prologo, è adesso ancora agitato dalla tempesta dei giudizi, che
soffiano e urlano sull'ultimo verdetto dei giurati milanesi. Le
ingiurie s'inseguono nell'aria e squillano fra gli intercolunnii dei
giornali accordandosi nell'aspra dissonanza a chiedere la condanna
della giurìa, un'istituto, pel quale il genio della libertà lottò e
sofferse lunghi secoli, mentre la rettorica della nuova scienza ora lo
dispetta nel nome di sè stessa, proclamando la necessità di sostituirlo
con un altro di professionisti di psichiatria, un nome che non dice
nulla, con teorica che pretende derivare il giudizio sull'anima da
quello del corpo e spiegare il male nello spirito colle malattie dei
vari organi vitali.
Vale la pena di rispondere? È una scienza davvero la psichiatria e una
filosofia il materialismo?
Il giurato, nell'originale, incontestabile superiorità del proprio
tipo giuridico, rappresenta la sovranità popolare, che, delegata, non
può scendere a professione, cristallizzarsi in una classe o in una
categoria, quando si tratta di sentenziare sulla vita o sulla morte di
un uomo.
I magistrati giudicano di contese materiali, patrimoniali, titolari;
non possono, non hanno diritto a pesare, a sopprimere un uomo come
loro, in nome di un ufficio salariato, in base a qualche teorica
effimera ed oscillante nelle scuole. Il genio della libertà conquistò
quindi la giurìa, il giudizio istintivo, collegiale, dell'anima
pubblica sopra un'anima singola, al di fuori di ogni scuola, al
di sopra di ogni procedura, nell'irresponsabilità dell'assoluto,
nell'identità fra giudice ed accusato.
Quello, il privato, poteva e doveva andare dritto al fatto per le vie
misteriose della coscienza: aveva diritto di giudicare e di condannare
perchè uomo e non perchè impiegato in una università o in un tribunale:
s'ingegnava con tutte le risorse di un'inchiesta fatta dalla pubblica
curiosità, sentiva tutti i contraccolpi della pubblica coscienza,
libero da ogni dogma scolastico, più libero per la momentaneità della
propria funzione, assoluto sovrano nella propria anima, impersonale nel
sì e nel no della propria sentenza.
Adesso i novatori, non osando ritornare ai vecchi magistrati, invocano
un areopago di psichiatri, di medici: la sovranità del giudizio
delegata a professionisti pagabili e pagati, vendibili, forse venduti:
la sovranità sottomessa a una teorica regnante per una generazione
in una scuola con tutte le sue rabbie polemiche, le sue insufficienze
sistematiche, le sue falsità logiche. Il professore diventato re, il
commerciante di scienza mutato in giudice sovrano, il medico che nega
l'anima e la giudica tentando una diagnosi sul corpo, colui che nega
il libero arbitrio e parla ancora di responsabilità, l'altro che non
ammette la morale non potendo trovarle materialisticamente una base,
e che deve decidere sulla bontà o sulla reità di una azione. Vedete:
oggi il genio è una malattia, soltanto perchè nel genio proseguono
come altrove tutte le malattie umane; la santità è una malattia,
perchè la media della gente non sente e non opera come i santi: la
creazione è opera della demenza, perchè nel suo sforzo l'equilibrio
normale si frange: il delitto invece è delitto solamente perchè nuoce
e il delinquente un delinquente perchè la sua mascella disegna il tale
angolo, o le sue orecchie imbruttiscono nella tale curva.
Non vi dovrebbero quindi essere più galere ma manicomi: medici
dunque, dappertutto e sempre: medici, professionisti di una scienza,
che trema ancora sopra poche ipotesi di giorno in giorno sostituite;
professionisti che lavorano nelle scuole alla conquista di un diploma
per fare con esso del danaro, che nella vita hanno, e se ne vantano,
tutta la fraudolenta duttilità del commercio; professionisti che
non sono nemmeno scienziati, perchè la scienza vera, la grande,
la rara, dubita di sè stessa, arrischia un'esperienza e teme di
emettere un giudizio, sa quasi sempre di non sapere, e si contenta
malinconicamente, secondo la divina parola di Platone, di attingere
l'ignoranza alla fonte più alta.
Ma il verdetto di Milano, che assolve l'Olivo uccisore della moglie e
poi squartatore del suo cadavere, è davvero così ingiusto od assurdo?
