Ma Beethoven supera Wagner di quanto Omero vince Virgilio: quelli

ebbero il genio vero della creazione, i suggerimenti sinceri ed ingenui

della natura; questi, cresciuti nella scuola, ne sfondarono forse

l'orbita, ma nella loro opera memoria e riflessione, calcolo e volontà,

furono troppo preponderanti. Dante e Shakespeare non scrissero libri di

critica, non inventarono estetiche, non costrussero sistemi: Tolstoi,

un altro genio, l'ultimo cadetto della piccola famiglia, non fece che

polemiche morali e tardi, fortunatamente per lui. L'artista era già

morto, l'apostolo non poteva più guastarlo.

Ma qual fiamma, qual passione, domandavo a me stesso in quell'angusto

teatro di Lugo, così gremito di un popolo così attento ed intento, qual

fiamma e qual passione di bianco cavaliere s'accende ancora nell'anima

della folla, adesso che le orecchie ascoltano altre voci e le fantasie

seguono il volo di altre parole?

Questo bel cavaliere d'argento, che un Olimpo sconosciuto, immerso in

un candore eterno di neve, manda in terra a difendere una principessa

tragicamente accusata da parenti assassini, e che vi arriva guidato

da un cigno sopra una conca di madreperla; questo cavaliere, che

s'innamora della fanciulla forse perchè l'argentea armatura non gli

bastò contro le tentazioni terrene, ma imponendole soltanto di non

domandargli il proprio divino segreto, quale idea, quale passione

lusinga più nell'anima popolare lontana per molti secoli da quel mondo

di cavalieri e di dame, di angeli e di demoni?

Eppure no.

L'anima umana non muta: dentro ogni re, ogni principessa, ogni

cavaliere, vi è sempre lo stesso uomo e la stessa donna: cangiano gli

attori, non la tragedia, le canzoni, non il canto, le parole, non

il fatto. Lohengrin, il bianco cavaliere, è dietro a tutti i sogni

giovani e, più lungi, dietro tutti i sogni vecchi: è l'amante ideale,

che la donna invoca e non può comprendere: egli non le impone che di

rispettare il proprio mistero, di non pretendere ad un segreto per lei

inaccessibile, e la donna promette, ma nella prima ora, prima del primo

bacio, preferisce già la gioia della curiosità vincitrice, viola la

data fede, uccide il cavaliere nell'uomo e l'amore nel matrimonio.

Lohengrin è un simbolo di questo fatto umano, e la sua meravigliosa

forza di seduzione gli deriva appunto dalla bellezza religiosa. È la

necessità del sacrificio nell'amore, è la ribellione al sacrificio,

che formano il fondo del dramma lohengriniano, nel quale, come sempre,

l'uomo è sacrificato dalla donna. La seduttrice non sa resistere a sè

stessa e soccombe.

Guai se non fosse così.

L'amore non è forse una preparazione, della quale il bambino è lo scopo?

La donna forte non può essere che la madre: la donna amante ingannerà,

mentirà sempre a sè stessa prima che agli altri, da Eva ad Elsa, da

Adamo a Lohengrin: quegli perdette il paradiso, questi vi riportò

la nostalgia della terra, e la loro tragedia continua nell'aneddoto

quotidiano.

Però hanno torto coloro che pensano esauriti nell'anima popolare i

profondi motivi della lirica e del dramma: presentate al popolo qualche

altro cavaliere come Lohengrin, e lo vedrete tremare di emozione, lo

vedrete applaudire più vivacemente che a una qualche concione politica.

29 settembre 1900.

TRISTANO E ISOTTA

Li ho riveduti a Ravenna, nella vecchia illustre città, apparire sopra

una folla devota e muta come nell'orrore sacro della loro tragedia.

Nel teatro troppo povero d'architettura e troppo ricco d'oro, un'ombra

improvvisa rendeva più trepido il silenzio, dentro il quale nemmeno

batteva un'ala di ventaglio.

E mentre nel preludio il primo singhiozzo represso della passione

saliva come dal murmure del mare consapevole dell'amore fiorito sul

nero vascello, ripensavo a questo dramma così antico nella leggenda,

dalla quale Wagner credette di ritrarlo per farne la grande tragedia

dello spirituale amore moderno.

