ingannata nel lungo sacrificio e rimpianse di non aver amato come
intorno a lei tutte le altre donne! Povera vergine rossa, se nelle
ultime ore, dalla imperscrutabile tenebra della morte, dal mistero
anche più imperscrutabile della vita qualche guizzo di una voce o di un
suono la sferzò sul viso e sul cuore come una ironia!
Eppure ella visse bene, perchè visse solamente per gli altri.
9 aprile 1904.
IL PRIGIONIERO
Mentre le vampe della rettorica democratica si abbassano fumigando
intorno ai fantastici palazzi del Gran Sultano, che la promessa
costituzione sembra avere avvolto di una impenetrabile nube, altre
lingueggiano e stridono nella grossa metropoli lombarda intorno al
monumento dell'imperatore prigioniero. Egli è là, nel cortile di una
vecchia casa, sul canale vinciano, immobile nel solenne e cortese
saluto; forse egli ricorda ancora troppo bene la lunga, piccola,
fortunosa ed inutile tragedia del proprio impero, per sentirsi
impaziente di riapparire, nell'artistica bellezza regalatagli dal
grande scultore, agli occhi disattenti della folla.
Ho detto grande, perchè il monumento, nella sua superba semplicità,
è forse il più bello, che l'Italia vanti dopo quello di Garibaldi sul
Gianicolo, e lo scultore dovette morire nell'ineffabile dolore di una
negazione, che uccideva l'opera della sua arte nell'ultimo rissoso
carnevale di una politica senza verità nella storia, senza poesia nella
vita.
Allora, quasi all'indomani della nuova proclamata repubblica francese,
gli avanzi del partito mazziniano si accanivano sul morto imperatore;
proclamavano sfregio alla repubblica di Parigi l'effigie di Napoleone
III salutante in una piazza di Milano la risurrezione italiana
dell'antica capitale lombarda; evocavano le ombre di Aspromonte
e di Mentana, tornavano agl'improperii sul primo goffo tradimento
del '31, che nemmeno tradimento fu. Sul vento della grande bufera
vittorhughiana, che rapiva nella propria frenesia anche le piccole
strofe carduccesche, così classicamente composte nel volo, l'esultavano
di collera eroica sulla morte della repubblica romana, che Cavaignac
aveva ucciso soltanto per preparare il secondo impero napoleonico;
e tutti nel piccolo sonoro partito, ingrossando la voce e le parole,
sembravano crescere nell'Italia, già dimentica della propria tragedia
rivoluzionaria e febbrilmente ansante nella preparazione della propria
conquista industriale, una severa, eroica passione di patria.
Sciaguratamente non era vero. Qualche superstite, come il colonnello
Missori, omerica figura di soldato oggi ancora immutato nell'odio
all'imperatore, poteva e doveva essere creduto; ma tutta la rettorica
di Cavallotti e di Bovio, affannati a salire trionfalmente sul cadavere
imperiale per farsene uno sgabello di piazza, era troppo falsa nel
tono e povera nel pensiero e fredda nel sentimento, per accendere nelle
anime nuove una qualche passione. Nullameno vinse.
I moderati di allora, capitanati da Negri, un sindaco ed un filosofo
recentemente levato all'onore del monumento ancora conteso a Napoleone,
indietreggiarono e tacquero.
Forse fu bene.
Oggi non il problema, bensì il pubblico è mutato.
La monarchia è così morta in Francia, che i suoi ultimi sognatori non
vi arrivano alla decenza del sogno; la repubblica, così sicura, che
ha potuto rinunciare al lusso della gloria militare e all'orgoglio
di un primato europeo: il secondo impero, già lontano nei ricordi
dell'ultima generazione, senza poesia di leggenda, senza superstiti
forme di grandezza nella nazione, è diventato da tempo motivo di
storia. Ollivier, il suo ultimo ministro, invecchiato nel silenzio
dell'abbandono, colla mano tremante e la fronte già fredda dell'ombra
sepolcrale, scrive e sogna di essere il suo grande storico.
