La sorte fece nascere du' fratelli, che, 'nnanzi che fussano grandi,
erano rimasti insenza il babbo, sicchè stevano colla su' mamma sola.
Di questi du' fratelli, il maggiore gli era un giovinotto savio, che
gli garbava lavorare e manteneva tutta la casa, da poero bracciante,
ma pure non gli faceva mancar di nulla. Quell'altro, il più piccino,
gli era mattarugiolo, un po' scemo, via! in nella testa; e' non sapeva
movere una paglia a modo; le faceva tutte alla rovescia le su' cose.
Un giorno il Mattarugiolo va dal Savio; dice:—«Quanto mi garban quelle
ragazze di laggiù 'n fondo alla via! Anco loro, se le 'ncontro, mi
guardano e ridono.»—Dice 'l Savio:—«Vieni a veglia.»—«Oh! che ci si
fa a veglia?»—«Si discorre, si raccontan delle novelle; e, quando s'è
'nnamorati, alla dama gli si tira dell'occhiate.»—Il Mattarugiolo,
quand'ebbe avuto queste 'struzioni, va nella stalla in dove erano le
capre e gli leva a tutte gli occhi e po' di quest'occhi se n'empie una
tascata. La sera, si mette addosso la meglio giubba e va a veglia da
quelle ragazze; e lì a dire buacciolate e a far de' versacci. Sicchè
tutta la conversazione rideva a crepapancia e lo sbeffavano a bono
il Mattarugiolo. Ma lui comincia a tirar di quegli occhi di capra
nel grugno alle ragazze. A quel brutto scherzo loro si messano a
urlare:—«Porco lezzone, 'gnorante!»—E, dato di mano a un bastone per
una, te lo legnorno insenza rembolare e a forza di spintoni lo buttorno
fuori di casa e gli sbacchiorno l'uscio in sulle reni. Il Mattarugiolo,
tutto pesto e svergognato, corse a casa piangendo dal Savio; dice
lui:—«Oh! che ha 'tu fatto? Chi t'ha concio a codesto mò?»—«I' son' ito
a veglia dalle ragazze in fondo alla via, e loro m'hanno legnato.»—Dice
il Savio:—«Ma come? Come ti sie' tu diportato?»—«Gua'! I' gli ho tiro
dell'occhiate di capra.»—«Dell'occhiate di capra? Che vo' tu dire
con quest'occhiate di capra?»—«Gua'! I' ho levo gli occhi alle capre
e me ne son fatta una tascata, e a quelle ragazze gliel'ho butti 'n
faccia. Tu non dicesti ch'i' gli avevo a dar dell'occhiate?»—Sclamò
il Savio:—«Oh! birbone, imbecille! Tu ha' guasto le capre! Tu sie'
la rovina di questa casa[ii]!»—Passorno de' giorni e il Savio gli
era andato al mercato per le su' faccende; dice il Savio:—«Abbi
giudizio e provvedi alla casa.»—In quel mentre che il Savio stava
fuori, ecco passa un pentolaio:—«Pentolaio, donne: tegami e pentoli,
chi ne vole?»—Lo sente il Mattarugiolo e si fa 'n sulla porta:—«Ohè!
galantomo. Quanto volete voi di tutto il cacciucco?»—«Il corbello
pieno costerà dieci paoli. Che volete comprare ogni cosa?»—«Sì; perchè
bisogna ch'i' provvegga alla casa.»—E insenza altri discorsi, il
Mattarugiolo sale in cammera e dalla cassa piglia una muneta di dieci
paoli, che c'era dentro, e la dà al pentolaio per valsente del su'
corbello di cocci; poi gli mette tutti 'n fila nella cucina. Torna il
Savio dal mercato e vede quello spettacolo; dice:—«Chi ha porto tutti
questi cocci?»—«Gli ho compri io per provvedere alla casa.»—«Oh! i
quattrini chi te gli ha dati?»—«Gua'! I' gli ho presi dalla cassa: quel
coso tondo luccichente, che c'era.»—Il Savio stiede in sull'undici
once di picchiarlo il Mattarugiolo a quella brutta notizia:—«Oh!