Perchè nel suo cuore di eroe ferito ed errante quasi come un mendico

fra le miserie e le ingratitudini della vita, egli sentì di essere un

più grande Tristano, che nessuna Isotta poteva fedelmente accompagnare

fino alla morte; e tutto l'orgoglio del genio costretto a servire,

e tutta la sete di un'anima sempre orfana nel deserto della folla,

esalarono come da un altare nel nuovo lungo dialogo fra i due amanti

ebri del solito filtro, che il dolore propina all'amore.

Anche allora, malgrado che il monumento della sua arte si levasse

già alto nel cospetto degli spiriti meno disattenti, egli era uno

sconosciuto, al quale la protettrice amicizia di pochi era stata

forse più dolorosa che la invincibile indifferenza di tutti: sapeva di

essere un grande, e l'offesa alla propria grandezza lo innalzava sino

all'orgoglio di voler essere unico: sentiva quasi come una malattia

la propria originalità, e soffrendone volle farsene un'arma contro i

rivali e il pubblico stesso, imponendogli di tutto accettare o di tutto

respingere nel dono magnifico e ancora misterioso di un'arte nuova.

Era veramente nuova quest'arte, che per cercare il dramma moderno

indietreggiava sino al mito, e risuscitava tutti i fantasmi romantici,

mentre il romanticismo, superato da Balzac, agonizzava nella lirica di

Hugo, e un'altra modernità discendeva sull'Europa dal profondo, lontano

mistero della gente slava?

Wagner pensò che la musica, essendo l'estrema fra le espressioni

dell'anima, potesse diventare la suprema voce del dramma: ma forse lo

volle più che non lo pensasse.

Mancava a lui la prima caratteristica del genio, quella

inconsapevolezza della creazione, senza la quale l'arte non può davvero

rinnovare i miracoli della natura. Temperamento gladiatorio, ingegno

polemico, pensatore critico, Wagner non aveva d'ingenuo che il proprio

gran cuore: la povertà gli acuì la superbia, e un'ambizione imperiale

gli scoprì nei rivali un'inferiorità di condottieri soggetti al

pubblico e venduti alla sua finanza. Tutti gli parvero falsi intorno

e prima; il teatro solo poteva, come il tempio antico annunciare una

nuova religione, la musica soltanto compiere un'altra rivelazione; e

poichè la vita non arriva a significare sè stessa nel dramma, la musica

doveva dirne il segreto impossibile alla parola.

Ed ecco l'errore del pensatore, che moltiplicherà poi i sofismi del

polemista fra le violenze del critico e i colpi del gladiatore.

Se la musica è l'espressione ultima dello spirito, che in essa

effonde tutto quanto non potè esprimere colla linea, col contorno,

col colore, colla prosa, colla poesia, il dramma invece producendosi

dalla inconciliabile originalità degli individui, che vi si debbono

appunto spezzare per tale impossibilità di fondersi, non può venire

espresso dalla musica, supremo linguaggio dell'indeterminato e

dell'indefinibile. Il dramma s'attenua già nella poesia e svapora nella

musica, che non sa precisare i caratteri e deve chiedere alla pittura

quello degli ambienti: essa è un vapore, o un profumo, che s'innalza

dalle parole come da incensieri rotti nella frenesia di un dialogo:

sale, solleva, inebria, rapisce lungi, lievemente le anime, e le voci

sono come veli che le sostengono, e il pensiero sogna soltanto, non

ricorda, non sa più.

Il dramma, infatti, perde nella musica ogni grandezza di orrore e

qualunque fisonomia d'individui: gli antichi lo sapevano, costruivano

la solita favola, vi gettavano sopra un vario drappeggio, e poi

cantavano aggiungendo il canto alla parola, perchè il canto senza

parola è appunto la musica, che continua la lirica e la dissolve.

Finchè la parola è possibile, vale più del suono: la parola significa

l'idea, il suono non esprime che il sentimento, onnipotente anch'esso

nella sua incertezza, ma inferiore al pensiero che sulla incertezza può

elevarsi dominatore.

Il melodramma non fu, non è, non sarà mai il dramma, ma l'espressione

di ciò, che l'azione e la parola del dramma non arrivano a dire, e che

la coscienza soffrirebbe troppo a non dire. Perchè dunque pretendere,

come Wagner, che nella sua scena melodrammica la frase musicale ripeta

individualmente e raddoppii il valore della frase letteraria, mentre

questa invece di esprimere un'emozione significa forse un'idea, e la

musica non può andare al di là dell'emozione? E come intendere nemmeno

il commento della parola fonetica alla parola sillabica, se nessun

cantante potrà mai, cantando, pronunciare schiettamente un periodo?

