e forse nessuno conosce bene: nei tempi andati Roma era la grande città
sacra e parassita: il clero ne dominava tutta la vita, nel clero quindi
tutte le forme di vita erano possibili. Oggi, invece, non più. Ma nuova
guerra, cui la milizia sacerdotale si prepara, impone altre necessità
di sostanza e di apparenza: la clientela povera, ignorante, oziosa,
famelica degli scagnozzi impaccia e disonora: il motteggio degli
increduli vi troverebbe troppi eccellenti motivi, la critica istintiva
delle masse troppe dolorose ragioni.
Pio X lo sentì e tentò provvedere con un atto insufficiente di polizia:
invece gli scagnozzi resteranno per la forza stessa dello scandalo
temuto. Il loro carattere indelebile di sacerdoti li pone invincibili
anche dinanzi al papa: la loro miseria, magari troppo spesso meritata,
rivela nella Chiesa altre piaghe. Se domani si compia intera la
riconciliazione politica del clero collo stato, il lusso e la pompa
esteriore dei grandi gerarchi renderà più visibile la grottesca povertà
di questi paria senza donne e senza figli, i due dolori che forse
rendono sopportabili tutti gli altri.
E si dovrà provvedere.
Come?
I rigori disciplinari non bastano contro chi non è più oramai nelle
file e non si può espellere dal grembo della Chiesa: bisogna piuttosto
che la carità intervenga, raccogliendo e consolando al solito tutti e
tutto ciò che la vita respinge. La carità è la più bella fra le virtù
cristiane: ma è davvero la più attiva virtù del clero?
12 ottobre 1905.
IV
TRAGEDIA REGALE
IL TRIONFO DELLA MORTE
Ancora dura nell'anima d'Italia, e durerà lungamente misteriosa,
l'angoscia pel suo primo re assassinato.
Mai tragedia si compose e si esaurì più rapidamente, inaspettata e
solenne, fra una festa di popolo acclamante come in una olimpiade
la bellezza dei suoi più giovani campioni, mentre il re, canuto non
vecchio, premiava colla sua parola cavallerescamente gentile vincitori
e vinti.
Perchè egli era ancora un re.
In questa fine di secolo, dopo tanto straripare di correnti
democratiche e tempeste di rivoluzioni e avvento di genti nuove, egli
era riuscito a questo originale capolavoro di apparire ancora un re.
In lui nessun fasto di corte o gloria di guerra; non quell'orgoglio di
stirpe antica, nel quale prosegue purtroppo la durezza di un impero e
di una servitù già tramontate nella storia; non la capricciosa vanità
di comando cresciuta nella simultanea decadenza del regno e del popolo
e che diminuì tanto tristamente nel costume il carattere regale;
non quell'abbandono della avita nobiltà, nel quale troppi dinasti
cercarono una consolazione del privilegio perduto e una seduzione per
riconquistarlo corteggiando l'anonima sovranità della folla. Egli era
vero perchè semplice, e resterà bello perchè originale.
Cresciuto nella rivoluzione d'Italia, figlio di un re che vi rinnovò
sè stesso, dovette presto sentire il soffio della nuova creazione.
Come pel popolo era suprema necessità dimenticare tutte le tradizioni
comunali e regionali per assurgere alla gloria di una nuova
individualità, così il re di Piemonte per crescere a re d'Italia doveva
trovare le ragioni del proprio ufficio in un rinnovamento della idea
regale.
Se una volta, nella gelosa uguaglianza della nobiltà barbarica il re
era primo fra i pari, il re moderno doveva essere primo nel popolo,
significando nella lucidezza del proprio simbolo la sua coscienza
storica, mentre nel governo idee e uomini si sarebbero combattuti per
l'inevitabile selezione della vita.
Umberto fu così.
Egli comprese che un re, specialmente latino, non avrebbe potuto
pretendere al comando degli antichi re separando il suo pensiero da
quello della nazione o cercando l'impero nel trionfo del proprio
arbitrio sulla volontà popolare. Quindi realizzò una formula, che
sembrava assurda forse a coloro stessi che la bandirono come una
magnifica novità del pensiero: «il re regna e non governa»; e regnò
vent'anni alto sulle menti e sui cuori.
