generazioni sperare o temere dal suo successore, il papato da gran
tempo è tale che nessuna virtù o insufficienza di uomo può sviare
la sua corrente o mutare soltanto il grado di trasparenza nelle sue
acque. Il suo primo giorno è antico ed incerto come tutte le origini
delle idee e delle cose destinate a vincere i millennii: e se Gesù non
lasciò nulla scritto e i più precoci evangeli datano da sessant'anni
dopo la sua morte, il papato cominciò certamente all'indomani della
crocifissione, per un'intima necessità di dottrina e di battaglia,
nella nuova setta. Ogni conquista presuppone un conquistatore, ogni
impero una dinastia per superare l'avventura della conquista, che nel
primo momento sembra quasi sempre significare la personalità di un
uomo, anzichè la verità di un'idea.
E poichè la forza del cristianesimo discendeva dalla sua rivelazione
divina, l'unità di questo nella storia poteva essere perfezionata
soltanto da una direzione una, infallibile, permanente, che avesse la
tangibile autorità di un uomo e la più pura impersonalità dell'ufficio.
Il papa continuava quindi il Messia e doveva, per l'inevitabile legge
di rappresentazione che domina tutte le idee, precisare i dogmi
contenuti nella parola poetica di questo, organizzarli a sistema,
fissare i limiti come quelli di un'accampamento, entro al quale
l'intera umanità potesse riparare e bivaccare per secoli.
Così il miracolo cominciò subito e dura ancora. Il cristianesimo, come
tutte le idee veramente universali, ha potuto frazionarsi in molte
sètte, ma il suo nocciolo rimase infrangibile, e il grande esercito
cattolico, stretto intorno al supremo condottiero, non fu mai rotto.
Nella guerra contro Roma pagana i papi discesero nelle catacombe
e minarono i fori superstiti della repubblica e i palazzi dei
Cesari: indarno i barbari poco dopo passarono come ondate di fiamme,
distruggendo ciò che i nuovi tempi non avrebbero saputo mutare,
e opponendo alla giovane religione la loro idolatria preistorica;
indarno dalle rovine dell'immensa civiltà greco-romana vampeggiarono
tutti i gas putridi delle morte filosofie e delle religioni sepolte
ancora vive; indarno il medio evo parve una tempesta di nuvole entro
un tramonto funereo, mentre i lineamenti del nuovo uomo e della nuova
società rigavano la sua tenebra come una sottile rete luminosa;
indarno Roma, diventata papale per mantenere l'antico primato sul
mondo, rovesciò nel papato tutti i vizii e tutte le colpe del suo
lungo impero, mentre il cristianesimo dilatava ogni giorno la propria
conquista e il suo governo cattolico stringeva le maglie dell'armatura
sino a renderla imperforabile.
Il cristianesimo era democratico, ma nemmeno la sua democrazia avrebbe
potuto conquistare davvero il mondo senza contraddirsi nella forma
monarchica. Dalla Tartaria alla China, dall'India alla Persia, da
Cesare a Napoleone questa necessità è così continua ed evidente che
nessuna obiezione le resiste: nella scienza l'idea diventa legge,
nell'arte stile, nella religione dogma, nella politica impero, e la
sua forma è sempre monarchica, assoluta, tirannica, finchè un'altra
idea non la limiti o la distrugga. Il cristianesimo, abbandonato alla
tradizione orale di Gesù, sarebbe svanito nell'eco di racconti e di
miti orientali; raunato nelle assemblee democratiche della Grecia o
nel senato aristocratico di Roma, sarebbe perito nel conflitto delle
scuole, dentro l'angustia di un confine: l'unità imperiale del papa e
del papato poteva soltanto mantenergli l'unità della dottrina e della
conquista. Democratico nella parità dei credenti, il cattolicismo è
repubblicano nella gerarchia del clero, imperiale nel comando del papa,
ma questi non può nulla nè contro la chiesa nè contro il suo regno.
Egli è il servo dei servi, secondo una grande parola, il rappresentante
di Gesù, colui che unifica in sè stesso la dottrina e la tradizione, la
storia e la vita, l'affermazione del divino nell'incertezza dell'umano.