Wagner, invece, volle che il suo melodramma fosse un dramma, nel quale

la musica avrebbe tradotto in sè stessa il valore di ogni idea e di

ogni parola: era impossibile, e ne uscì un canto dialogato, lungo,

fitto di spunti melodici, con intenzioni troppo brevi e frammentarie

per essere sempre intelligibili; e anche quando nell'ascendere

della passione il canto doveva librarsi lieve, lucente, abbacinante

come una fiamma, Wagner lo mantenne sottomesso alla parola, pretese

che significasse tutta la logica dell'azione e avesse il valore

dichiarativo di un'immagine. E quasi tale errore non fosse sufficiente

ad alterare la natura fatalmente tenue e convenzionale del melodramma,

dalla scena precipitò questo nell'orchestra, riducendo il cantante a

non esservi più che un istrumento umano tra tanti istrumenti meccanici:

così la musica, che con Wagner si era vantata di spingere il dramma

alla rivelazione dell'ultima verità, ne smarrì le persone dentro un

poema sinfonico, e il solo vero trionfale personaggio del teatro nuovo

fu l'orchestra.

Il mondo resistè, quindi parve cedere, delirò per l'arte nuova e

innalzò Wagner sino alle adorazioni di un Messia: adesso, invece,

comincia a vederlo quale fu, un grandissimo ingegno, del quale

la creazione non potè attingere la suprema verità appunto per le

deformazioni imposte da un sistema critico è da troppe esagerazioni

della volontà.

Egli non fu Balzac e nemmeno Tolstoi; somigliò a Zola per la caparbietà

lottatrice, pur superandolo nella nobiltà delle intenzioni e dei

risultati: sarebbe stato più originale, se la pretesa di aprire

un'epoca nella storia musicale non avesse diminuita la sua stessa

originalità dentro l'errore di vecchie forme, che a lui parvero nuove:

negò tutti, amici e rivali, per rimanere solo, e solo rimase perchè

i suoi credenti non poterono continuare la sua opera. Egli soltanto,

vincendo in sè stesso coll'artista il critico e colla ingenuità

dell'ispirazione le protervie sistematiche della propria estetica, si

costruì nella storia un posto a parte: il suo dramma era impossibile,

il suo melodramma è più falso di ogni altro, ma la potenza della sua

lirica e della sua musica lo fecero grande, e tale lo conserveranno.

Forse nel proprio secolo egli non fu il più ricco melodicamente, ma

nessuno lo superò nell'eroismo della volontà e nella dedizione di tutto

sè stesso alla propria opera.

La quale per durare sul teatro dovrà sopportare molte scapezzature fra

le grida orrifiche dei credenti, oggi diventati già dei bigotti.

Per essi, infatti, _Tristano e Isotta_ sono la vetta dalla quale

Wagner comincia la grande ascensione attraverso la _Tetralogia_ e il

_Parsifal_: per la critica e per il pubblico, invece, è il punto, donde

deviò perdendosi entro il teatro verso un tempio invisibile: Tristano

e Isotta avrebbero dovuto attingere la tragedia e invece si consumano

nella elegia e muoiono nel lamento. Wagner non era veramente tragico.

Ricordate il finale della _Norma_, paragonatelo a quello del _Tristano

e Isotta_, e sentirete la tragica superiorità melodica di quello su

tutta la prodigiosa fattura di questo: la frase della _Norma_ nel

proprio sviluppo sale inesauribile, è onda, fiamma, parola, anima; è

limpida, afferrabile, indimenticabile: il mondo la saprà sempre. Wagner

capovolge la progressione di Bellini, ne fa un fiume, un torrente che

straripa, strugge, soffoca, s'interrompe.

Calata la tela, acquetata l'orchestra, io pensavo ancora con orgoglio

italiano a Bellini.

19 maggio 1902.

SAFFO

Dall'eroide di Ovidio al canto di Leopardi quale onda lunga di poesia

trasporta questo nome attraverso la memoria dei secoli, e lo risolleva

nel sole eterno della passione quando i cuori vibrano e le anime si

cercano per scambiare il bacio della vita!

