E Forlì aveva preparato loro, col _Guglielmo Tell_ un altro incanto

antico di visioni e di suoni nel capolavoro di Rossini, un romagnolo,

che non volle mai esserlo, e al quale la Romagna, così povera di figli

illustri, si ostina ancora con irritata vanità a volere essere madre.

Certamente nella sua natura e nella sua opera di maestro non sono

visibili le tracce dello spirito romagnolo, nè per le buone qualità nè

pei grandi difetti: e se nacque a Lugo e invece nel testamento elesse

Pesaro ad erede, probabilmente non vi fu ingratitudine nel primo caso

e gratitudine nel secondo, giacchè egli, malgrado gli argomenti e i

titoli dei melodrammi, non aveva mai sentito lo spasimo delle passioni

patriottiche, che purificavano l'anima nazionale nell'alba del secolo

scorso. Rossini era di quegli artisti, nei quali la testa è tutto il

corpo e tutta l'anima, e si fanno ammirare anzi che amare, compiono

forse una rivoluzione ma non ne attingono il fondo, determinano più

una moda che una scuola, sapendo troppo bene la scienza del mondo

per compromettere contro di esso i trionfi del presente nel sogno

di una più eccelsa immortalità. La sua vena melodica era ricca, ma

non gli vietava di assimilarsi, magari col furto, le gemme più belle

di altri scrittori; la costruzione scenica gli riusciva facile e la

sbarazzò di molti vecchiumi senza liberarla abbastanza dalle inutili

convenzioni; sapeva che la voce umana sarà sempre il migliore di tutti

gl'istrumenti orchestrali e invece, togliendole la propria umanità, le

impose troppo spesso nei gorgheggi e nei trilli le esasperanti abilità

degli istrumenti; avrebbe potuto maneggiare l'orchestra al pari che

Napoleone, cui fu paragonato, un esercito, e non ne abusò, come più

tardi i suoi successori e nemici, sepellendovi dentro quasi tutto il

dramma; adorava la musica, non aveva per sè stesso altro linguaggio, ma

non delirò dietro di essa fantasticando di potervi esprimere i segreti

del pensiero e precisare davvero le antitesi della tragedia.

Dopo di lui il melodramma pretese di essere un dramma, nè oggi ancora

questa pretesa è caduta dalla moda teatrale e dalla credulità del

pubblico.

Rossini somigliò a Goethe nell'olimpica indifferenza verso il mondo e

nella padronanza sugli argomenti prescelti: e se naturalmente questo

è troppo maggiore di quello e la musica per essere senza pensiero non

può veramente rivaleggiare colla poesia, in entrambi la rivoluzione

artistica si compiè senza spasimi, e i loro capolavori non ebbero

abbastanza passione per commuovere ancora le generazioni seguenti.

Consacrati dalla gloria, adesso sono letti più per studio che per

piacere, insegnano l'arte meglio che non rivelino l'anima, hanno

l'equilibrio sapiente delle misure, non sono e non saranno forse mai

vecchi, perchè non espressero tutta la vita del loro tempo, non furono

come dei roghi, nei quali i cuori venissero a gettarsi per ardere e le

menti per illuminare.

Tutta la passione di Goethe bruciò nel _Werther_, tutto lo scetticismo

di Rossini scintillò nel _Barbiere di Siviglia_, ma nei drammi eroici

dell'uno e dell'altro nel _Goetz di Berlichingen_ e nel _Guglielmo

Tell_, nel _Tasso_ e nell'_Otello_, nella _Ifigenia_ e nel _Mosè_, nel

_Conte di Egmont_ e nella _Semiramide_, la passione eroica non attinse

nè le cime antiche nè le moderne, la scena fu più ampia che profonda,

la coscienza non vi lacerò i propri veli come in Shakespeare, non fu

rivelazione umana e divina come in Dante.

Così cerchereste indarno, fra i motivi melodici di Rossini, il dolore

di Bellini, la melanconia di Donizetti, lo spasimo convulso di Verdi:

più di essi è forse sicuro nel dominio della frase, più fertile nel

suo sviluppo, originale negli spunti e nelle conclusioni; ma i suoi

personaggi amano e odiano con minore intensità, i loro gridi non

tagliano come spade, la loro morte non lascia in noi, colla simpatia

della pietà, lo stesso terrore del mistero. Quindi nel meriggio della

virilità e sulla vetta della gloria tacque per quarant'anni in un

sapiente silenzio interrotto soltanto dai lazzi della conversazione,

mentre sentiva forse con amara tristezza superata l'opera propria. Che

se potè ridere alle deviazioni dei nuovi avversari, i quali domandavano

alla musica ciò che la musica non può dare, la grande passione

poetica e musicale del secolo decimonono dovette indubbiamente passare

attraverso il suo tramonto come un uragano sanguigno e rutilante, che

scomponeva tutti i paesaggi mutandone persino le voci.