Ebbene, per me no; e chiedo scusa ed ospitalità alla cortesia del
_Resto del Carlino_: non è ingiusto, non è assurdo. Pigliate il
dramma all'inizio, seguitelo sino alla catastrofe. Un uomo abbastanza
colto, incivilito, sposa una serva scivolata dalla prostituzione nel
sifilicomio: questa è l'antica tentazione del vizio sulla carne, il
vecchio sogno della redenzione della donna caduta. La tentazione
prosegue, il sogno dilegua: la donna rialzata diventa peggiore,
sciupa il corpo, l'anima, il danaro, il nome del marito: lo tradisce
con qualcuno, con molti, a caso: lo sa innamorato e lo dileggia,
perchè così la passione sanguina e le passioni si nutrono del proprio
sangue. Egli tace, si lamenta, sopporta, reagisce, domanda perdono,
perdona, vinto sempre, sempre ingannato: la sua vita è un inferno,
dal quale non può uscire, perchè non ha la forza di cacciarne lei:
nei loro dibattiti, nelle loro contese, nelle lotte, nulla è più
sacro: la moglie prostituita si finge al solito gelosa, insulta
rivali fantastiche, oltraggia lui, vilipende i suoi morti più santi;
continuamente, senza pietà, senza requie, gl'insanguina i fianchi e il
cuore; ammalato lo deride, lo costringe a fuggire di casa, gli ruba il
sonno, gli falsa la parola e il pensiero.
Ed egli non sa decidersi a nulla, nè a scappare nè a cacciarla, nè
a morire nè ad ucciderla: ma un nonnulla potrà decidere ciò, a cui
non bastano nè la sua volontà nè la sua ragione. Infatti una sera
imprevedibilmente per entrambi, irresistibilmente, una parola provoca
la catastrofe, il coltello taglia il nodo gordiano.
Chi ha torto? Tutti e due: non si deve, non si può uccidere: non si può
togliere ciò che non si può dare.
È l'antico motto di Diogene ad Alessandro; e in questo motto è la
radice del diritto.
Era pazzo l'Olivo? No. Era un delinquente? Nemmeno: ma tutto in lui è
crollato in un istante allo scoppio di una di quelle mine morali, che
nessuna epilessia può nè produrre, nè spiegare.
Ciò che gli avvenne dopo, e ha tanto impressionato il pubblico, lo
squartamento del cadavere, derivò in lui dal solito piccino, infelice
e ridicolo egoismo di evitare il processo: e non fu efferatezza, ma
paura, una paura forse, che nemmeno egli saprebbe esprimere.
Ricordate Raskolnikoff di Dostojewski? E nemmeno allora l'Olivo impazzì.
Dovevano i giurati condannare in lui un mostro, che ammazzava
bestialmente la moglie e ne spezzettava il cadavere? Invece hanno
capito, o indovinato, la pietà di questa tragedia umana, dell'uomo
assassinato dalla donna nella propria passione, nella propria
coscienza, in tutto quanto ha di più alto e di più sicuro nella vita:
questa tragedia che batte a quasi tutte le case, a quasi tutti i
cuori, uccidendo senza sangue, mutilando senza amputazioni, degradando,
avvelenando. Ebbene, questa tragedia li ha vinti.
Errore? Forse, ma umano, meno brutto dell'altro errore scolastico che
gli contrappongono: ma anche questa volta il giurato ha sbagliato meno
del giudice, perchè la sua assoluzione dice questo soltanto: che vi
sono tragedie così profonde, catastrofi così inevitabili, davanti alle
quali, uomo contro uomo, non si osa più nè giudicare, nè condannare.
Non temete, questo uccisore della propria moglie per debolezza e
squartatore del cadavere per paura, porta dentro di sè la propria pena:
condannarlo non si poteva, ed assolverlo era un errore.
Quindi lo hanno assolto: l'errore è meno dannoso dell'ingiustizia.
16 giugno 1904.
VECCHIO ERRORE
Mentre nel grande pubblico, dopo la sentenza di Torino, cresce
l'oppressione tragica, ecco un altro dramma che penetra sanguinosamente
nella coscienza e nella fantasia della folla elegante, dispersa sui
monti e sulle spiaggie, in alto dove l'aria rutila, in basso dove il
mare con grazia pigra sembra carezzare il lido e adagiarsi.
