Laggiù, fuori di Bari, a Torre Pelosa, in un povero villino, tre

sorelle hanno assassinato il padre. Il processo si discute ora alle

assise di Lucera, e può essere finito prima che questo articolo appaia.

Non importa: sotto l'atroce tragedia vi è un problema, che da tempo

riagita molte idee e molte teorie, le quali pretendono alla modernità

come alla migliore delle proprie prove.

La tragedia non è originale: un uomo, un borghese, al solito sposa una

donna che non ama, la rende madre tre volte, la desola colla propria

condotta, le avvelena l'anima, la giovinezza, la vita e impunemente

la costringe a morire. È un delitto, ma di quelli che la legge non può

punire e nemmeno classificare.

Appena morta la moglie, egli porta a casa l'amante, una donna che gli

somiglia, grossolana, robusta, senza moralità, senza intelletto, la

solita amante carnale di certi carnivori, la femmina del bruto, la

complice dell'assassino, la schiava-padrona del tiranno domestico.

Le figlie, orfane, crescono sotto di lei, contro di lei: la loro vita

è una guerra e una sconfitta quotidiana: un altro figlio nasce nella

casa del peccato e appunto per questo amato, accarezzato come un'arma

contro di esse: il disordine precipita casa e famiglia nella rovina, la

miseria vi esaspera gli odii, vi degrada il dolore, mette una fiamma

in ogni piaga, la violenza di una sfida in ogni atto, la fatalità

della morte nell'ipotesi di qualunque finale. L'uomo, il padre, non

può sottrarsi più all'amante: questa sottomette alla superiorità del

proprio figlio le figlie della morta, e queste ancora abbandonano la

casa non avendo e non sapendo ove andare. Poi difendendo sè stesse,

ostinandosi nella lotta disperata, difendono la morta, il suo diritto

di sposa e di madre, la sua dote distrutta, il suo grado, il suo nome.

Ma quell'uomo, che la rovina scatena contro gli altri e sè stesso,

viola la maggiore delle figlie; essa ha un amante, al quale egli la

ricusa per non doverle dare qualche avanzo patrimoniale e per una

spaventevole compiacenza della propria carne: il padre ha vinto una

volta nello stordimento di un orrore, che aveva accecata la fanciulla,

forse non lasciandole dopo nemmeno la forza di parlare, e quindi la

tentazione gli riaccende il sangue, la volontà gli si leva dal senso

mostruosamente laida, vuole ancora, e la figlia l'uccide nel letto a

colpi di rivoltella.

È un parricidio?

No. Comunque i giurati sentenzino, ascoltando l'infallibile voce

dell'istinto o perdendosi nell'intrico della dialettica giuridica, fra

il barbaglio delle frasi e le lustre delle prove, questa morte non è un

parricidio. Il padre era già morto prima, o forse non era mai esistito.

Perchè il padre è soltanto una figura spirituale. Coloro che oggi

sostengono la ricerca della paternità, oltre i due classici casi dello

stupro e del ratto, sembrano averlo dimenticato, ma le prove che essi

tentano di esibire potranno tutto al più, in certi casi, accertare

l'amante: il padre non mai.

La paternità è l'inevitabile ipotesi legale di un fatto che la natura

ha voluto nascosto nel più invincibile dei misteri. Dato il matrimonio,

il padre doveva essere lo sposo: la maternità aveva per prova il parto,

la paternità era e non poteva essere che un atto della legge e un atto

di fede.

Qui stava forse l'argomento migliore della sua primazia e della

sovranità dell'uomo nella famiglia. Egli credeva al figlio perchè aveva

creduto alla madre, e l'amore soltanto giustificava in lui questa fede:

poteva essere ingannato, lo era quasi sempre, ma l'inganno, invece

di scemare la sua funzione, l'alzava nobilmente, tragicamente, e il

figlio, se non più quello del suo corpo, era quello della sua anima,

una creatura del suo spirito, una mente nella quale egli aveva deposta

tutta la dottrina e i dolori della propria esperienza, un cuore nel

quale poteva rifugiarsi per sentire ricominciare la propria vita nella

natura e nella storia.

La donna non fa che il bambino, l'uomo solo può creare l'uomo.

