antico di visioni e di suoni nel capolavoro di Rossini, un romagnolo,
che non volle mai esserlo, e al quale la Romagna, così povera di figli
illustri, si ostina ancora con irritata vanità a volere essere madre.
Certamente nella sua natura e nella sua opera di maestro non sono
visibili le tracce dello spirito romagnolo, nè per le buone qualità nè
pei grandi difetti: e se nacque a Lugo e invece nel testamento elesse
Pesaro ad erede, probabilmente non vi fu ingratitudine nel primo caso
e gratitudine nel secondo, giacchè egli, malgrado gli argomenti e i
titoli dei melodrammi, non aveva mai sentito lo spasimo delle passioni
patriottiche, che purificavano l'anima nazionale nell'alba del secolo
scorso. Rossini era di quegli artisti, nei quali la testa è tutto il
corpo e tutta l'anima, e si fanno ammirare anzi che amare, compiono
forse una rivoluzione ma non ne attingono il fondo, determinano più
una moda che una scuola, sapendo troppo bene la scienza del mondo
per compromettere contro di esso i trionfi del presente nel sogno
di una più eccelsa immortalità. La sua vena melodica era ricca, ma
non gli vietava di assimilarsi, magari col furto, le gemme più belle
di altri scrittori; la costruzione scenica gli riusciva facile e la
sbarazzò di molti vecchiumi senza liberarla abbastanza dalle inutili
convenzioni; sapeva che la voce umana sarà sempre il migliore di tutti
gl'istrumenti orchestrali e invece, togliendole la propria umanità, le
impose troppo spesso nei gorgheggi e nei trilli le esasperanti abilità
degli istrumenti; avrebbe potuto maneggiare l'orchestra al pari che
Napoleone, cui fu paragonato, un esercito, e non ne abusò, come più
tardi i suoi successori e nemici, sepellendovi dentro quasi tutto il
dramma; adorava la musica, non aveva per sè stesso altro linguaggio, ma
non delirò dietro di essa fantasticando di potervi esprimere i segreti
del pensiero e precisare davvero le antitesi della tragedia.
Dopo di lui il melodramma pretese di essere un dramma, nè oggi ancora
questa pretesa è caduta dalla moda teatrale e dalla credulità del
pubblico.
Rossini somigliò a Goethe nell'olimpica indifferenza verso il mondo e
nella padronanza sugli argomenti prescelti: e se naturalmente questo
è troppo maggiore di quello e la musica per essere senza pensiero non
può veramente rivaleggiare colla poesia, in entrambi la rivoluzione
artistica si compiè senza spasimi, e i loro capolavori non ebbero
abbastanza passione per commuovere ancora le generazioni seguenti.
Consacrati dalla gloria, adesso sono letti più per studio che per
piacere, insegnano l'arte meglio che non rivelino l'anima, hanno
l'equilibrio sapiente delle misure, non sono e non saranno forse mai
vecchi, perchè non espressero tutta la vita del loro tempo, non furono
come dei roghi, nei quali i cuori venissero a gettarsi per ardere e le
menti per illuminare.
Tutta la passione di Goethe bruciò nel _Werther_, tutto lo scetticismo
di Rossini scintillò nel _Barbiere di Siviglia_, ma nei drammi eroici
dell'uno e dell'altro nel _Goetz di Berlichingen_ e nel _Guglielmo
Tell_, nel _Tasso_ e nell'_Otello_, nella _Ifigenia_ e nel _Mosè_, nel
_Conte di Egmont_ e nella _Semiramide_, la passione eroica non attinse
nè le cime antiche nè le moderne, la scena fu più ampia che profonda,
la coscienza non vi lacerò i propri veli come in Shakespeare, non fu
rivelazione umana e divina come in Dante.
Così cerchereste indarno, fra i motivi melodici di Rossini, il dolore
di Bellini, la melanconia di Donizetti, lo spasimo convulso di Verdi:
più di essi è forse sicuro nel dominio della frase, più fertile nel
suo sviluppo, originale negli spunti e nelle conclusioni; ma i suoi
personaggi amano e odiano con minore intensità, i loro gridi non
tagliano come spade, la loro morte non lascia in noi, colla simpatia
della pietà, lo stesso terrore del mistero. Quindi nel meriggio della
virilità e sulla vetta della gloria tacque per quarant'anni in un
sapiente silenzio interrotto soltanto dai lazzi della conversazione,
mentre sentiva forse con amara tristezza superata l'opera propria. Che
se potè ridere alle deviazioni dei nuovi avversari, i quali domandavano
alla musica ciò che la musica non può dare, la grande passione
poetica e musicale del secolo decimonono dovette indubbiamente passare
attraverso il suo tramonto come un uragano sanguigno e rutilante, che
scomponeva tutti i paesaggi mutandone persino le voci.