Chiunque egli sia, simbolo ed ufficio lo tengono così alto sopra una
linea così dritta, che tutta la sua miseria di uomo non può mutare
un giorno nella Chiesa: la sua autorità è di giudice che firma
soltanto la sentenza, ma la sua firma basta a troncare per sempre ogni
discussione; il suo pensiero non è più individuale, la sua parola è
un'eco del passato che si perde nel futuro, la sua opera ha soltanto
l'impronta cattolica. Può essere un genio, un eroe, un delinquente,
un mediocre, e la storia della sua Chiesa e quella del mondo se ne
accorgeranno appena: il papato solo è grande, così grande che i papi vi
si smarriscono.
Nulla può essergli paragonato. Per duemila anni ha accompagnata la
marcia ascendente dell'umanità, spesso capitanandola: sovrastò e
sovrasta ancora a tutte le forme politiche, poichè egli solo può
davvero vantarsi universale: è vissuto con tutti i barbari, sotto
tutti i climi, in tutte le epoche: egli solo non è discusso, è stato un
regno, e adesso è soltanto un grado, ieri pareva vicino a soccombere,
oggi risale come un faro.
Perchè le nostre monarchie e le nostre repubbliche sono tutte
egualmente effimere davanti a lui, e passeranno, cancellando forse
anche le proprie orme in una uniformità sommessa ed inerte, mentre
il papato, fuso col cattolicismo, durerà quanto esso, ed emergerà
dall'orizzonte della storia come una vetta nivea ed azzurra, perduta
nell'infinito del cielo.
Bisogna rovesciare il cristianesimo per abbattere il cattolicismo, e
frangere il cattolicismo per trionfare del papato. Ma il cattolicismo,
invece, nel secolo decimonono ha oramai ripreso al protestantesimo
tutte le proprie province, mentre la Chiesa russa davanti alla romana
rivela la propria debolezza religiosa nel proprio papa secolare,
lo Czar. Che questi, raggiunto dalla modernità, cada o si muti, e
l'ortodossia russa, abbandonata ai dissensi delle proprie differenze,
non potrà resistere alla unità del papato romano.
Adesso il papato è nella fatica di un'èra nuova.
Pio IX chiuse la lunga epoca del regno, Leone XIII apri questa, della
quale nemmeno i più temerari ed acuti pensatori possono sicuramente
segnare adesso l'indirizzo. Certamente il cattolicismo è in aumento
sulle altre sètte cristiane, ma la fede al cristianesimo è diminuita.
Se, come religione, questo rimane ancora il più grande capolavoro
dell'umanità, che da secoli sembra aver perduta la fecondità religiosa,
la folla e i suoi primati, l'una nella indifferenza, gli altri nella
ricerca, ne sono usciti da gran tempo, senza poter ricoverarsi in
una più alta fede. Potrà il cattolicismo compiere nel cristianesimo
un grande atto di epurazione e di elevazione? Il papato avrà egli la
gloria di questo tentativo, o dovrà opporvisi fatalmente, come gridano
i suoi avversari?
È difficile valutare la potenzialità di una religione e la forza di
rinnovamento in una istituzione antica come il papato: certo però
qualche cosa muta in lui e si prepara. Leone XIII parve a più riprese
sentire questa oscura, enorme necessità: compose differenze rituali
colla Scozia, arrischiò una conciliazione colla Chiesa greca, arginò
il liberalismo americano, tentò di restringere in più serrata falange
la _Somma_ di San Tommaso, di rinnovare la iconografia, di ridestare il
classicismo, d'inventare una politica capace di rattenere l'espansione
dell'imperialismo germanico e le irruzioni del repubblicanismo
francese. Qualche cosa muta, qualche cosa si rimescola nella paglia,
come cantava ghignando Heine.
Leone XIII origliava.
Parlò di socialismo affrontando il problema della nuova miseria
operaia, così poco miseria in confronto dell'antica, e tuttavia così
infelice ed impaziente di sè e degli altri.
La democrazia operaia soltanto può vantarsi universale come il papato,
cancellando in una impossibile astrazione tutte le necessarie fisonomie
della vita storica; e la democrazia operaia è forse la sola che,
nell'istinto, possa ancora guardare al papato, sognare un papa.
