Mentre Jaurès dalla tribuna rievoca lo spettro di Dreyfus dinanzi

agli occhi del parlamento e del popolo francese, quasi adempiendo

l'ultima volontà di Zola consegnata nell'ultimo romanzo, altri indagano

sull'opera incompiuta del grande romanziere, e prodigano rivelazioni

sui fantasmi così improvvisamente con lui seppelliti. E pare che dopo

_Le tre Città_ e _I quattro Evangeli_ un'altra trilogia gli urgesse il

pensiero creatore, un triplo romanzo di tre eroi egualmente tragici

nell'immensa differenza della loro vita: Zola padre, l'ingegnere, il

costruttore, in lotta colla materia vivente per aprire nella terra un

canale, che fosse una nuova arteria nel magnifico corpo della Francia;

Bernard, il fisiologo solitario, selvatico, quasi misantropo, perduto

nella ricerca del supremo segreto, torturando e uccidendo i piccoli

viventi per strappare alla morte la sillaba rivelatrice della vita,

egli stesso torturato ed ucciso dalla propria famiglia incapace di

amarlo perchè incapace d'intenderlo; e Napoleone, pallido, enorme,

chiuso in una bufera di guerra, che sconvolge il mondo e lo rinnova,

rigido nella volontà di un sogno falso e irresistibile, senza pietà

per gli uomini, che lo adorano e che egli gitta alla morte come un

pulviscolo fecondatore.

Sarebbe Zola riuscito in questa estrema impresa?

Certamente l'ingegno suo era grande, e dopo Balzac, in Francia,

nessun romanziere segnò orma più profonda ed originale; ma a lui

troppo inferiore nella vastità del pensiero e nell'onnipotenza

dell'intuizione, non seppe comprendere le antitesi della vita,

il sublime e l'ignobile, l'ingenuità primitiva e la raffinatezza

decadente, i santi e la canaglia, le idealità dell'anima e le ferocie

della carne, gli eroi dello spirito e i falsari della parola o

dell'azione. Egli era un pessimista, che odiava e soffriva: quindi

nella sua analisi del male si sente un rancore inconsolabile, che

si accanisce contro i propri fantasmi, e si vendica enumerando

pazientemente tutti i difetti, scoprendo le piaghe, insultando ed

urlando. I suoi personaggi non sono materiati che di carne, non

pensano, non sentono, non operano che per essa: l'anima, se ne hanno

una, è anche essa carnale e ignora il mondo delle astrazioni, le

sfere della bellezza, le contraddizioni del pentimento, i martirii del

dubbio, le espiazioni del dolore, che discende dalle alture spirituali

come una fiamma purificatrice sopra un altare lordo di fango e di

sangue.

Una nemesi si agita nel suo ingegno e lo strazia. La sua giovinezza era

stata povera, abbandonata a tutte le miserie e a tutte le umiliazioni:

aveva studiato solo, a sbalzi, quando poteva, come qualcuno che cerchi

piuttosto delle armi che delle verità, perchè la verità egli credeva di

averla dentro di sè, nella onestà del proprio cuore ferito dai contatti

della realtà, nauseato dallo spettacolo della decadenza imperiale.

Così pensò di rivelarne la storia segreta in una serie di romanzi, che

avrebbero dovuto essere anche un'opera di scienza, colla precisione di

un metodo sperimentale e la gloria di una nuova originalità nell'arte.

Invece furono una requisitoria meravigliosa, che dai bassi fondi

sociali saliva ai fastigi dell'impero, cacciandosi innanzi come

per una larga via inondata di sole un branco di lupi e di porci;

ma nell'ascendere la vista acuta del romanziere s'intorbidava e la

sua intuizione diventava incerta, mentre la sua analisi rimaneva

superficiale, e la materia più ancora dello stile gli si guastava

nello sforzo di esprimere le forme di una vita non conosciuta o non

compresa. Aveva voluto essere uno scienziato, e la scienza non poteva

aiutarlo nell'arte; si era chiuso in un sistema, e la vita eterna,

infinita, ondeggiava al di fuori moltiplicando come sempre i mostri e

i capolavori nel bene come nel male; era un plebeo, e non intendeva

la signorilità nè nel vizio nè nella virtù; era un poeta, e violava

la propria poesia in un preconcetto prosastico di positivismo; era un

moralista, che detestava il male e ne odiava le proprie incarnazioni,

senza la facoltà divina di Shakespeare e di Dante, di Balzac e di

Tolstoi per esprimere le pure consolatrici figure della vita mescolate

alla folla, o raggianti sovra di essa nel tenue chiarore delle stelle.