Allora il suo egoismo di uomo e di artista egualmente esauriti tremò
sotto la maschera scettica, e il vecchio maestro cadde troppo tardi per
rialzarsi chiedendo alla passione le supreme rivelazioni della vita.
Bellini, Donizetti, Chopin, Schumann, invece, ne erano morti; Wagner
errava ancora come un bandito, Berlioz delirava nell'abbandono, Verdi
restava solitario e triste nel trionfo, e Bizet, l'ultimo originale
ingegno del teatro francese, si preparava a morire sotto la sconoscenza
del pubblico.
Eppure nel _Guglielmo Tell_ Rossini raggiunse quasi il capolavoro,
e tale sembrerebbe ancora oggi, attraverso tanto mutamento di mode
teatrali, se nella sua musica la passione fosse più viva. Viva parve
allora alla folla e agii eletti, che amavano la patria assai più di
una donna, mentre l'eroico amore era punito atrocemente da tirannidi
indigene e straniere; viva la dissero i poeti e la temettero coloro,
pei quali la risurrezione dell'Italia avrebbe fatalmente segnata
l'ora della morte. Oggi, invece, il melodramma nella sua compostezza
classica appare freddo, pur riattirando col fascino di una novità le
orecchie e le anime affaticate dai garbugli sinfonici e drammatici,
che occupano ancora la scena moderna e pretendono di fare nella musica
una rivoluzione superiore alla musica stessa. Ma essa non sarà mai
che il linguaggio del sentimento, al di là della parola, quando lo
spirito vibra d'indicibili emozioni negli spasimi di un dramma vero o
immaginario: sarà la lingua universale, che accorda i cuori accomunando
gioie e dolori, ritmi e canti sul teatro, nell'illusione di una favola
che non può superare nei propri personaggi il pretesto del cantare
stesso. Quindi il loro canto consolerà tutti nella folla, appunto
perchè ognuno potrà appropriarselo come un motivo impersonale.
Rossini, che lo sapeva, si vantava di poter musicare anche la lista
della lavandaia, mentre oggi pubblico e critici, quando la musica di
un'opera è fallita, accusano il libretto.
Il grande scettico non musicò poi quella lista, ma avrebbe potuto farlo
con un motivo bello, perfettamente estraneo alle parole come nel suo
famoso _Stabat Mater_. Che importa se la tragica e originale ode della
nuova poesia latina non vi è espressa?
Anzitutto la musica non avrebbe potuto significare la tragedia del
Golgota: poi quel motivo è bello, e il pubblico ascoltandolo pensa
a tutto fuorchè al dolore della Madonna, si commuove, applaude ed ha
ragione.
Tanto peggio per chi non lo crede.
27 settembre 1902.
LA VOCE
Ancora mi canta nell'anima come un'eco della giovinezza dileguata,
quando da ogni fiore delle siepi ci giungeva sulla strada un saluto,
e via pel cielo, tra il volo traballante delle libellule, fuggivano
agitando i diafani veli misteriose ed inafferrabili visioni.
Ricordate nella _Massimilla Doni_ di Balzac, il vecchio romanzo,
quel patrizio anche più vecchio, che nella inconsolabile malinconia
del tramonto veneziano senza gloria nè di arte nè d'impero si era
rifugiato dentro la musica, e anche lì, inseguito da tutte le vanità e
le insufficienze della vita, non amava, non chiedeva più che l'accordo
di due note, la fusione di due voci? Mai forse il grande romanziere
trovò simbolo più semplice e profondo della miseria spirituale, e
la significò in un più originale fantasma. Tutto passa, e le ombre
dileguano come le figure: tutto stanca, anche la bellezza che ci
accendeva le pupille, anche l'amore che ci sollevava nella speranza
della felicità, anche la gloria che ci prometteva la tirannia del
comando nella solitudine della ammirazione.