Non è già un dogma per molti che nell'avvenire vi saranno soltanto due
partiti, il socialista ed il clericale? Certamente sono i più vasti
nell'orbita, ma il papato è ancora il più alto, giacchè egli solo ha
una risposta a tutte le domande della vita.
Che importa se la risposta è falsa o insufficiente?
La necessità suprema è di rispondere, e solamente chi risponda regnerà
sulle anime, componendo loro quel mondo visibile ed invisibile, dietro
il quale l'umanità sogna da secoli, coi piedi nel fango e gli occhi
fisi oltre l'azzurro del cielo.
Secondo Malachia, Leone XIII sarebbe stato un lume apparente tra due
crepuscoli, all'ultimo orizzonte: ma lo fu davvero?
Secondo Malachia ancora, a quel lume succederà una fiamma: cerchiamo
quindi di crederlo per mantenere almeno fede al progresso della storia.
25 luglio 1903.
IL VINTO
Lo hanno già dimenticato.
Gli osanna salgono ancora, e lungamente dureranno a salire stormendo
come un volo di colombe intorno alla fronte del vincitore, ieri
soltanto rivelato da una improvvisa elezione alla devota riverenza
del mondo. Il vincitore era quasi un ignoto, malgrado il suo grado
di patriarca a Venezia, la capitale dei sogni, ancorata nella laguna
come una nave fantastica, pronta forse a salpare dietro l'appello di
un poeta; il vinto è un illustre, che per venti anni regnò sul mondo
dall'ultimo gradino del soglio più alto fra tutti, così alto che le
anime affisandovisi aprono inconsciamente le ali al volo. Egli era un
principe della propria casa e della Chiesa: gagliardo nel corpo, severo
nel volto, austero nella vita, gran signore nel gesto, diplomatico
nella parola, uomo di stato nel pensiero. Per venti anni era stato la
mente segreta e il segretario palese di Leone XIII, il pontefice quasi
divinizzato dalla longevità, e che appariva come un fantasma bianco ai
credenti, pei quali un fantasma di Dio è indispensabile forse quanto
Dio stesso. Il pontefice non era prima stato un cardinale illustre:
anch'egli era conte, ma l'aristocrazia provinciale della sua casa non
era bastata a dargli l'altera elettezza di coloro nati al comando: poi
la tormenta della rivoluzione italiana l'aveva sorpreso a Perugia,
e l'inferiorità dello spirito aveva abbassato il cardinale ad una
reazione infelice nell'opera, più infelice nella intenzione. Pio IX
parve lungamente dispettarlo, ma alla morte di questo, come spesso
accade, il partito di opposizione alzò Pecci al pontificato. Il passo
era grande, non l'uomo.
Nullameno il papa superò il cardinale. La sua funzione essenzialmente
decorativa si compiè attraverso una lunga fortuna di atti politici e
religiosi: con lui e per lui il papato, libero dalla zavorra del potere
temporale, si innalzò sulle acque, e come sotto un soffio dall'alto
riprese il proprio corso trionfale sull'oceano della storia. Il papa
rimaneva prigioniero di sè stesso nell'immensa, caotica reggia del
Vaticano, ma gli altri sovrani, diversi e talvolta nemici a lui per
religione, s'inchinavano riverenti alla sua sovranità, la sola davvero
indipendente dall'assenso delle moltitudini, e lo invocavano arbitro
delle proprie contese.
Egli accettava, giudicava, ma il pensiero forse non era suo.
Certamente non è facile, neanche adesso, supporre in quel mediocre
(e l'aggettivo è forse ancora indulgente) traduttore di Orazio e
cantore di santi, senza che mai un verso bello gli sfuggisse sotto
la penna, un ingegno di artista e uno spirito di pensatore. In alcuni
scritti volgarmente scolastici, si era affrontato col Gioberti, ma in
questo magnifico tribuno della filosofia non aveva indovinato nè la
bella originalità degli errori politici, nè la tumultuosa grandezza
delle improvvisazioni teoriche: Gioberti non era forse un filosofo,
in un secolo che si apriva con Kant e doveva chiudersi con Spencer,
ma il cardinale Pecci non poteva nemmeno capire di lui la contagiosa
eloquenza e quella affascinante mobilità, per la quale, in una vita
così breve e gloriosa, era passato per tutte le antitesi del trionfo e
della sconfitta.
