Povera vergine rossa, se vecchia, sola, abbandonata, tremò di essersi

ingannata nel lungo sacrificio e rimpianse di non aver amato come

intorno a lei tutte le altre donne! Povera vergine rossa, se nelle

ultime ore, dalla imperscrutabile tenebra della morte, dal mistero

anche più imperscrutabile della vita qualche guizzo di una voce o di un

suono la sferzò sul viso e sul cuore come una ironia!

Eppure ella visse bene, perchè visse solamente per gli altri.

9 aprile 1904.

IL PRIGIONIERO

Mentre le vampe della rettorica democratica si abbassano fumigando

intorno ai fantastici palazzi del Gran Sultano, che la promessa

costituzione sembra avere avvolto di una impenetrabile nube, altre

lingueggiano e stridono nella grossa metropoli lombarda intorno al

monumento dell'imperatore prigioniero. Egli è là, nel cortile di una

vecchia casa, sul canale vinciano, immobile nel solenne e cortese

saluto; forse egli ricorda ancora troppo bene la lunga, piccola,

fortunosa ed inutile tragedia del proprio impero, per sentirsi

impaziente di riapparire, nell'artistica bellezza regalatagli dal

grande scultore, agli occhi disattenti della folla.

Ho detto grande, perchè il monumento, nella sua superba semplicità,

è forse il più bello, che l'Italia vanti dopo quello di Garibaldi sul

Gianicolo, e lo scultore dovette morire nell'ineffabile dolore di una

negazione, che uccideva l'opera della sua arte nell'ultimo rissoso

carnevale di una politica senza verità nella storia, senza poesia nella

vita.

Allora, quasi all'indomani della nuova proclamata repubblica francese,

gli avanzi del partito mazziniano si accanivano sul morto imperatore;

proclamavano sfregio alla repubblica di Parigi l'effigie di Napoleone

III salutante in una piazza di Milano la risurrezione italiana

dell'antica capitale lombarda; evocavano le ombre di Aspromonte

e di Mentana, tornavano agl'improperii sul primo goffo tradimento

del '31, che nemmeno tradimento fu. Sul vento della grande bufera

vittorhughiana, che rapiva nella propria frenesia anche le piccole

strofe carduccesche, così classicamente composte nel volo, l'esultavano

di collera eroica sulla morte della repubblica romana, che Cavaignac

aveva ucciso soltanto per preparare il secondo impero napoleonico;

e tutti nel piccolo sonoro partito, ingrossando la voce e le parole,

sembravano crescere nell'Italia, già dimentica della propria tragedia

rivoluzionaria e febbrilmente ansante nella preparazione della propria

conquista industriale, una severa, eroica passione di patria.

Sciaguratamente non era vero. Qualche superstite, come il colonnello

Missori, omerica figura di soldato oggi ancora immutato nell'odio

all'imperatore, poteva e doveva essere creduto; ma tutta la rettorica

di Cavallotti e di Bovio, affannati a salire trionfalmente sul cadavere

imperiale per farsene uno sgabello di piazza, era troppo falsa nel

tono e povera nel pensiero e fredda nel sentimento, per accendere nelle

anime nuove una qualche passione. Nullameno vinse.

I moderati di allora, capitanati da Negri, un sindaco ed un filosofo

recentemente levato all'onore del monumento ancora conteso a Napoleone,

indietreggiarono e tacquero.

Forse fu bene.

Oggi non il problema, bensì il pubblico è mutato.

La monarchia è così morta in Francia, che i suoi ultimi sognatori non

vi arrivano alla decenza del sogno; la repubblica, così sicura, che

ha potuto rinunciare al lusso della gloria militare e all'orgoglio

di un primato europeo: il secondo impero, già lontano nei ricordi

dell'ultima generazione, senza poesia di leggenda, senza superstiti

forme di grandezza nella nazione, è diventato da tempo motivo di

storia. Ollivier, il suo ultimo ministro, invecchiato nel silenzio

dell'abbandono, colla mano tremante e la fronte già fredda dell'ombra

sepolcrale, scrive e sogna di essere il suo grande storico.

