agli occhi del parlamento e del popolo francese, quasi adempiendo
l'ultima volontà di Zola consegnata nell'ultimo romanzo, altri indagano
sull'opera incompiuta del grande romanziere, e prodigano rivelazioni
sui fantasmi così improvvisamente con lui seppelliti. E pare che dopo
_Le tre Città_ e _I quattro Evangeli_ un'altra trilogia gli urgesse il
pensiero creatore, un triplo romanzo di tre eroi egualmente tragici
nell'immensa differenza della loro vita: Zola padre, l'ingegnere, il
costruttore, in lotta colla materia vivente per aprire nella terra un
canale, che fosse una nuova arteria nel magnifico corpo della Francia;
Bernard, il fisiologo solitario, selvatico, quasi misantropo, perduto
nella ricerca del supremo segreto, torturando e uccidendo i piccoli
viventi per strappare alla morte la sillaba rivelatrice della vita,
egli stesso torturato ed ucciso dalla propria famiglia incapace di
amarlo perchè incapace d'intenderlo; e Napoleone, pallido, enorme,
chiuso in una bufera di guerra, che sconvolge il mondo e lo rinnova,
rigido nella volontà di un sogno falso e irresistibile, senza pietà
per gli uomini, che lo adorano e che egli gitta alla morte come un
pulviscolo fecondatore.
Sarebbe Zola riuscito in questa estrema impresa?
Certamente l'ingegno suo era grande, e dopo Balzac, in Francia,
nessun romanziere segnò orma più profonda ed originale; ma a lui
troppo inferiore nella vastità del pensiero e nell'onnipotenza
dell'intuizione, non seppe comprendere le antitesi della vita,
il sublime e l'ignobile, l'ingenuità primitiva e la raffinatezza
decadente, i santi e la canaglia, le idealità dell'anima e le ferocie
della carne, gli eroi dello spirito e i falsari della parola o
dell'azione. Egli era un pessimista, che odiava e soffriva: quindi
nella sua analisi del male si sente un rancore inconsolabile, che
si accanisce contro i propri fantasmi, e si vendica enumerando
pazientemente tutti i difetti, scoprendo le piaghe, insultando ed
urlando. I suoi personaggi non sono materiati che di carne, non
pensano, non sentono, non operano che per essa: l'anima, se ne hanno
una, è anche essa carnale e ignora il mondo delle astrazioni, le
sfere della bellezza, le contraddizioni del pentimento, i martirii del
dubbio, le espiazioni del dolore, che discende dalle alture spirituali
come una fiamma purificatrice sopra un altare lordo di fango e di
sangue.
Una nemesi si agita nel suo ingegno e lo strazia. La sua giovinezza era
stata povera, abbandonata a tutte le miserie e a tutte le umiliazioni:
aveva studiato solo, a sbalzi, quando poteva, come qualcuno che cerchi
piuttosto delle armi che delle verità, perchè la verità egli credeva di
averla dentro di sè, nella onestà del proprio cuore ferito dai contatti
della realtà, nauseato dallo spettacolo della decadenza imperiale.
Così pensò di rivelarne la storia segreta in una serie di romanzi, che
avrebbero dovuto essere anche un'opera di scienza, colla precisione di
un metodo sperimentale e la gloria di una nuova originalità nell'arte.
Invece furono una requisitoria meravigliosa, che dai bassi fondi
sociali saliva ai fastigi dell'impero, cacciandosi innanzi come
per una larga via inondata di sole un branco di lupi e di porci;
ma nell'ascendere la vista acuta del romanziere s'intorbidava e la
sua intuizione diventava incerta, mentre la sua analisi rimaneva
superficiale, e la materia più ancora dello stile gli si guastava
nello sforzo di esprimere le forme di una vita non conosciuta o non
compresa. Aveva voluto essere uno scienziato, e la scienza non poteva
aiutarlo nell'arte; si era chiuso in un sistema, e la vita eterna,
infinita, ondeggiava al di fuori moltiplicando come sempre i mostri e
i capolavori nel bene come nel male; era un plebeo, e non intendeva
la signorilità nè nel vizio nè nella virtù; era un poeta, e violava
la propria poesia in un preconcetto prosastico di positivismo; era un
moralista, che detestava il male e ne odiava le proprie incarnazioni,
senza la facoltà divina di Shakespeare e di Dante, di Balzac e di
Tolstoi per esprimere le pure consolatrici figure della vita mescolate
alla folla, o raggianti sovra di essa nel tenue chiarore delle stelle.