E il nuovo dramma è ancora aristocratico, se questo grande aggettivo
possa più applicarsi a qualche cosa o qualcuno nella vita moderna;
un dramma d'arte e di amore, d'adulterio e di gelosia, scoppiato in
un albergo pieno di ricchezza e di allegria, fra marito e moglie, uno
scultore celebre e una divetta di caffè, che non si arrestò abbastanza
fra i suoi tavolini e sul suo minuscolo palcoscenico per diventarlo, e
che adesso ottiene dalla colpa della morte quella celebrità negata alle
impazienze impure della sua giovinezza.
Egli era un artista vero, non originale, non grande: aveva cominciato
come quasi tutti in basso, salendo colla fatica e col dolore alla
conquista della pubblica attenzione. Le sue statue erano dei ritratti
anche quando non avrebbero nè voluto nè dovuto esserlo: le figure
non esprimevano che il corpo, la composizione non sviluppava che
degli atteggiamenti: la loro verità era fatta soltanto di precisione:
parevano dei calchi, e n'erano accusate: avevano una strana potenza
d'illusione, la quale arrestava piuttosto gli occhi che le menti, una
vita volgare ed insieme teatrale: superavano il mestiere, non bastavano
all'arte.
Lo scultore somigliava alla statua: mirava alla celebrità non alla
gloria: aveva fretta e non badava che ad accorciarsi la strada,
non aveva un ideale e si vantava già di aver un pubblico, diceva di
sacrificare la bellezza alla verità, e la sua bellezza si fermava alla
formosità, e il suo vero, il suo reale non formavano che una maschera.
Ricordate _Cristo e la Maddalena_? Ricordate _Sfinge_?
Quei due tipi, così divini nel poema cristiano, sotto il suo scalpello
non erano più che prosaici; quella sfinge non aveva mistero nè per sè
stessa, nè per gli altri. Adesso dicono che fu una inspirazione di sua
moglie, e forse non è che una ironia della maldicenza.
Ma che cosa aveva egli sognato nella donna che sposò? Sentì davvero la
tragedia delle antitesi spirituali, nella quale discendeva sulla china
di un matrimonio lubrico come un'avventura, equivoco come un affare,
frettoloso più di un capriccio e improvvisato come uno stornello? Nella
vita e nell'arte tale matrimonio e tale dramma sono antichi: l'artista
che s'innamora fisicamente del modello, l'uomo che cede all'artista, la
donna che inganna tutti e due. Ma questo dramma può ancora avere una
grande dolorosa sincerità: si ama e non si stima, si sa di commettere
un errore, il quale ne genererà altri, si disprezza sè stesso, si vive
nell'attesa del tradimento e nella umiliazione della propria caduta.
E questo è il caso più comune.
Artista e uomo sanno di avere torto, soccombono all'amore come al vino,
e lo espiano nella salute dell'anima e del corpo.
Altri invece entra nel dramma dalla porta maestra, nella superba
illusione di alzare la donna, quasi sempre soltanto una femmina, insino
a sè medesimo; ed ebbro d'arte e di sacrificio sfida il mondo e la
natura, ha gli orgogli di un eroe e la devozione di un martire, il
linguaggio di un ribelle e l'albagia di un conquistatore.
Ma il modello resiste troppo spesso allo scultore, la moglie al
marito; ella non mira che ad un affare, e dopo non le pare buono
abbastanza: non comprende il sacrificio di lui e, comprendendolo, se
ne offenderebbe nella propria vanità; il mondo legale non le dà tutte
le compiacenze sperate; l'arte è troppo alta per lei, che tende invece
ad abbassarla e del marito vuole fare un mestierante perchè guadagni di
più.
Nella moglie s'irrita la nostalgia del fango, nel marito sospira la
nostalgia dell'ideale; l'uno si pente segretamente del matrimonio come
di una caduta, l'altra non se ne contenta poichè non voleva che un
guadagno, e incapace di mutarsi davvero in una moglie, tenta egualmente
indarno di diventare una signora.
Quindi l'amore fisico, che saldò le nozze, si logora: il possesso
lo smaga, l'inevitabile esperienza della realtà lo martirizza: della
moglie, nella intimità della casa, non resta che la cortigiana senza
il brio della parata e l'orpello della decorazione; del marito bello
di sforzo, di dolore, di vittoria o di sconfitta nello studio, non
ritorna a casa che un lavoratore stracco, uggito, uggioso, impaziente
ed insopportabile.