Papa Pecci invece trionfò sempre nel proprio pontificato.
Era un mediocre, e soltanto di questi è il trionfo senza tempeste, la
gloria senza battaglie: poi l'isolamento in una immaginaria prigionia,
la vecchiezza e la purità della vita, l'apparente santità dell'ufficio,
l'incomparabile altezza del grado, il prodigio lungo della vittoria
sugli anni, che non scolpivano nemmeno più la sua maschera, già
consacrata dalla adorazione, compierono il miracolo, nel quale parve
quasi più che un uomo. Indarno tratto tratto il genio ironico della
vita sembrava compiacersi a scoprire una volgarità su lui o dentro di
lui, qualche cosa di avaro nella sua parsimonia, di pedante nella sua
parola, di vacuo nel suo pensiero, d'insufficiente nel suo carattere;
invano il cumulo crescente dei problemi, che la modernità gitta
sulla religione e sul papato, rendeva ogni giorno più piccola la sua
figura; indarno al grido angoscioso dell'Irlanda, agli urli mortali
dell'Armenia egli tacque, e il suo fu un silenzio di deserto: il mondo
ammirava e adorava.
Il papa doveva essere grande, perchè nulla è più grande del papato:
Pecci era ieri un mediocre, Sarto è oggi un piccolo, ma il papato,
sicuro dell'indomani, è piuttosto abituato a dare la grandezza che a
riceverla. Nel secolo passato nessun papa fu grande: forse Gregorio
XVI solo, nell'aspra fierezza del carattere e nella guerriera
audacia dell'ingegno, avrebbe potuto, se aiutato dai tempi, apparirvi
originale. Originale invece la gloria dei nuovi dogmi e delle ultime
catastrofi rese Pio IX, amabile temperamento teatrale, incaricato di
esaurire il più magnifico repertorio senza intendere mai il valore del
dramma o il motivo della scena.
Dopo lui, Pecci inizia un'epoca nuova: il papato non ha più regno e
deve risalire all'impero spirituale raddoppiandolo: tutte le monarchie
oscillano, tutti i re non lo sono più che per decreto o tolleranza
di popolo: il papato solo rappresenta ancora la sovranità ideale,
inaccessibile alla marea dei partiti, non oscurabile da nebbie di
opinioni, la più antica nella tradizione, Tunica che parlando a nome
di Dio possa identificarsi con lui, cadere soltanto s'egli cada dalla
sommità delle anime.
La missione era grande.
Saprà il nuovo papa adempirla?
Di lui adesso troppi parlano e troppo. Come per gli eletti improvvisi
della fortuna, si fatica già a fabbricargli un passato: si cerca e si
suda a mettere una poesia nell'ordinaria povertà della sua infanzia; si
accattano le sue più lontane parole, e si forbiscono e si urtano l'una
contro l'altra per trarne una sonorità.
Ma il suo passato resiste al presente: niente di quello poteva far
presagire questo: il piccolo chierico di Riese, il seminarista, il
parroco, il vescovo, il patriarca sono sempre in lui lo stesso uomo
e lo stesso prete, coll'animo buono senza impeti eroici e senza
squisitezze poetiche: buono come lo è il fieno fra i bicchieri per
impedire che si rompano; buono, ma al disotto di ogni originalità nel
dolore, al di fuori di ogni modernità nell'opera.
Di lui non una parola prima fu nunziatrice di un pensiero di guerra o
di pace; non una idea trasparì dal suo silenzio come un lampo di calura
nel fondo delle notti estive, una fiamma improvvisa sul fianco lacerato
di un vulcano.
La sua più preziosa qualità è di essere rimasto quale nacque: un
contadino di villaggio, docile ed ostinato, capace di imparare il
comando nell'obbedienza a qualunque superiore, senza averne il segreto
in sè stesso; semplice e furbo, colto soltanto sino alla decenza,
spontaneamente onesto, inetto alle grandi ambizioni per la povertà
dell'ingegno e la mediocrità del cuore.
Ma in lui, per lui, con lui trionfano i piccoli e gli umili: è Riese
che domina Roma, è un contadino che si alza sui re, un ignaro che
sovrasterà ai sapienti, un galantuomo che sarà diventato imperatore
senza averlo nemmeno desiderato.