Una grande parola ha traversato i secoli: non si è uomo finchè non si

diventa padre. Gesù potè dire alla Samaritana: — Salomè, Salomè, mangia

tutto, ma non l'erba amara — un'erba che le donne di Samaria mangiavano

per restare incinte, e mai la sua parola ebbe più divina e disperata

negazione della vita; ma Gesù espresse coi discepoli e coi fanciulli,

ovunque e sempre, il tipo più ideale della paternità.

Perchè un parricidio si compia, bisogna che il figlio abbia nella

coscienza la figura spirituale del proprio padre, da questo medesimo

in lui creata collo sforzo lungo, pertinace, doloroso dell'amore. E se

questo figlio, sentendosi opera di lui, ricordando che tutta la propria

vita crebbe soltanto per la sua protezione, che i suoi sacrifizi gli

ottennero i piaceri, i suoi esempi gli insegnarono la strada, il suo

spirito gli aprì la mente, il suo cuore gli svegliò la coscienza;

se, malgrado questo, per una passione, per un vizio, per un difetto

qualsiasi, egli si leverà contro di lui, e lo ucciderà: ebbene, questo

delitto, che i romani non avevano nemmeno supposto possibile nelle loro

prime leggi, sarà così vero ed intero che la nostra anima vi si sentirà

smarrita e la nostra scienza criminale sorpassata nella capacità di

analizzare e di punire.

E questo delitto sarà ben raro.

Invece pur troppo non lo è. Ma quasi sempre il padre prima uccide

sè stesso nell'anima del figlio, dentro la quale o una lenta

accumulazione, come sostengono i credenti nelle leggi dell'atavismo,

aveva preparato l'ambiente stesso della figura, o piuttosto, secondo

l'antica fede nelle innate categorie spirituali, la figura preesisteva,

aspettando solamente l'impronta della sua opera e della sua fisonomia.

Quindi il parricida non colpisce più che un uomo, quasi sempre un

nemico, col quale la lotta durava miserabile, reciprocamente infame,

vile, instancabile da anni.

La legge, il processo, non possono quasi mai entrare abbastanza

profondamente in tale esame: il padre deve essere sempre colui che

ci diede il proprio nome sopra un qualunque registro legale, ma la

coscienza, accettando la necessità di questo giudizio, lo corregge nel

proprio segreto.

È una parricida quella fanciulla, che per uccidere il carnefice della

propria madre, il bruto della propria casa, il violatore del proprio

corpo e della propria anima, si consultò prima colle sorelle, delle

quali una era idiota, poi si avvicinò colla rivoltella al letto, e,

invece di profanarlo coll'incesto, lo mutò in un patibolo e in un

altare?

Nessuno saprà mai, perchè ella stessa volendo non saprebbe dirlo, che

cosa pensasse la sua mente e soffrisse il suo cuore in quel momento, da

quali profondità spirituali le giungessero l'urlo e il comando della

morte: ogni delitto è prima un peccato, e il peccato un segreto fra

l'anima e Dio; ma nella nostra scienza e nella nostra coscienza ella

non uccise e non poteva uccidere che un uomo.

Adesso, forse, nello spavento e nell'orrore del processo, che la getta

nuda sotto la minaccia della legge e la viziosa curiosità del pubblico,

quella fanciulla può dubitare, e, dopo la vendetta, rivedere tremando,

il padre. La morte è una trasfigurazione: si dubita davanti al cadavere

della ragione che ci spinse ad uccidere: è pietà di lui, di noi, della

vita, è mistero e tragedia: però la colpa umana e umanamente valutabile

deve essere giudicata nel momento supremo della sua azione.

Colui non era un padre, ed è già abbastanza per la sua memoria, se la

legge deve ancora considerarlo uomo.

24 marzo 1904.

ROMANZO VIVENTE

Il romanziere si è suicidato a Roma dentro un _fiacre_ con un colpo di

rivoltella alla testa.