Forse fu così di Cifariello. Per quella donna sposata in un delirio
rosso dei sensi, collo scetticismo volgare della mondanità, con un
segreto rancore contro sè stesso e contro di lei, lottò, discese,
decadde, si rialzò, sofferse tutte le umiliazioni dell'amante,
dell'artista, del marito. Vinto dal bisogno sempre crescente in lei
del danaro, abbandonò l'arte e l'Italia per rifugiarsi in una fabbrica
di ceramiche e guadagnarvi il lusso delle sue eleganze femminili, e
la donna lo punì innamorandosi del direttore della fabbrica come di un
pagliaccio da palcoscenico. Tornò in Italia, ma le asprezze della lotta
crescevano nella immutata condizione del matrimonio: nessun figlio
era sopraggiunto a provocare nell'anima di uno almeno dei coniugi una
ascensione morale; lo scultore valeva adesso la divetta e il mestiere
li aveva livellati, perchè nel sacrificio dell'arte era mancata la
nobiltà del motivo. Poi l'orgoglio dell'inconfessabile sconfitta avrà
enfiato forse tutte le piaghe: è impossibile perdonare ad un altro la
propria rovina, è difficile ritirarsi primo da una situazione, della
quale si può accusare l'altro.
Per lui la moglie era stata la palla del galeotto al piede sulla via
della gloria: per lei il marito era l'ostacolo all'allegria della vita,
a tornare nel teatro fra le Menadi e i Coribanti moderni, così corretti
nell'apparenza e signorili nella volgarità. Come proseguire? Come
fermarsi? Come uscirne?
L'amore svaporando lascia nel fondo del bicchiere la goccia amara
dell'odio; e l'odio è più doloroso quando deve disprezzare. Che cosa
può essere per uno scultore una moglie, se rimase soltanto modella
con tutte le bassezze del mestiere? Ma che cosa può essere ancora
per una divetta, per una cortigiana, l'artista che, sposandola, non
seppe poi compiere in lei il miracolo della trasfigurazione? L'odio è
inevitabile, e qualche cosa, se non qualcuno, deve essere ucciso fra
due anime che si odiano.
Ella voleva separarsi per tornare libera, egli già tradito le negava
questa libertà, come una prova troppo palese ed allegra per tutti del
primo errore matrimoniale. Ella era fuggita, egli l'inseguì, la cercò,
la trovò, pianse, minacciò, ed ottenne che ritornasse in un albergo fra
una gioconda folla di bagnanti, di spensierati, di gaudenti, di amanti.
Quanti?
I giornali hanno raccontato che egli, febbricitante di collera, di
paura, di spasimo, gliene rinfacciò sei: e la donna altera, insolente,
ebbra di sè stessa, rispose: — Ebbene, tu sei il settimo!
Forse le sue labbra ebbero un sorriso simile ad una fiamma livida; ella
teneva sul tavolo una rivoltella, comprata poco prima per minaccia:
era seminuda... entro una camicia rosea, spumeggiante di merletti, non
temeva, non vinta ancora, invincibile; e un'altra fiamma guizzò su la
bocca di un'altra rivoltella, e la donna cadde subitamente vinta.
Voleva egli uccidere? Aveva nemmeno più la forza di volerlo?
In questi tristi drammi quasi tutto è mistero; il fango non ha bisogno
di essere profondo per essere opaco: è difficile indovinare quanto
l'attore non è sincero nemmeno con sè stesso. Certi amori sono fatti
di odio e di lussuria; in certi assassinii la vittima vera è colui
che uccise; in quasi tutti i delitti della passione il più innocente è
colui che più vi sofferse e più nobilmente.
Adesso il dramma dello scultore aiuterà sui monti e sul mare,
nelle ville, nelle stazioni dell'ozio e dell'eleganza, le ultime
conversazioni estive, mentre egli, solo, davvero solo forse per la
prima volta, nel silenzio del carcere, davanti a sè stesso vedrà
finalmente la verità della propria tragedia.
Ma che importa, se nemmeno egli potrà rivelarla?
17 agosto 1905.
L'ULTIMO BRIGANTE
Così lo ha definito da Napoli uno degli ingegni più illustri e più
vividi del giornalismo italiano.