Poi la sua vita e la sua arte furono una polemica e una battaglia.
Aveva inventata una estetica più assurda ancora di quella di Wagner
perchè basata sulla scienza, e avrebbe voluto tutto ricondurvi, mentre
invece ne trionfava tratto tratto obliandola nel volo dell'istinto
dietro qualche segreto della modernità, o indovinando nel panteismo
della propria poesia, così simile a quella di Hugo, da lui tanto
odiato, un motivo della natura sulle orme del romanticismo già morto.
Hugo aveva investito l'impero colla tempesta delle proprie odi e
odiato l'imperatore come un nemico personale, che gli avesse ucciso la
repubblica: Zola gettò sul cadavere dell'impero, a palate, la gente che
lo aveva vissuto, trista gente di danaro e di lussuria, senza fede e
senza originalità, volgare nel carattere e nella intelligenza, che si
ubbriacava non avendo nulla da dimenticare nel vino, e si prosternava
ad una cortigiana senza nemmeno intenderne la bellezza fisica.
Ma v'era quella gente soltanto nell'impero?
E l'impero come avrebbe potuto così sovrastare per vent'anni alla
Francia e all'Europa? Balzac, ricostruendo la prima epoca napoleonica e
la Ristorazione, aveva compreso tutto e tutti: non amava e non odiava;
era disceso in tutte le fogne e salito su tutte le vette, creatore
di un mondo vivo e che per lui resterà immortale. Zola era un ateo, e
Balzac credeva a tutte le fedi; Zola non conosceva bene che la classe
operaia, e Balzac passò egualmente rivelatore attraverso ogni altra, e
per lui non vi furono misteri, nè in alto nè in basso, nell'ombra dei
santi e dei delinquenti, nei silenzi della solitudine e nei tumulti
delle folle.
Però Zola maneggiò queste meglio di lui, rinnovando nel romanzo quasi
il coro della tragedia greca in una individuazione meravigliosamente
varia e precisa, densa quasi come le folle e impossibile ad essere
ricordata dal lettore per la sua stessa inesausta quantità.
Ma compìto l'immenso ciclo dei romanzi imperiali, al culmine della
gloria, mentre l'atroce tragedia dreyfusiana della folla stava per
attirarlo nella propria tempesta imponendogli un esempio di eroismo
cittadino, come tutti i veramente grandi egli aveva sentiti i limiti e
le insufficienze della propria opera. Il trionfatore si credette quasi
un vinto, e con sublime ardimento tentò la suprema battaglia.
Era tardi, e fu indarno.
_Le tre Città e I quattro Evangeli_ non riconfermarono, nella prova
stessa dell'esaurimento, che l'unilateralità del suo ingegno, e
l'inguaribile mestizia del suo pessimismo: quindi incredulo egli non
vide a Lourdes che una idolatria e una illusione; moderno, non sentì
in Roma nemmeno la modernità spuntata come un fiore originale fra
le immani, millenarie rovine; parigino, tentò stringere Parigi in un
abbraccio creatore, e l'immensa metropoli non se ne accorse nemmeno.
I suoi evangeli, che avrebbero dovuto ritmicamente essere quattro, se
la morte non l'avesse impedito, non ebbero di sè stessi che il nome;
il romanzo non vi raggiunse la divina trasparenza delle parabole; per
esser sacro fu ottimista, e per diventare ottimista non si compose più
che di figure dipinte sul cartone, desolantemente monotone, ancora più
false nella virtù che quelle dei penultimi quadri del vizio.
Il grande romanziere era già morto prima, e l'inconsumabile marmo
della sua tomba era nei libri plebei, che primo e solo era riuscito a
scrivere contro il secondo impero.
Là può riposare sicuro, attendendo il giudizio della storia.
La postuma trilogia, della quale parlano adesso i giornali, non avrebbe
rianimato lo splendore della sua face morente. È quasi impossibile
scrivere un capolavoro facendo l'apologia del proprio padre contro un
partito che lo insulta; Claude Bernard era un eroe ed un martire, che
soltanto un poeta a lui simile poteva indovinare; Napoleone è un mondo
in un uomo, e l'uomo in lui è una sfinge, alla quale non fu ancora
strappato il segreto.