Il secondo impero fu la conseguenza del primo: questo il poema, quello
l'avventura: il primo imperatore era il genio dell'impero, che nella
caduta e nella condanna di tutte le monarchie proclamata dalla grande
rivoluzione francese, doveva tentare la loro resurrezione in un'ultima
unità imperiale, e invece non s'accorgeva di essere il messo misterioso
della rivoluzione, incaricato soltanto di provare ai popoli la nullità
dei loro re: quindi andò, vinse, rovesciò dinastie e monarchie,
cancellò, ricompose, sognò, disparve e si destò solo, più grande,
prigioniero, morente a Sant'Elena.
Il secondo impero e il secondo imperatore capitarono ultimi di un'altra
serie, estremo esempio e prova che nel grande paese della rivoluzione
la monarchia aveva finalmente cessato. Infatti, dopo la prigionia del
primo Napoleone tutti i re si tastano la corona sul capo e sorridono di
sentirsela ancora: il cattivo sogno è dileguato, la rivoluzione vinta,
i popoli si levano osannando ai propri sovrani. I Borboni tornano:
Chateaubriand, l'incantatore cristiano, preso anch'egli nella forza
del proprio incantesimo, declama il nuovo presagio: «Signori, niente
è accaduto, soltanto oggi in Francia vi è un francese di più». Questo
francese era Luigi XVIII. E l'esperimento incomincia. La rivoluzione
sopravvive nella nuova costituzione largita dalla carta: il primo re
pare un sonnambulo, ignora la rivoluzione, non ha capito l'impero,
non crede alla carta, sorride sarcasticamente della aristocrazia alla
quale cura le piaghe, ha un'amante, l'inganna e ne è ingannato, passa
e soccombe in un prologo. Suo fratello Carlo X vuole essere re, e un
soffio di piazza lo gitta un'altra volta sulle vie dell'esilio: quindi
l'esperimento costituzionale prosegue con Luigi Filippo, un usurpatore,
al quale può benissimo convenire la formula repubblicana: il re regna
e non governa.
Invece vuol regnare, governa troppo e troppo male, non ha tradizione,
non può trarre dal presente un avvenire, e una rivoluzione incruenta
lo rovescia. Questa volta non è più un re che cade, ma un borghese,
che rientra nella borghesia. Ma la repubblica, improvvisata in piazza,
è ancora troppo precoce: dovrebbe essere di popolo, e invece deve
vivere della borghesia, che non la vuole ancora per diffidenza della
plebe, per orgoglio del proprio privilegio, e soprattutto perchè
l'estremo esperimento monarchico non è ancora esaurito. Ecco l'impero
del terzo Napoleone: nato di una reazione, servo del clero, costretto
all'avventura militare, a sognare la gloria, a stordire la Francia con
un primato artificiale ed effimero, a sedurre il popolo con un vago
profumo socialista, condannato ad essere sempre in guerra senza poter
profittare di nessuna vittoria, incapace di fondare una dinastia, di
affermare una idea, di farsi di un qualunque interesse un baluardo.
L'imperatore è anche più contraddittorio.
Troppo piccolo per meritare l'oceanico assalto di Victor Hugo, non
trova nemmeno una imperatrice per moglie; ha un esercito ed appartiene
ai generali, tutti i ministri lo superano; la tradizione del grande
impero e del grande imperatore lo spingono contro la monarchia: arresta
lo zar Niccolò sulla via di Costantinopoli, ma, ritentando l'impresa
d'Italia, dovrà arrestarsi davanti all'Austria e davanti al papa.
Imperatore rivoluzionario, la rivoluzione l'oltrepassa e lo nega:
così, dopo aver aiutato l'Italia vorrà contraddire la Prussia, e cadrà
senza onore nè d'impero nè di guerra. Ma prima il suo sogno d'impero
universale avrà condotto alla fucilazione sui piani di Queretaro un
altro imperatore.
Che cosa restava dopo alla Francia? Tutte le prove monarchiche non
erano esaurite?
Ma senza Napoleone e senza il secondo impero la terza Italia non è
nemmeno concepibile. L'eroismo di Mazzini e di Garibaldi, il genio
mercantile di Cavour non bastano: manca la passione nella massa, manca
un esercito sufficiente contro l'Austria e i tiranni interni. Purtroppo
la vittoria del '59 è francese: Cavour non avrebbe proclamata la
guerra senza l'alleanza francese, senza questa l'Europa non ci avrebbe
consentiti i risultati della vittoria. Purtroppo ancora Napoleone
III, non Vittorio Emanuele II, entra solennemente vincitore a Milano,
e l'Italia ancora serva di tirannelli inani ed inermi non esplode
cacciandoli.