Allora il suo egoismo di uomo e di artista egualmente esauriti tremò

sotto la maschera scettica, e il vecchio maestro cadde troppo tardi per

rialzarsi chiedendo alla passione le supreme rivelazioni della vita.

Bellini, Donizetti, Chopin, Schumann, invece, ne erano morti; Wagner

errava ancora come un bandito, Berlioz delirava nell'abbandono, Verdi

restava solitario e triste nel trionfo, e Bizet, l'ultimo originale

ingegno del teatro francese, si preparava a morire sotto la sconoscenza

del pubblico.

Eppure nel _Guglielmo Tell_ Rossini raggiunse quasi il capolavoro,

e tale sembrerebbe ancora oggi, attraverso tanto mutamento di mode

teatrali, se nella sua musica la passione fosse più viva. Viva parve

allora alla folla e agii eletti, che amavano la patria assai più di

una donna, mentre l'eroico amore era punito atrocemente da tirannidi

indigene e straniere; viva la dissero i poeti e la temettero coloro,

pei quali la risurrezione dell'Italia avrebbe fatalmente segnata

l'ora della morte. Oggi, invece, il melodramma nella sua compostezza

classica appare freddo, pur riattirando col fascino di una novità le

orecchie e le anime affaticate dai garbugli sinfonici e drammatici,

che occupano ancora la scena moderna e pretendono di fare nella musica

una rivoluzione superiore alla musica stessa. Ma essa non sarà mai

che il linguaggio del sentimento, al di là della parola, quando lo

spirito vibra d'indicibili emozioni negli spasimi di un dramma vero o

immaginario: sarà la lingua universale, che accorda i cuori accomunando

gioie e dolori, ritmi e canti sul teatro, nell'illusione di una favola

che non può superare nei propri personaggi il pretesto del cantare

stesso. Quindi il loro canto consolerà tutti nella folla, appunto

perchè ognuno potrà appropriarselo come un motivo impersonale.

Rossini, che lo sapeva, si vantava di poter musicare anche la lista

della lavandaia, mentre oggi pubblico e critici, quando la musica di

un'opera è fallita, accusano il libretto.

Il grande scettico non musicò poi quella lista, ma avrebbe potuto farlo

con un motivo bello, perfettamente estraneo alle parole come nel suo

famoso _Stabat Mater_. Che importa se la tragica e originale ode della

nuova poesia latina non vi è espressa?

Anzitutto la musica non avrebbe potuto significare la tragedia del

Golgota: poi quel motivo è bello, e il pubblico ascoltandolo pensa

a tutto fuorchè al dolore della Madonna, si commuove, applaude ed ha

ragione.

Tanto peggio per chi non lo crede.

27 settembre 1902.

LA VOCE

Ancora mi canta nell'anima come un'eco della giovinezza dileguata,

quando da ogni fiore delle siepi ci giungeva sulla strada un saluto,

e via pel cielo, tra il volo traballante delle libellule, fuggivano

agitando i diafani veli misteriose ed inafferrabili visioni.

Ricordate nella _Massimilla Doni_ di Balzac, il vecchio romanzo,

quel patrizio anche più vecchio, che nella inconsolabile malinconia

del tramonto veneziano senza gloria nè di arte nè d'impero si era

rifugiato dentro la musica, e anche lì, inseguito da tutte le vanità e

le insufficienze della vita, non amava, non chiedeva più che l'accordo

di due note, la fusione di due voci? Mai forse il grande romanziere

trovò simbolo più semplice e profondo della miseria spirituale, e

la significò in un più originale fantasma. Tutto passa, e le ombre

dileguano come le figure: tutto stanca, anche la bellezza che ci

accendeva le pupille, anche l'amore che ci sollevava nella speranza

della felicità, anche la gloria che ci prometteva la tirannia del

comando nella solitudine della ammirazione.

