Vi sono dunque ancora dei gentiluomini in Italia abbastanza nobili per

concepire un'impresa di poesia, ed alteri per compirla in silenzio.

Tanto meglio per loro e per noi, che la vita quotidiana costringe a

soffrire ogni più misera vanità di parole e di opere, di prepotenza

plebea e di ipocrisia patrizia, di lusso, di mandati, di ciondoli.

Adesso i più tristi cortigiani girano per la piazza; la plebe ha

buffoni come una volta i re.

Ma poichè la plebe non riconosce più i cavalieri sotto l'eguale assisa

moderna, o credendo ravvisarli, impone loro la propria goffaggine

pretensiosa, così che debbono nascondersi come i poeti, sia almeno ad

essi consentito di barattare da lungi un cenno rapido ed affettuoso.

Nel nome di quanti in Italia compresero la magnanimità dell'impresa

tentata al polo dal duca degli Abruzzi, e la gentilezza del vostro

atto, o messaggeri discreti della morte, io vi saluto!

15 agosto 1900.

V

IDEE E FIGURE

L'IMPERO IDEALE

Il convegno è a Ravenna, nella città antica e nel nome del più grande

fra tutti i poeti.

Qualche cosa ricomincia, dalla gloria della città e del poeta, per la

coscienza d'Italia, ancora oscura nel lutto di una tragedia regale.

Quel re sognato da Dante nella lunga angoscia dell'esilio, attraverso

la bufera delle guerre municipali, fu assassinato a Monza fra una festa

di popolo dal messo enigmatico di una idea più antica di ogni governo,

ma essenzialmente moderna nel processo della sua passione e de' suoi

atti. L'Italia sentì tremare il proprio cuore, e nondimeno levandosi

in un magnifico slancio d'orgoglio riaffermò quella fede all'impero

ideale sulla storia, che anche nelle epoche più basse della decadenza

era bastata a salvarle l'opera ed il nome, il privilegio del primato e

la speranza dell'unità nazionale.

Perchè l'Italia compì due volte l'unità del mondo prima che la propria,

strinse in Roma il cattolicismo pagano e quello cristiano, dilatando

ai più remoti confini l'impero ideale, mentre fra l'Alpe e i due mari

i suoi popoli, ancora stranieri e discordi, proseguivano instancabili

nelle ribellioni della loro originalità. E nel medio evo, quando

l'impero romano non era più che un pensiero incancellabile nella

memoria del mondo, e l'impero del papato pareva appena il riflesso di

un altro impero celeste, l'Italia rinnovò un'altra volta la storia

colla meravigliosa sovranità dei propri comuni, capaci di lottare

soli contro tutti i regni e di preparare in sè stessi tutta la moderna

civiltà.

Dante è l'eroico poeta del comune italiano, ma ribelle alla sua

indomabile autonomia per sottometterla ad un nuovo impero italiano, che

riunisca Cesari e pontefici nel dominio del mondo.

Così egli supera la propria epoca e la fraintende; vuole ricongiungere

passato e avvenire in una formula eterna, imponendola alla originalità

del comune, che invece significa nel genio del poeta l'immortale

giovinezza dello spirito e la inesauribile superiorità del genio

italiano.

Il poeta è troppo grande per comprendere sè stesso; le sue passioni

sono multiple come le guerre e le tragedie municipali, la sua idea

italiana associa tutte le idee della Roma cesarea e della Roma papale,

mentre le sue collere devastano e fecondano come gli uragani.

Il suo verso ripete l'incanto di tutte le bellezze, quelle rimaste

incorruttibili nella tradizione dell'arte e quelle salienti

dall'inconscia spontaneità della vita nuova; ha l'impeto pauroso dei

torrenti e i murmuri dei rivoli argentei per le valli affollate di case

e di fiori, tutte le voci dell'aurora e della notte; come il cielo e

come il mare assume ogni forma e colore, come il mare e come il cielo

lascia passare qualunque fantasma; improvvisa nella lontananza tutti

gli orizzonti, è tempestoso e sereno, suona come una parola e come

un'eco; è una musica, un verbo, una rivelazione.

Ma che cosa ne sanno quei cittadini, i quali lo dannarono all'esilio,

e quei concittadini, che a volta a volta lo accolgono e lo respingono,

congiurano, combattono, vivono e muoiono in una tempesta politica,

apparentemente senza legge, perchè prepara quella di un altro mondo?