Ogni vino più puro lascia una goccia fecciosa nel fondo del bicchiere:
ogni illusione ci domanda il proprio prezzo in un disinganno; la donna
che pareva il fiore della nostra vita, non può diventarne il frutto;
la ricchezza, che era un frutto, maturando si guasta, e guasta quasi
sempre anche la nostra anima.
E allora come un pellegrino, che la strada ha ingannato ed esaurito,
l'anima cerca tra le ombre cadenti della sera, mentre il pianto della
rugiada inumidisce già le ciglia dei fiori e gli uccelli si gittano
spauriti gli ultimi saluti dalle frondi, qualche cosa o qualche figura,
alla quale domandare un conforto di compagnia nella notte imminente.
Accade per tutti così: siamo tutti dei naufraghi, che perdemmo la riva
e la nave: siamo tutti degli esuli dalla giovinezza, che ci trattò
come Firenze fece con Dante: siamo tutti dei vinti, che la sconfitta
dimenticò sul campo di battaglia.
Come quel vecchio patrizio veneziano, ritrovato da Balzac dentro la
propria fantasia di creatore, e che, stanco dell'antico palazzo troppo
pieno di memorie, si era rifugiato in un bugigattolo, e gittando
alle più fresche ed illustri cantatrici il proprio danaro non trovava
l'ultima consolatrice sensazione che nell'accordo di due violoncelli,
tutta la gente, che dura e non può anco rivivere, cerca in un'unica
sensazione un riparo e una stazione alla vita. Gli altri le chiamano
manie, e sono invece avanzi di abitudini, frammenti di una qualche
speranza o di una fede, o di un vizio o di una virtù. Perchè bevono
così i vecchi bevitori? Domandatelo a Baudelaire. Perchè le etère
invecchiate riparano in chiesa? Perchè le bigotte si nascondono quasi
in una sola e solitaria devozione?
Naufraghi e naufragi: bisogna illudersi ancora e sempre, sino
all'ultimo momento, e anche dopo, giacchè questa necessità di speranza
e di fede varca il limite pauroso e s'avanza per cieli ignoti, dietro
fantasmi inconoscibili, all'accenno di un raggio arcano, all'eco di
una voce anche più misteriosa. Qualunque sia l'essenza e il segreto
della musica, questa arte suprema dello spirito, che parla ultima in un
linguaggio intraducibile; comunque i suoi ultimi grandi tiranni abbiano
potuto fantasticare ed errare chiedendole la rivelazione del dramma ed
imponendole le necessità pittoresche della descrizione, questo almeno
rimane ben certo che nel nostro tempo nessuna arte è così universale
come la musica e in essa niente e nessuno più invocato ed amato di un
cantante.
Quando Wagner, ingannando ed ingannandosi, per trasportare il
dramma nell'orchestra riduceva il cantante a non esserne più che un
istrumento, il mondo applaudiva Wagner e decuplicava le paghe ai più
illustri tenori, pagando in perle e in diamanti i soprani, ai quali
popoli e re s'inchinavano; i teatri soltanto erano convegni davvero
pubblici, mentre accademie ed esposizioni apparivano, quali erano,
avanzi di scuole e preparazioni di mercati. Nel secolo decimonono la
Patti ha regnato meglio di qualunque imperatrice, e Masini passò nella
luce abbacinante di un lungo trionfo, dietro al quale, oggi ancora,
palpitano le più intense memorie, risorgono le illusioni dei cuori
invecchiati e delle fantasie deserte.
Soltanto la voce umana ha questo potere misterioso di darci al tempo
stesso l'oblio ed il sogno; nessun istrumento dal petto di legno
o dalla gola di metallo, solitario o sostenuto da altri, può, come
la voce umana, rivelare le ineffabili emozioni della nostra anima,
sollevandoci nel mistero superiore alla nostra vita, o tuffandoci
negli abissi, dai quali il pensiero si ritrae o risale muto. Oggi
ancora che le paghe dei cantanti gloriosi sono così diminuite, nessuna
assemblea orchestrale è pagata come un tenore: perchè? Voi ascoltate
attentamente un'orchestra, e sognate invece dietro la voce di un
tenore. E non il suo talento di attore, quasi sempre fin troppo scarso,
non la perfezione tecnica della sua gola, agiscono sul vostro spirito
destandone i sogni, che s'involano lungi tra ombre e trasparenze, tra
fantasmi e simboli, tra brividi di stelle e di lagrime, ma è la sua
voce soltanto, che desta echi misteriosi nel nostro cuore; è il suo
accento che ci scuote coi brividi dell'inesprimibile; è la sfumatura
di una sua sillaba, forse di una vocale, che ci avvolge e ci rapisce,
dentro un velo di luce o di ombra, lungi dalla vita che opera, nella
vita che sogna, lontano e in alto, dove le stelle ascoltano guardando
e le preghiere salgono più lievi che l'aroma dei fiori.