Solferino nella storia italiana è una data come Legnano. Che importa il
segreto pensiero dell'imperatore, se il suo era davvero un pensiero,
mentre la storia lo ricusò? che importano le contraddizioni del suo
impero egualmente vittima della rivoluzione e della reazione? Mentana
non cancella Solferino e non potè salvare nemmeno il papato.
La storia è impersonale nel proprio trionfo: annulla tutti gli attori,
e quando si rivela con essi non è tutta in essi.
Napoleone III, che entra a Milano, è la Francia rivoluzionaria ed
imperiale, che doveva compiere la resurrezione d'Italia: lasciate che
il suo bel monumento si levi sopra una piazza salutando la folla che
saluterà. Napoleone e l'impero sono morti; ma nella memoria d'Italia
il loro fantasma durerà, immortale: il loro monumento prigioniero in un
cortile significherebbe soltanto che l'Italia non ha ancora acquistata
la coscienza della propria storia.
Invece un altro secolo è già cominciato, che le impone di superarla.
31 ottobre 1908.
L'ORRORE DEL VUOTO
Pochi giornali inglesi urlano allo scandalo, tutti gli altri tacciono
in un silenzio meditato.
L'altro ieri nel pomeriggio si compirono i funerali di Herbert Spencer,
semplici, inavvertiti: nè rappresentanti del governo nè della scienza;
appena qualche amico o discepolo, ma il più illustre, colui che doveva
colla propria eloquenza di poeta dare l'estremo saluto al grande morto
e da questo medesimo prescelto al solenne ufficio, era assente. La
salma fu cremata nel forno di Golden Green Duck, e l'urna delle ceneri
portata al cimitero di Highgate per essere chiusa entro un volgare
sarcofago, sul quale, per volontà espressa dal filosofo, non verrà
incisa alcuna iscrizione, almeno per un anno.
Perchè tale riserva in tale tempo? È difficile immaginarne il motivo.
Vissuto sempre nella più oscura mediocrità, anche al culmine della
gloria, quando da tutte le lontananze del mondo salivano al suo nome
urli di battaglia e grida di trionfo, egli non parve mai accorgersi
della propria sovranità ideale. La pensione, nella quale si era quasi
rifugiato, non accoglieva che piccola gente, sbandati della vita che
passano soltanto o restano per non sapere dove andare; ed egli non
appariva loro che come un altro estraneo senza distinzione signorile,
quasi povero, silenzioso, con una fronte troppo alta, così alta che a
molti doveva parere ridicola. Ma così le montagne, quelle fronti che
dominano gli orizzonti, hanno altezze e candori inverosimili, silenzi
che agghiacciano e rombi che spaventano più da lontano che da vicino;
eppure la gente che vive alle loro falde se ne accorge appena, e
guarda meravigliata se un qualche straniero davanti ad esse si accenda
d'entusiasmo.
Il vecchio filosofo lo era abbastanza per sorridere bonariamente anche
in questo caso.
Egli non amò la gloria come Hegel, pur avendone conseguita una tanto
più vasta di quella che avvolgeva come in una nube sacra l'immenso
genio tedesco; non si nascose al mondo come Spinoza, l'ultimo genio
ebraico, che si fece un deserto entro una piccola bottega da occhialaio
e visse e mori incognito sulle cime della propria metafisica, arida ed
irta come una roccia di granito; ma inglese nel corpo e nell'anima,
filosofo dell'industrialismo moderno, ne accettò tutte le volgarità
anche nella propria vita dalla compagnia promiscua di tutti i giorni
in una locanda anodina e quasi anonima: passò lungo le scuole senza
entrarvi nè professore nè scolaro, lasciò regnare le proprie formule
senza chiedere loro nè uno scettro, nè un mantello d'ermellino.
Così, senza accorgersene, rappresentava il proprio tempo meglio ancora
che non ne riassumesse davvero nella vastissima opera il sentimento
ed il pensiero. Filosofo d'Inghilterra, che ne ha avuto uno solo
nell'ora più densa della lunga notte medioevale, egli fu, come tutti
gli altri, i più illustri, un condensatore dell'intelletto comune,
evitando egualmente le cime e le profondità; la sua filosofia non è
che una geografia vasta quanto il mondo, ma non più profonda della
sua crosta; la sua originalità non è che nell'ampiezza, la sua forza
nella semplicità dell'argomentazione, la sua dignità nella coscienza
dei limiti, la sua espansione nella facile sicurezza dei fatti.