Eppure in questo delinquente, che appassionò per anni tutte le
fantasie come in un lungo duetto col governo, mentre le popolazioni
dell'Aspromonte parteggiavano in tale caccia e i giornali di tutto il
mondo ne raccontavano gli incidenti, non sembrano visibili i segni del
brigantaggio, questa volontaria antica milizia delle ribellioni rurali.
La recente scuola penalista improvvisò al solito sopra di lui la
diagnosi della degenerazione, ripetendo ancora il vecchio motivo del
proprio sistema, senza che il pubblico si degnasse nemmeno di ascoltare
e coloro già oppositori del nuovo paradosso sentissero il bisogno
di ribattere il giudizio mandato dal clinico torinese di tutta la
criminalità mondiale su questo bandito, a lui ignoto almeno quanto i
principii della vera psicologia.
Musolino catturato aveva già involontariamente smentito la leggenda
del brigante, salito dal misterioso orrore della foresta come un
fantasma nella immaginazione della gente, e sempre armato, col profilo
tagliente, il moschetto infallibile, il cuore freddo e duro come una
roccia, l'occhio aperto come quello di un gufo nell'oscurità della
notte, l'orecchio attento anche nel sonno entro le grotte delle selve,
che cullavano col loro murmure di oceano i suoi torbidi sogni di
assassino.
Egli era fuggito come il più timido dei ladruncoli campestri
all'improvvisa apparizione di due carabinieri, che non pensavano certo
al caso mirabile dell'incontro; fuggito colla prontezza di un fanciullo
e l'angoscia di una donna, senza sapere, senza vedere, ignorando campi
e sentieri, incespicando nei ferri delle viti ed arrendendosi senza
nemmeno trarre nè il coltello nè il _revolver_, che portava nelle
tasche come un viatico.
Il terribile bandito era un vile: questo ultimo erede dei Porporato,
di Fra Diavolo, di Ninco Nanco, nei quali tratto tratto rivivevano le
feroci potenze degli antichi condottieri, non aveva mai avuto una idea,
non sentiva la passione del brigantaggio, non era riuscito a comporsi
una banda, a pensare cosa potesse essere nel mondo moderno la vita e la
lotta di un bandito contro tutta la società.
Figlio di un oste, non aveva nelle vene che un sangue di contadino;
nessuna bellezza e nessuna forza nel corpo, non un orgoglio nello
spirito, non una luce nel cuore. S'innamora violento ed improvviso,
ma non sa innamorare la fanciulla; chiede la sua mano ed è respinto,
ed allora come uno stupido monello percuote più volte, vilmente,
all'imprevista, colle mani, con un bastone, persino col manico di una
scure la vecchia, che non vuole essere sua suocera.
Poi si trova a caso dentro una rissa, vi è ferito leggermente,
mentre urla al compagno: Difendimi, spara! — Perchè quella rissa? Chi
aveva ragione? Chi vi apparve più forte? Certamente non Musolino; ma
l'indomani alcune fucilate sono tirate contro quei suoi nemici ed egli
è accusato, condannato a ventun anni di galera, benchè quei colpi non
avessero ucciso alcuno.
Evidentemente la condanna era eccessiva, assurda, e Musolino si
proclamò innocente: forse lo era, almeno io lo credo, perchè soltanto
tale innocenza e tale condanna possono in un animo debole come il suo,
senza alcuna intellettuale perversità di furto, o vorace sensualità
di sangue, o fantastica superbia di comando, o selvaggia passione di
ribelle nella primitiva libertà dei boschi, spiegare l'improvvisa non
più mutata manìa di vendetta.
Egli vi soccombe pel primo: tutto il suo spirito e il suo corpo ne
ammalano, non pensa, non vede, non sente altro: colpire coloro, che
hanno determinato la sua condanna alla galera; ma evaso dal carcere
con due compagni, che presto ricadono nelle mani della giustizia, non
sa nel perseguimento di questa vendetta essere nè logico nè terribile,
nè implacabile nè rapido, quindi uccide come a caso, graduando i colpi
dalla fucilata «di chiarenza» a quella mortale, sparando quasi sempre
da lontano, spesso sbagliando il colpo e ingannandosi sulla vittima, e
non mai un rischio rileva il suo coraggio, o un agguato scopre il suo
ingegno, o un'altra passione attraversa questo suo dramma montanaro,
fosco e limaccioso come un padule.