Le storie hanno già dato quello del suo tempo, e i poeti tentato
l'altro della sua anima; ma il segreto non sarà rivelato che da un
genio come Dante, o come Shakespeare.
Balzac non osò, forse; Tolstoi gli era nemico, e non sarebbe egualmente
bastato.
Zola non era un genio.
20 maggio 1903.
IL GIGANTE PLEBEO
La Francia lo festeggia dopo un secolo.
Era figlio di un bottaio, crebbe quasi solo, ignoto nella superiorità
dello spirito, fra le braccia nude della miseria, che imprimono la
propria stretta nelle carni e nell'anima.
Il suo aspetto pareva dolce; aveva gli occhi chiari, di un azzurro come
lontano lassù dove il cielo sembra confondersi chino sopra un'altra
riva invisibile. Adesso il suo nome pare scomparso, e la folla dice
soltanto: — Proudhon! — e basta.
Il suo motto di battaglia era un'eco della Bibbia: _destruam et
aedificabo_; ma non distrusse nè edificò: non aveva sofferto come
Gian Giacomo Rousseau e non odiava come lui, ma pure nel pensiero
e nel sentimento soffriva come una ineffabile melanconia il dolore
umano dei poveri, dei piccoli, che sono come il materiale, che nemmeno
l'arte ha saputo ancora personificare. Doveva essere e fu un nemico
della società, che allora raccoglieva con una boria e con una fortuna
improvvisa la ricchezza e l'opera della rivoluzione e del primo impero.
Pareva un idillio e invece non era che un affare.
Dopo la Ristorazione la monarchia di Luigi Filippo aperse l'èra non
ancora chiusa delle viltà costituzionali: il periodo si svolgeva
industrialmente, parola e creazione dovevano uscire dal danaro;
la democrazia, trionfatrice sulle ultime insignificanti rovine del
patriziato, che non sapeva più sè stesso, esprimeva nella economia
politica la propria religione e la propria scienza, l'una più falsa
dell'altra, giacchè credeva soltanto per interesse e dalle forme del
proprio avvento traeva le leggi della intera società. Così l'economia
politica, che non fa, non è, e non sarà mai una scienza, mise una
verità assoluta nell'olocausto, che la giovane onnipotenza del capitale
democratico imponeva all'innumere plebe dei lavoratori; credette
di potere dall'astrazione di pochi fenomeni estrarre le leggi della
ricchezza e della vita, ed invece non arrivò davvero all'impersonalità
nè del capitale nè del lavoro.
La legge era là: micidiale, tragica, impassibile.
L'economia politica mentiva giustificando tutto nei padroni, che
riducevano il lavoratore ad un numero nell'officina come il galeotto
nella galera; mentiva sottraendo la ricchezza al dominio della morale,
sbertando nella pratica ogni legge e ogni diritto costituzionale,
dissolvendo la storia nella abilità solitaria del commercio, annullando
la vita nella conquista dei mezzi materiali a mantenerla.
Proudhon si levò solo, incompreso, incomprensibile fra gli utopisti
che sognavano nel popolo e pel popolo, non volle seguaci e non ne
ebbe, respinse democrazia e monarchia, il suffragio universale e il
diritto delle nazionalità, la religione col Dio dei padroni e la pietà
coll'ipocrisia delle sue consolazioni ai vinti. Più alto di tutti,
meglio di tutti, sapeva l'economia che negava: il suo autore era
Giambattista Say, una delle più lucide menti e delle coscienze più
oneste della Francia nel secolo decimonono: Say riassumeva la scienza
comune, l'altro la spezzò.
In un capolavoro provò irresistibilmente che alla scienza economica
e al diritto democratico il problema della miseria era insolubile:
ogni principio conduceva dritto alla stessa contraddizione; un abisso
di dietro, un abisso dinanzi. La scienza non poteva nè colmarlo, nè
gittarvi sopra un ponte: le costituzioni borghesi e le utopistiche
costituzioni dell'estrema democrazia potevano anche meno. Incredulo
alla storia e credente della negazione, egli aveva già assalito
la proprietà, dichiarandola un furto dell'ozio sul lavoro, in due
memorie oggi ancora ammirabili, e che dovevano poi servire al suo
nemico Carlo Marx per la costruzione del suo gigantesco sofisma; ma la
chiaroveggenza del suo spirito si stancò nella luce torbida di quel
sogno: la proprietà non bastava a spiegare il problema della miseria
umana: sopprimendo la proprietà, in una concezione impossibile, la
miseria resterebbe.