Ma il suo delitto, prima ancora di essere una colpa della coscienza,

era un errore di arte in una fantasia esasperata dai bisogni del

vizio, accesa dalle vampe della vanità. Infatti tutti gli ingredienti,

gli arnesi, gli artifici di un romanzo d'appendice entrano in questo

delitto, al quale la morte del protagonista toglierà forse l'epilogo

di un processo: vi è una villa affittata fuori di una grande città,

la più intensa forse d'Italia; una villa nella quale non si ammobilia

provvisoriamente che il pianterreno, e il mobilio è composto per un

agguato, quadri insignificanti da far vedere come opere d'arte, ed una

vasca troppo grande anche per affogarvi un uomo. Questo naturalmente è

un milionario, poichè nei romanzi di appendice tale personaggio è più

indispensabile del tiranno nelle tragedie alfieriane e della vergine

nei primi romanzi romantici della scuola francese ed inglese. Il

milionario di questo genere è quasi sempre un ingenuo, quando non sia

un delinquente: questa volta era un dilettante di _sport_, allevatore

di cani, cacciatore forse di varie selvaggine, ancora giovane, abituato

alla facilità delle amicizie e delle avventure. Ucciderlo sarebbe

stato facile, ma poco proficuo, se l'uccisore voleva davvero diventare

ricco: bisognava invece succedergli, prendere il suo posto nella vita,

in mezzo alle sue ricchezze, ai suoi amici e ai suoi cani; diventare

milionario nel modo più semplice e più legale, ereditando da lui,

fra lo sbalordimento complimentoso di tutti, in una improvvisazione

scenica, come il teatro ne ha ancora ed applaude.

Ed ecco i ricordi dei romanzi letti magari a caso, a strappi,

fermentare in una testa di piccolo avventuriero e di più piccolo

truffatore: un disegno drammatico schiarirsi nella sua fantasia,

moltiplicarsi nelle scene, preparare un scenario, i legacci, la vasca,

le lettere, le cambiali. La villa è deserta, una dama velata vi è

venuta prima ad un appuntamento misterioso, forse a più d'uno; la dama,

probabilmente, è una volgare sgualdrina, che diventa così il primo

pubblico del dramma ed ubbriaca col primo applauso il drammaturgo.

Ma le difficoltà sono molte, troppe per giungere al finale, giacchè

un testamento si può facilmente dettare colla rivoltella in pugno ad

un ricattato, ma è quasi impossibile, dopo, farlo credere spontaneo e

vero. L'omicidio deve quindi sembrare un suicidio: così l'imbroglio si

raddoppia, e i personaggi aumentano. Un complice si rende necessario:

può essere un fratello e non basterà: il protagonista non ha il

coraggio del sangue, perchè la sua forza non oltrepassa la rettorica:

poi vuole salvarsi a qualunque costo e un alibi gli è indispensabile.

Generalmente i drammaturgi più sanguinari hanno orrore del sangue, e

non potrebbero nemmeno fare i flebotomi, un mestiere oggi tramontato

e che domani forse risorgerà, se nella medicina durino i richiami alle

teorie di Broupais e di Tommasini. L'antico sicario ritorna dunque in

scena come falso servitore e bertone vero: egli affogherà prima nella

vasca il milionario, poi a notte ne getterà il cadavere nel canale.

I veri assassini hanno la fantasia più semplice e il cuore quasi sicuro

quanto la mano.

Invece questo cavaliere Vecchio, che non sa uccidere, si fida ad un

sicario senza averne provato nè la fede nè il coraggio: gli butta cento

lire, andandosene col testamento e le cambiali in tasca, senza nemmeno

pensare che il ricattato, essendo vivo, sedurrà l'assassino.

Perchè infatti questo gli avrebbe resistito? A che si riduce la sua

complicità in questo delitto, dal momento che il signor Berretta

non è stato suicidato e che testamento e cambiali rimanevano senza

valore nella tasca di quell'altro? Naturalmente il milionario liberato

liberaleggerà, riconoscendo in lui il vero liberatore e un buon

diavolo tirato forse dentro ad un assassinio, mentre credeva appena di

partecipare ad una truffa. Così avvenne, nè poteva altrimenti avvenire.