In ogni città, in qualsivoglia castello, il poeta rimane ugualmente

straniero; il suo genio romano e italiano lo costringe al sogno

dell'impero ideale, mentre il suo cuore lo conduce su tutte le orme

della vita, dietro le figure più effimere; nella insaziabile avidità

del poeta, egli si getta con pari impeto su tutte le gioie e tutti

i dolori, si avvelena alla coppa di tutte le false ospitalità, si

ubriaca al sorriso di tutte le speranze, finchè con un gesto titanico

avventa capovolto nell'inferno tutto il proprio tempo, per lanciarsi

poco dopo a volo dietro il fantasma di una fanciulla, intravista

appena da fanciullo, superando i cieli di Tolomeo con San Paolo, e

ridiscendendone ancora per narrare nel poema trionfante oltre i limiti

del genio stesso, la vita divina dei beati e l'ultimo segreto di Dio.

Dante appare quindi l'imperatore ideale d'Italia, il poeta della sua

anima, il profeta della sua risurrezione.

Il Poema fu per noi tutti come il libro della vita, e il nome del

Poeta come la parola di riconoscimento attraverso i secoli per i grandi

spiriti condottieri della nostra storia.

Nella lunga umiliazione della servitù nazionale egli era sempre il

vittorioso, che i vincitori non potevano abbassare: nelle prime ore

della nuova speranza fu la fede, e quando l'Italia si levò finalmente

al grido di Mazzini, alla parola di Vittorio Emanuele, al lampo della

spada di Garibaldi, affidandosi alla mano di Cavour, era ancora il

pensiero di Dante, il suo sogno di un'Italia grande sul mondo, che

riappariva nelle menti di tutti e trionfava nel sacrificio degli eroi.

Così dall'ombra luttuosa delle nostre ultime vicende politiche la sua

figura si leva superba e severa a proteggere la nostra debolezza.

Non mai si eressero a lui tanti monumenti come in questo scorcio

di secolo, perchè in nessun altro forse sembrò più miracolosamente

moderno; sulla piazza di Trento, nella quale Garibaldi non potè

entrare, egli vigila già coll'occhio fiso a Roma: domani chiamerà.

Risponderemo.

Ma prima apparirà forse sopra una piazza di Trieste a respingere colla

parola italiana gli oscuri barbari dialetti, che cingono d'assedio e

battono minacciosi le mura dell'illustre città marinara.

La parola non è forse il verbo della vita? non cominciò sempre in essa

ogni vittoria? Coloro che non credono alla forza della parola, ignorano

anche quella del pensiero, che solamente per essa si fa opera. La

parola è il più vero confine della patria, se il confine debba essere

una fisonomia. Ogni pensiero non è nazionale che per la parola, nella

quale si esprime atteggiando di sè medesimo la vita: ecco perchè la

scienza non sarà mai nazionale, mentre nella sua parola astratta la

vita spira.

Ma finchè il cuore batta, e nelle nostre pupille si specchi il cielo

d'Italia, e i nostri orecchi odano la voce dei nostri fiumi, e la

nostra memoria ricordi le sillabe dell'infanzia e rispondiamo con

esse ai nostri bambini; finchè il nostro pensiero sia pieno della

nostra storia e la nostra anima capace di avvenire, dovremo difendere

la nostra parola sul confine di ogni altra e dentro noi stessi, per

salvare nella sua pura bellezza la speranza di sopravvivere al nostro

breve compito d'individui.

Oggi Ravenna, la città del secondo impero e la prima che contese a Roma

la gloria di capitale cattolica, accoglie nell'ampio giro della propria

idea i rappresentanti di tutta Italia per una più solenne affermazione

del pensiero e della parola italiana.

Qui, dove Dante compì il divino poema e s'arrestò l'ultima volta nel

suo tragico pellegrinaggio di profeta, si rinnoverà il giuramento

del nostro patto nazionale; bisogna qui, davanti alla sua ombra

d'imperatore, ripetere il grido dell'impero.

Dante esule da Firenze, diventò veramente italiano a Ravenna; la sua

città era troppo piccola pel suo sepolcro; solamente Ravenna, estrema

stazione dell'impero romano, poteva in Italia bastare per la tomba di

Dante.