Egli non era un demagogo: plebeo, il suo spirito saliva
involontariamente nell'aristocrazia; eroicamente onesto, repugnava
alla viltà e alla falsità del popolo: amava il suo dolore e soffriva
doppiamente vedendo il popolo sopportarlo così bene nella brutalità
e lenirlo colle risorse dell'infamia. Sapeva di tutto, avrebbe voluto
tutto sapere; era un venturiero della idea, un navigatore della storia,
un inventore e un artista: poeta, detestava i letterati, e fra tutti
Hugo, il più enorme e il più falso: odiava la religione, e tutto
diventava religioso nella sua anima, anche le cose negate, anche le più
triviali.
Per non offendere la sposa accettò il matrimonio religioso: morente
respinse il prete e domandò alla moglie il perdono della propria eroica
vita: fu sempre povero, si stampò i libri da sè, imparò non si sa come,
combattè dappresso e da lungi la falsità che vedeva dappertutto, e finì
come tutti i grandi, che si affrontano colla sfinge della vita, vinto,
disdicendosi, riammettendo la proprietà, segretamente innamorato di
Napoleone, sognando la forza e dietro la forza, che il popolo non ha e
che la democrazia non può avere.
Quindi la sua opera politica parve e fu scarsa sino all'inutilità:
la sua apparizione nel parlamento, la breve prigionia, il più
breve esilio, la lunga, immutata, nobilissima miseria e la vasta,
multiforme produzione nei giornali e negli opuscoli, nei libri e nelle
lettere, non ebbero immediatamente più valore di una tra le tante sue
stravaganze intellettuali.
Per combattere davvero è necessario un esercito, e per vincere più
necessario ancora un consenso di popolo.
Il popolo non poteva capir Proudhon, i suoi capi lo dispettavano.
Pochi amici seppero di lui veramente. Carlo Marx, minore nell'ingegno
e più forte nella fibra, lo odiò invidamente, Mazzini non lo comprese,
Hugo credè di poterlo compatire, Louis Blanc ne fu geloso, Béranger non
lo fiutò; Balzac non lo vide; i preti non sentirono un'anima religiosa
in questo ateo, i padroni non indovinarono l'aristocratico in questo
ribelle, il popolo, al solito, non s'accorse dell'eroe nel popolano.
Vivo, solamente Giuseppe Ferrari, di lui maggiore, gli fu amico e lo
penetrò e lo circoscrisse col proprio pensiero: morto, Sainte-Beuve,
il grande critico, che aveva fallato davanti a quasi tutti i novatori
dell'arte, dettò una sua breve biografia penetrante e commossa, degna
di entrambi, quantunque insufficiente.
Ma dopo Proudhon l'utopia non potè più sognare davvero, nè
l'economia politica affermare ancora: egli aveva nel _Sistema delle
contraddizioni_ distrutta la loro fede e segnati i limiti della
loro potenza. Se il _Capitale_ di Carlo Marx parve subitamente ed
irresistibilmente trionfare, la materialità del suo trionfo era
dovuta agli organismi dati dalla grande industria alle masse operaie:
l'officina era già una caserma, e la sua folla un esercito: bastava un
cencio per montura, un cencio per bandiera, una qualunque parola per
ordine.
Ma il grosso e vasto edificio del _Capitale_ di Marx non valeva l'opera
di Proudhon, spesso frammentaria, contraddittoria, ingenua: quello era
un capolavoro della dialettica e una miseria della logica, questa era
tutta un'anima e un periodo: aveva più veramente combattuto e vinto,
prostrandosi finalmente nella sconfitta.
Quale fu davvero l'influenza di Marx sull'economia politica? Forse
qualche economista potrà dirvelo: Marx le rimase estraneo: come Attila
egli si era fatto un campo trincerato e non s'insediava nella città.
Proudhon invece è penetrato dappertutto: nessuna questione economica o
politica gli rimase incognita: egli era l'anima plebea senza i vizi, le
passioni, le bassezze, le servilità della plebe. Leggendo Marx si sente
che in lui l'uomo è falso ancora più del sistema, e poichè il sistema
è, nell'angustia dell'unilateralità, uno, perfetto, ci domandiamo:
come mai il suo intelletto poteva credere così a ciò che il suo spirito
superava?