Il secondo impero fu la conseguenza del primo: questo il poema, quello

l'avventura: il primo imperatore era il genio dell'impero, che nella

caduta e nella condanna di tutte le monarchie proclamata dalla grande

rivoluzione francese, doveva tentare la loro resurrezione in un'ultima

unità imperiale, e invece non s'accorgeva di essere il messo misterioso

della rivoluzione, incaricato soltanto di provare ai popoli la nullità

dei loro re: quindi andò, vinse, rovesciò dinastie e monarchie,

cancellò, ricompose, sognò, disparve e si destò solo, più grande,

prigioniero, morente a Sant'Elena.

Il secondo impero e il secondo imperatore capitarono ultimi di un'altra

serie, estremo esempio e prova che nel grande paese della rivoluzione

la monarchia aveva finalmente cessato. Infatti, dopo la prigionia del

primo Napoleone tutti i re si tastano la corona sul capo e sorridono di

sentirsela ancora: il cattivo sogno è dileguato, la rivoluzione vinta,

i popoli si levano osannando ai propri sovrani. I Borboni tornano:

Chateaubriand, l'incantatore cristiano, preso anch'egli nella forza

del proprio incantesimo, declama il nuovo presagio: «Signori, niente

è accaduto, soltanto oggi in Francia vi è un francese di più». Questo

francese era Luigi XVIII. E l'esperimento incomincia. La rivoluzione

sopravvive nella nuova costituzione largita dalla carta: il primo re

pare un sonnambulo, ignora la rivoluzione, non ha capito l'impero,

non crede alla carta, sorride sarcasticamente della aristocrazia alla

quale cura le piaghe, ha un'amante, l'inganna e ne è ingannato, passa

e soccombe in un prologo. Suo fratello Carlo X vuole essere re, e un

soffio di piazza lo gitta un'altra volta sulle vie dell'esilio: quindi

l'esperimento costituzionale prosegue con Luigi Filippo, un usurpatore,

al quale può benissimo convenire la formula repubblicana: il re regna

e non governa.

Invece vuol regnare, governa troppo e troppo male, non ha tradizione,

non può trarre dal presente un avvenire, e una rivoluzione incruenta

lo rovescia. Questa volta non è più un re che cade, ma un borghese,

che rientra nella borghesia. Ma la repubblica, improvvisata in piazza,

è ancora troppo precoce: dovrebbe essere di popolo, e invece deve

vivere della borghesia, che non la vuole ancora per diffidenza della

plebe, per orgoglio del proprio privilegio, e soprattutto perchè

l'estremo esperimento monarchico non è ancora esaurito. Ecco l'impero

del terzo Napoleone: nato di una reazione, servo del clero, costretto

all'avventura militare, a sognare la gloria, a stordire la Francia con

un primato artificiale ed effimero, a sedurre il popolo con un vago

profumo socialista, condannato ad essere sempre in guerra senza poter

profittare di nessuna vittoria, incapace di fondare una dinastia, di

affermare una idea, di farsi di un qualunque interesse un baluardo.

L'imperatore è anche più contraddittorio.

Troppo piccolo per meritare l'oceanico assalto di Victor Hugo, non

trova nemmeno una imperatrice per moglie; ha un esercito ed appartiene

ai generali, tutti i ministri lo superano; la tradizione del grande

impero e del grande imperatore lo spingono contro la monarchia: arresta

lo zar Niccolò sulla via di Costantinopoli, ma, ritentando l'impresa

d'Italia, dovrà arrestarsi davanti all'Austria e davanti al papa.

Imperatore rivoluzionario, la rivoluzione l'oltrepassa e lo nega:

così, dopo aver aiutato l'Italia vorrà contraddire la Prussia, e cadrà

senza onore nè d'impero nè di guerra. Ma prima il suo sogno d'impero

universale avrà condotto alla fucilazione sui piani di Queretaro un

altro imperatore.

Che cosa restava dopo alla Francia? Tutte le prove monarchiche non

erano esaurite?

Ma senza Napoleone e senza il secondo impero la terza Italia non è

nemmeno concepibile. L'eroismo di Mazzini e di Garibaldi, il genio

mercantile di Cavour non bastano: manca la passione nella massa, manca

un esercito sufficiente contro l'Austria e i tiranni interni. Purtroppo

la vittoria del '59 è francese: Cavour non avrebbe proclamata la

guerra senza l'alleanza francese, senza questa l'Europa non ci avrebbe

consentiti i risultati della vittoria. Purtroppo ancora Napoleone

III, non Vittorio Emanuele II, entra solennemente vincitore a Milano,

e l'Italia ancora serva di tirannelli inani ed inermi non esplode

cacciandoli.