L'imperatore volle chinare il gran capo sull'ultimo origliere

dell'impero, ma egli aveva già trionfato della morte nella parola del

poema.

Nessuno può immaginare quali pensieri apparissero ancora all'anima di

Dante, mentre l'ombra senza nome gli saliva d'intorno e la fiamma de'

suoi occhi, rimasti aperti dentro l'abbacinante candore della luce

divina nell'ultimo canto del Paradiso, si spegneva come quella di un

astro per le lontananze infinite del cielo; ma se la nostra anima vive

ancora del suo spirito, se la sua parola fiammeggia al di là dei nostri

orizzonti, se ci resta una missione nel mondo e una qualche potenza

sovra di esso, Dante esule, straniero, perduto nell'ultima tenebra,

vide ancora lungi per i secoli il trionfo dell'impero italiano.

Levate alta la bandiera d'Italia al saluto di tutte le sue città;

levatela più superba e più alta, perchè oltre i monti ed i mari,

ovunque suona una parola italiana, si alzi un grido di fede e una

promessa di avvenire.

La tomba di Dante è l'arca santa d'Italia.

29 settembre 1900.

A STAGLIENO

Giuseppe Mazzini. — Null'altro sul frontone egiziano, che grava i due

pilastri, scanellati come doriche colonne, della sua tomba: e pare

una porta chiusa sulla caverna di un monte, ma il monte è lontano, e a

fingerlo l'architetto coronò di sassi il frontone. Perchè?

Dinanzi alla porta nera un salice piange sulla tomba bianca della

madre, che attese per venti anni il figlio esule dall'Italia, per lui

solo redenta nell'idealità di una nuova vita: esule e orfano come tutti

i geni creatori condannati a nutrirsi colla ingratitudine e a dominare

dal deserto. Intorno la valle è squallida, i monti nudi, e il piccolo

torrente senz'acqua: nel cimitero la folla delle croci pare densa come

quella della gente in un giorno di festa per le strade; quell'altra

dei monumenti, allineati sotto i portici, è così fitta, che la loro

volgarità, ricca e fastosa, diventa quasi sopportabile; ma troppe tombe

stringono quella del grande in una intimità, che la morte non basta a

giustificare.

Egli doveva essere solo, lontano dalla moltitudine, che amò colla

inesauribile passione dei redentori, e dalla quale non potè essere nè

amato, nè compreso, perchè ogni messia deve essere vittima, e il dolore

soltanto può rinnovare la fede, la morte solamente compiere nella vita

un'altra rivelazione.

Hanno detto che egli medesimo desiderò di essere sepolto a Staglieno

presso alla madre: perchè dunque fu lasciata dinanzi alla porta come

una straniera, che la morte stessa ricusava di riconoscere? La tragica

donna silenziosa aveva ben guadagnato, in tanti anni di angoscia

solitaria, il diritto di riunirsi al grande figlio nell'ombra e nel

silenzio, dietro quella porta, alla quale si arrestavano finalmente

l'ingratitudine dei redenti e la persecuzione dei loro nuovi maestri.

Adesso invece la tomba del sublime poeta non è che un anacronismo

architettonico fra i troppi, che deturpano il cimitero: una cornice

dorica per la più moderna delle figure, una porta dietro la quale vi è

un vuoto, e sulla quale uno scenografo infelice credette di significare

una montagna rocciosa con pochi sassi ferrigni.

Non così, non così doveva essere sepolto colui che evocò tutti i morti

e soffiò l'alito della giovinezza in tutti i malvivi d'Italia, quando

l'ombra della servitù secolare era così fitta, che i volti e le anime

non potevano più riconoscersi; non così doveva essere sepolto colui,

che dette un esercito a Garibaldi e un regno a Vittorio Emanuele

soltanto colla forza di una parola luminosa come il sole, eloquente

come il mare, irresistibile come l'uragano.

Se non osò nelle estreme malinconie della vecchiezza punire la patria

morendo a Londra, ignoto fra la moltitudine della oceanica metropoli e

colla umiltà di un imperatore troppo grande per ogni impero, chiese al

re della sua Italia il permesso di potervi rientrare sconosciuto per

morire a Pisa, dove Leopardi, il suo minore fratello, aveva indarno

cercato la salute; poesia e storia, passione di gloria e di amore

vietavano egualmente di seppellirlo a Staglieno dentro una falsa tomba

classica, fra un volgo di cadaveri, ai quali nessuna rettorica di

epigrafi o di sculture potrà mai dare diritto di vita nell'immortalità

della storia.