Ancora il fantasma dolente della donna, che come Otello amò troppo

e saggia non seppe amare, domina sul tragico sasso di Leucade, dal

quale in una notte serena sparve volando sotto le acque: forse il

mare ascoltò allora i suoi ultimi versi e li ridisse sulle spiagge

agli amanti, che vi erravano attratti dal fascino segreto dell'immensa

solitudine solcata da candide vele, sorvolata da invisibili sogni. E il

sogno della morte s'innalzerà sempre dall'amore come il profumo sale

dai fiori e la canzone dai nidi a primavera, o meglio, forse, come

guardando dall'alto di un monte una densa e vasta foresta, si vede

un'ombra lieve levarsi sulla cima degli alberi.

Lungamente l'erudizione letteraria indugiò intorno alla greca poetessa,

cercando la verità storica nella leggenda e quella umana nel mito: si

discusse, si negò, si vagliarono i pochi versi a lei attribuiti e nei

quali la passione stride ancora come un ferro rovente nell'acqua: si

trovarono due poetesse invece di una, due amori antagonisti persino

nel sesso invece di un antagonismo tragico in un amore unico: la

nostra anima cristiana rabbrividì al contatto di quell'anima ellenica,

il nostro spiritualismo così astratto tentò invano di penetrare la

spiritualità così materiata di tutta la natura in quell'arte antica ed

immortale; poi la disputa si perdè per gli aridi deserti della scuola,

e Saffo rimase come prima nella memoria dei cuori una tragica figura di

amore tradito per la sua stessa superiorità.

Saffo era la poetessa col volto riarso e scomposto dalla passione: i

suoi occhi avevano l'ardore insopportabile dei meriggi sulle scogliere,

nella sua voce suonavano tutti gli accenti del mare, fra i suoi

capelli neri si addensavano tutte le ombre della notte: era la donna

armata indarno contro l'uomo di ogni arma dell'uomo, della volontà e

dell'ingegno, del pensiero e del canto, della potenza e della gloria;

ma non era bella.

E questo bastò alla sua sconfitta.

Faone, il bel ragazzo, non vide in lei tutto quanto la prodigalità dei

cieli aveva accumulato per farne una poetessa, e sentì soltanto quello

che le mancava: la bellezza.

Fu infedele, ma greco anche in questa infedeltà, perchè nella donna

nessuna grandezza spirituale può compensare il difetto della bellezza

concessa alla vita come una promessa di altri mondi e un conforto ai

mali di questo.

Nella notte serena, sulla strada battuta da un violento acquazzone

del meriggio, vedevo ancora il piccolo sasso di Leucade dipinto

sulla piccola scena del piccolo teatro, che Brisighella ha riaperto

orgogliosamente in questi giorni all'opera bella e oramai dimenticata

del Pacini.

La notte era così calma e l'ombra così diafana che tutta la valle si

apriva allo sguardo: non una bava di vento, non un canto o una voce. Le

ruote della bicicletta fuggivano mute per la discesa, che dalla piazza

del paesello cala larga e pigra al ponte: ero solo, senza fanale, e

fuggivo nella notte. Come mai si era potuto scegliere per la stagione

delle acque e dei bagni a Brisighella questa opera del Pacini, che

naturalmente non esprime la tragedia di Saffo, e invece getta come

fiori all'aria in ogni scena frasi e canti pieni di gorgheggi, mentre

l'azione s'imbroglia nella solita favola di tutti i melodrammi fra

coristi vestiti di bianco, nell'atrio di un tempio vegliato da un gran

sacerdote coperto d'oro, come generalmente lo furono in tutti i tempi

i grandi sacerdoti?

Non lo so e nemmeno vorrei saperlo, perchè forse nemmeno lo sanno

coloro, che vollero così; ma quest'opera data in un villaggio montanaro

esumando dall'oblio un illustre troppo presto e troppo ingiustamente

cadutovi, era improvvisamente risorta fra le lontane memorie della mia

giovinezza.