Solferino nella storia italiana è una data come Legnano. Che importa il

segreto pensiero dell'imperatore, se il suo era davvero un pensiero,

mentre la storia lo ricusò? che importano le contraddizioni del suo

impero egualmente vittima della rivoluzione e della reazione? Mentana

non cancella Solferino e non potè salvare nemmeno il papato.

La storia è impersonale nel proprio trionfo: annulla tutti gli attori,

e quando si rivela con essi non è tutta in essi.

Napoleone III, che entra a Milano, è la Francia rivoluzionaria ed

imperiale, che doveva compiere la resurrezione d'Italia: lasciate che

il suo bel monumento si levi sopra una piazza salutando la folla che

saluterà. Napoleone e l'impero sono morti; ma nella memoria d'Italia

il loro fantasma durerà, immortale: il loro monumento prigioniero in un

cortile significherebbe soltanto che l'Italia non ha ancora acquistata

la coscienza della propria storia.

Invece un altro secolo è già cominciato, che le impone di superarla.

31 ottobre 1908.

L'ORRORE DEL VUOTO

Pochi giornali inglesi urlano allo scandalo, tutti gli altri tacciono

in un silenzio meditato.

L'altro ieri nel pomeriggio si compirono i funerali di Herbert Spencer,

semplici, inavvertiti: nè rappresentanti del governo nè della scienza;

appena qualche amico o discepolo, ma il più illustre, colui che doveva

colla propria eloquenza di poeta dare l'estremo saluto al grande morto

e da questo medesimo prescelto al solenne ufficio, era assente. La

salma fu cremata nel forno di Golden Green Duck, e l'urna delle ceneri

portata al cimitero di Highgate per essere chiusa entro un volgare

sarcofago, sul quale, per volontà espressa dal filosofo, non verrà

incisa alcuna iscrizione, almeno per un anno.

Perchè tale riserva in tale tempo? È difficile immaginarne il motivo.

Vissuto sempre nella più oscura mediocrità, anche al culmine della

gloria, quando da tutte le lontananze del mondo salivano al suo nome

urli di battaglia e grida di trionfo, egli non parve mai accorgersi

della propria sovranità ideale. La pensione, nella quale si era quasi

rifugiato, non accoglieva che piccola gente, sbandati della vita che

passano soltanto o restano per non sapere dove andare; ed egli non

appariva loro che come un altro estraneo senza distinzione signorile,

quasi povero, silenzioso, con una fronte troppo alta, così alta che a

molti doveva parere ridicola. Ma così le montagne, quelle fronti che

dominano gli orizzonti, hanno altezze e candori inverosimili, silenzi

che agghiacciano e rombi che spaventano più da lontano che da vicino;

eppure la gente che vive alle loro falde se ne accorge appena, e

guarda meravigliata se un qualche straniero davanti ad esse si accenda

d'entusiasmo.

Il vecchio filosofo lo era abbastanza per sorridere bonariamente anche

in questo caso.

Egli non amò la gloria come Hegel, pur avendone conseguita una tanto

più vasta di quella che avvolgeva come in una nube sacra l'immenso

genio tedesco; non si nascose al mondo come Spinoza, l'ultimo genio

ebraico, che si fece un deserto entro una piccola bottega da occhialaio

e visse e mori incognito sulle cime della propria metafisica, arida ed

irta come una roccia di granito; ma inglese nel corpo e nell'anima,

filosofo dell'industrialismo moderno, ne accettò tutte le volgarità

anche nella propria vita dalla compagnia promiscua di tutti i giorni

in una locanda anodina e quasi anonima: passò lungo le scuole senza

entrarvi nè professore nè scolaro, lasciò regnare le proprie formule

senza chiedere loro nè uno scettro, nè un mantello d'ermellino.

Così, senza accorgersene, rappresentava il proprio tempo meglio ancora

che non ne riassumesse davvero nella vastissima opera il sentimento

ed il pensiero. Filosofo d'Inghilterra, che ne ha avuto uno solo

nell'ora più densa della lunga notte medioevale, egli fu, come tutti

gli altri, i più illustri, un condensatore dell'intelletto comune,

evitando egualmente le cime e le profondità; la sua filosofia non è

che una geografia vasta quanto il mondo, ma non più profonda della

sua crosta; la sua originalità non è che nell'ampiezza, la sua forza

nella semplicità dell'argomentazione, la sua dignità nella coscienza

dei limiti, la sua espansione nella facile sicurezza dei fatti.