Non so, ma errando per quel cimitero il mio spirito si faceva sempre

più triste, mentre dalla giovinezza ormai troppo lontana mi tornavano

in lenta processione, come di pellegrini mendichi, le memorie dei

giorni, nei quali gli echi d'Italia ripetevano ancora le ultime parole

di Mazzini e qualche cosa singhiozzava nell'anima nazionale ad ogni

viltà della sua ingiusta fortuna.

Poi egli morì, e i giovani lo dimenticarono.

Altre brame, altre speranze pullulavano e urlavano su per le piazze:

un'altra incredulità si opponeva alla sua fede, un'altra superbia,

troppo facile, di conquiste immediate, al suo tragico orgoglio di

purità e di sacrificio. La sua dottrina non aveva potuto essere una

religione, ed era senza veri credenti: la sua politica aveva avuto

l'onnipotenza dell'ideale, e oltrepassando la realtà, nella quale

dovette compiersi e degradarsi, non era più che un sogno; la sua parola

evocatrice di eroi, di martiri, passava troppo in alto, e atterriva

quasi invece di consolare.

Dopo di lui vi furono, vi sono ancora mazziniani; ma li riconoscerebbe

egli?

E io mi lagno ancora che non lo abbiano sepolto sotto lo scoglio di

Quarto, dal quale il suo pensiero portò sulle acque il naviglio dei

Mille. Non so, ma parmi che là soltanto, sul mare, sotto il sole, alle

bufere mediterranee, egli sarebbe contento: come Cristoforo Colombo, il

suo grande antenato, guarderebbe oltre l'orizzonte marino il profilo di

altre terre, di altri mondi: con lui aspetterebbe dal vento i messaggi

dei popoli sconosciuti. Che importa più l'Italia a Mazzini? Egli la

dimenticò nel suo ultimo sogno di una alleanza repubblicana universale.

Che importa se l'Italia è monarchica, e la sua monarchia ha il nome di

Savoia?

Il continente scoperto da Colombo non porta forse il nome di un

mercante fiorentino?

I grandi morti non hanno più bisogno della nostra gloria fatta di

vittorie, nelle quali la gioia sale al vincitore dal pianto dei vinti;

i nostri cimiteri sono troppo piccoli per coloro, che la nostra vita

non potè contenere nell'augusta opera di una generazione. Garibaldi

vigila, cavaliere che la morte non potè addormentare, su Roma dal

Gianicolo: Mazzini doveva vegliare sul mare, che recò il pensiero

creatore d'Italia a tutti i lidi, e ne aspetta ancora le grandi

risposte nei tempi futuri.

A Staglieno gli altri morti non debbono averlo riconosciuto.

Infatti le loro tombe sono troppo ricche, troppo brutte, troppo

affollate di statue perchè abbiano ancora potuto vedere quella porta

nera sotto quel frontone dorico. A lettere di bronzo vi è inciso

soltanto: GIUSEPPE MAZZINI.

Chi era?

La più grande anima d'italiano dopo Dante.

2 dicembre 1900.

GALLIA VICTA

Balzac sarà scacciato dalla casa della sua gloria.

Alcuni ammiratori l'avevano acquistata a Parigi, affittandola,

riunendovi poche memorie, qualche ritratto, il calamaio dal quale

trasse i suoi diecimila personaggi, la caffettiera che nelle notti

lunghe della creazione dolorosa calmava la sete della sua fatica, un

suo busto in bronzo, mediocre contraffazione, al solito, di una grande

figura, pochi medaglioni di David d'Augers.

L'usciere, come già nella vita del grande poeta, ha tutto sequestrato

e porrà tutto all'asta: la casa era affittata per tremila e seicento

lire, la società costituitasi per la memoria del maggior genio francese

e pel decoro della Francia, aveva per presidente Paolo Bourget, per

vice-presidenti Maurizio Barrès e Giovanni Richepin, e intorno a questi

tre mediocri, indarno immortalati dal voto compiacente dell'Accademia,

pareva si fossero stretti in falange le anime più nobili, i nomi più

illustri di Francia.