Mai forse le idee e gli interessi di una nazione retta a monarchia
ebbero più libero arringo e più incorrotto patrono, mentre il re
guardava ed ascoltava, triste sovente di quanto vedeva ed udiva, ma
frenando in sè stesso ogni istinto di iniziativa per non offendere la
malata suscettività della recente ragione democratica.
Dinanzi al severo giudizio della storia questa nuova virtù del
re moderno fu sempre utile alla nazione? Il popolo ha davvero, in
sè stesso e nei propri eletti, la forza per risolvere i problemi
profondamente segreti o contraddittoriamente palesi della propria vita?
Non oggi, qui, si può rispondere, ma Umberto re elesse primo fra tutti
i doveri questo muto rispetto di ogni decisione popolare espressa dal
governo, sacrificandovi persino quella gloria dell'armi, senza la quale
i re sembrano anche più piccoli dei popoli. Egli, così giovanilmente
temerario a Custoza, sopportò il trattato di pace tanto frettolosamente
concluso con un re barbaro d'Africa dopo la più desolante delle
sconfitte italiane; e dovette poi consentire la povertà dell'esercito
e dell'armata fra lo strepito di tutte le nazioni, che levavano alte
nelle minacce le parole e le spade.
Il re ubbidiva allora, ma il popolo non sapeva ancora comandare; oggi
il re è morto, e il popolo si domanda spaurito: perchè?
Perchè fu ucciso questo re, il quale non era che un cittadino fra i
cittadini, il primo solamente per l'antichità della sua famiglia, nella
tradizione della quale aveva potuto salvarsi il segreto principio della
terza Italia?
Ovunque e sempre che il popolo soffrisse il re era presente: o
province intere sparissero sotto l'onda limacciosa dei fiumi, o città
si rovesciassero distrutte da un crollo sotterraneo, o il colera
levasse sulle proprie orme d'invisibile pellegrino grida lunghe
di dolore e di morte, il re accorreva primo a stringere la mano ai
morenti, ad incuorare i feriti, a raddoppiare in tutti il coraggio
vitale. Era aspettato ed era pronto, era conosciuto ed amato. Nessuna
colpa della politica aveva mai oscurato il suo carattere o diminuita
l'efficacia del suo nome nella folla; nessuna calunnia era bastata a
scemare intorno a lui il consenso della pubblica opinione. Nei giorni
tristi della umiliazione si capiva e si diceva da tutti che il re
soffriva più in alto, perchè la corona diventa un peso intollerabile
alla fronte, che non può alzarsi alteramente; nei giorni nuovi della
speranza, quando si varava un vascello, si forava un'alpe, o si
drizzava nel bronzo sopra una piazza la figura di un qualche grande, il
re riappariva come l'araldo più sicuro dell'unanimità degli augurii.
Egli recava seco il pensiero della propria gente e lo appuntava
nell'avvenire; era il re. Non comandava, ma regnava; anzichè sul trono,
al disopra della folla, era nel suo mezzo, dove il cuore batte, fra le
mani che si tendono e le voci che si fondono nel grido rivelatore.
La moltitudine, che si prostrava una volta ai re, oggi non può amarli
che sentendoli in sè stessa vivere di una vita uguale, e seguendoli
come un simbolo abbastanza puro e vicino per riflettere quanto in essa
si agita di migliore. Dopo Garibaldi nessun re italiano avrebbe potuto
somigliare a Napoleone; dopo Vittorio Emanuele, che fuse l'Italia e
suggellò il millenario periodo delle guerre per la conquista della sua
unità, Umberto I non poteva attraversare il periodo stagnante di questi
ultimi venti anni che regnando così, primo fra i cittadini, quasi
impersonale nel superstizioso rispetto alla costituzione, e cercando
nell'anima della nazione gli accordi fra la tradizione militare
dell'antico impero italiano e le iniziative erompenti dal rinnovarsi
dello spirito popolare nella democrazia del pensiero.
Eppure fu assassinato.
L'omicida, che strinse in un epilogo così breve così vasta tragedia,
non può certamente rivelarne il segreto. Se confessò, come dicesi, di
aver voluto uccidere non l'uomo, ma il re, mai complimento ad un uomo
fu più meritato, e mai elogio di re sarà più profondo ed originale
nell'avvenire.