Talora rispetta i parenti della vittima, specialmente se fanciulli:
tal'altra uccide e nega poi l'uccisione e se ne pente: una volta,
scombussolato dall'orrore di un inutile delitto, dà il proprio fucile
al ferito e gli grida: Uccidimi!, poi fugge e daccapo assassina senza
vera passione di amore e di odio. Perchè in lui tutto è vanità: di quel
suo primo amore non si ricorda quasi più, e nessuna altra donna entra
nella sua grigia e fredda vita a soffiarvi dentro una fiamma: dapprima
voleva uccidere coloro che avevano deposto falsamente contro di lui,
ma è incerto anche contro di essi nella graduazione dell'odio e della
morte; aspetta per riscaldarsi che la loro ostilità si rinfocoli, poi
la necessità lo trae a punire qualche spia, a difendersi dai soldati,
ed ecco il dramma vero di tutta una contrada nel quale egli diviene
involontariamente, immeritamente protagonista.
Il paese è montano e boscoso, la gente ancora rozza ed ingenua, nelle
fantasie durano ricordi e visioni dell'ultimo brigantaggio politico
alla caduta dei Borboni, e il governo è ancora odiato come uno
straniero, del quale soltanto una classe, quella che vive di politica,
ha saputo farsi un appoggio.
Laggiù i beneficii della libertà si mutarono in nuovi soprusi di nuovi
prepotenti, la miseria crebbe, l'ignoranza non scemò, la religione
fu ancora una idolatria bambinesca, la diffidenza contro il governo
e l'incredulità ad ogni giustizia un'abitudine invincibile e pur
troppo giustificata dall'esperienza quotidiana. Nel paese, per tutti
i piccoli, i poveri, coloro che debbono concepire la propria vita
come una servitù addolorata da tirannidi di ogni specie, Musolino era
l'innocente condannato, il prigioniero fuggito miracolosamente dal
carcere, il ribelle capace di vendicarsi da solo gittandosi al monte
e al bosco per punire di morte la menzogna codarda, forse venduta, dei
testimoni nel primo processo.
Così, soltanto così è possibile intendere l'accordo fra bandito e paese.
Musolino laggiù non è un ladro, poichè non ama nemmeno il danaro; non
è un assassino, poichè non ama il sangue: se uccide, ne ha il diritto
secondo la logica istintiva del popolo (morte per morte), ma uccide
senza infierire, da lungi, magari ingannandosi, e allora piange, si
dispera. Musolino non è un brigante, non si compone una banda, la quale
avrebbe necessariamente molti bisogni di vitto e di danaro incomodi
al paese: non si mette al servizio di alcun prepotente, non vende nè
la minaccia nè la esecuzione, non odia nemmeno i carabinieri, e spara
contro di essi solamente per difendersi.
Tutti quindi lo aiutano.
Il governo al solito s'ingannò e fu ingannato.
Mentre una polizia, anche volgarmente abile, avrebbe saputo presto
comprare da qualcuno il bandito, intorno all'Aspromonte invece si
rinnovarono sottoprefetti, sindaci, ispettori, marescialli; e però
tutti entrarono in questa caccia meno per la paura del brigante che per
il piacere di sbertare il governo. Infatti Musolino chi spaventava,
chi ledeva? Le spie, che tentavano tradirlo per buscarsi la taglia,
erano nell'animo della gente, e non a torto, peggiori di lui: egli era
l'innocente condannato che può finalmente farsi giustizia da sè, ecco
tutto; e tutto ciò non esprime nè un alto grado di delinquenza, nè un
grado molto basso di moralità nell'anima di un paese.
La rivolta della barbarie val meglio che la peste della corruzione.
Ma Musolino non era un forte nè del cuore nè della testa. Quando
s'accorse di non poter più durare nella lotta, non seppe nemmeno
andarsene per mare e scioccamente pensò di attraversare l'Italia a
piedi, pronto a scappare appena un gendarme lo fissasse nel viso.
Se adesso ancora si vanta innocente della prima accusa, e crede di
essere stato nel proprio diritto punendo i propri nemici, vi è forse
molta verità in quello e molta bugia in questo: egli non può credere
a questo diritto di uccidere, di giustiziare, dopo averne abusato così
lungamente e stupidamente; ma è il suo vanto, l'atteggiamento, il gesto
di attore. Il paese natio gli diede il teatro, il governo gli costrusse
il dramma.