allo stato o all'individuo?
Scegliete liberamente, ed avrete scelto male: l'amnistia è un istinto
capriccioso, col quale lo spirito integra e corregge la propria
ragione: l'amnistia è irresponsabile, indefinibile come la grazia: pare
una nemica della giustizia e ne è invece la poesia; si esprime come una
prepotenza della forza, e la tempera di bontà; somiglia all'amore che
scende su tutti, improvviso, irresistibile, e come il raggio del sole
non si sporca toccando il fango più laido, penetrando nella stamberga
più lurida.
La scienza non vorrebbe l'amnistia: ed è giusto: la scienza ha bisogno
di credere alla propria perfezione, all'assoluto dei propri principii,
e invece non la verità è dentro la scienza, ma la scienza è dentro la
verità.
La scienza è una parentesi aperta nel mistero, e la verità è nel
mistero: la legge è una parentesi, nella quale la ragione tenta di
imprigionare la vita, ma la vita ha un'orbita infinita, nessuna sonda
tocca le sue profondità, nessun occhio la segue per le altezze dei
cieli.
Se il neonato sarà un principe e prenderà il titolo da Roma, lasciate
scendere dall'alto l'amnistia sui cacciati dalla vita, nelle carceri
dove le anime si abbuiano e i cuori si gelano: il principe segnerà
nascendo una grande data nella storia, darà il volo ad una grande
speranza, significherà la vittoria del nostro più antico diritto.
La gioia è contagiosa: il suo alito, la sua vibrazione vanno e debbono
andare lontano: quale più grande lontananza dalla vita che l'esserne
escluso, e pensarla, sentirla al di là di un muro, di una condanna, che
diminuì nell'uomo la sua umana verità?
Ed io non penso al come regoleranno anche questa volta l'amnistia;
soltanto mi dorrebbe profondamente se il principe augurato non
assumesse nella storia il titolo da Roma, rinunciando così alla unica,
magnifica originalità del proprio grado, giacchè in questo caso il più
amnistiato di tutti sarebbe il papa.
Ebbene, no.
15 settembre 1904.
NEL FUOCO
È una voce di pietà, che sale nuovamente e grida al soccorso per i
fanciulli italiani abbruciati nelle vetrerie francesi.
Ve ne sono almeno cinquecento a Rive-de-Gier, quattrocento a Givors,
quattrocento fra Saint Romain-le-Puy, e Saint Galmier, ottocento fra la
Mulalière, la Mouche, Venissieux, Oullins, nei sobborghi di Leine. E
altrove? La rivista romana, che denuncia il fatto, lo studiò soltanto
nei dipartimenti del Rodano, della Loira e del Puy-de-Dome, e basta:
il suo redattore avvocato e console, ha voluto vedere, sentire il
martirio di questi innocenti prima di parlare, forse anche di credere.
Perchè la nostra fantasia ha un limite più breve della nostra umana
malvagità: noi crediamo troppo poco a quei mali, che si appiattano
nell'ombra secolare della miseria, a quei delitti che si compiono con
la condiscendenza di tutti, ed uccidono senza che il magistrato possa
nemmeno sapere il nome della vittima, dell'assassino, dell'arma.
Quelle migliaia di fanciulli abbruciati nelle vetrerie francesi dei
dipartimenti meridionali, vengono quasi tutti incettati per la terra
dolorosa dell'antico regno napoletano. Laggiù vi è una miseria morale
più antica e profonda della povertà economica; laggiù il cuore delle
madri si restringe dopo il parto, come il loro ventre, e il figlio
è venduto al primo funebre mercante di fanciulli, che promette cento
franchi per anno, e per tre anni, come prezzo del suo lavoro futuro e
della sua morte quasi certa. E i cento franchi promessi non sono mai
pagati.