Il drammaturgo, invece, non ha dubbio sulla eccellenza del dramma,

sulla perfezione del romanzo: parte e va a Genova dall'amica, la dama,

forse, la sgualdrina certamente. Una festa di baci lo accoglie, due

piccole mani lo applaudono e lo accarezzano. La sua fede contagiosa

s'apprende all'altra: egli è giunto senza nascondersi e riparte allo

scoperto. A Roma scende ad un albergo in piazza Montecitorio, davanti

al fabbricone delle leggi e degli inganni politici: la sua fantasia

divampa, parla con molti, ferma un giornalista, non cerca nemmeno prima

i giornali del mattino. Perchè dubitare? Egli è sicuro del proprio

ingegno e del proprio capolavoro. Non è così la fede in sè stesso di

tutti gli artisti veri o falsi? non arriva al disprezzo del pubblico,

all'oblio del pericolo, allo scherno della catastrofe?

Ma quando questa scoppia, tutto crolla, teatro e scenario, dramma e

drammaturgo: improvvisamente, come dentro un bagliore di incendio, la

realtà riappare: dal falso romanzo erompe la tragedia vera, mortale,

fatale. Il protagonista, che non sapeva uccidere, deve lui suicidarsi,

subito, senza una scusa, senza una esitazione. Il dramma è caduto, il

pubblico fischia ancora a sipario calato. Egli fugge senza saper dove,

colla morte innanzi, tremando di vedersi riconosciuto da ogni viso che

gli viene incontro, afferrato da tutte le mani che lo sfiorano, fermato

da tutte le voci che gli parlano. Invece del rimorso, poichè nel suo

dramma e nel suo romanzo nessuno è morto, la vanità dell'autore lo

strazia, il dileggio della ragione gli sferza la fantasia, la paura,

quella vera, gli fa battere il cuore come in una corsa disperata, di

sogno.

La notte gli allunga corsa ed agonia; al mattino, finalmente, fuggendo

sempre, in _fiacre_ nella impossibilità di poterne discendere, si

uccide.

Ebbene: in questo delitto l'errore primo, il guasto primitivo, è nella

fantasia. Naturalmente l'anima era corrotta e la coscienza buia, ma la

spinta è nella vanità intellettuale della concezione, nella superbia

crescente della preparazione segreta, nell'allucinazione che un quadro

troppo a lungo fissato produce sullo spirito. Questo cavaliere era

soprattutto un vanitoso, di quelli che si ammirano e, concependo un

dramma, diventano autore, attore, teatro e pubblico, si applaudono,

si smarriscono nell'opera. Ciò è frequente nell'arte, più forse nella

vita: assassini e ladri veri, invece, hanno un senso profondo della

realtà e sanno per istinto come sia difficile andarle contro, giacchè

il delitto essendo una concezione falsa, è sempre un po' irreale. La

sua complicazione è una prova di debolezza, la credulità nella sua

riuscita una misura della forza nel delinquente.

Adesso di questo romanzo d'appendice, finito tragicamente col suicidio

del romanziere, rimane la parte comica nella difesa che il milionario

liberato fa del suo liberatore davanti all'ironica curiosità dei

giudici, pei quali il delitto non è più che un allegro motivo di

interrogatorio.

Che titolo gli daranno?

15 dicembre 1903.

ROMANZO E ROMANZIERE

Questo è illustre, quello volgare.

Al solito la stampa parigina ne ha fatto uno scandalo, e l'inquisizione

dei giornali ha superato, nella crudele curiosità dei particolari

e nella logica acuta dell'analisi, l'altra del magistrato. Poi un

duello è seguito, senza gravi conseguenze nè per il romanziere, nè

pel fratello dell'amante, che si crede tradita; e adesso, poichè la

morte non ha alzato il dramma a tragedia, la sua stessa volgarità di

scandalo ne affretta l'oblio. Soltanto coloro, che da anni seguono

con vivo affetto di ammirazione Marcel Prevost nella lenta ascensione

della sua arte di psicologo e di pittore di anime, s'interesseranno

ancora di questo romanzo vissuto si lungamente, in un silenzio cortese,

fra condiscendenze di madre e di moglie, in una quiete adultera, che

i trionfi dello scrittore illuminavano tratto tratto come fuochi di

bengala nella brevità di una festa, fra vanti e bugie reciproche di

inspirazione nei due amanti.