Un re, che non può essere odiato nemmeno dal proprio assassino, deve
aver compito la difficile opera propria con una nobiltà sovrana anche
sulle anime meno sensibili alla bellezza ideale. Ma questo oscuro messo
di una idea anche più oscura, se volle davvero colpire il re nell'uomo,
per dissipare il simbolo della moderna regalità, non seppe nè pensare,
nè colpire: non misurò l'uomo, non riconobbe il re, non comprese il
simbolo.
La regalità, come Umberto I potè significarla, è una figurazione
della democrazia, che non somiglia nemmeno nella forma alle antiche
monarchie, delle quali il popolo porta ancora le stigmate nella
coscienza. Nessun re è oggi un tiranno, perchè nessun popolo saprebbe,
nemmeno volendo, ridiventare schiavo.
Umberto I era in Europa il più antico per stirpe e il più moderno
per spirito fra tutti i re; e se qualcuno fra questi poteva superarlo
d'impero, nessuno avrà come lui rappresentata, sulla scena di un popolo
nuovo, la nuova figura del re.
Così l'omicida, che assassinando non arrischiava nemmeno di morire,
come avrebbe dunque potuto intendere la profondità di questo simbolo
regale e chiederne alla morte il segreto?
Invece di uccidere il simbolo egli ha reso immortale il re nel cuore
d'Italia.
3 agosto 1900.
LA VEDOVA
Chiamiamola così.
Poichè nel telegramma all'arcivescovo dì Napoli Ella non volle firmare
che: «Margherita povera donna», non guastiamo con la pompa volgare dei
nomi l'epica semplicità del suo dolore e della sua rassegnazione.
Era la prima signora d'Italia, come già il grande poeta, ora condannato
al silenzio, l'aveva salutata in un'ode fulgida come un'aurora.
Attraverso i veli della classicità, in mezzo ai fantasmi conservati
nella incorruttibile bellezza dell'arte alla memoria delle genti, egli
aveva creduto di riconoscerla come una figura d'altri tempi cantata da
altri poeti. Allora il popolo si addensava intorno a lei nella festa di
un nuovo regno.
Il re che aveva potuto compiere il miracolo della terza epoca italiana,
era morto in una cameretta del Quirinale, il palazzo estivo dei papi,
chiuso dentro la giacca del cacciatore, nella quale il popolo lo
aveva forse più amato che sotto il manto di ermellino; era morto quasi
improvvisamente, e l'Italia aveva sentito che con lui moriva il più
mirabile fra i tanti periodi della propria storia.
Ma Vittorio Emanuele era vissuto solo fra i figli e in mezzo al popolo;
il suo trono negli anni della lunga e difficile prova era quasi vanito
alla fantasia della gente. Egli, il re di Piemonte, non lo considerava
che come un gradino del futuro trono d'Italia, al quale si poteva
salire solamente colla vittoria; quindi volle essere soldato e generale
italiano prima ancora che la rivoluzione così l'acclamasse.
E quando la fortuna premiò in lui la virtù di tutto il popolo, ponendo
nella sua mano il pensiero di Mazzini e la spada di Garibaldi, il suo
trono sembrò ancora un altare, sul quale, come nei tempi primitivi,
tutta una nazione avesse deposta l'offerta votiva dei propri migliori
tesori.
Ma il re nel trionfo rimaneva solo, nessuna donna era vicina a lui,
vedovo dai primi giorni, quando, raccogliendo la corona insanguinata
sui campi di Novara, aveva affermato dinanzi alla solenne minaccia del
vincitore che il Piemonte serberebbe fede all'avvenire d'Italia.
L'Italia amò il proprio re, ma in questo amore mancava la tenerezza,
la luce e il profumo che sono l'incanto vero dell'amore, la sua forza
misteriosa di consolazione.
Il re era vedovo; e vedovo pure era Garibaldi, che aveva perduto Anita,
e più vedovo Mazzini, che non aveva potuto trovare una donna nella
propria vita di creatore, esule dalla propria creazione.
Il poeta salutò in Margherita la prima regina d'Italia. Nella sua
fantasia troppo affollata di fantasmi classici, nel suo orecchio troppo
memore delle musiche antiche, si compose intorno alla nuova eletta un
corteo e una corte di accademia; il ritmo di Orazio si congiunse alla
strofa petrarchesca e le Cariti pagane e le Madonne cristiane discesero
dai loro cieli come all'incontro di una nuova bellezza.