Psicologicamente il problema è difficile, non raro: quanti artisti
hanno per verità una forma falsa di arte, che la loro coscienza e la
loro vita di uomini smente!
Proudhon oggi rimonta.
La Francia, così bassamente e dolorosamente discesa per le gemonie
della democrazia, ripensa il gigante plebeo e gl'innalza un monumento:
troppo poco per entrambi.
Proudhon vivo sarebbe oggi il più terribile avversario di questa
democrazia che adora, sciegliendola, la plebe nel popolo e unifica nel
salario il lavoro e nel danaro il merito; che getta il peso tragico
della famiglia e si umilia al giogo sucido del libero amore; che non ha
e non vuole più avere nè storia, nè patria, nè esercito, nè politica
mondiale, nè Francia, nè Europa, nè la superiorità della razza, nè
dell'individuo.
Chi, nella Francia, somiglia oggi a Proudhon?
Forse un pochino Sorel: ma quale differenza fra la nobiltà dell'uno e
la decenza dell'altro!
30 aprile 1909.
LA VERGINE ROSSA
La chiamavano così.
La sua malattia, almeno pare tristamente, è di quelle che non
perdonano, ed ella le somiglia, giacchè in trent'anni di lotta,
accanita, sanguinante, senza requie nè di corpo nè di anima, ella non
ha mai perdonato alla società, contro la quale si era in uno dei primi
giorni giovanili levata in armi colla tragica ira di una vergine ignota
all'amore.
Adesso è vecchia, morente, forse morta all'_Hôtel Terminus_ di Tolone
senza udire nella stanza freddamente decorosa il murmure del mare, che
sotto il sole di primavera si marezza e s'incendia di lampi.
Luisa Michel era nata nella vecchia provincia di Sciampagna, una terra
sacra ai riti giocondi del Bacco francese, il più spiritoso, forse il
più spirituale fra gli iddii della terra, che non ne sentono l'eterno
dolore, o lo consolano con un riso fatto di spume e di aromi, aromi
più mordenti ed inebrianti dei baci, spume crepitanti e lievi come una
fiamma. Mentre il romanticismo agonizzava vinto, deforme, negli ultimi
romanzi di Hugo e sotto le violente maledizioni di Zola, ella era e
rimaneva romantica, fissa ad un ideale di guerra, che doveva essere
una redenzione senza nuovo messia, febbricitante in una passione di
odio, che era amore di tutti i miseri, vendetta di tutti gli oppressi,
convegno di tutti gli abbandonati. Adorava i colori fiammanti, i
ritmi sonori, le frasi incendiarie, i gesti profetici, le parole
che sono un'arma, i silenzi che sono una minaccia, i sorrisi che
esprimono l'indicibile del dolore. Povera, culta, altera, solitaria
come Rousseau, il suo grande antenato, fu istitutrice, e ingoiò tutte
le amarezze della domesticità intellettuale nelle case borghesi, ove
i bambini si allevano nella vanità del danaro: non amava e non era
amata, odiava quel pane che la nutriva, quel danaro che la pagava, quei
signori che non potevano intenderla, piegandosi forse a certe ore sulle
teste bionde dei fanciulli, non vista, improvvisamente, per nascondere
nei loro capelli biondi le lagrime che dal cuore le montavano
irresistibili agli occhi e le cadevano sulle guance come gocce roventi.
Era repubblicana, socialista, anarchica? Anche adesso non è facile
saperlo; forse ella medesima, non lo seppe mai bene. Era una ribelle,
che soffriva e odiava ancora più per gli altri che per sè medesima:
aveva maggiore bisogno di giustizia che di amore, aspettava una rivolta
come i fiori aspettano la primavera, sperava nella distruzione e dalla
distruzione, come fra le tenebre di una notte tempestosa si spera nel
sole, quasi la gloria trionfale della sua luce potesse cangiare sulla
terra la condizione dei viventi, ai quali la vita è inutilmente spasimo
e lavoro.