Poi la sua vita e la sua arte furono una polemica e una battaglia.

Aveva inventata una estetica più assurda ancora di quella di Wagner

perchè basata sulla scienza, e avrebbe voluto tutto ricondurvi, mentre

invece ne trionfava tratto tratto obliandola nel volo dell'istinto

dietro qualche segreto della modernità, o indovinando nel panteismo

della propria poesia, così simile a quella di Hugo, da lui tanto

odiato, un motivo della natura sulle orme del romanticismo già morto.

Hugo aveva investito l'impero colla tempesta delle proprie odi e

odiato l'imperatore come un nemico personale, che gli avesse ucciso la

repubblica: Zola gettò sul cadavere dell'impero, a palate, la gente che

lo aveva vissuto, trista gente di danaro e di lussuria, senza fede e

senza originalità, volgare nel carattere e nella intelligenza, che si

ubbriacava non avendo nulla da dimenticare nel vino, e si prosternava

ad una cortigiana senza nemmeno intenderne la bellezza fisica.

Ma v'era quella gente soltanto nell'impero?

E l'impero come avrebbe potuto così sovrastare per vent'anni alla

Francia e all'Europa? Balzac, ricostruendo la prima epoca napoleonica e

la Ristorazione, aveva compreso tutto e tutti: non amava e non odiava;

era disceso in tutte le fogne e salito su tutte le vette, creatore

di un mondo vivo e che per lui resterà immortale. Zola era un ateo, e

Balzac credeva a tutte le fedi; Zola non conosceva bene che la classe

operaia, e Balzac passò egualmente rivelatore attraverso ogni altra, e

per lui non vi furono misteri, nè in alto nè in basso, nell'ombra dei

santi e dei delinquenti, nei silenzi della solitudine e nei tumulti

delle folle.

Però Zola maneggiò queste meglio di lui, rinnovando nel romanzo quasi

il coro della tragedia greca in una individuazione meravigliosamente

varia e precisa, densa quasi come le folle e impossibile ad essere

ricordata dal lettore per la sua stessa inesausta quantità.

Ma compìto l'immenso ciclo dei romanzi imperiali, al culmine della

gloria, mentre l'atroce tragedia dreyfusiana della folla stava per

attirarlo nella propria tempesta imponendogli un esempio di eroismo

cittadino, come tutti i veramente grandi egli aveva sentiti i limiti e

le insufficienze della propria opera. Il trionfatore si credette quasi

un vinto, e con sublime ardimento tentò la suprema battaglia.

Era tardi, e fu indarno.

_Le tre Città e I quattro Evangeli_ non riconfermarono, nella prova

stessa dell'esaurimento, che l'unilateralità del suo ingegno, e

l'inguaribile mestizia del suo pessimismo: quindi incredulo egli non

vide a Lourdes che una idolatria e una illusione; moderno, non sentì

in Roma nemmeno la modernità spuntata come un fiore originale fra

le immani, millenarie rovine; parigino, tentò stringere Parigi in un

abbraccio creatore, e l'immensa metropoli non se ne accorse nemmeno.

I suoi evangeli, che avrebbero dovuto ritmicamente essere quattro, se

la morte non l'avesse impedito, non ebbero di sè stessi che il nome;

il romanzo non vi raggiunse la divina trasparenza delle parabole; per

esser sacro fu ottimista, e per diventare ottimista non si compose più

che di figure dipinte sul cartone, desolantemente monotone, ancora più

false nella virtù che quelle dei penultimi quadri del vizio.

Il grande romanziere era già morto prima, e l'inconsumabile marmo

della sua tomba era nei libri plebei, che primo e solo era riuscito a

scrivere contro il secondo impero.

Là può riposare sicuro, attendendo il giudizio della storia.

La postuma trilogia, della quale parlano adesso i giornali, non avrebbe

rianimato lo splendore della sua face morente. È quasi impossibile

scrivere un capolavoro facendo l'apologia del proprio padre contro un

partito che lo insulta; Claude Bernard era un eroe ed un martire, che

soltanto un poeta a lui simile poteva indovinare; Napoleone è un mondo

in un uomo, e l'uomo in lui è una sfinge, alla quale non fu ancora

strappato il segreto.