Era magnifico, ma non vero; il poeta aveva sognato invece di vedere,
levando il proprio canto sul colle sacrato da secoli alle Muse,
anzichè dal mezzo della piazza gremita di popolo festante ed acclamante
nell'orgoglio d'una visione moderna.
V'era finalmente una donna, che poteva significare l'Italia; sulla
nuova scena della nostra storia una figura era apparsa, bionda
e gentile, con tutta la grazia della dama, quale tanti secoli di
privilegio avevano potuto comporla, e nell'incanto sincero della
signora, come l'anima nostra la pretende e l'adora.
Se il re era il primo cittadino e avrebbe regnato per questa mirabile
superiorità, vincendo gli ostacoli di ogni tradizione e di ogni
opposizione, la regina, che non aveva modelli nel passato italiano
ai quali chiedere ispirazioni, doveva trovare in sè stessa, nella
originalità del proprio spirito, una ideale bellezza, che le desse
sulla folla e sugli spiriti eletti il medesimo impero.
Così non somigliò a nessuna delle regine e delle imperatrici più
riverite in Europa. Ella comprese subito che la sovranità della regina
non può essere che quella stessa della donna, in una eccellenza della
natura e della vita, senza pretendere di forzarne i confini; quindi
nessun vanto in lei del grado o dell'ingegno, nessuna affettazione
della coltura e della grazia, nessuna rigidezza di nobiltà antica
o di orgoglio moderno. Mentre in tutte le donne, anche le più umili
per nascita o per spirito, una vanità sale a scomporre il carattere
femminile suscitandovi una male definibile rivalità coll'uomo, nella
quale soccombe ogni bellezza e virtù muliebre, la regina d'Italia creò
in sè stessa il modello della donna e della signora, che intende ed
inspira, regna e governa, ma serbando sempre al proprio pensiero la
stessa malìa del proprio volto, e alla propria opera l'irresistibile
segreta efficacia di una suggestione.
Quindi tutti ne sentirono la poesia come nei primi giorni di primavera
si sente nell'aria il profumo dei fiori non nati, e per l'azzurro dei
cieli e sulla distesa del mare trema un palpito nuovo: il nostro occhio
lo coglie, il nostro sangue ne freme, e la nostra anima risale così
alla speranza. E la profonda poesia della natura, la profonda poesia
della donna, dalla quale siamo nati, per la quale dobbiamo creare e
morire.
La donna, che non sa questa sua onnipotenza, non sarà mai regina; ma
la regina, che potè significarla per vent'anni a tutto un popolo, fu
davvero la donna, alla quale dopo tanta rovina d'ideali lo spirito si
leva pregando come ad un simbolo di salvazione.
E adesso Ella ha gridato come una povera donna sperduta in una notte
di tenebre e di morte, ha gridato a Dio e all'Italia. Le hanno ucciso
il marito, le hanno ucciso il re; non è più sposa, non è più regina, e
tremerebbe forse di essere madre, se questa paura, un diritto di tutte
le madri, le fosse consentita.
Perchè Ella non ha che un figlio.
Eppure non una parola ha diminuito in lei la magnifica grandezza
della sventura; per qualche giorno, nello smarrimento di tutti, Ella è
stata il re, ha pensato, ha regnato, ha trovato l'accento dell'impero
e della tragedia. Se il suo capo ancora biondo si è piegato sotto le
parole del sacerdote, e la sua anima ha singhiozzato nell'immensa nuova
solitudine, la regina è rimasta ritta dinanzi alla morte nella fede
di Dio e dell'Italia. Ella crede nel mistero della giustizia, e sa
che tutto è miseria davanti ad essa, perchè l'innocenza medesima deve
essere immolata; ma sa pure che il dolore e la morte sono le due prove
più necessarie alle grandi verità.
Oggi popolo e clero mescolano preghiere intorno al cadavere di Umberto
I; non vi sono partiti in quest'ora, tutta Italia si fonde in una
nuova, più salda unità.
La regina vedova, che amò e credette, rimarrà per sempre inconsolabile
nel proprio lutto, trovandovi l'ultima ideale bellezza, e più lungi,
più alto, regnerà ancora sull'Italia, già non più vedova oggi dopo il
suo giuramento a Vittorio Emanuele III.
Ave, regina: i morti della tua casa ti salutano come la custode del
nuovo regno, mentre l'Italia si leva a te silenziosamente ammirando.
8 agosto 1900.