E voi avete sognato. Chi era quel tenore? Che importa saperlo, se egli
stesso non sa il proprio potere e probabilmente lo suppone in qualche
abilità acquisita collo studio? Chi era il personaggio del quale
portava i panni ed il nome nella falsità inutile ed inconsolabile di un
melodramma? A che pro chiederlo? La musica non può avere drammi, perchè
è soltanto la lirica della lirica, la voce, il canto impersonale ed
universale dello spirito.
Adesso il pubblico sembra tornare verso l'arte antica, dopo tanto
bizantineggiare di teoriche musicali, attratto dalla nostalgia del
canto, e il pubblico ha ragione.
Morire, dormire... sognare, forse, dice Amleto: sognare, sognare
soprattutto, ecco la misericordia della musica verso di noi: ecco la
gloria del cantante, che colla sua voce aduna i sogni e li solleva
dall'anima della gente.
E anch'io ho sognato ieri sera nel piccolo teatro della mia città,
ascoltando Masini forse per l'ultima volta.
Era un sogno soltanto? Ebbene, sarà stato breve, incerto come tutti
i sogni. Quella voce talvolta non pare più la stessa, giacchè qualche
cosa si ruppe recentemente nell'anima dell'artista e il suo cuore si
lacerò: adesso egli è più solo nella vita. Ma canta sempre. La sua
dizione, il suo accento, la sua voce ripetono l'antico incanto: le
nostre memorie risuscitano, ci sentiamo nel passato, superbi, vibranti;
egli è ancora l'incantatore delle anime, preso anch'esso come noi
nell'incantesimo, e non sa più sè stesso.
Può quindi bastare un tremito a dissipare il bel sogno, un velo che
gli ondeggi sul cuore, una lagrima che sia rimasta sopra una parola;
e qualche cosa ci trema dentro come in un brivido d'incertezza, in
un dubbio breve di noi e di lui, quasi nell'angoscia di un risveglio:
ma una sillaba squilla improvvisamente superba, un gruppo di note si
effonde trionfale in una invocazione, e il sogno prosegue nell'incanto
dietro l'incantatore.
L'arte è così, niente altro che un sogno.
Insino a qual giorno canterà Masini?
Non lo so, ma quando i giornali annunzieranno il suo ritrarsi
dall'arte, un silenzio cadrà sulle anime: poi da tutte,
involontariamente, come da un coro, risalirà il saluto di _Lohengrin_,
scendente al sacrificio terreno, saluto dolcissimo e mesto:
Mercè, mercè, cigno canor...
20 giugno 1902.
III
AD LIMINA MORTIS
SOGGEZIONE
Non è un poeta.
Indarno Gabriele D'Annunzio in una sua fulgente visione ha creduto di
mostrarcelo avvolto fra le pieghe misteriose di una vecchia profezia:
_Moriturus cithara tradit._ Il bianco vegliardo mandando a Teodoro
Dubois, maestro francese, un'ultima ode perchè la rivesta di note e
tutto un coro di voci femminili, malgrado l'antico divieto rituale, la
canti nel magnifico duomo di Reims, non ha deposto finalmente la cetra
vinto dalla suprema stanchezza della vita. Ancora, se la morte non
suggelli le sue labbra pallide, scandirà in versi latini le preghiere
abituali senza che un soffio di poesia le sollevi trepidamente verso
quel Dio, così alto e così umano, che egli può credere di rappresentare
sulla terra. Avviene di lui come di altri, che la longevità sembra
ingrandire in una mirabile prospettiva sempre più profonda ad ogni
anno, mentre nel continuo occaso della vita le più radiose figure si
oscurano ogni giorno e tramontano dimenticate quasi prima che vanite.