Perchè non rivederla, riudirla forse, fra i commenti di un pubblico

non ancora guasto da polemiche musicali, fra le ingenue difficoltà di

un teatro troppo piccolo, obliandosi come in un ritorno degli anni

primaverili senza chiedere più nulla alla primavera, senza esigere

nè dalla musica nè dai cantanti ciò che non possono dare, la potenza

ferale della tragedia e l'ineffabile delizia di una espressione, che,

superando pensiero e parola, si perde nelle vaghe lontananze dello

spirito insino all'ultimo lido misterioso? Io non sono di coloro,

che pretendono il dramma nella musica e vorrebbero persino imporle di

significare le formule, dalle quali esce il dramma stesso: da lungo

tempo ho acquistata l'indulgenza stanca ed ironica per tutte le forme

pubbliche dell'arte, per gli architetti e pei tenori moderni, pei

teatri e per ciò che vi si compie senza che la grandezza della città

o della spesa influisca mai davvero sulla bellezza dello spettacolo.

Quasi sempre un'opera data in un villaggio non è peggiore di quella

rappresentata in una capitale, adesso che non vi sono più grandi

cantanti nè grandi scrittori di musica: bisogna quindi scegliere fra

due difetti, la falsificazione della grande arte e la sua infantile

imitazione.

Ebbene, questa vale quella.

E poi quali teatri sono aperti nell'estate?

Che cosa cercare in un teatro, quando non si può esservi più un attore

nella platea o nei palchi, perchè i vostri occhi veggono e le vostre

orecchie odono troppo bene, e cogliete troppo presto i difetti in tutte

le bellezze e le stonature in tutte le note? Il solo divertimento è

quindi di sentirsi immerso, sommerso, fra una gente che si diverte

ancora e non domanda nemmeno a Faone di essere un tenore, a Saffo di

avere i capelli attorcigliati sulla sommità della nuca, a Pacini di

avere scritto un dramma greco, al sasso di Leucade di essere abbastanza

alto perchè Saffo possa ammazzarsi cadendone.

Il teatro piccino ha un delizioso orgoglio di signorilità

nell'architettura e nella decorazione: è composto di un solo ordine di

colonne, ma si congiunge per due cerchi di palchi al palco scenico:

sul cornicione di questo si legge una scritta, che i miei occhi non

decifrano più, sebbene in giro fiammeggino le lampadine elettriche

improvvisate come una ghirlanda intorno al gran nome e al fantasma

anche più grande di Saffo. Il fantasma, infatti, ha i capelli e gli

occhi neri: quelli lunghi, questi profondi: sui capelli gira il solito

frontile d'oro, dagli occhi, che non debbono avere più di venti anni,

tratto tratto saettano fiamme, quando il canto della passione sale

tempestando e dalla platea sale il murmure dell'ammirazione.

Mi si dice che la cantante si arrischia per la prima volta sulla scena,

affrontando così il gran salto di Leucade colla confidente sicurezza

della gioventù. La sua voce non ne trema, la sua figura alta diventa a

volte superba nel dolore di certi atteggiamenti. Forse all'ultimo atto

sembrerà più grande dello scoglio stesso, ma non importa: il motivo

melodico del finale avrà elettrizzato il pubblico troppo contento del

proprio teatro e dell'opera per avvertire questa dissonanza fra la

statura del sasso e quella della donna. E il pubblico avrà ragione,

come ai tempi di Shakespeare, come sempre.

Il bel colle, il bel sasso è fuori, al di sopra del teatro.

Brisighella gittata come dalla mano capricciosa ed onnipotente di un

gigante sotto la sua cima, vi ha raggruppato alla meglio le proprie

case componendo una nuova bellezza nel paesaggio. A mezza costa da un

masso dirupato s'innalza la torretta dell'orologio, che vorrebbe essere

vezzosa ed arriva a parere amabilmente goffa; più in alto domina,

bello, severo, elegante, quasi intatto un torrione, avanzo di una

rocca, che fu forse una meraviglia e dalla quale forse uscirono alcune

di quelle bande del Rinascimento a rendere per tutta Italia glorioso

il nome dei fanti di val Lamone: poco più in alto ancora una chiesa,

un eremo, che non ebbe mai eremiti, e adesso ne ha due che girano

questuando, almeno mi si dice, e lassù custodiscono una madonna cara a

tutti i dolori e a tutti i sogni della povera gente. Intorno, mattina

e sera, le cantano gruppi di ulivi, agitando nell'aria pura le piccole

foglie impolverate d'argento: poi il monte digrada a cinghioni corsi

da file di viti intensamente verdi, e altre viti si distendono per

ogni china, dentro ogni seno, si arrampicano sugli alberi, serpeggiano,

sospendono dovunque i grappoli, mormorando sotto il sole i canti della

vicina vendemmia.