È quasi tutto vero quanto egli afferma, ma la spiegazione diventa

sempre insufficiente alla seconda domanda: la sua ragione si contrae

per rimanere esatta e s'impicciolisce nel fenomeno che esamina; il

suo cuore non ha echi di altri mondi, il suo pensiero bagliori di

altri cieli, la sua memoria ricordi di altra vita, la sua fantasia

necessità di altre forme. La filosofia del buon senso, che guadagnò

con Bacone la prima vittoria, ottenne con Spencer il supremo trionfo

mondiale. Sciaguratamente il buon senso, per quanto migliore del senso

comune, non basta nè alle basi della scienza nè alle altezze della

filosofia: indispensabile come l'aria e la luce ad ogni quadro, non può

dichiararne il significato e rivelarne l'anima; è la guarentigia più

sicura della vita e la sua insufficienza più dolorosa.

Vi è il vuoto dentro di esso, al di sopra e al di sotto.

Ecco forse il perchè dell'indifferenza, peggio anzi, dell'ingratitudine

della folla, grandi e piccini, ricchi e poveri, nobili e plebei,

governanti dello stato e delle scuole, davanti alla salma dell'illustre

filosofo, il più inglese che l'Inghilterra abbia avuto. Vivo, egli

era quasi impersonale nella insignificanza della propria vita: la sua

enciclopedia, si può ben chiamare così, era come l'enorme libro mastro

della ricchezza intellettuale moderna, ma della ricchezza soltanto

commerciabile, alla quale tutti possono sperare di giungere, facile al

desiderio, non difficile al possesso. Morto, il suo libro mastro resta

ed il problema della morte non può entrarvi.

Indarno sul forno crematorio, che arse la sua salma, è incisa

l'iscrizione: MORS JANUA VITAE; giacchè queste bibliche parole sono più

profonde di tutta la filosofia spenceriana, e invece di una spiegazione

diventano un enigma sulla fronte del forno. Ma Spencer ne avrebbe

sorriso ironicamente come di una stonatura letteraria.

L'Inghilterra, così pronta alla vanagloria delle proprie superiorità,

si è chiusa dunque nella quotidiana indifferenza prosaica dinanzi alla

bara del grande filosofo, di colui che regnò per trent'anni sul mondo

come il suo commercio e la sua industria.

Forse la bigotteria religiosa odiava in Spencer la calma

dell'incredulità, quella aristocratica la forza degradatrice del

suo pensiero borghese, l'altra democratica la supremazia del suo

individualismo su tutte le tumultuarie pretese della moltitudine.

Ma un istinto fors'anco ha riunito come in una paura incosciente tutte

le anime, che la vita distrae nella propria operosità, e la morte

scrolla ad ogni richiamo: esse hanno tremato dinanzi alla bara del

pensatore, che aveva dichiarato l'inutilità dell'inconoscibile ed era

morto senza chiedere soccorso ad alcuno. Nella sua bara non vi era una

speranza: percotendola in turbamento devoto, nessuna voce e nessuna eco

avrebbe risposto.

L'anima e la natura hanno egualmente orrore del vuoto.

Che cosa poteva dire la morte di Spencer al cuore dell'Inghilterra?

Perchè non ha egli trovato la parola da scrivere sulla propria tomba?

Eppure era quella che tutta l'Inghilterra e tutto il mondo aspettavano

da lui: la parola suprema, che si lancia nel mistero perchè dal mistero

discesa, che ha sonorità interminabili e bagliori inestinguibili; la

parola, che la ragione non può dire e il cuore reclama, grido di fede,

urlo di speranza, invocazione all'inconoscibile, dentro il quale la

nostra conoscenza è come la perla nell'oceano e l'astro nel cielo; la

parola di tutti, senza la quale la vita finisce alla morte.

_Mors janua vitae_: gl'industriali del forno crematorio avevano pur

trovato nella Bibbia queste belle parole per inciderle sopra la sua

bocca: una stonatura: qualche cosa come un frontile di perle sopra un

cappello a cilindro.