Ogni vino più puro lascia una goccia fecciosa nel fondo del bicchiere:

ogni illusione ci domanda il proprio prezzo in un disinganno; la donna

che pareva il fiore della nostra vita, non può diventarne il frutto;

la ricchezza, che era un frutto, maturando si guasta, e guasta quasi

sempre anche la nostra anima.

E allora come un pellegrino, che la strada ha ingannato ed esaurito,

l'anima cerca tra le ombre cadenti della sera, mentre il pianto della

rugiada inumidisce già le ciglia dei fiori e gli uccelli si gittano

spauriti gli ultimi saluti dalle frondi, qualche cosa o qualche figura,

alla quale domandare un conforto di compagnia nella notte imminente.

Accade per tutti così: siamo tutti dei naufraghi, che perdemmo la riva

e la nave: siamo tutti degli esuli dalla giovinezza, che ci trattò

come Firenze fece con Dante: siamo tutti dei vinti, che la sconfitta

dimenticò sul campo di battaglia.

Come quel vecchio patrizio veneziano, ritrovato da Balzac dentro la

propria fantasia di creatore, e che, stanco dell'antico palazzo troppo

pieno di memorie, si era rifugiato in un bugigattolo, e gittando

alle più fresche ed illustri cantatrici il proprio danaro non trovava

l'ultima consolatrice sensazione che nell'accordo di due violoncelli,

tutta la gente, che dura e non può anco rivivere, cerca in un'unica

sensazione un riparo e una stazione alla vita. Gli altri le chiamano

manie, e sono invece avanzi di abitudini, frammenti di una qualche

speranza o di una fede, o di un vizio o di una virtù. Perchè bevono

così i vecchi bevitori? Domandatelo a Baudelaire. Perchè le etère

invecchiate riparano in chiesa? Perchè le bigotte si nascondono quasi

in una sola e solitaria devozione?

Naufraghi e naufragi: bisogna illudersi ancora e sempre, sino

all'ultimo momento, e anche dopo, giacchè questa necessità di speranza

e di fede varca il limite pauroso e s'avanza per cieli ignoti, dietro

fantasmi inconoscibili, all'accenno di un raggio arcano, all'eco di

una voce anche più misteriosa. Qualunque sia l'essenza e il segreto

della musica, questa arte suprema dello spirito, che parla ultima in un

linguaggio intraducibile; comunque i suoi ultimi grandi tiranni abbiano

potuto fantasticare ed errare chiedendole la rivelazione del dramma ed

imponendole le necessità pittoresche della descrizione, questo almeno

rimane ben certo che nel nostro tempo nessuna arte è così universale

come la musica e in essa niente e nessuno più invocato ed amato di un

cantante.

Quando Wagner, ingannando ed ingannandosi, per trasportare il

dramma nell'orchestra riduceva il cantante a non esserne più che un

istrumento, il mondo applaudiva Wagner e decuplicava le paghe ai più

illustri tenori, pagando in perle e in diamanti i soprani, ai quali

popoli e re s'inchinavano; i teatri soltanto erano convegni davvero

pubblici, mentre accademie ed esposizioni apparivano, quali erano,

avanzi di scuole e preparazioni di mercati. Nel secolo decimonono la

Patti ha regnato meglio di qualunque imperatrice, e Masini passò nella

luce abbacinante di un lungo trionfo, dietro al quale, oggi ancora,

palpitano le più intense memorie, risorgono le illusioni dei cuori

invecchiati e delle fantasie deserte.

Soltanto la voce umana ha questo potere misterioso di darci al tempo

stesso l'oblio ed il sogno; nessun istrumento dal petto di legno

o dalla gola di metallo, solitario o sostenuto da altri, può, come

la voce umana, rivelare le ineffabili emozioni della nostra anima,

sollevandoci nel mistero superiore alla nostra vita, o tuffandoci

negli abissi, dai quali il pensiero si ritrae o risale muto. Oggi

ancora che le paghe dei cantanti gloriosi sono così diminuite, nessuna

assemblea orchestrale è pagata come un tenore: perchè? Voi ascoltate

attentamente un'orchestra, e sognate invece dietro la voce di un

tenore. E non il suo talento di attore, quasi sempre fin troppo scarso,

non la perfezione tecnica della sua gola, agiscono sul vostro spirito

destandone i sogni, che s'involano lungi tra ombre e trasparenze, tra

fantasmi e simboli, tra brividi di stelle e di lagrime, ma è la sua

voce soltanto, che desta echi misteriosi nel nostro cuore; è il suo

accento che ci scuote coi brividi dell'inesprimibile; è la sfumatura

di una sua sillaba, forse di una vocale, che ci avvolge e ci rapisce,

dentro un velo di luce o di ombra, lungi dalla vita che opera, nella

vita che sogna, lontano e in alto, dove le stelle ascoltano guardando

e le preghiere salgono più lievi che l'aroma dei fiori.