Basterebbe questo alla gloria del papa e del papato.
E io penso al vinto, al cardinale Rampolla principe di Tindaro, entrato
quasi papa nel conclave e uscitone meno che cardinale.
Egli aveva voluto la tiara, con lunga, muta, tragica passione: il
suo volto ne portava già le tracce, e adesso non ne perderà più le
stigmate. Per venti anni egli si era quasi annullato dietro Leone
XIII, al quale prestava tutto, dal pensiero all'accento: aveva regnato
e governato fra una lotta senza requie e senza pietà, preparando
nell'ascensione del papato la propria elezione a pontefice.
La sua misura era apparsa ammirabile ai più diversi politici e ai più
rudi avversarii: chiuso nella propria idea come in una rocca, vi teneva
prigioniera la propria ambizione e vi accumulava tutte le armi: odiato
sapeva odiare senza colpire, eleggere un amico in un cliente, accettare
nell'alleato il nemico.
Egli era un forte, dei pochissimi, nei quali l'ambizione diventa
castità anche nel pensiero.
Dopo Waldek-Rousseau, il più temibile parlamentare d'Europa,
sopportò Combes e la violenza aggressiva, stonata, tonante della sua
persecuzione, senza che una parola o un atto tradissero in lui il
rancore del prete, o l'impazienza dell'avversario. Non voleva perdere
la Francia nel conclave, e non la perdette. Invece perdette il papato.
E sarà stata tragicamente bella questa suprema battaglia fra il novizio
e il veterano, il contadino e il principe, l'aristocratico dell'ingegno
e il democratico nel carattere, fra Rampolla e Sarto: un candidato, che
non poteva vincere perchè troppo temuto prima, un elettore che doveva
essere eletto appunto perchè era soltanto un elettore.
Ma i giornali, che hanno inventato a quest'ora tante parole dialettali
per comporre i lineamenti psicologici del nuovo papa, non poterono, nè
prima nè poi, sfondare il silenzio del cardinale non più segretario.
Quel silenzio, come il suo volto, aveva la cupa impenetrabilità del
bronzo.
Ed egli tace ancora.
Domani forse, se muoia quel nonagenario arcivescovo di Palermo,
che nemmeno per l'infermità degli anni potè recarsi al conclave, lo
manderanno là per non vedere la sua ombra, per non sentire il suo
silenzio.
Altri occuperà quel seggio, che egli tenne con tacito onore venti anni:
non importa: i vinti debbono tacere. E adesso è solo.
Ma fossi pure unico in Italia, io m'inchino da lungi, in una solitudine
forse più deserta, davanti alla grandezza della sua sconfitta, alla
superbia del suo silenzio.
12 agosto 1903.
SCAGNOZZI E CAGNOTTI
Nell'atrio del tempio, per la grande festa pasquale, Gesù brandì in un
impeto di collera divina la corda a cacciare i mercanti.
Pio X leva adesso la scopa, con gesto iroso, sugli scagnozzi che
sporcano le vie di Roma colle ombre della loro miseria. E minaccia
l'espulsione dalla città sacra, sulla quale il gran tempio cattolico
alza la cupola enorme e al disopra di essa la piccola croce, simbolo di
redenzione a tutti i poveri, agli abbandonati della vita, ai naufraghi
del dubbio, ai superstiti della tragedia, agli erranti convenuti da
presso e da lungi, stranieri di lingua e di razza ma fratelli nella
mendicità dell'anima e del corpo, che si ostinano a credere e a
sperare.
Nessuna povertà pari alla loro, nessun abbandono più lugubre. Questi
scagnozzi, pei quali la satira popolare inventò il nome, sono preti
senza chiesa: avevano già per essa abbandonata la propria casa, e
la chiesa dovette rigettarli sulla strada, vagabondi senza meta,
condannati senza giudizio, perduti per tutti, anche per sè stessi,
perchè il prete senza cura è peggio del medico senza ammalati. Debbono
vivere soltanto della messa, questo magnifico poema anonimo, ma la sua
celebrazione non basta colla poca elemosina a nutrirli. I paramenti
sacri, coi quali montano all'altare, diventano un abito di maschera, la
rappresentazione divina del sacrificio un espediente per la colazione
sotto le volte di una cappella spesso dorata, con dietro gli scherni
di un chierico, il quale sotto i ricami della pianeta vede le toppe
della veste, come Aristippo vedeva la superbia di Antistene attraverso
i buchi del suo mantello da cinico.