Lungi i contrafforti si ricongiungono all'Appennino, il fiume passa

largo, quasi silenzioso, sotto Brisighella, che adesso ha una stazione,

uno stabilimento — si dice così? non lo so — di acque, un teatro

d'opera, un tumulto insolito di forestieri, una lindura cittadina sulla

propria bellezza di montanaretta dal sangue ardente come il suo vino,

dagli occhi pieni di fiamme come le schegge vitree de' suoi gessi.

Di notte lassù, più alto del torrione, il colle pare diruparsi come

lo scoglio di Leucade, e non v'è nemmeno bisogno di essere poeta per

vedervi qualche fantasma: sotto, il vento canta fra le viti e gli ulivi

come sul mare; la stagione è ardente; le passioni, e l'amore più di

ogni altra, possono infiammarsi, cantare e sognare.

Perchè no? Quante fanciulle salgono forse la notte lassù ad esalare

il loro canto d'amore, col cuore tempestoso, e abbassando lo sguardo

sentono il fascino dell'abisso, e adesso ripetono il nome di Saffo, che

ieri non sapevano!

Nome pericoloso forse più del salto, al quale deve la propria

gloria e che nessuno ritenterà di lassù agli appelli susurranti

dell'ombra, perchè invece di sprofondarsi nel mare cadrebbe nel teatro

rovesciandone lo scoglio dipinto e interrompendo il canto di Saffo non

più poetessa, nè greca, e probabilmente nemmeno innamorata di Faone

dopo averlo riudito come me, a tanta distanza di secoli, e tuttavia

così da vicino.

Non importa; chi vuole ritornare meco a Brisighella?

11 agosto 1902.

L'ARCIERO

L'esile e sbilenco pescatore aveva appena finito di stonare la

malinconica romanza dalla barca nera, che dietro lui apparve l'arciero

vestito come un gentiluomo fantastico, col berretto ornato di piume e

l'arco infisso entro una cassa da fucile.

Al solito, nell'angusto teatro della vasta signorile metropoli

romagnola s'alzò un applauso vibrante all'eroe, che, sbandito dalla

storia e dalla leggenda, sopravvive immortale nella musica e ancora

gitta dall'alto dei monti il grido della libertà alle moltitudini

sempre impazienti di nuove riscosse. Ma il popolo della scena non era

bello: nello sfondo, sui picchi più acuti, invece della neve sembrava

essere caduta della calce; il ponte dipinto in mattoni era di una

novità, che sentiva ancora il collaudo; le montanine sedute agli

arcolai li nascosero tosto non so dove, e la madre comparì con Jem,

l'unico figlio, una donnina piccoletta e più rotonda forse del pomo,

che al terzo atto il padre doveva meravigliosamente con una freccia

levarle di sopra alla parrucca bionda, spiovente in riccioli intorno al

suo viso di mela rosa.

Il teatro era pieno di ciclisti venuti da ogni parte d'Italia al

convegno di Forlì per la grande sfilata domenicale dell'indomani; e per

tutto il pomeriggio le strade larghe e silenziose avevano suonato di

trombette gutturali, mentre qualche grido festoso salutava le squadre

polverose degli ospiti drappellati dietro una bandierina e un capitano

senza galloni.

Ma le decorazioni non mancavano: ne ho visto su tutti i petti, vecchi e

giovani, nei più varii colori di una simbolica minuscola ed intricata;

abbondavano le aquile e le ruote a smalto su targhe e medaglie: alcuni,

i neofiti forse, le portavano in giro sui berretti come Luigi XI di

Francia, il cupo re, usava colle madonnine benedette; tutti recavano

sulla manica un bracciale collo stemma della loro città. Il giglio

rosso di Firenze spiccava sopra un fondo di argento e pareva un vivo

fiore di sangue. Bel fiore e bel sangue di poesia e di gloria, che

si riaccendevano nelle fantasie, e sembravano mettere nell'elegante

gaiezza di quei pochi fiorentini un orgoglio di superiorità senza

offesa, una amabile condiscendenza di ospiti, che sanno di venire di

lontano, dalla città degli incanti e dei capolavori.

Fuochi di bivacco · 第 3 / 21 段