E poeti come Gabriele D'Annunzio sognano di lui davanti alla immensa
mole dei palazzi apostolici, sotto i fastigi maestosi di questa città
ideale, così affollata di tutte le bellezze morte, alla cui porta
vigilano ancora gli svizzeri del cinquecento: una città costrutta dal
papato, adesso cinta da un assedio invisibile, silenziosa ed operosa
nel segreto di una rinnovazione come un sepolcro. Quel vecchio papa,
che sembra tuttavia da essa imperare al mondo delle coscienze, quasi
disseccato dalla vecchiezza, ma col pensiero sempre acceso come
una lampada sacra, adorato dai credenti, riverito dagli increduli,
dirigendo ancora la secolare marcia convergente del cattolicismo
attraverso tutte le nazioni, e interrompendo tratto tratto gli ordini
brevi per levare un inno alla Vergine, è una figura simbolica, troppo
prestigiosa nella sua unicità, perchè la fantasia delle genti e dei
poeti non ne sia scossa. E nessun'altra potrebbe essere più ideale, se
dentro al suo simbolo fossero l'uomo e il poeta.
Invece, dell'uomo nessuna grandezza di pensiero appari dalla sua vita
di oramai un secolo, quando prete, vescovo e poi cardinale, poteva
appunto nella minore importanza degli uffici meglio significare
la propria originalità fra tante battaglie di idee religiose e
scientifiche e la lunga agonia del papato, assalito da tutte le nuove
forze democratiche, abbandonato da ogni più antica autorità. Mai come
in questo secolo, dentro e fuori del cristianesimo, la tragedia dello
spirito religioso trovò più solenni atteggiamenti, proruppe in parole
più penetranti. Mentre la storia, con una delle solite ironie, sembrava
aver voluto mettere nell'ultima ora del papato una comica bonarietà
colla figura di Pio IX, sempre sorridente fra le catastrofi e, nella
propria incapacità di comprenderle, così pronto a dissolverle in una
barzelletta, qualcuno poteva di mezzo all'episcopato significare il
nuovo spirito cattolico per opporlo alla trionfale grandezza dell'idea
democratica. Il papato, cessando di essere un piccolo regno, doveva
rinnovare il proprio immenso impero: un'altra interpretazione, nuovi
modi di guerra, campi sconosciuti di battaglie, armi e difese originali
si imponevano giorno per giorno: il papa prigioniero nel Vaticano
doveva al mondo la formula di un'altra libertà; in lui inerme l'istinto
delle moltitudini cercava l'interprete di una nuova pace, alla quale le
ultime inevitabili guerre avrebbero servito di prologo.
Ma Leone XIII non sentì di aprire un'èra nella storia papale; prete
e professore, il suo pensiero non era uscito dall'angustia del
vecchio seminario; vescovo, di fronte alla rivoluzione italiana che
cancellava e rinnovava, indietreggiò nella senile reazione di tutto
l'episcopato; pontefice, pur dovendo serbare l'affermazione del
proprio regno distrutto, non seppe levarsi più alto di tutte le contese
politiche diventando la voce della giustizia divina, mentre le plebi,
nell'angoscia della loro nuova coscienza cittadina, disertavano la
chiesa e si addensavano sotto i vessilli di un'altra giustizia atea
a reclamare minacciose il loro diritto sovrano alla interezza della
vita. Eppure un soffio, un moto investivano papa e papato sollevandoli;
nazioni avverse lo chiamavano arbitro ad impedire nuove guerre,
moltitudini di anime, gelate dall'orrore di un disgregamento sociale,
gli ridomandavano il verbo della fede, la certezza della speranza.
Gl'Irlandesi sanguinanti nello sforzo indarno eroico di rivolta contro
l'Inghilterra, lo invocarono, ed egli stette per l'impero anglicano
contro l'autonomia cattolica: gli Armeni furono trucidati a centinaia
di migliaia dalle selvagge soldatesche turche, ed egli non si ricordò
che altri pontefici, minori di lui nell'impero e più pericolanti nel
regno, avevano bandito le crociate.
Dinanzi ai nuovi eserciti socialisti non riordinò alcuna milizia
degli ordini monastici, così varii ancora e così forti: volle forse
la recente calata dei clericali italiani, e non ne scrisse nemmeno il
proclama e non anco consegnò le bandiere.