Alla fine del primo anno i genitori ricevono una lettera del padrone
della vetreria, nella quale si avvisa seccamente che il fanciullo non
potè lavorare e, ammalatosi, divorò egli medesimo le cento lire dovute
loro dal mercante: negli altri anni altre lettere ripetono lo stesso
avviso, e figli e genitori vengono pareggiati nel trattamento.
Il patto tristo fu mantenuto tristamente; della carne umana venduta
tutto il prezzo e l'infamia rimangono ai compratori.
Talvolta qualche genitore reclama alla nostra ambasciata, e dopo lunghe
pratiche riceve laggiù il figlio spedito pel tramite dell'autorità
poliziesca: il fanciullo non è più riconoscibile: non era amato prima,
ed è peggio accetto dopo; nella vetreria la fiamma del forno gli ha
bruciato il sangue, a casa un freddo più doloroso gli gelerà l'anima.
Se osasse parlare, si lagnerebbe forse che non lo si sia lasciato
morire fra gli altri fanciulli nella casa dell'aguzzino.
La vetreria era il suo inferno.
Egli doveva restare otto ore legali, ma spessissimo sedici ore vere,
dinanzi alla bocca del forno, nel quale il vetro bolle a 1400 gradi:
l'operaio sta più discosto e prende dalla canna il vetro, che gli porge
il fanciullo; l'operaio non lavora mai più di otto ore, il fanciullo
quasi sempre sedici; l'operaio ha una paga quasi ricca, il fanciullo
non ha niente, perchè i suoi quarantacinque franchi al mese vengono
ritirati dal suo mercante. Questo vive sull'armento: quindici o venti
fanciulli dai dieci ai tredici anni, ai quali dà soltanto una zuppa
nera e che non nutre, un pagliariccio per ogni gruppo di cinque o sei,
una camera per tutti, e per tutti lo stesso bastone.
Se si ammalano, il trattamento peggiora, perchè la malattia può mutarsi
in denuncia per mezzo del medico o di altri: il fanciullo infebbrato
non ha intorno a sè che la timida pietà dei piccoli compagni, che lo
guardano tremanti di essere domani come lui. La morte diventa allora la
sola buona soluzione, e il fanciullo e il mercante l'invocano forse con
pari impazienza.
Di chi la colpa?
La legge? C'è, ma non basta e non può bastare: finchè vi saranno
genitori disposti a vendere i figli anche senza intascarne il prezzo,
troveranno sempre degli incettatori, che li comprano per rivenderli
davvero. L'ipocrisia di un contratto basta a paralizzare la volontà
della legge: questa non può impedire ad un genitore di consegnare il
proprio figlio a qualcuno per fargli apprendere un mestiere, magari
lungi sopra una terra migliore. Niente più facile che falsare il
documento dell'età per il fanciullo: basta domandare al municipio
l'atto di nascita di un altro: chi riconoscerà il baratto dei nomi
in Francia? Chi denuncierà la frode? Per varcare la frontiera si fa
accompagnare ogni fanciullo dal padre ad una stazione di confine; lì si
compone la squadra, e invece di chiuderla come un branco di pecorelle
in un vagone di quarta classe, la si caccia su per la montagna, e si
passa il confine dove la sorveglianza è minore.
Un governo più attivo, una legge più rigorosa potrebbero impedire
questo delitto, che si compie su migliaia di vittime? Sarebbe ingenuo
sperarlo.
Di tutte le leggi, quella criminale presenta appunto le maggiori
difficoltà nell'applicazione: un codice non può colpire il delitto
che in date condizioni, e deve classificarlo assegnandogli una
forma precisa, perchè le prove siano accettabili e il magistrato,
condannando, non abbia l'aria di commettere un arbitrio.
Quando l'uccisione si compie colla tubercolosi, in un epilogo di lunghi
esaurimenti, martirii senza nome, e la vittima non ha più la forza di
parlare, ogni processo diventa impossibile.
Come sperare che l'autorità francese possa o voglia salvare dal fuoco
delle vetrerie i fanciulli italiani?