Le storie hanno già dato quello del suo tempo, e i poeti tentato

l'altro della sua anima; ma il segreto non sarà rivelato che da un

genio come Dante, o come Shakespeare.

Balzac non osò, forse; Tolstoi gli era nemico, e non sarebbe egualmente

bastato.

Zola non era un genio.

20 maggio 1903.

IL GIGANTE PLEBEO

La Francia lo festeggia dopo un secolo.

Era figlio di un bottaio, crebbe quasi solo, ignoto nella superiorità

dello spirito, fra le braccia nude della miseria, che imprimono la

propria stretta nelle carni e nell'anima.

Il suo aspetto pareva dolce; aveva gli occhi chiari, di un azzurro come

lontano lassù dove il cielo sembra confondersi chino sopra un'altra

riva invisibile. Adesso il suo nome pare scomparso, e la folla dice

soltanto: — Proudhon! — e basta.

Il suo motto di battaglia era un'eco della Bibbia: _destruam et

aedificabo_; ma non distrusse nè edificò: non aveva sofferto come

Gian Giacomo Rousseau e non odiava come lui, ma pure nel pensiero

e nel sentimento soffriva come una ineffabile melanconia il dolore

umano dei poveri, dei piccoli, che sono come il materiale, che nemmeno

l'arte ha saputo ancora personificare. Doveva essere e fu un nemico

della società, che allora raccoglieva con una boria e con una fortuna

improvvisa la ricchezza e l'opera della rivoluzione e del primo impero.

Pareva un idillio e invece non era che un affare.

Dopo la Ristorazione la monarchia di Luigi Filippo aperse l'èra non

ancora chiusa delle viltà costituzionali: il periodo si svolgeva

industrialmente, parola e creazione dovevano uscire dal danaro;

la democrazia, trionfatrice sulle ultime insignificanti rovine del

patriziato, che non sapeva più sè stesso, esprimeva nella economia

politica la propria religione e la propria scienza, l'una più falsa

dell'altra, giacchè credeva soltanto per interesse e dalle forme del

proprio avvento traeva le leggi della intera società. Così l'economia

politica, che non fa, non è, e non sarà mai una scienza, mise una

verità assoluta nell'olocausto, che la giovane onnipotenza del capitale

democratico imponeva all'innumere plebe dei lavoratori; credette

di potere dall'astrazione di pochi fenomeni estrarre le leggi della

ricchezza e della vita, ed invece non arrivò davvero all'impersonalità

nè del capitale nè del lavoro.

La legge era là: micidiale, tragica, impassibile.

L'economia politica mentiva giustificando tutto nei padroni, che

riducevano il lavoratore ad un numero nell'officina come il galeotto

nella galera; mentiva sottraendo la ricchezza al dominio della morale,

sbertando nella pratica ogni legge e ogni diritto costituzionale,

dissolvendo la storia nella abilità solitaria del commercio, annullando

la vita nella conquista dei mezzi materiali a mantenerla.

Proudhon si levò solo, incompreso, incomprensibile fra gli utopisti

che sognavano nel popolo e pel popolo, non volle seguaci e non ne

ebbe, respinse democrazia e monarchia, il suffragio universale e il

diritto delle nazionalità, la religione col Dio dei padroni e la pietà

coll'ipocrisia delle sue consolazioni ai vinti. Più alto di tutti,

meglio di tutti, sapeva l'economia che negava: il suo autore era

Giambattista Say, una delle più lucide menti e delle coscienze più

oneste della Francia nel secolo decimonono: Say riassumeva la scienza

comune, l'altro la spezzò.

In un capolavoro provò irresistibilmente che alla scienza economica

e al diritto democratico il problema della miseria era insolubile:

ogni principio conduceva dritto alla stessa contraddizione; un abisso

di dietro, un abisso dinanzi. La scienza non poteva nè colmarlo, nè

gittarvi sopra un ponte: le costituzioni borghesi e le utopistiche

costituzioni dell'estrema democrazia potevano anche meno. Incredulo

alla storia e credente della negazione, egli aveva già assalito

la proprietà, dichiarandola un furto dell'ozio sul lavoro, in due

memorie oggi ancora ammirabili, e che dovevano poi servire al suo

nemico Carlo Marx per la costruzione del suo gigantesco sofisma; ma la

chiaroveggenza del suo spirito si stancò nella luce torbida di quel

sogno: la proprietà non bastava a spiegare il problema della miseria

umana: sopprimendo la proprietà, in una concezione impossibile, la

miseria resterebbe.