poero me,»—sclama,—«tu mi vo' proprio rovinare.»—Dopo del tempo, il
Savio dovette dilontanarsi di casa e gli era di verno; chiama il
Mattarugiolo, prima di partire, e gli fa una bella predica.—«Non fare
al solito. Tien la testa con teco e bada alla casa. Abbi 'l pensiero
alla mamma. Poera donna! gli è vecchia e ha freddo. Riscaldala e che
non gli manchi nulla al bisognevole. Ha' tu 'nteso? Non esser tanto
allocco.»—«Non dubitare,»—disse il Mattarugiolo,—«alla mamma ci
penserò io.»—Quando dunque il Savio fu andato via, il Mattarugiolo
vedde che la su' mamma sbatteva i denti dal gran freddo, che aveva:
faceva un'asprore, chè il vino si diacciava nel bicchieri.—«Mamma, vi
fa freddo? Aspettate che vi riscaldo a modo.»—Piglia delle fascine
il Mattarugiolo e arroventa il forno, e poi ci accomida drento
una sieda e ci mette li accoccolata per forza quella sciaurata di
vecchia; sicchè in un attimo gli era stecchita e mostrava i denti. E
il Mattarugiolo tutt'allegro:—«Vo' ridete, eh! mamma. Che bel caldo
che c'è costì!»—Eccoti torna il Savio:—«E della mamma che n'ha'
tu fatto? L'ha' tu custodita com'i' ti dissi?»—«Eccome!»—dice il
Mattarugiolo:—«Vieni a vedi, s'i' t'ho ubbidito.»—E lo mena al forno. A
quello spettacolo il Savio fu per cascare morto per le terre dal gran
dispiacere.—«Oh! assassino, mammalucco, invecille! Tu ha' ammazzato tu'
madre,»—principiò a urlare il Savio, e si strappava i capelli dalla
disperazione. Dice:—«Qui non ci si pole più stare: se la giustizia
viene in cognizione di questo delitto, ci taglia la testa a tutti
e due. Via! bisogna scappare e andar lontano. Mattarugiolo, piglia
l'uscio e viemmi dietro.»—Il Mattarugiolo mezzo sbalordito da quegli
urli e da quelle gridate, leva l'imposte dell'uscio d'in su i gangheri,
se le butta in ispalla e corri chi ti corro in su' passi del fratello.
Camminato che ebbano un pezzo, s'era fatto notte scura in mezzo a
una macchia, sicchè il Savio si fermò, e arrivoltandosi vedde il
Mattarugiolo colle 'mposte addosso.—«Oh! poero a me, tu non ne fa' una
a garbo.»—Dice il Mattarugiolo:—«Oh! tu non ha' detto, piglia l'uscio
e viemmi rieto?»—«Sì, ma ho volsuto dire, nusci di casa, allocco.»—Ma
in quel mentre, che contrastavano, si sente de' rumori e delle voci.
Dice il Savio:—«Zitto, ci sono gli assassini. Presto, montiamo in vetta
a questa quercia, insennonnò ci ammazzano.»—E subbito s'arrampica su
per il tronco e s'accomida alla meglio nel folto delle foglie tra du'
rami; e anco il Mattarugiolo gli andette rieto, insenza però lassare le
du' imposte. Figuratevi che fatica! Doppo un po', eccoti compariscono
gli assassini; sarà stato in verso la mezzanotte: e loro accesano
de' lumi, poi stesano una tovaglia e lì prima ci contorno dimolti
quattrini rubbati e poi si messano a mangiare e a bere, perchè con loro
avevano presciutti, salami, de' fiaschi di vino e insomma ogni ben di
dio. In su 'l più bello dice il Mattarugiolo al Savio:—«Mi scappa da
pisciare.»—«Non la fare, sai. Che se ci scoprono, siemo morti.»—«I' non
posso tienerla. Mi scappa.»—E 'n quel mentre piscia. Gli assassini, che
eran sotto alla quercia, a sentirsi tutti bagnare, si rivoltorno 'n
su per vedere quel, che fosse. Dice il capo—ladro:—«Di certo c'è tra'
rami qualche uccellaccio. Gli si tirerà domani a levata di sole.»—E si
rimettono a mangiare. Di lì a un po' dice il Mattarugiolo:—«Savio, i'
non la tiengo, la mi scappa. Ho voglia di cacare.»—«Ma che sie' scemo
insenza rimedio? Non la fare, sai.» Il Mattarugiolo però non gli diede
retta, si calò i calzoni e giù. Gli assassini a veder quella delizia
cascare in nella tovaglia, s'arrabbiorno a bono. Ma 'l capo—ladro gli
disse:—«Non vi confondete; è un uccellaccio, che fa queste porcherie:
ma domani i' lo pago con una stioppettata.»—E seguitorno la cena. Tutto
a un tratto dice il Mattarugiolo:—«I' non le reggo più: mi scappan
di mano dal peso!»—e, non badando punto alla disperazione del Savio,
lassa le imposte dell'uscio, che ruzzolan giù a precipizio tra' rami
della quercia. A quel fracassio gli assassini si rizzorno spauriti;
e, credendo che la quercia gli cascasse in sul capo, telorno via più
presto del vento, dibandonando lì per le terre quattrini e robba.
Quando gli fu passato lo spavento e giù il sole si levava, il Savio
scese dalla quercia per vedere quel, che era successo. Dimolti fiaschi
di vino quelle imposte l'avevano rotti in tricioli; ma tutto il resto
era sano. Sicchè tra lui e il Mattarugiolo radunorno, nella tovaglia,
il mangiare e i quattrini; e ripresano col carico in dosso la via per
tornarsene a casa. Addove arrivati, ricchi a quel modo, non patirono
più la fame, feciano acquisto di poderi e se la godettano allegri e
contenti a quel dio.