Era vero e fu indarno.

Adesso l'usciere per un debito di settemila lire gitta sul lastrico

all'avarizia e alla curiosità stanca del pubblico i poveri avanzi

della casa postuma di Balzac. Ad evitare lo scandalo disonorante

per la patria sarebbe bastata a Parigi la conferenza di un qualche

glorioso della piazza o dei giornali, uno scettico sempre prono dinanzi

al volgo democratico, come Anatole France, la recita di un'attrice

grottescamente grande come Sarah Bernhardt, la romanza di un tenore

in un concerto, una qualunque proposta di un ministro alla Camera.

Come si chiama adesso quello della pubblica istruzione? Clemenceau,

questo vecchio attore, che ha scritto persino dei drammi, sa che la

Francia ebbe Onorato Balzac di fronte a Victor Hugo, e che con Balzac

la Francia riscattava l'inferiorità di Molière dinanzi a Shakespeare?

L'ignoro.

Meglio così.

La gloria è il sole dei morti, che quasi sempre i vivi, affaccendati

nelle miserie e nelle piccolezze dell'oggi, non sentono, perchè il suo

raggio è senza calore e la sua luce ha la purezza di un altro mondo.

Meglio così: i piccoli letterati della Francia non si sanno solidali

col suo unico gigante, colui che solo può guardare in faccia a Dante,

e stringendo la mano a Shakespeare dirgli col largo sorriso della sua

faccia piena: «Il mio mondo è maggiore del tuo, le tue donne sono poco

più che larve davanti alle mie, i miei personaggi sono più interi, le

mie virtù più composite, i miei vizi più profondi, i miei ideali più

alti, i miei quadri storici più veri, le mie varietà più ricche, i

miei individui più precisi, il mio teatro più vasto, il mio genio più

umano. Senza di te io non sarei stato: tu fosti tutto il Rinascimento,

prolungasti nella rivelazione il medio evo, ti allontanasti ignaro

e indovino nell'antichità sfondandone il mistero rimasto chiuso agli

storici e troppo alto per i poeti; tu primo rappresentasti l'uomo e

la donna, ma la tua fantasia troppo accesa li mutava troppo spesso in

fantasmi, la scena ti limitava, il pubblico t'impediva, dovesti sommare

più che analizzare, quasi sempre accennare soltanto; vincesti i greci,

e rimanesti invincibile sino a me. Io sono la modernità, che ha compìto

l'unità mondiale della storia e sa l'America e l'Australia, l'Africa

e l'Asia; sono l'Europa dopo la rivoluzione e dopo Napoleone; sono

la Francia, nella quale suonano gli echi di tutto il mondo, il popolo

novatore, il genio d'avanguardia nella vita».

Balzac fu così.

La vita non seppe nascondergli un segreto, la filosofia un mistero, la

scienza un enigma: chiuso nella sua stanza giorno e notte, vedeva come

attraverso una allucinazione; corpi e anime si svelavano davanti a lui,

che simile ad un dio creatore aveva la passione della vita, la simpatia

di tutti i suoi vizi e di tutte le sue virtù, dei santi nei quali sale

come un incenso trasparente, dei mostri nei quali si condensa come una

forza ancora indomata. Le vergini gli dissero le parole più pure, e le

cortigiane quelle più dolorose: l'avarizia gli sfilò davanti in parata

con tutta la eterogeneità dei propri cannibali, il giornalismo gli

chiassò intorno con tutti i campioni del proprio esercito, venturieri

ed eroi, ladri e saccomanni, cavalieri sperduti e fantaccini in cerca

di una bandiera. Le province ignote sino allora all'arte e alla storia

si apersero al suo sguardo come sotto la magia di un invito: costumi

secolari, anime antiche, intelletti sopravvissuti, avanzi di bellezza

e di nobiltà, inesauribili caratteri della resistenza popolare e

plebea, deformazioni superstiti della morta feudalità, improvvisazioni

originali della rivoluzione e dell'impero; e poi la lenta, millenaria

opera della Chiesa e della monarchia sulla coscienza francese,

l'architettura dei suoi castelli e delle sue cattedrali, la rustica

fisonomia delle sue terre, i monti coi loro segreti, il mare co' suoi

misteri, i villaggi sempre immobili nell'ingenuità primitiva, le città

chiuse nelle muraglie medioevali come in una armatura; e poi ancora la

Francia del passato e del presente, aristocrazia, borghesia, popolo,

plebe, tutti i delinquenti, tutti gli eroi, tutti i martiri, tutti i

santi, tutti i grandi, che la vita adopera e spezza, e che nemmeno la

morte può rivelare.