Anche là abbondano leggi e regolamenti, e contro di entrambi prevalgono
le stesse frodi.
Il problema è doloroso quanto vecchio.
Filosofi e poeti, economisti e romanzieri, diplomatici e sociologi
ne discussero altamente e colla sincerità della dottrina, collo
splendore della parola costrinsero l'indifferenza del pubblico a
pensarlo: qualche volta un brivido parve scuotere davvero la coscienza
popolare, ma come tutti i brividi passò senza che la coscienza mutasse.
Eppure il problema riappare e domanda una soluzione. Indarno qualcuno
crede trincerarsi dietro l'impotenza della legge, quasichè la legge
scritta fosse tutta la legge spirituale e l'attività dell'anima possa
restringersi entro le sillabe di un articolo: più indarno ancora altri,
quasi allegro di questa miseria legale, accusa tutta la società e
domanda a una rivoluzione totale la soluzione di questo problema antico
quanto il mondo.
Non è la miseria economica che determina i genitori alla vendita del
figlio, ma la loro inferiorità morale; ed è anche meno vero che la
miseria produca sempre tale inferiorità.
Questa truce vendita dei piccoli vetrai non si ripete forse con altre
forme per tutta la gamma sociale, ovunque un vizio supera l'amore
spirituale nella famiglia? Il paradosso di spiegare tutta la vita e
tutta la storia soltanto col fattore economico, oramai è troppo logoro
perchè meriti nemmeno l'indugio di una risposta.
Ma dinanzi a questa tragedia di fanciulli venduti, imbrancati, condotti
lungi per terre straniere, gittati al fuoco delle vetrerie, alle
avventure dell'accattonaggio, alle complicità del ladroneccio, alle
ferite della prostituzione; dinanzi alla insufficienza della natura,
che non sa mettere un cuore in tutti i padri e in tutte le madri;
dinanzi alla impotenza della legge, che non può colpire il delitto
fuori delle proprie categorie e colla pesante lentezza di ogni ordine
poliziesco; per la tutela della legge e della vita, bisogna pure
trovare un pensiero, dire una parola, che scongiuri la fatalità del
male e rianimi la fede nelle coscienze, che guardano con nuova passione
il secolo appena nato.
È possibile proteggere, strappare i fanciulli dal fuoco delle vetrerie?
Forse.
Ma non bisogna domandare questo miracolo nè ad una legge, nè ai suoi
esecutori.
Soltanto il vecchio e il nuovo cattolicismo, quello di Gesù o quello
di Marx, possono, se in essi ferve davvero una fede e una carità,
salvare i piccoli condannati al fuoco dei forni, perchè solamente con
una organizzazione di classe e di partito internazionale è possibile
compiere la sorveglianza ed applicare la sanzione della legge
protettrice dei fanciulli e delle donne.
Che gli operai impongano di non accettare fanciulli nei forni, e i
padroni cederanno subito per l'impossibilità di esprimere il motivo
della resistenza; che gli operai denuncino i mercanti di fanciulli
e depongano contro di essi in tribunale, e la legge colpirà rapida,
efficace; che gli operai, così fieri della propria modernità,
proclamino fieramente il rispetto al fanciullo, dando primi l'esempio
di questa magnifica paternità spirituale e sociale: essi soli lo
possono, perchè essi soli davvero sanno tutti i segreti del problema;
essi soli lo debbono, anche nel proprio interesse di lavoratori.
Ecco la prova per la sincerità del nuovo e del vecchio cattolicismo.