I MESSAGGERI DELLA MORTE
Un vento di gloria e di gioia solleva l'anima d'Italia. Il duca degli
Abruzzi è ritornato dal polo dopo un lungo viaggio attraverso l'ultima
regione dell'inconoscibile, lungi dagli sguardi e dalla memoria
del mondo. Quando partì un fremito corse nei cuori, ma la pubblica
opinione, distratta dalla miseria delle vicende parlamentari governate
dal ministero Pelloux, parve non sentire la magnifica poesia di tale
impresa, per la prima volta guidata da un principe. Eppure il motivo
lirico non poteva essere più nobilmente originale. Al polo andavano
e sparivano da secoli centinaia di poeti, i più mirabili, perchè
cercavano la poesia nell'opera anzichè nell'immagine: partivano da ogni
paese, sopra navi di ogni forma e di ogni forza, spiegando al vento
bandiere di ogni colore e di ogni stemma, alteri, gravi, silenziosi,
nell'eroica sfida al doppio mistero della scoperta e della morte.
Nessuna tentazione di guadagno nel loro proposito, nessuna vanità di
regno nella conquista dell'impero sconosciuto, lassù, lontano, dove il
mare si rapprende in un deserto di cristallo, il giorno e la notte si
dividono l'anno a mezzo, e la notte è senza tenebra e il giorno senza
luce. La vita vegetale non ha potuto penetrarvi, perchè la terra vi è
coperta di una armatura di ghiaccio: appena nell'estate, perchè anche
lassù v'è un estate, qualche fiore spunta, sorride e muore.
I fiori sono dunque più irrequieti degli alberi, hanno meno paura del
gelo, meno bisogno della terra?
Forse.
Non somigliano essi alla speranza, non sono il desiderio trionfante
sempre e dappertutto, dove il sole e il ghiaccio bruciano egualmente
nell'ombra sotterranea, che ignora tutto sulla cima impervia che sarà
eternamente ignorata?
Ma pochi di quei poeti tornavano.
Il loro viaggio era lungo come un poema e doloroso come una tragedia,
che gli eroi recitavano con orgoglio sublime sopra un teatro vitreo,
senz'altro spettatore che Dio, senz'altro suggeritore che il proprio
cuore.
E un principe d'Italia, mentre in quasi tutte le nazioni la regalità
pare così poveramente diminuita e dinastie cadute e dinastie cadenti
gareggiano nell'oblio dell'antica eccellenza, aveva pensato che
l'Italia risorta così miracolosamente nella storia doveva correrne
tutti i campi, tendere a tutte le mete, imprimere un'orma su tutte
le vie, cercare, pretendere, ottenere una conquista alla propria
bandiera. Questa era caduta nell'Africa fra i morti di Adua, per colpa
di generali, del ministero, del parlamento, del paese, di tutti: era
caduta, perchè mancava nelle menti il pensiero di Cavour, e nei cuori
la virtù di Garibaldi.
Dopo la sconfitta, per concludere troppo presto la pace, si era
perduto più che la guerra: la nostra preparazione nazionale dopo
Roma aveva fallito, la nostra vita diventava una sosta nella nostra
storia, la nostra coscienza un enigma per noi stessi. Gli epigoni della
rivoluzione, veterani e reclute di tutte le sinistre, predicavano al
popolo la viltà della rassegnazione e il senno della fuga; retori del
parlamento e di piazza, mendicavano l'applauso della folla con gli
insulti a tutti i sogni di una patria grande: false madri schiodavano
le rotaie presso la stazione di Pavia per vietare ad un treno di
partire con un manipolo di soldati pronti alla riscossa. Fu un'ora
lunga di viltà e di dolore.
Forse in quell'ora stessa il giovane duca degli Abruzzi, sentendosi
riardere dentro la fiamma di un antico orgoglio, pensò ad una vittoria
ideale della scienza sulla natura, alla conquista di un impero vuoto
nel più terribile fra tutti i misteri della geografia, con una impresa
superiore ad ogni vanto di attore e di pubblico.
Così fu sempre nella nostra storia millenaria.