Balzac era così.

Non lo videro, non lo capirono, non lo vollero.

Hugo geloso, perchè più piccolo, tacque sempre di lui; George Sand

l'offuscò colla propria celebrità di donna scandalosa nella vita

e nell'ingegno, entrambi minori; Michelet l'insultò, i critici lo

negarono unanimi, i poeti non lo indovinarono, i governi non seppero,

il popolo non capì: egli era tutto, il pensiero e la passione, la

tradizione e la novità, il genio che niente sorprende, il cuore sempre

aperto, l'orecchio che nessuna voce inganna, l'occhio che nessuna

apparenza illude.

Appartenendo a tutti, non era d'alcuno: non poteva avere un partito,

fondare una scuola, formarsi una clientela, diventare un personaggio

nel pubblico, una moda nel costume, un modello alla mediocrità.

La grandezza lo condannava all'isolamento, la superiorità ad uno

di quegli imperi, che soltanto i secoli possono costituire. La sua

povertà fu un martirio senza tregua: dovette creare nell'allucinazione,

facendosi un sole della propria lampada, abbacinando sè stesso di

speranze infantili.

Le donne aliavano intorno al titano come farfalle sopra una quercia;

gli uomini, che ammiravano ancora Napoleone e avevano imparato il nome

di Hegel, non sapevano quello di Balzac, che compiva nell'arte la loro

doppia rivoluzione creando l'individuo nell'immortalità di una nuova

rivelazione. L'ultima donna, che egli credette di amare, la russa

signora Hauska, lo ingannò e lo torturò come un carnefice orientale

nell'agonia, e così chiuse l'immensa tragedia.

Come tutti i più grandi, Balzac doveva essere vinto nell'opera propria:

Napoleone, l'onnipotente degli eserciti, finisce a Sant'Elena sotto

un colonnello aguzzino; Giulio Cesare, il più umano dei romani, è

ucciso dal proprio figlio, il più onesto dei repubblicani; Gesù sale il

Golgota abbandonato dai discepoli; Kant, il pensatore, finisce esaurito

nella contemplazione di un tetto opposto alla sua finestra; Garibaldi

perde Nizza e non può entrare nella vita dell'Italia; Mazzini spira

come un vagabondo ignoto a Pisa; Cristoforo Colombo come un povero

vestito del saio per un ultimo pellegrinaggio a Gerusalemme; Balzac, il

rivelatore della donna, morì vittima di un inganno femminile.

Meglio così.

L'amore nel grido supremo invoca la morte; la gloria non è che

immortalità nella memoria dello spirito.

Adesso la Francia democratica ignora ancora di avere Balzac. La sua

aristocrazia, la sua borghesia, il suo popolo, la sua repubblica non

contano nè sull'Europa, nè in Europa: è ricca indarno, più indarno

moderna: le sue bandiere non sanno più il vento delle battaglie e il

suono delle vittorie; i suoi ministri patteggiano il proprio scanno con

tutti i forti all'estero come all'interno; le sue arti hanno perduto il

segreto dell'originalità, la sua filosofia è discesa nella letteratura,

la sua scienza trionfa nell'imitazione. Qualcuno qua e là resiste

ancora nobilmente, ma la Francia non lo sa; la sua vita sale dalla

piazza e dipende dalla piazza; i suoi uomini più illustri, i nomi più

celebri crescono e crebbero nella sua servilità.

Balzac sarà sfrattato morto dall'ultima casa.

Rodin non scolpì già un maiale dentro una tonaca da frate per

effigiarlo? E non dicono Rodin il Michelangelo francese? La Francia

plebea e la Francia officiale non delirarono anche recentemente per

Zola, trasportando le sue ceneri al Pantheon? Chi era Zola di fronte a

Balzac? Un verro davanti ad un leone.

Che cosa è adesso la Francia davanti a Balzac?

8 maggio 1909.

TRILOGIA POSTUMA

Fuochi di bivacco · 第 7 / 21 段