Ma la poesia vigila a tutte le porte e reclama i propri diritti di

pedaggio: chi passa oltre senza pagare non passa che inavvertito.

Spencer è passato così.

21 dicembre 1903.

CIECO CONTRO CIECO

L'Inghilterra è pronta a sollevarsi ancora una volta alla voce del

suo più grande filosofo, Herbert Spencer, morto quasi fra la pubblica

indifferenza.

Egli riappare intero, vivo e vibrante, in una autobiografia,

possentemente intravata come il suo sistema, al tempo stesso cornice e

ritratto, colla minuta esattezza nei fatti e la più scrupolosa verità

nel racconto. Ma questa autobiografia, da lui medesimo chiamata storia

naturale di un filosofo, non sarà che la storia del suo pensiero e del

suo lavoro, perchè Spencer pensò e lavorò soltanto, spettatore della

vita, alla quale in cinquant'anni chiese ostinatamente il segreto per

confessare, vecchio e morente, nelle ultime pagine dell'ultimo libro,

che il fanciullo eterno si risveglia sempre nell'uomo e che l'uomo

non può rispondere alle domande del fanciullo. È dunque questi che

ha ragione? Il filosofo non risponde se non rimpiangendo le credenze

religiose degli ignari, piccolo, aereo ponte gittato dalla loro

fantasia sul mare dell'inconoscibile, capanna aperta a tutti i venti,

ma inghirlandata di fiori sempre freschi in mezzo al tumultuoso e

rovente deserto della vita.

Spencer è un filosofo, ma soltanto un filosofo inglese. La sua fantasia

appare povera, il suo sentimento arido: la stessa morale, che aveva

deviato Carlyle nei giudizi dell'arte, restringe e impoverisce Spencer:

la sua teoria della musica è appena una teoria dei suoni, e il suo

gusto nella pittura sempre volgare, malgrado l'indipendenza della

originalità; ignora la letteratura, e quasi sempre tratta la vita come

un botanico che per sentire un fiore ha bisogno di essiccarlo.

Il suo primo odio fu Omero: la traduzione di Pope è celebre come quella

di Monti, ma inspirata allo stesso classicismo, senza nè intendimento

di epopea nè divinazione dell'antico: e forse Spencer vide il rude

gigante greco attraverso l'omiciattolo inglese, il letterato più

letterato dell'Inghilterra.

Quindi dichiarò che avrebbe pagato una grossa somma, egli povero,

piuttosto che seguitare ancora oltre il sesto canto.

Antipatia ed obbiezioni erano soprattutto morali. E si ricordava

ancora dei propri primi saggi contro l'insegnamento classico, che

prosegue inutile ed esuberante nelle nostre scuole moderne; e di

tutta quell'altra critica, in lui metà istintiva e metà logica,

sullo scopo dell'arte e della scienza, che debbono migliorare la

vita e perfezionare i dati della morale, rimasti poi così slegati ed

inconsistenti, quando più tardi egli tentò di dar loro una base in un

libro.

Ma egli non poteva sentire Omero.

Platone stesso, un filosofo, o forse meglio un poeta della filosofia,

aveva assai prima di lui condannato il gran cieco senza dubitare come

noi della sua esistenza, perchè l'antichità non dubitò mai di Omero.

Vico, un altro filosofo, molto dopo scompose ed annullò il poema

per trarne materiali ad un fantastico edificio di storia, il quale

invece era anch'esso una poesia, un sogno, che pretendeva indarno

di chiamarsi Scienza Nuova; poi la critica tedesca, ripetendo le

temerità della vecchia critica alessandrina, spezzò il poema e ne gittò

all'aria i canti, che ricadendo sul cuore della gente si ricongiunsero

nell'immutata, insuperabile figurazione di bellezza.

Certamente non tutto Omero era bello come pretendevano i letterati

della scuola; certamente qualche altro aveva cantato vicino a lui con

voce meno solenne sopra un'arpa meno armoniosa, e voci e canto si erano

confusi: forse il poema, tal quale fu ricomposto da Pisistrato, era già

monco; forse se l'Odissea fu l'opera dello stesso uomo, l'Iliade non

finiva come per noi colla morte e il supplizio di Ettore.