È quasi tutto vero quanto egli afferma, ma la spiegazione diventa
sempre insufficiente alla seconda domanda: la sua ragione si contrae
per rimanere esatta e s'impicciolisce nel fenomeno che esamina; il
suo cuore non ha echi di altri mondi, il suo pensiero bagliori di
altri cieli, la sua memoria ricordi di altra vita, la sua fantasia
necessità di altre forme. La filosofia del buon senso, che guadagnò
con Bacone la prima vittoria, ottenne con Spencer il supremo trionfo
mondiale. Sciaguratamente il buon senso, per quanto migliore del senso
comune, non basta nè alle basi della scienza nè alle altezze della
filosofia: indispensabile come l'aria e la luce ad ogni quadro, non può
dichiararne il significato e rivelarne l'anima; è la guarentigia più
sicura della vita e la sua insufficienza più dolorosa.
Vi è il vuoto dentro di esso, al di sopra e al di sotto.
Ecco forse il perchè dell'indifferenza, peggio anzi, dell'ingratitudine
della folla, grandi e piccini, ricchi e poveri, nobili e plebei,
governanti dello stato e delle scuole, davanti alla salma dell'illustre
filosofo, il più inglese che l'Inghilterra abbia avuto. Vivo, egli
era quasi impersonale nella insignificanza della propria vita: la sua
enciclopedia, si può ben chiamare così, era come l'enorme libro mastro
della ricchezza intellettuale moderna, ma della ricchezza soltanto
commerciabile, alla quale tutti possono sperare di giungere, facile al
desiderio, non difficile al possesso. Morto, il suo libro mastro resta
ed il problema della morte non può entrarvi.
Indarno sul forno crematorio, che arse la sua salma, è incisa
l'iscrizione: MORS JANUA VITAE; giacchè queste bibliche parole sono più
profonde di tutta la filosofia spenceriana, e invece di una spiegazione
diventano un enigma sulla fronte del forno. Ma Spencer ne avrebbe
sorriso ironicamente come di una stonatura letteraria.
L'Inghilterra, così pronta alla vanagloria delle proprie superiorità,
si è chiusa dunque nella quotidiana indifferenza prosaica dinanzi alla
bara del grande filosofo, di colui che regnò per trent'anni sul mondo
come il suo commercio e la sua industria.
Forse la bigotteria religiosa odiava in Spencer la calma
dell'incredulità, quella aristocratica la forza degradatrice del
suo pensiero borghese, l'altra democratica la supremazia del suo
individualismo su tutte le tumultuarie pretese della moltitudine.
Ma un istinto fors'anco ha riunito come in una paura incosciente tutte
le anime, che la vita distrae nella propria operosità, e la morte
scrolla ad ogni richiamo: esse hanno tremato dinanzi alla bara del
pensatore, che aveva dichiarato l'inutilità dell'inconoscibile ed era
morto senza chiedere soccorso ad alcuno. Nella sua bara non vi era una
speranza: percotendola in turbamento devoto, nessuna voce e nessuna eco
avrebbe risposto.
L'anima e la natura hanno egualmente orrore del vuoto.
Che cosa poteva dire la morte di Spencer al cuore dell'Inghilterra?
Perchè non ha egli trovato la parola da scrivere sulla propria tomba?
Eppure era quella che tutta l'Inghilterra e tutto il mondo aspettavano
da lui: la parola suprema, che si lancia nel mistero perchè dal mistero
discesa, che ha sonorità interminabili e bagliori inestinguibili; la
parola, che la ragione non può dire e il cuore reclama, grido di fede,
urlo di speranza, invocazione all'inconoscibile, dentro il quale la
nostra conoscenza è come la perla nell'oceano e l'astro nel cielo; la
parola di tutti, senza la quale la vita finisce alla morte.
_Mors janua vitae_: gl'industriali del forno crematorio avevano pur
trovato nella Bibbia queste belle parole per inciderle sopra la sua
bocca: una stonatura: qualche cosa come un frontile di perle sopra un
cappello a cilindro.