Ma gli anni, disseccando giorno per giorno la sua vita, le
diedero un'austera apparenza di santità; la viridezza delle forze
permettendogli ancora di presentarsi ai pellegrini e di compiere i
riti in tutta la loro pompa più magnifica, preparò nell'ammirazione
di questo caso fisico e nel rispetto istintivo dell'altissimo grado,
il prestigio di un miracolo, che le profonde illuminazioni dell'idea
religiosa rendono sempre più efficace. Adesso una soggezione inchina
a lui le anime, gli si suppone grande il pensiero, invitto il cuore,
splendente la fantasia. Si finge di non sapere che egli è appena
un'insegna bianca da altri sollevata tratto tratto agli occhi del
mondo, che i suoi ordini hanno solamente la sua firma, che tutti
i vecchi vissuti sempre nella segregazione dal mondo sono presso a
poco così santi, e che il suo pontificato resterà senza carattere
nella storia come la sua poesia è senza accento nella vita. Gregorio
XVI è ancora l'ultimo papa, nel quale il pensiero abbia brillato e
l'opera reazionaria serbata l'impronta di persona viva: di lui resta
un libro e la memoria che papa e re non ebbe un dubbio, e combattè
tutta la modernità, senza patteggiare, rigido come una statua, altero,
intrattabile, non vinto.
Oggi ad un grande papa abbisognano grandi iniziative; il cattolicismo
nella sua guerra dovrà assimilarsi tutta la democrazia, o sarà vinto
senza combattere colla più umiliante preterizione.
Se nella profezia, esumata da Gabriele D'Annunzio, il successore di
Leone XIII _alta ascendet, numine sacro afflatus, carminibus rincet_,
non sarà il papa apollineo, un suonatore di cetra, come si compiace
di sognarlo il simbolico poeta; ma una mente così alta ed originale da
levarsi rapida e sicura alle vette più combattute del nostro pensiero,
una guida così audace da trovare una strada fra l'intrico dei sentieri,
che ormai imprigionano come in un labirinto la coscienza del mondo; i
poeti lo canteranno forse coll'entusiasmo di trovatori, riempiendo la
sua via e incoronando di rime la sua vittoria, senza che alcuno tra
essi riprenda la cetra di Leone XIII.
Questi non è un poeta. Solamente la soggezione a tutte le figure
d'impero anche rovesciate o morte, che nei nostri spiriti rivela
soprattutto il difetto di alta ingenuità, può oggi farlo credere tale,
perchè ancora scandisce distici in un'età, nella quale la lingua per
solito è già morta dietro le labbra aride.
Verdi è stato creduto un genio dopo l'_Otello_ ed il _Falstaff_, così
men belli del _Rigoletto_, solamente perchè seguitava a scrivere quando
i pochi, che lo avevano sempre superato, erano già morti: Carducci
conquistò l'unanimità dell'ammirazione nazionale colle ultime liriche
della sua evoluzione monarchica, che saranno dimenticate.
Ricordo ancora il compiacimento di Marco Minghetti, l'ultima volta
che lo vidi nella sua villa di Mezzarata, nel dirmi che il grande
poeta, allora sospetto tuttavia di iracondia ghibellina, aveva dimesso
il pensiero di scrivere un articolo sui carmi di Leone XIII. Avevo
fatto colazione con lui, solo, nella modesta saletta; fuori una
nebbia gocciolava sugli alberi, e dai vetri chiusi della finestra si
sentiva il freddo umido dell'aria. L'illustre vecchio era già vinto
dalla malattia, che doveva ucciderlo pochi mesi dopo. Mi aveva parlato
trepidando dei pericoli, che lo scatenarsi delle nuove idee socialiste
poteva far correre al governo rinnovando le ostilità repubblicane, ed
era contento che Carducci, l'ultimo e il massimo dei convertiti alla
monarchia, sentisse la necessità del rispetto anche alle poesie di
Leone XIII.
Ma poichè non era egli stesso senza un fine senso letterario, vedendomi
sorridere, soggiunse con quell'accoramento dei vecchi, i quali non
sanno oramai a che rattenersi:
— Lo so, lo so che Leone XIII non è un poeta.
10 gennaio 1899.
IL PAPATO
Mentre le preghiere salgono ancora da milioni di cuori per l'anima del
morto pontefice, come un ultimo spirituale incenso della sua vita così
pura, e nel segreto del Vaticano si armano le mute rivalità dei nuovi
pretendenti, il pensiero si rivolge a guardare lungi nei secoli la
lunga, tempestosa, trionfale storia del papato.