Quando la Comune scoppiò, incendio rosso e fumigante dalle rovine del
secondo impero napoleonico, dinanzi ai fuochi dei bivacchi prussiani,
ella si gettò nell'incendio e vi combattè più innanzi alle fiamme, a
tutte le barricate come uomo, vestita da uomo, nell'esaltazione della
morte, inebriandosi al profumo del sangue, all'urlo dei combattenti,
al gemito dei feriti, colla fede della vittoria e l'invincibile eroismo
del martirio. Forse ella ancora non capì tutta la profonda originalità
della Comune, oggi pure incompresa dopo tanta tempesta di controversie
e partigiana intensità di studi. La Comune nella sacrilega rivolta al
governo, che difendeva la Francia dall'invasione straniera, esprimeva
nella propria tragica inconsapevolezza la passione di un dolore e di
un'idea umana, più antica e più grande di ogni patria, incapace di più
credere alle piccole compromissioni del progresso quotidiano, disperata
del presente, abbacinata nella fissazione del futuro e sicura del
proprio diritto, perchè non imponeva alla propria vita di un giorno che
il dovere della morte.
Chiunque fossero i suoi combattenti, eroi ingenui come Rossel,
scienziati sonnambuli come Flourens, pensatori insufficienti come
Malon, avventurieri come Deleschize, garibaldini come Cipriani,
puritani implacabili o cialtroni mascherati da apostoli, poeti
putrefatti dalla vanità, operai impazziti nella sete di un qualunque
comando, la Comune li superava tutti e si serviva di tutti per
atteggiare soltanto sè stessa.
Nessun poeta ha saputo ancora cantarla, ma oggi i poeti fanno
soltanto dei versi: i socialisti stessi la ricordano appena in qualche
commemorazione, ma la Comune di Parigi segna un'epoca nella storia
d'Europa. Soltanto bisogna essere uno storico e un pensatore molto
alto per coglierne esattamente il significato e fissarne la fisonomia
nell'immenso tumulto di tutti i fatti e di tutte le idee antagoniste.
Luisa Michel combattè come un'antica Valchiria, e d'allora non sognò
più che di battaglie: quando il suo battaglione rientrò decimato
a Parigi, ella si unì ad altri per combattere ancora: imparando
che la madre è prigioniera, corre a costituirsi per ottenerle con
questo sacrificio la libertà: dinanzi al supremo tribunale di guerra
risponde insultando e minacciando; deportata alla Nuova Caledonia,
vi si muta pei compagni di pena in una suora di carità, consola e
non vuole essere consolata, perchè gl'inconsolabili soltanto possono
consolare. E dopo, daccapo in Francia, sotto la vigilanza della
polizia, le minacce dell'esilio, nella effervescente confusione dei
nuovi partiti non capisce più e non è capita: il suo odio intrattabile
è diventato ragionevole negli altri, il suo sogno di guerra sanguinante
e fiammeggiante non è più che una realtà parlamentare fra comizi e
scioperi: non si predica più la morte ma la vita; la virtù non si
esprime più immolando sè stessi, ma mortificandosi in una piccola
e continua disciplina per conquistare un palmo di terreno, un'ora
di riposo, una mezza lira di aumento nel salario. La vergine rossa
approva, ma soffre: ciò è troppo poco, troppo facile; ancora una volta
afferra la propria bandiera nera, simbolo di dolore e di morte, e alla
testa di una turba sulla spianata degli Invalidi riappare sognatrice di
un sogno. E la condannano a sei anni di reclusione: graziata poco dopo,
ricusa la grazia, così che bisogna cacciarla dal carcere colla forza:
poco dopo ancora l'arrestano e le minacciano il manicomio.
Così la sua passione era finita.
Ma qual poeta rivelerà la sua anima?
Madama Akermann, l'illustre poetessa, fu una santa dell'ateismo: i suoi
versi contro Dio sono belli, perché la rivolta del suo amore umano è
puro ed eroico: si freme e si trema leggendoli. Luisa Michel era una
sorella spirituale di madama Akermann: questa non amò che il marito,
quella non amò forse alcuno.
Ma se la sua verginità seppe attraversare immacolata la vita senza
nemmeno chiedere di essere compresa, questa virtù depose contro le
sue idee, e, come sempre in tutte le anime, la virtù ebbe ragione.
Per amare l'umanità e spingersi e spingere gli altri al sacrificio,
forse non bisogna chiudersi nell'amore di alcuno; ogni olocausto ha
d'uopo di altare: tutte le santità sono sorelle, l'odio si congiunge
all'amore sulla stessa cima, la ribellione e la tradizione si fondono
nell'antitesi del medesimo sforzo.