E voi avete sognato. Chi era quel tenore? Che importa saperlo, se egli

stesso non sa il proprio potere e probabilmente lo suppone in qualche

abilità acquisita collo studio? Chi era il personaggio del quale

portava i panni ed il nome nella falsità inutile ed inconsolabile di un

melodramma? A che pro chiederlo? La musica non può avere drammi, perchè

è soltanto la lirica della lirica, la voce, il canto impersonale ed

universale dello spirito.

Adesso il pubblico sembra tornare verso l'arte antica, dopo tanto

bizantineggiare di teoriche musicali, attratto dalla nostalgia del

canto, e il pubblico ha ragione.

Morire, dormire... sognare, forse, dice Amleto: sognare, sognare

soprattutto, ecco la misericordia della musica verso di noi: ecco la

gloria del cantante, che colla sua voce aduna i sogni e li solleva

dall'anima della gente.

E anch'io ho sognato ieri sera nel piccolo teatro della mia città,

ascoltando Masini forse per l'ultima volta.

Era un sogno soltanto? Ebbene, sarà stato breve, incerto come tutti

i sogni. Quella voce talvolta non pare più la stessa, giacchè qualche

cosa si ruppe recentemente nell'anima dell'artista e il suo cuore si

lacerò: adesso egli è più solo nella vita. Ma canta sempre. La sua

dizione, il suo accento, la sua voce ripetono l'antico incanto: le

nostre memorie risuscitano, ci sentiamo nel passato, superbi, vibranti;

egli è ancora l'incantatore delle anime, preso anch'esso come noi

nell'incantesimo, e non sa più sè stesso.

Può quindi bastare un tremito a dissipare il bel sogno, un velo che

gli ondeggi sul cuore, una lagrima che sia rimasta sopra una parola;

e qualche cosa ci trema dentro come in un brivido d'incertezza, in

un dubbio breve di noi e di lui, quasi nell'angoscia di un risveglio:

ma una sillaba squilla improvvisamente superba, un gruppo di note si

effonde trionfale in una invocazione, e il sogno prosegue nell'incanto

dietro l'incantatore.

L'arte è così, niente altro che un sogno.

Insino a qual giorno canterà Masini?

Non lo so, ma quando i giornali annunzieranno il suo ritrarsi

dall'arte, un silenzio cadrà sulle anime: poi da tutte,

involontariamente, come da un coro, risalirà il saluto di _Lohengrin_,

scendente al sacrificio terreno, saluto dolcissimo e mesto:

Mercè, mercè, cigno canor...

20 giugno 1902.

III

AD LIMINA MORTIS

SOGGEZIONE

Non è un poeta.

Indarno Gabriele D'Annunzio in una sua fulgente visione ha creduto di

mostrarcelo avvolto fra le pieghe misteriose di una vecchia profezia:

_Moriturus cithara tradit._ Il bianco vegliardo mandando a Teodoro

Dubois, maestro francese, un'ultima ode perchè la rivesta di note e

tutto un coro di voci femminili, malgrado l'antico divieto rituale, la

canti nel magnifico duomo di Reims, non ha deposto finalmente la cetra

vinto dalla suprema stanchezza della vita. Ancora, se la morte non

suggelli le sue labbra pallide, scandirà in versi latini le preghiere

abituali senza che un soffio di poesia le sollevi trepidamente verso

quel Dio, così alto e così umano, che egli può credere di rappresentare

sulla terra. Avviene di lui come di altri, che la longevità sembra

ingrandire in una mirabile prospettiva sempre più profonda ad ogni

anno, mentre nel continuo occaso della vita le più radiose figure si

oscurano ogni giorno e tramontano dimenticate quasi prima che vanite.