Perchè da secoli, dopo la magnifica, immortale menzogna di Dante, che

finse di dovere a Bice, una fanciulletta appena conosciuta a nove anni

e una donna che poi non conobbe, l'idea e la passione della _Divina

Commedia_, mentre le donne da lui veramente amate furono altre, e

nessuna di esse potè atteggiare di sè medesima il poema; dopo Bice,

che fu appena un sogno per Dante, e la Fornarina, che passò come una

cortigiana e una modella nello studio di Raffaello, è un dogma della

rettorica poetica la necessità di una donna per l'inspirazione del

capolavoro. Poeti ed artisti sanno benissimo che l'opera loro, se

attinse le cime gloriose, dovette nutrirsi di pensiero e di dolore,

disciplinarsi nell'eroismo della volontà, spesso riparare nella

solitudine e chiedere a qualche breve castità l'ultimo sforzo per

l'ultimo volo; sanno e taceranno malinconicamente, che le loro amanti

più amate non sapevano quasi della loro opera e l'avrebbero volentieri

posposta ai trastulli dei giorni più facili, quando la primavera della

giovinezza e un avvento improvviso ed imprevisto dì danaro suggerivano

le follie del piacere o i disordini del vizio; sanno che l'inspirazione

è il mistero più profondo dell'arte, che ogni capolavoro è sempre

lungo nel tempo, magari inconsapevole della preparazione, se per caso

potè compiere rapidamente la propria trasformazione di crisalide in

farfalla; sanno che l'arte è tutta la vita, e che nella vita il motivo

dell'amore fra gli amanti stessi non esprime quasi mai l'originalità

intera della loro persona, come non domina la molteplice unità del loro

carattere.

Ma vi è ancora una rettorica nell'arte e nella vita, che vuol derivare

da un idillio o da un adulterio la forza necessaria alle grandi azioni

o la misteriosa armonia indispensabile nel capolavoro: le amanti

sorridono a sè stesse di tale loro potenza, servendosene di scusa

per la volgarità vera di un intrigo, dove quasi sempre la miseria

del danaro raddoppia quella della carne: gli amanti, invece, quando

sono o credono di essere artisti, adoperano l'amore come un pretesto

per allungare l'ozio o giustificare la lentezza accidiosa nel lavoro,

l'insufficienza della sua preparazione, la poca purità del suo metodo,

la troppa falsità delle figure e delle conclusioni.

Quasi si trattasse di una razza privilegiata, gli artisti inventano per

sè stessi dogmi di un'altra morale e simulano un'andatura di tempesta

nelle passioni, scambiano e fanno scambiare agli ingenui la bellezza di

una frase per la verità di una azione, dicendo che la bellezza è più

vera della virtù e che il capolavoro assolve tutto nell'autore, anche

prima di averlo fatto.

Perchè il capolavoro, e purtroppo furono radi e lo sono, è invece

semplice, profondo, ingenuo, uno come la vita: può sorridere, ma

sotto il sorriso si travede la smorfia dello spasimo; può urlare

come l'oceano nella collera più cupa, ma qualche stella splenderà in

alto fra le nuvole lacerate, disperse dall'uragano; può aver bisogno

di tutta una esistenza soltanto di un'ora, ma non uscirà mai da una

deviazione della vita, da un qualche sofisma della volontà, da un falso

privilegio nell'artista, che si creda maggiore o almeno diverso dagli

altri uomini. Al contrario, il caso sembra compiacersi a prodigare le

smentite: agli immensi sogni di conquista e di gloria succede quasi

sempre qualche mediocre matrimonio cattivo concubinaggio, si declama

e si accatta, si civetta alle piazze e ai saloni, si adora la réclame

e il danaro, si sognano cattedre e tribune, e si parla di aristocrazia

senza intendere davvero la grandezza di quella che è morta e sentirsene

dentro un'altra maggiore.

Vedete nel romanzo di Marcel Prevost come tutto è volgare, meschino,

falso nelle rivelazioni e nelle reticenze, nell'attrice che tenta, di

uccidere e poi dichiara che intendeva soltanto a colpire un braccio:

quale?

Il sinistro, tante volte offerto nelle passeggiate deliziose come un

peccato, o noiose quanto il peccato stesso già divenuto un dovere?

il destro, col quale l'illustre romanziere ha scritto tante pagine

di fine psicologia femminile, smarrendosi quasi sempre nell'intrigo

stesso dell'analisi, appunto perchè non era in lui, come in Balzac, il

più grande fra tutti i geni moderni, la sicurezza di una morale, cui

riportare nel giudizio le differenze dei motivi e dei risultati?