Ma la poesia vigila a tutte le porte e reclama i propri diritti di
pedaggio: chi passa oltre senza pagare non passa che inavvertito.
Spencer è passato così.
21 dicembre 1903.
CIECO CONTRO CIECO
L'Inghilterra è pronta a sollevarsi ancora una volta alla voce del
suo più grande filosofo, Herbert Spencer, morto quasi fra la pubblica
indifferenza.
Egli riappare intero, vivo e vibrante, in una autobiografia,
possentemente intravata come il suo sistema, al tempo stesso cornice e
ritratto, colla minuta esattezza nei fatti e la più scrupolosa verità
nel racconto. Ma questa autobiografia, da lui medesimo chiamata storia
naturale di un filosofo, non sarà che la storia del suo pensiero e del
suo lavoro, perchè Spencer pensò e lavorò soltanto, spettatore della
vita, alla quale in cinquant'anni chiese ostinatamente il segreto per
confessare, vecchio e morente, nelle ultime pagine dell'ultimo libro,
che il fanciullo eterno si risveglia sempre nell'uomo e che l'uomo
non può rispondere alle domande del fanciullo. È dunque questi che
ha ragione? Il filosofo non risponde se non rimpiangendo le credenze
religiose degli ignari, piccolo, aereo ponte gittato dalla loro
fantasia sul mare dell'inconoscibile, capanna aperta a tutti i venti,
ma inghirlandata di fiori sempre freschi in mezzo al tumultuoso e
rovente deserto della vita.
Spencer è un filosofo, ma soltanto un filosofo inglese. La sua fantasia
appare povera, il suo sentimento arido: la stessa morale, che aveva
deviato Carlyle nei giudizi dell'arte, restringe e impoverisce Spencer:
la sua teoria della musica è appena una teoria dei suoni, e il suo
gusto nella pittura sempre volgare, malgrado l'indipendenza della
originalità; ignora la letteratura, e quasi sempre tratta la vita come
un botanico che per sentire un fiore ha bisogno di essiccarlo.
Il suo primo odio fu Omero: la traduzione di Pope è celebre come quella
di Monti, ma inspirata allo stesso classicismo, senza nè intendimento
di epopea nè divinazione dell'antico: e forse Spencer vide il rude
gigante greco attraverso l'omiciattolo inglese, il letterato più
letterato dell'Inghilterra.
Quindi dichiarò che avrebbe pagato una grossa somma, egli povero,
piuttosto che seguitare ancora oltre il sesto canto.
Antipatia ed obbiezioni erano soprattutto morali. E si ricordava
ancora dei propri primi saggi contro l'insegnamento classico, che
prosegue inutile ed esuberante nelle nostre scuole moderne; e di
tutta quell'altra critica, in lui metà istintiva e metà logica,
sullo scopo dell'arte e della scienza, che debbono migliorare la
vita e perfezionare i dati della morale, rimasti poi così slegati ed
inconsistenti, quando più tardi egli tentò di dar loro una base in un
libro.
Ma egli non poteva sentire Omero.
Platone stesso, un filosofo, o forse meglio un poeta della filosofia,
aveva assai prima di lui condannato il gran cieco senza dubitare come
noi della sua esistenza, perchè l'antichità non dubitò mai di Omero.
Vico, un altro filosofo, molto dopo scompose ed annullò il poema
per trarne materiali ad un fantastico edificio di storia, il quale
invece era anch'esso una poesia, un sogno, che pretendeva indarno
di chiamarsi Scienza Nuova; poi la critica tedesca, ripetendo le
temerità della vecchia critica alessandrina, spezzò il poema e ne gittò
all'aria i canti, che ricadendo sul cuore della gente si ricongiunsero
nell'immutata, insuperabile figurazione di bellezza.
Certamente non tutto Omero era bello come pretendevano i letterati
della scuola; certamente qualche altro aveva cantato vicino a lui con
voce meno solenne sopra un'arpa meno armoniosa, e voci e canto si erano
confusi: forse il poema, tal quale fu ricomposto da Pisistrato, era già
monco; forse se l'Odissea fu l'opera dello stesso uomo, l'Iliade non
finiva come per noi colla morte e il supplizio di Ettore.