E poeti come Gabriele D'Annunzio sognano di lui davanti alla immensa

mole dei palazzi apostolici, sotto i fastigi maestosi di questa città

ideale, così affollata di tutte le bellezze morte, alla cui porta

vigilano ancora gli svizzeri del cinquecento: una città costrutta dal

papato, adesso cinta da un assedio invisibile, silenziosa ed operosa

nel segreto di una rinnovazione come un sepolcro. Quel vecchio papa,

che sembra tuttavia da essa imperare al mondo delle coscienze, quasi

disseccato dalla vecchiezza, ma col pensiero sempre acceso come

una lampada sacra, adorato dai credenti, riverito dagli increduli,

dirigendo ancora la secolare marcia convergente del cattolicismo

attraverso tutte le nazioni, e interrompendo tratto tratto gli ordini

brevi per levare un inno alla Vergine, è una figura simbolica, troppo

prestigiosa nella sua unicità, perchè la fantasia delle genti e dei

poeti non ne sia scossa. E nessun'altra potrebbe essere più ideale, se

dentro al suo simbolo fossero l'uomo e il poeta.

Invece, dell'uomo nessuna grandezza di pensiero appari dalla sua vita

di oramai un secolo, quando prete, vescovo e poi cardinale, poteva

appunto nella minore importanza degli uffici meglio significare

la propria originalità fra tante battaglie di idee religiose e

scientifiche e la lunga agonia del papato, assalito da tutte le nuove

forze democratiche, abbandonato da ogni più antica autorità. Mai come

in questo secolo, dentro e fuori del cristianesimo, la tragedia dello

spirito religioso trovò più solenni atteggiamenti, proruppe in parole

più penetranti. Mentre la storia, con una delle solite ironie, sembrava

aver voluto mettere nell'ultima ora del papato una comica bonarietà

colla figura di Pio IX, sempre sorridente fra le catastrofi e, nella

propria incapacità di comprenderle, così pronto a dissolverle in una

barzelletta, qualcuno poteva di mezzo all'episcopato significare il

nuovo spirito cattolico per opporlo alla trionfale grandezza dell'idea

democratica. Il papato, cessando di essere un piccolo regno, doveva

rinnovare il proprio immenso impero: un'altra interpretazione, nuovi

modi di guerra, campi sconosciuti di battaglie, armi e difese originali

si imponevano giorno per giorno: il papa prigioniero nel Vaticano

doveva al mondo la formula di un'altra libertà; in lui inerme l'istinto

delle moltitudini cercava l'interprete di una nuova pace, alla quale le

ultime inevitabili guerre avrebbero servito di prologo.

Ma Leone XIII non sentì di aprire un'èra nella storia papale; prete

e professore, il suo pensiero non era uscito dall'angustia del

vecchio seminario; vescovo, di fronte alla rivoluzione italiana che

cancellava e rinnovava, indietreggiò nella senile reazione di tutto

l'episcopato; pontefice, pur dovendo serbare l'affermazione del

proprio regno distrutto, non seppe levarsi più alto di tutte le contese

politiche diventando la voce della giustizia divina, mentre le plebi,

nell'angoscia della loro nuova coscienza cittadina, disertavano la

chiesa e si addensavano sotto i vessilli di un'altra giustizia atea

a reclamare minacciose il loro diritto sovrano alla interezza della

vita. Eppure un soffio, un moto investivano papa e papato sollevandoli;

nazioni avverse lo chiamavano arbitro ad impedire nuove guerre,

moltitudini di anime, gelate dall'orrore di un disgregamento sociale,

gli ridomandavano il verbo della fede, la certezza della speranza.

Gl'Irlandesi sanguinanti nello sforzo indarno eroico di rivolta contro

l'Inghilterra, lo invocarono, ed egli stette per l'impero anglicano

contro l'autonomia cattolica: gli Armeni furono trucidati a centinaia

di migliaia dalle selvagge soldatesche turche, ed egli non si ricordò

che altri pontefici, minori di lui nell'impero e più pericolanti nel

regno, avevano bandito le crociate.

Dinanzi ai nuovi eserciti socialisti non riordinò alcuna milizia

degli ordini monastici, così varii ancora e così forti: volle forse

la recente calata dei clericali italiani, e non ne scrisse nemmeno il

proclama e non anco consegnò le bandiere.