Egli non era un demagogo: plebeo, il suo spirito saliva

involontariamente nell'aristocrazia; eroicamente onesto, repugnava

alla viltà e alla falsità del popolo: amava il suo dolore e soffriva

doppiamente vedendo il popolo sopportarlo così bene nella brutalità

e lenirlo colle risorse dell'infamia. Sapeva di tutto, avrebbe voluto

tutto sapere; era un venturiero della idea, un navigatore della storia,

un inventore e un artista: poeta, detestava i letterati, e fra tutti

Hugo, il più enorme e il più falso: odiava la religione, e tutto

diventava religioso nella sua anima, anche le cose negate, anche le più

triviali.

Per non offendere la sposa accettò il matrimonio religioso: morente

respinse il prete e domandò alla moglie il perdono della propria eroica

vita: fu sempre povero, si stampò i libri da sè, imparò non si sa come,

combattè dappresso e da lungi la falsità che vedeva dappertutto, e finì

come tutti i grandi, che si affrontano colla sfinge della vita, vinto,

disdicendosi, riammettendo la proprietà, segretamente innamorato di

Napoleone, sognando la forza e dietro la forza, che il popolo non ha e

che la democrazia non può avere.

Quindi la sua opera politica parve e fu scarsa sino all'inutilità:

la sua apparizione nel parlamento, la breve prigionia, il più

breve esilio, la lunga, immutata, nobilissima miseria e la vasta,

multiforme produzione nei giornali e negli opuscoli, nei libri e nelle

lettere, non ebbero immediatamente più valore di una tra le tante sue

stravaganze intellettuali.

Per combattere davvero è necessario un esercito, e per vincere più

necessario ancora un consenso di popolo.

Il popolo non poteva capir Proudhon, i suoi capi lo dispettavano.

Pochi amici seppero di lui veramente. Carlo Marx, minore nell'ingegno

e più forte nella fibra, lo odiò invidamente, Mazzini non lo comprese,

Hugo credè di poterlo compatire, Louis Blanc ne fu geloso, Béranger non

lo fiutò; Balzac non lo vide; i preti non sentirono un'anima religiosa

in questo ateo, i padroni non indovinarono l'aristocratico in questo

ribelle, il popolo, al solito, non s'accorse dell'eroe nel popolano.

Vivo, solamente Giuseppe Ferrari, di lui maggiore, gli fu amico e lo

penetrò e lo circoscrisse col proprio pensiero: morto, Sainte-Beuve,

il grande critico, che aveva fallato davanti a quasi tutti i novatori

dell'arte, dettò una sua breve biografia penetrante e commossa, degna

di entrambi, quantunque insufficiente.

Ma dopo Proudhon l'utopia non potè più sognare davvero, nè

l'economia politica affermare ancora: egli aveva nel _Sistema delle

contraddizioni_ distrutta la loro fede e segnati i limiti della

loro potenza. Se il _Capitale_ di Carlo Marx parve subitamente ed

irresistibilmente trionfare, la materialità del suo trionfo era

dovuta agli organismi dati dalla grande industria alle masse operaie:

l'officina era già una caserma, e la sua folla un esercito: bastava un

cencio per montura, un cencio per bandiera, una qualunque parola per

ordine.

Ma il grosso e vasto edificio del _Capitale_ di Marx non valeva l'opera

di Proudhon, spesso frammentaria, contraddittoria, ingenua: quello era

un capolavoro della dialettica e una miseria della logica, questa era

tutta un'anima e un periodo: aveva più veramente combattuto e vinto,

prostrandosi finalmente nella sconfitta.

Quale fu davvero l'influenza di Marx sull'economia politica? Forse

qualche economista potrà dirvelo: Marx le rimase estraneo: come Attila

egli si era fatto un campo trincerato e non s'insediava nella città.

Proudhon invece è penetrato dappertutto: nessuna questione economica o

politica gli rimase incognita: egli era l'anima plebea senza i vizi, le

passioni, le bassezze, le servilità della plebe. Leggendo Marx si sente

che in lui l'uomo è falso ancora più del sistema, e poichè il sistema

è, nell'angustia dell'unilateralità, uno, perfetto, ci domandiamo:

come mai il suo intelletto poteva credere così a ciò che il suo spirito

superava?