Ma il poema è uno e ben greco nell'umanità bassa, spesso volgare de'
suoi iddii, non molto antico nella forma e nel sentimento dell'eroismo,
molto vero nella precisione delle battaglie, che Napoleone primo ammirò
spingendo questo entusiasmo sino al disprezzo di Virgilio. Infatti
come Spencer davanti ad Omero, Napoleone di fronte a Virgilio, il più
ammirabile poeta di gabinetto, doveva prima sorridere poi sdegnarsi:
gli eroi dell'Eneide non sono epici, i soldati non sono barbari: poi
Virgilio non sa la guerra come Omero, non l'ha vista, e l'avrebbe
probabilmente vista indarno.
È un artista della poesia, un orefice del verso, un musico della
parola. Le epopee non possono nascere nei secoli classici: bisogna
essere un eroe per crearne un'altra; il tempo di Augusto ebbe Virgilio,
da quello di Leone X uscì il Tasso, dall'altro di Luigi XIV Voltaire.
E si resta tristi, pensosi, davanti a questa cecità di Spencer, che
intendendo a ricostruire ancora una volta la storia dell'anima umana
non sente l'epopea, non indovina Omero. Capiva egli Shakespeare?
L'immenso trageda inglese nemmeno nelle sue scene più belle supera
la potenza tragica di certi episodii in Omero, ed Eschilo stesso non
li raggiunse, poichè nell'epopea la tragedia dell'individuo essendo
soltanto episodica subisce ed esprime una concentrazione, che dopo il
teatro non produrrà più.
Nel teatro l'uomo è come al centro della vita, che sembra illuminare,
atteggiare di sè stesso; nell'epopea invece egli è come un'onda dentro
una tempesta, e la sua voce non può dominare il rombo di tutte le altre
se non spezzandosi improvvisamente con più profonda rovina.
L'epopea esprime quindi meglio della tragedia la nostra sudditanza
nella vita: possiamo appena compiere un atto, gittare un grido, trovare
una parola: non altro. Gli eroi di Omero sono immortali così; e lo sono
più di tutti gli altri apparsi poi sul teatro e nei libri.
Alessandro sognava d'Achille: il secolo decimonono ha tutto sognato di
Napoleone, ma Omero e l'epopea non erano più possibili.
Cieco contro cieco; Spencer contro Omero. In Italia non sarebbe nè
possibile nè intelligibile il fermento, che si leverà nelle classi
colte dell'Inghilterra contro il filosofo, che osò con tanta mirabile
sincerità confessare la propria insufficienza.
Il teorico dell'evoluzione, il massimo compositore del positivismo, non
poteva avere le divinazioni del sentimento, che sono una fede, appunto
per aver egli troppo creduto alla ragione, sino a credere nella sua
credulità.
La ragione logica riesce sempre impari al mistero della vita; quella
dialettica ricostruisce sempre lo stesso edificio a travi per chiudervi
dentro il mondo. Hegel potè molto intendere di Dante; Spencer non
doveva sentire Omero, che nemmeno l'Inghilterra sente, giacchè lo legge
nei versi di Pope, come noi in quelli di Monti.
Non oso giudicare il verseggiatore inglese, ma gli endecasillabi
romagnoli ed italiani dell'altro, malgrado il consenso oramai
lungo degli uditori, sono certamente ritmati sul rullo dei tamburi
napoleonici e guarniscono la parola degli eroi con tutta la grazia del
teatro e la compostezza della scuola.
Quando si chiedeva a Prassitele quale fra le sue opere gli paresse più
bella, rispondeva invariabilmente: — Quelle alle quali Nicia ha egli
pure messo mano. — Sainte-Beuve suppose che domandando a Omero quale
preferisse fra le ricomposizioni dell'Iliade, avrebbe risposto: —
Quella di Aristarco.
Ma se qualcuno gli dicesse oggi: — Fra le tante traduzioni del vostro
poema, fra Pope e Monti, chi scegliete? — io suppongo che il gran cieco
con un sorriso indulgente d'ironia mormorerebbe: — Nessuna.
E siccome i lettori non mi crederanno, possono benissimo credere che io
so poco l'italiano e niente l'inglese.
19 aprile 1904.
VI
DELITTI E DELINQUENTI
PROBLEMA CRIMINALE
È orribile e profondo.