I devoti frenano a stento i sorrisi, gli altri preti lo tengono con un
altro sorriso a distanza e nemmeno i migliori osano con esso la parità
di trattamento, perchè lo scagnozzo è sempre un po' colpevole. Vinto
dalla miseria, che non ha saputo accettare facendosene una virtù, ne ha
addosso le stigmate ripugnanti: disceso al mestiere ne porta seco il
lezzo e non sa più mondarsi: doveva essere il consolatore dei poveri,
ed è un povero che fa concorrenza a tutti gli altri, inguaribilmente
altero del proprio grado, che lo isola fra gli uomini, disilluso sulla
carità del sacerdozio, accattone divenuto incredulo nella disperazione
e costretto a parlare di fede dalla speranza di una impossibile
elemosina.
A Roma lo scagnozzo è come immerso nella gloria e nella potenza del
clero: la religione, che lungi era una dote dell'anima, a Roma è un
fatto politico: le file della gerarchia vi sono così serrate, che chi
non può entrarvi non vi appartiene: le virtù del cuore non contano,
quelle dell'ingegno rientrano sotto la legge del valore commerciale,
e lo scagnozzo non è l'operaio a spasso, ma il professionista senza
clienti, peggio ancora, il solo professionista che non possa mutare
professione.
Quindi tutto in essa si ritorce contro di lui: i superiori lo guardano
troppo dall'alto e lo trattano come un disertore; gli uguali lo
scansano per non compromettersi; gli inferiori, se pure ve ne sono,
si vendicano su lui di tutto ciò che li offende nelle sfere dominanti;
egli è il paria, che avendo rinunciato al mondo degli uomini per quello
di Dio, è rimasto alla porta di entrambi e deve annusare da lungi
colla stessa malinconica avidità gli odori degli incensieri e delle
casseruole. La sua fame è un motivo di satira, e la sua umiltà di
sospetto: non si può concedergli nulla, perchè ha bisogno di troppo:
non compatirlo, perchè si dovrebbe accettarlo: non accettarlo perchè la
sua domanda è instancabile dopo qualunque risposta. Così lo scagnozzo,
non avendo casa, non ha chiesa: non si sa come viva, nè, malgrado i
certificati, donde venga davvero e perchè sia venuto. Un dramma segreto
è in ognuno di essi: qualche sventura che colpì, qualche passione
che scoppiò: il loro racconto è pieno di favole e di menzogne come
quello di tutti gli erranti, ma il loro rancore sale da più oscure
profondità. Sentono che la propria miseria disonora la ricchezza
e la dignità del clero, il quale, invece, ne rimane impassibile;
sentono di essere inferiori al proprio grado, inferiori alla comune
dignità degli uomini, senza altra uscita che in alto, ma nessuna luce
discende verso di loro. Eppure non sanno più andarsene: dove andrebbero
infatti? Il prete è un soldato, al quale è necessario, come a tutti, un
reggimento e una caserma: sbandati, gli scagnozzi non possono riunirsi
a bande: sognavano a Roma una rivincita, e non vi trovarono nemmeno la
battaglia: non hanno più bandiera e debbono conservare l'assisa.
A che riusciranno le minacce del papa? Cacciare gli scagnozzi non vuol
dire sopprimerli, giacchè cacciati tornerebbero. È il flusso della vita
che li gitta a Roma, come quello del mare gitta gli avanzi alla sponda,
se di ogni naufragio qualche cosa resta, che torna alla terra indarno.
Questi rifiuti indefinibili nella forma e nel colore sono i più
difficili alle investigazioni della scienza e dell'arte; se ne veggono
in tutte le classi e in tutte le strade, non commuovono quasi mai la
pietà. La gente passa oltre. Dove, come finiscono i vecchi soldati, i
vecchi comici, tutti coloro che non ebbero nè casa, nè famiglia, e non
poterono uscire mai dal loro mestiere?
Dove vanno tutti gli erranti?