Psicologicamente il problema è difficile, non raro: quanti artisti

hanno per verità una forma falsa di arte, che la loro coscienza e la

loro vita di uomini smente!

Proudhon oggi rimonta.

La Francia, così bassamente e dolorosamente discesa per le gemonie

della democrazia, ripensa il gigante plebeo e gl'innalza un monumento:

troppo poco per entrambi.

Proudhon vivo sarebbe oggi il più terribile avversario di questa

democrazia che adora, sciegliendola, la plebe nel popolo e unifica nel

salario il lavoro e nel danaro il merito; che getta il peso tragico

della famiglia e si umilia al giogo sucido del libero amore; che non ha

e non vuole più avere nè storia, nè patria, nè esercito, nè politica

mondiale, nè Francia, nè Europa, nè la superiorità della razza, nè

dell'individuo.

Chi, nella Francia, somiglia oggi a Proudhon?

Forse un pochino Sorel: ma quale differenza fra la nobiltà dell'uno e

la decenza dell'altro!

30 aprile 1909.

LA VERGINE ROSSA

La chiamavano così.

La sua malattia, almeno pare tristamente, è di quelle che non

perdonano, ed ella le somiglia, giacchè in trent'anni di lotta,

accanita, sanguinante, senza requie nè di corpo nè di anima, ella non

ha mai perdonato alla società, contro la quale si era in uno dei primi

giorni giovanili levata in armi colla tragica ira di una vergine ignota

all'amore.

Adesso è vecchia, morente, forse morta all'_Hôtel Terminus_ di Tolone

senza udire nella stanza freddamente decorosa il murmure del mare, che

sotto il sole di primavera si marezza e s'incendia di lampi.

Luisa Michel era nata nella vecchia provincia di Sciampagna, una terra

sacra ai riti giocondi del Bacco francese, il più spiritoso, forse il

più spirituale fra gli iddii della terra, che non ne sentono l'eterno

dolore, o lo consolano con un riso fatto di spume e di aromi, aromi

più mordenti ed inebrianti dei baci, spume crepitanti e lievi come una

fiamma. Mentre il romanticismo agonizzava vinto, deforme, negli ultimi

romanzi di Hugo e sotto le violente maledizioni di Zola, ella era e

rimaneva romantica, fissa ad un ideale di guerra, che doveva essere

una redenzione senza nuovo messia, febbricitante in una passione di

odio, che era amore di tutti i miseri, vendetta di tutti gli oppressi,

convegno di tutti gli abbandonati. Adorava i colori fiammanti, i

ritmi sonori, le frasi incendiarie, i gesti profetici, le parole

che sono un'arma, i silenzi che sono una minaccia, i sorrisi che

esprimono l'indicibile del dolore. Povera, culta, altera, solitaria

come Rousseau, il suo grande antenato, fu istitutrice, e ingoiò tutte

le amarezze della domesticità intellettuale nelle case borghesi, ove

i bambini si allevano nella vanità del danaro: non amava e non era

amata, odiava quel pane che la nutriva, quel danaro che la pagava, quei

signori che non potevano intenderla, piegandosi forse a certe ore sulle

teste bionde dei fanciulli, non vista, improvvisamente, per nascondere

nei loro capelli biondi le lagrime che dal cuore le montavano

irresistibili agli occhi e le cadevano sulle guance come gocce roventi.

Era repubblicana, socialista, anarchica? Anche adesso non è facile

saperlo; forse ella medesima, non lo seppe mai bene. Era una ribelle,

che soffriva e odiava ancora più per gli altri che per sè medesima:

aveva maggiore bisogno di giustizia che di amore, aspettava una rivolta

come i fiori aspettano la primavera, sperava nella distruzione e dalla

distruzione, come fra le tenebre di una notte tempestosa si spera nel

sole, quasi la gloria trionfale della sua luce potesse cangiare sulla

terra la condizione dei viventi, ai quali la vita è inutilmente spasimo

e lavoro.