Ma gli anni, disseccando giorno per giorno la sua vita, le

diedero un'austera apparenza di santità; la viridezza delle forze

permettendogli ancora di presentarsi ai pellegrini e di compiere i

riti in tutta la loro pompa più magnifica, preparò nell'ammirazione

di questo caso fisico e nel rispetto istintivo dell'altissimo grado,

il prestigio di un miracolo, che le profonde illuminazioni dell'idea

religiosa rendono sempre più efficace. Adesso una soggezione inchina

a lui le anime, gli si suppone grande il pensiero, invitto il cuore,

splendente la fantasia. Si finge di non sapere che egli è appena

un'insegna bianca da altri sollevata tratto tratto agli occhi del

mondo, che i suoi ordini hanno solamente la sua firma, che tutti

i vecchi vissuti sempre nella segregazione dal mondo sono presso a

poco così santi, e che il suo pontificato resterà senza carattere

nella storia come la sua poesia è senza accento nella vita. Gregorio

XVI è ancora l'ultimo papa, nel quale il pensiero abbia brillato e

l'opera reazionaria serbata l'impronta di persona viva: di lui resta

un libro e la memoria che papa e re non ebbe un dubbio, e combattè

tutta la modernità, senza patteggiare, rigido come una statua, altero,

intrattabile, non vinto.

Oggi ad un grande papa abbisognano grandi iniziative; il cattolicismo

nella sua guerra dovrà assimilarsi tutta la democrazia, o sarà vinto

senza combattere colla più umiliante preterizione.

Se nella profezia, esumata da Gabriele D'Annunzio, il successore di

Leone XIII _alta ascendet, numine sacro afflatus, carminibus rincet_,

non sarà il papa apollineo, un suonatore di cetra, come si compiace

di sognarlo il simbolico poeta; ma una mente così alta ed originale da

levarsi rapida e sicura alle vette più combattute del nostro pensiero,

una guida così audace da trovare una strada fra l'intrico dei sentieri,

che ormai imprigionano come in un labirinto la coscienza del mondo; i

poeti lo canteranno forse coll'entusiasmo di trovatori, riempiendo la

sua via e incoronando di rime la sua vittoria, senza che alcuno tra

essi riprenda la cetra di Leone XIII.

Questi non è un poeta. Solamente la soggezione a tutte le figure

d'impero anche rovesciate o morte, che nei nostri spiriti rivela

soprattutto il difetto di alta ingenuità, può oggi farlo credere tale,

perchè ancora scandisce distici in un'età, nella quale la lingua per

solito è già morta dietro le labbra aride.

Verdi è stato creduto un genio dopo l'_Otello_ ed il _Falstaff_, così

men belli del _Rigoletto_, solamente perchè seguitava a scrivere quando

i pochi, che lo avevano sempre superato, erano già morti: Carducci

conquistò l'unanimità dell'ammirazione nazionale colle ultime liriche

della sua evoluzione monarchica, che saranno dimenticate.

Ricordo ancora il compiacimento di Marco Minghetti, l'ultima volta

che lo vidi nella sua villa di Mezzarata, nel dirmi che il grande

poeta, allora sospetto tuttavia di iracondia ghibellina, aveva dimesso

il pensiero di scrivere un articolo sui carmi di Leone XIII. Avevo

fatto colazione con lui, solo, nella modesta saletta; fuori una

nebbia gocciolava sugli alberi, e dai vetri chiusi della finestra si

sentiva il freddo umido dell'aria. L'illustre vecchio era già vinto

dalla malattia, che doveva ucciderlo pochi mesi dopo. Mi aveva parlato

trepidando dei pericoli, che lo scatenarsi delle nuove idee socialiste

poteva far correre al governo rinnovando le ostilità repubblicane, ed

era contento che Carducci, l'ultimo e il massimo dei convertiti alla

monarchia, sentisse la necessità del rispetto anche alle poesie di

Leone XIII.

Ma poichè non era egli stesso senza un fine senso letterario, vedendomi

sorridere, soggiunse con quell'accoramento dei vecchi, i quali non

sanno oramai a che rattenersi:

— Lo so, lo so che Leone XIII non è un poeta.

10 gennaio 1899.

IL PAPATO

Mentre le preghiere salgono ancora da milioni di cuori per l'anima del

morto pontefice, come un ultimo spirituale incenso della sua vita così

pura, e nel segreto del Vaticano si armano le mute rivalità dei nuovi

pretendenti, il pensiero si rivolge a guardare lungi nei secoli la

lunga, tempestosa, trionfale storia del papato.

Fuochi di bivacco · 第 4 / 21 段