Ma il poema è uno e ben greco nell'umanità bassa, spesso volgare de'

suoi iddii, non molto antico nella forma e nel sentimento dell'eroismo,

molto vero nella precisione delle battaglie, che Napoleone primo ammirò

spingendo questo entusiasmo sino al disprezzo di Virgilio. Infatti

come Spencer davanti ad Omero, Napoleone di fronte a Virgilio, il più

ammirabile poeta di gabinetto, doveva prima sorridere poi sdegnarsi:

gli eroi dell'Eneide non sono epici, i soldati non sono barbari: poi

Virgilio non sa la guerra come Omero, non l'ha vista, e l'avrebbe

probabilmente vista indarno.

È un artista della poesia, un orefice del verso, un musico della

parola. Le epopee non possono nascere nei secoli classici: bisogna

essere un eroe per crearne un'altra; il tempo di Augusto ebbe Virgilio,

da quello di Leone X uscì il Tasso, dall'altro di Luigi XIV Voltaire.

E si resta tristi, pensosi, davanti a questa cecità di Spencer, che

intendendo a ricostruire ancora una volta la storia dell'anima umana

non sente l'epopea, non indovina Omero. Capiva egli Shakespeare?

L'immenso trageda inglese nemmeno nelle sue scene più belle supera

la potenza tragica di certi episodii in Omero, ed Eschilo stesso non

li raggiunse, poichè nell'epopea la tragedia dell'individuo essendo

soltanto episodica subisce ed esprime una concentrazione, che dopo il

teatro non produrrà più.

Nel teatro l'uomo è come al centro della vita, che sembra illuminare,

atteggiare di sè stesso; nell'epopea invece egli è come un'onda dentro

una tempesta, e la sua voce non può dominare il rombo di tutte le altre

se non spezzandosi improvvisamente con più profonda rovina.

L'epopea esprime quindi meglio della tragedia la nostra sudditanza

nella vita: possiamo appena compiere un atto, gittare un grido, trovare

una parola: non altro. Gli eroi di Omero sono immortali così; e lo sono

più di tutti gli altri apparsi poi sul teatro e nei libri.

Alessandro sognava d'Achille: il secolo decimonono ha tutto sognato di

Napoleone, ma Omero e l'epopea non erano più possibili.

Cieco contro cieco; Spencer contro Omero. In Italia non sarebbe nè

possibile nè intelligibile il fermento, che si leverà nelle classi

colte dell'Inghilterra contro il filosofo, che osò con tanta mirabile

sincerità confessare la propria insufficienza.

Il teorico dell'evoluzione, il massimo compositore del positivismo, non

poteva avere le divinazioni del sentimento, che sono una fede, appunto

per aver egli troppo creduto alla ragione, sino a credere nella sua

credulità.

La ragione logica riesce sempre impari al mistero della vita; quella

dialettica ricostruisce sempre lo stesso edificio a travi per chiudervi

dentro il mondo. Hegel potè molto intendere di Dante; Spencer non

doveva sentire Omero, che nemmeno l'Inghilterra sente, giacchè lo legge

nei versi di Pope, come noi in quelli di Monti.

Non oso giudicare il verseggiatore inglese, ma gli endecasillabi

romagnoli ed italiani dell'altro, malgrado il consenso oramai

lungo degli uditori, sono certamente ritmati sul rullo dei tamburi

napoleonici e guarniscono la parola degli eroi con tutta la grazia del

teatro e la compostezza della scuola.

Quando si chiedeva a Prassitele quale fra le sue opere gli paresse più

bella, rispondeva invariabilmente: — Quelle alle quali Nicia ha egli

pure messo mano. — Sainte-Beuve suppose che domandando a Omero quale

preferisse fra le ricomposizioni dell'Iliade, avrebbe risposto: —

Quella di Aristarco.

Ma se qualcuno gli dicesse oggi: — Fra le tante traduzioni del vostro

poema, fra Pope e Monti, chi scegliete? — io suppongo che il gran cieco

con un sorriso indulgente d'ironia mormorerebbe: — Nessuna.

E siccome i lettori non mi crederanno, possono benissimo credere che io

so poco l'italiano e niente l'inglese.

19 aprile 1904.

VI

DELITTI E DELINQUENTI

PROBLEMA CRIMINALE

È orribile e profondo.

Fuochi di bivacco · 第 9 / 21 段