Egli era già ammogliato o quasi quando s'innamorò della signorina

Thouret, che gli amici di casa, almeno a quanto dice sua madre,

chiamavano col nomignolo di «vestale»; e la vestale lo sapeva, e sapeva

certamente quello che noi non sappiamo ancora, chi era questa donna,

perchè il romanziere ne aveva fatto la donna della propria vita, se era

la madre, se amava ancora, se soffriva, se avrebbe disperato per questo

nuovo tradimento. La vestale accettò: offerse forse la propria primizia

in cambio della gloria, che l'altro aveva guadagnato col romanzo delle

_demi-vierges_; accettò anche un appartamento in via Copernico, poi

un altro in via D'Armaille. Ma non pare che questo idillio adultero

si complicasse mai nella maternità, e il romanzo delle _demi-vierges_

è garanzia sufficiente a questa apparenza; però, come accade in quel

romanzo e in quasi tutti gli altri, gli amanti dovettero stancarsi,

l'uno se ne andò, l'altra viaggiò, poi al ritorno tentò una ripresa,

non vi riusci e tentò di uccidere, riuscendovi anche meno. Voleva

tirare soltanto al braccio, e soltanto al braccio un signor Thouret,

fratello della vestale, fu ferito con un colpo di spada dall'illustre

romanziere, seccato certamente d'essere dentro a un così falso e

volgare romanzo.

Un sorriso involontario monta alle labbra.

La gente, che davanti a un libro di sottile analisi femminile crede

davvero alla superiorità dello scrittore nella vita, deve aver

spalancati gli occhi leggendo nei giornali il resoconto dell'attentato

contro Marcel Prevost; e alcuni usavano questa lusinghiera, regia

parola. Forse la gente crede ancora i romanzieri superiori al romanzo,

e capaci di applicare le massime dei propri libri, di realizzarne le

più belle ligure: crede perchè ammira, forse anche perchè ama.

La verità è più bassa, più crudele: l'arte è quasi sempre una caccia,

nella quale la gloria serve di specchietto al danaro: oggi le fame si

fondano come certe banche, funzionano come certe ditte, guadagnano come

certe case; oggi non si parla più che di successo, e questa ignobile

parola dà la misura del pubblico e degli autori. Si vuol brillare,

non illuminare, essere ricchi, non padroni regnando sulle anime nella

vastità di un regno potente quanto il pensiero, dall'alto di un trono

sacro come un altare. Il pubblico solo è padrone, e un padrone che

bisogna sedurre per averne il favore subito, perchè nessuno o pochi

pensano che la gloria è immortalità non è gloria, e l'arte un impero,

al quale non si può giungere senza essere davvero un imperatore davanti

a sè stesso.

Un sorriso sale involontariamente alle labbra; i trionfatori

del pubblico, che li acclama, li paga, e sorride egli stesso

enigmaticamente, somigliano adesso ai generali, ai re affollati nelle

anticamere di Napoleone I: la loro potenza era una concessione di lui,

e un moto solo del suo sopracciglio poteva far cadere tutte le loro

corone e le loro medaglie; nessuno era originale, e nessuno sentiva

veramente l'inanità della propria condizione. Quando Napoleone,

entrando nel teatro di Varsavia al braccio di Talma gli disse alto,

perchè tutti udissero, colla sua voce fessa e l'accento breve: — Vi ho

atteggiato davanti una platea di re —, vi fu alcuno forse nella platea,

che si alzasse per andarsene?

Oggi non è un altro Napoleone, che livelli generali e re della fama

affollati nelle anticamere dei giornali; ma il pubblico che deve fare

le sue veci e non può, sorride già enigmaticamente, e ogni tanto si

diverte a svestirne qualcuno. Allora romanzo e romanziere appaiono

mediocri, la folla ondeggia in un movimento di curiosità, spera una

tragedia, ma non si vede innanzi che uno scandalo.

E dimentica: non si può fare di meglio!

5 aprile 1903.

È PERMESSO?

Così interroga il pagliaccio, cacciando la testa fra la tenda del

sipario, alla prima battuta nella piccola opera, la sola fortunata, del

maestro Leoncavallo.

Fuochi di bivacco · 第 10 / 21 段