Credenti del vangelo cristiano e marxista, egualmente superbi nel
vanto della stessa conquista mondiale, serrati in falangi, accantonati
dovunque, la loro prima storica prova deve essere appunto sui problemi
insolubili del vecchio mondo. Se la fraternità del lavoro è vera,
perchè i più poveri, i più infelici, i più piccoli non sono amati e
salvati per i primi? Perchè i facchini del porto di Marsiglia sarebbero
solidali coi facchini del porto di Genova in un incidente politico come
la soppressione di una Camera di lavoro, e i vetrai francesi, forse
i meglio pagati fra tutti gli operai, parteciperebbero all'eccidio
dei fanciulli italiani, che genitori, mercanti, padroni, egualmente
snaturati, rinnovano ogni ora, ogni giorno, ogni anno?
La contraddizione è troppo stridula, e il problema troppo doloroso: a
quando la risposta?
IL DUELLO
Corti o cortili?
La domanda è lecita nell'ironia dell'equivoco.
Presto la Camera dovrà discutere il nuovo progetto di legge sulle corti
d'onore ideato dal ministro Orlando per sopprimere almeno virtualmente
il duello. Inutile chiedersi se il progetto sarà approvato, più inutile
ancora studiarlo nelle sue disposizioni, mentre l'idea, se pure può
chiamarsi così, appare falsa al solo annunzio. Perchè questa nuova
legge? A quale bisogno della coscienza moderna risponde realmente? I
duelli sono negli ultimi tempi cresciuti così di numero che la loro
strage faccia gridare d'orrore l'anima nazionale?
Come di tutte le costumanze, negli ultimi secoli si è abusato anche
del duello, e la sua estrema degradazione avvenne nella stampa e
per la stampa, quando i giornali, più piccoli e peggiori di quelli
di adesso, esercitati da venturieri di tutte le classi, colpivano
assassinando in alto ed in basso fra il terrore del pubblico, che
l'enorme ed improvvisa dilatazione dello scandalo abbacinava, e le
tragedie degli individui, trascinati così alla gogna e che sulla porta
di ogni giornale trovavano sempre uno spadaccino del mestiere pronto
ad assumersi la responsabilità dell'articolo. Poche classi furono
allora spregiate come quella dei giornalisti, ma poichè il giornale
era il più vario ed il più rapido veicolo delle idee, un focolare ed
un faro mobile per illuminare e riscaldare l'ombra della troppo lunga
notte popolare, crebbe, si dilatò, mutò, salì, talvolta raggiunse il
valore del libro, rarissimamente lo superò; diede battaglie alle idee
e agli uomini, puntellò e rovesciò governi e dinastie, torrente che
feconda e cloaca che ammorba, manipolo di eroi all'avanguardia o di
banditi coperti di tutte le assise, armati di tutte le armi, vangelo di
apostoli senza chiesa, cattedra di maestri senza scuola, libello per
lordare le coscienze e grimaldello per forzare le casse: rivelazione
locale ed universale, pei piccoli e pei grandi, più falso del commercio
e più vivo dell'arte, necessario alla menzogna, più necessario alla
verità.
Il duello giornalistico degradò l'antico duello dei gentiluomini: in
questi era rimasto come uso di guerra, costumanza di galanteria e di
corte, facile eroismo di giovinezza e d'irresponsabilità, malgrado
le pene che tratto tratto sembravano volerlo colpire. In quelli era
quasi sempre una maschera nobilmente guerriera sopra una fisonomia
ignobilmente mercantile: lo si accettava e lo si eseguiva come un
rischio del mestiere, così che il vecchio bravo riviveva nel giovane
giornalista. Necessariamente l'abuso e la falsità suggerirono tentativi
di rimedi: bisognava evitare il ricatto, riparare l'agguato: il duello
nobilitava col pericolo, purificava col sangue, e vennero i codici così
detti cavallereschi, dettati da giuristi anonimi, prescrivendo norme,
elencando obbiezioni, aprendo ai padrini una casuistica da avvocati,
aggiungendo così alla improbità delle armi guerriere la viltà delle
armi curiali.