Scipione difese Roma in Africa; Cavour la conquistò all'Italia in
Crimea: e quando la vostra Casa, quasi ignota alla vita italiana nel
medio evo, stava per apparirle come l'asilo di tutto il suo futuro, e
l'Italia esausta dalla fecondità di tanti secoli sostava finalmente
dietro più giovani ed iniziatrici nazioni europee; anche allora
nell'esaurimento di ogni azione politica e sotto il peso di una nuova
servitù, lanciava Colombo alla conquista d'America e Galileo a quella
del cielo.
Le solitarie vittorie dei pochi valgono qualunque trionfo del popolo:
anzi dalla stanchezza e dallo smarrimento di questo, più audaci e più
belli si slanciano gli eroi dell'avventura per chiedere alla morte
quell'ideale di verità, che la vita non ci potrebbe più dare.
Che importa se l'impresa non possa o non debba riuscire?
Ogni estate non ebbe forse innanzi una primavera, e il frutto è forse
più bello del fiore?
Nessuno potè ancora avvicinarsi così al polo da indovinare, attraverso
il suo crepuscolo, qual mare, quale terra, quale forma di vita passata,
presente, futura vi si nasconda. Ma il mistero sarà vinto.
Adesso la bandiera d'Italia, colla bianca croce di Savoia, simbolo
di martirio e di conquista, sventola solitaria nella solitudine del
polo a 86°, 33′; nessuna bandiera aveva ancora potuto salire così
alto, nessun'altra forse la sorpasserà presto, perchè sugli applausi
al giovane duca e al suo eroico compagno è già squillata una parola
superba di promessa, quasi una nuova sfida all'artica sfinge.
L'Italia si risolleva dal lutto regale, così recente e ancora così
inaccettabilmente incompreso, nella fede di un altro principe che cercò
la prova della propria sovranità dove la vita stessa non aveva osato
inoltrare, preparandovisi forse alla necessità di più storica impresa.
La poesia è un'infanzia: ma i fanciulli poeti diventano gli uomini eroi.
Egli ritornava vittorioso di tutti i rivali morti e vivi, ma vinto
lui stesso dal mistero: il suo capitano, come Diomede nell'Iliade era
uscito indarno dall'attendamento e per cento giorni aveva camminato
nella solitudine superando ogni ostacolo, finchè la fame, più terribile
del freddo e della morte, lo aveva costretto ad indietreggiare.
Lo aspettavano. Il temerario avrebbe voluto ricominciare, ma la
piccola nave dal nome augurale, _Stella polare_, soffocata dal ghiaccio
riposava ancora sullo stesso fianco ferito.
Bisognava ritornare, e pur troppo qualcuno si era perduto lassù, che
mancherebbe nel giorno della partenza.
La sfinge polare aveva voluto un sacrificio. La partenza fu triste;
i nuovi argonauti si sentivano dietro le spalle garrire la bandiera
italiana, e dentro il cuore l'ultimo saluto dei compagni perduti,
sepolti, incorruttibili nel ghiaccio eterno.
Ma un'altra novella di morte veniva loro incontro.
Due gentiluomini milanesi, i signori Silvestri e Carsis erano partiti
d'Italia, mentre più oscuro era il lutto di tutti gli spiriti intorno
al cadavere del re assassinato, per recare al duca degli Abruzzi la
prima dolorosa parola della sua patria.
Ma dove l'avrebbero incontrato? Non lo sapevano.
Messaggeri della morte, si erano avviati non visti dalla folla, senza
chiedere un salmo, senza pretendere un premio. Come i cavalieri di una
leggenda andavano al principe attraverso il mistero, per devozione
di sudditi, per virtù di compagni, e lo incontrarono nei paraggi di
Hammerfest, nel punto estremo della Norvegia.
Compirono il messaggio, la bandiera della _Stella polare_ si abbassò a
mezz'asta salutando mestamente da lontano. Il re era morto, ma l'Italia
gli aveva giurato nuovamente fede come ad un vincitore sotto la volta
del Pantheon.
L'amore rinasce dalla morte, ogni gloria vera sale da una tragedia.
Adesso l'Italia plaude al duca degli Abruzzi, la folla inonda stazioni,
stipa le vie, gonfia le piazze sulle quali appare: intorno a lui è una
ressa di mani che si tendono, una esultanza di cuori che cantano: a lui
e ai suoi eroici compagni l'applauso monta collo scroscio dei torrenti
e l'impeto delle tempeste.
Però i messaggeri sono scomparsi: nessuno li ha più veduti, appena
qualcuno ricorda il loro nome.
Tanto meglio!