Quando la Comune scoppiò, incendio rosso e fumigante dalle rovine del

secondo impero napoleonico, dinanzi ai fuochi dei bivacchi prussiani,

ella si gettò nell'incendio e vi combattè più innanzi alle fiamme, a

tutte le barricate come uomo, vestita da uomo, nell'esaltazione della

morte, inebriandosi al profumo del sangue, all'urlo dei combattenti,

al gemito dei feriti, colla fede della vittoria e l'invincibile eroismo

del martirio. Forse ella ancora non capì tutta la profonda originalità

della Comune, oggi pure incompresa dopo tanta tempesta di controversie

e partigiana intensità di studi. La Comune nella sacrilega rivolta al

governo, che difendeva la Francia dall'invasione straniera, esprimeva

nella propria tragica inconsapevolezza la passione di un dolore e di

un'idea umana, più antica e più grande di ogni patria, incapace di più

credere alle piccole compromissioni del progresso quotidiano, disperata

del presente, abbacinata nella fissazione del futuro e sicura del

proprio diritto, perchè non imponeva alla propria vita di un giorno che

il dovere della morte.

Chiunque fossero i suoi combattenti, eroi ingenui come Rossel,

scienziati sonnambuli come Flourens, pensatori insufficienti come

Malon, avventurieri come Deleschize, garibaldini come Cipriani,

puritani implacabili o cialtroni mascherati da apostoli, poeti

putrefatti dalla vanità, operai impazziti nella sete di un qualunque

comando, la Comune li superava tutti e si serviva di tutti per

atteggiare soltanto sè stessa.

Nessun poeta ha saputo ancora cantarla, ma oggi i poeti fanno

soltanto dei versi: i socialisti stessi la ricordano appena in qualche

commemorazione, ma la Comune di Parigi segna un'epoca nella storia

d'Europa. Soltanto bisogna essere uno storico e un pensatore molto

alto per coglierne esattamente il significato e fissarne la fisonomia

nell'immenso tumulto di tutti i fatti e di tutte le idee antagoniste.

Luisa Michel combattè come un'antica Valchiria, e d'allora non sognò

più che di battaglie: quando il suo battaglione rientrò decimato

a Parigi, ella si unì ad altri per combattere ancora: imparando

che la madre è prigioniera, corre a costituirsi per ottenerle con

questo sacrificio la libertà: dinanzi al supremo tribunale di guerra

risponde insultando e minacciando; deportata alla Nuova Caledonia,

vi si muta pei compagni di pena in una suora di carità, consola e

non vuole essere consolata, perchè gl'inconsolabili soltanto possono

consolare. E dopo, daccapo in Francia, sotto la vigilanza della

polizia, le minacce dell'esilio, nella effervescente confusione dei

nuovi partiti non capisce più e non è capita: il suo odio intrattabile

è diventato ragionevole negli altri, il suo sogno di guerra sanguinante

e fiammeggiante non è più che una realtà parlamentare fra comizi e

scioperi: non si predica più la morte ma la vita; la virtù non si

esprime più immolando sè stessi, ma mortificandosi in una piccola

e continua disciplina per conquistare un palmo di terreno, un'ora

di riposo, una mezza lira di aumento nel salario. La vergine rossa

approva, ma soffre: ciò è troppo poco, troppo facile; ancora una volta

afferra la propria bandiera nera, simbolo di dolore e di morte, e alla

testa di una turba sulla spianata degli Invalidi riappare sognatrice di

un sogno. E la condannano a sei anni di reclusione: graziata poco dopo,

ricusa la grazia, così che bisogna cacciarla dal carcere colla forza:

poco dopo ancora l'arrestano e le minacciano il manicomio.

Così la sua passione era finita.

Ma qual poeta rivelerà la sua anima?

Madama Akermann, l'illustre poetessa, fu una santa dell'ateismo: i suoi

versi contro Dio sono belli, perché la rivolta del suo amore umano è

puro ed eroico: si freme e si trema leggendoli. Luisa Michel era una

sorella spirituale di madama Akermann: questa non amò che il marito,

quella non amò forse alcuno.

Ma se la sua verginità seppe attraversare immacolata la vita senza

nemmeno chiedere di essere compresa, questa virtù depose contro le

sue idee, e, come sempre in tutte le anime, la virtù ebbe ragione.

Per amare l'umanità e spingersi e spingere gli altri al sacrificio,

forse non bisogna chiudersi nell'amore di alcuno; ogni olocausto ha

d'uopo di altare: tutte le santità sono sorelle, l'odio si congiunge

all'amore sulla stessa cima, la ribellione e la tradizione si fondono

nell'antitesi del medesimo sforzo.

Fuochi di bivacco · 第 8 / 21 段