E il duello decadde lentamente ma sicuramente nella pubblica
estimazione; oggi è poco praticato, appena avvertito dai giornali,
se il morto non sia un illustre; non ha più fascino per le donne,
presa sui giovani, obbiezioni serie nella coscienza di tutti. Si
sa, e nessuno può non saperlo, che la commedia e il dramma della
vita sono così profondi e dispari che nessuna legge può contenerli,
nessuna procedura disciplinarli: quindi il duello è spesso la migliore
stroncatura di una questione, alla quale si cercherebbe indarno
una soluzione: lo si accetta e lo si pratica così, come una rissa
inevitabile ma attenuata dalla presenza dei padrini, e se per caso vi è
un morto, il pubblico si stringe bonariamente nelle spalle, perchè non
vi sono corse senza cadute e senza guai, e non feste senza malattie e
malati all'indomani.
Ma v'è un altro duello di tragedia.
Qualche volta fra due uomini l'offesa rende impossibile la vita: la
morte è già passata in mezzo a loro, e il duello esaurisce soltanto
l'epilogo. Se voi avete violata mia figlia, disonorata mia madre; se
alla donna che amo voi spezzate il cuore, e può a questo bastare una
parola; se avete compìto la rovina di mio figlio, gettato mio fratello
nel disonore, preparato a me stesso una di quelle insidie nelle quali
l'anima soccombe: probabilmente, molto probabilmente io non potrò
citarvi ad alcun tribunale. Tutte le mie prove sono morali, di una
evidenza assoluta, ma la vostra colpa non ha i contorni giuridici del
delitto; i giudici non potrebbero afferrarla e vi assolverebbero.
Peggio, nell'equivoco inevitabile della discussione, fra le maglie
duttili degli articoli, colle ambagi delle parole, dietro l'impunità
dell'avvocato, voi potete raddoppiare lo scandalo, cacciare le dita
nelle mie piaghe e stracciarle, coprirmi di ingiurie magari coi
complimenti, far ridere mentre io non posso nemmeno piangere, mutare in
un carnevale pubblico la mia tragedia privata, essere il mio carnefice
e il mio buffone, come quel piccolo buffone di Poe, che ammazzò il re
e si arrampicò fuggendo pel lampadario della sala.
Allora nella mia anima scoppia il problema: o battermi o assassinare:
perdonare non so. Certo la più vera, la più alta soluzione è il
perdono: così, solamente così, si supera l'offensore; ma la soluzione
è troppo vera per essere accettabile, troppo alta perchè le piccole
anime possano attingerla. Io non so più vivere di fronte al trionfo di
quell'uomo, e non saprei assassinarlo; e la legge non mi aiuta, e il
mondo nella scettica ironia della sua millenaria esperienza sorride e
sberta; gli amici distillano il veleno a gocce nelle conversazioni ad
ogni incontro, la mia casa è squallida, più squallida la mia anima e
la mia volontà. Tutta la mia fede sociale è crollata: la legge non può
giovarmi e non è colpa della legge se la vita la soverchia.
Ecco il duello tragico, eterno: il duello fra l'assassinio istintivo,
impetuoso, logico del popolo, e l'impotenza giuridica del codice
nella tutela del diritto individuale. Meglio dunque il duello che
l'assassinio, meglio il duello che la quiete vile sotto l'offesa.
Davanti all'offeso mortalmente che sa perdonare, bisogna inchinarsi
come dinanzi al più puro degli eroismi umani; ma di fronte all'offeso
che, dopo avere indietreggiato per la paura legittima del maggior
scandalo in tribunale, indietreggia per lo spavento dell'offensore,
e sopporta il suo ghigno, il pianto della figlia, l'agonia pallida e
muta della madre, bisogna alzare sprezzantemente le spalle e voltarle
subito, per non cedere alla tentazione di alzare su lui una mano.
A che dunque le corti di onore? Per i piccoli diverbi e per i più
piccoli duelli sono troppo, per i duelli tragici, nei quali la morte è
l'estrema necessità della vita, sono troppo poco.