[i] Narrata dalla Luisa Ginanni del Montale—Pistoiese al prof. avv.
Gherardo Nerucci.
[ii] Fra le facezie del _Bebelio_, ce n'e' una intitolata: _De
fatuo rustico_:—«Cuidam ditissimæ viduæ unicus erat filius, sed
crasso pecuarioque ingenio, omniumque stultissimus: qui cum in
vicinia quandam virginem nobilem efflictim deperiret, petit
illam sibi dari uxorem. Parentes virginis, etsi nobiles essent,
inopia tamen et angustia rei domesticæ premebantur, neque facile
eorundem natalium filiae virum deligere potuerunt: unde opulentia
rustici permoti, non difficulter sunt precibus rustici assensi.
Mater autem illius, stultitiæ nati conscia, verita ne propter
incompositos mores virgo illum negligeret atque fastideret,
curiose satis, quibus moribus esse debeat, instituit. Et cum
primum fatuus virginem adiisset conciliandi amoris gratia, virgo
abeuntem chirothecis donavit ex aluta, hoc est, tenuoribus
pellibus confectis: quibus cum indutus abiret, imbris tempestate
in nihilum redegit. Unde mater eum corripiens aiebat: _Debebas,
fili, thecas complicasse, atque pectorali involvisse_. At ille
secundo virginem accedens, accipitre donatus est. Abiens ergo et
maternæ institutionis memor, eundem pectorali involvit: cumque
matri munus ostendere vellet, mortuum accipitrem eduxit. Quem
rursum matrem castigans, ait, eundem manibus gestandum fuisset.
Tertio, cum virginem salutasset, nec prius thecas aut accipitrem
curasset, donavit eum illa cribro frumentario; ex præcepto matris,
abiens hoc ineptum capitulum cribrum super manibus, uti accipitrem
debuisset, gestavit: matre iterum docente, idem equinæ caudæ
appendi debuisse, memoriæ commendavit. Ultimo virgo desperatos
hominis mores contemptui habens, eum larido condonavit: quod ille
abiens caudæ equi appendit, in diversasque partes antequam domum
veniret, per rubos et sentes discerpsit. Tandem mater verita ne
filius propter incompositos mores omnino repudiaretur, custodiam
domus illi commisit, ipsaque ad parentes virginis profecta est,
obtinuitque ut dies nuptiarum diceretur: filio tamen mandata
dedit, ne quid interea turbarum domi faceret hac abeunte. Ipse
vero se in apothecas vinarias contulit, vinumque depromere volens,
totum vas in pavimentum perfudit: quod ne mater videret sine
profluvium, tosto farre et quidem plurimo constravit. Deinde in
cœnaculum divertens et insolenter ingressus anserem incubantem
exterruit, qui clamitans _Gag ag gag_, stulto timorem incussit,
quasi diceret _Ich will's sagen_. Quare anserem arripiens quod se
dicturum polliceretur, quæ in cellis vinariis egisset, obtruncavit,
seque et totum corpus protinus melle, quod in propinquo vasculo
inveniebat collinivit, contractisque undique ex pulvinaribus plumis
ex mellis natura, in locum anseris incubandi gratia consedit.
Matre itaque ex arce virginis domum repedante, filium more
anseris incubantem reperit. Quæ dum hostium pulsasset, filiumque
vocasset, respondit filius _Gagag_ quasi voce et incubatione
anseris officio fungeretur. Tandem relicta cavea, multis minis
et interminationibus matrem intromisit. Quam cum nuptura virgo
illico aubsequeretur, illa omnia incommoda quæ interim commiserat
indulgendo, illum instituit quibus moribus sponsa esset salutanda,
ut scilicet oculos hilare et comiter in eam conjiceret. At ille hac
adveniente, maternis ovibus universis oculos eruit, omnesque illos
in faciem virginis proiecit: sic enim oculos in eam conjiciendos
esse putavit. Nihilominus tamen divitiae, optimum amoris vinculum,
matrimonium procuraverunt. Quæ cui suppetant, nobilitatem,
formam, prudentiam et cuncta alia donant.»—Cf. BASILO. (_Pent._)
_Vardiello_, ecc.
[2] _Dividersela fra noi._—G. N.—Vedi, pag. 586.
[3] Ecco un altro esempio di ventura, incontrata, per essersi
arrampicata sugli alberi, da persona dispersa.
EL PEGORÉE[i].
Gh'era on fradell e ona sorella. El fradell, l'andava fœura cont i
pegor; e, ona sira, ghe ne mancava vunna. El va a cà a piang a piang.
Ma la soa sorella, insomma, l'era rabbiada, perchè ghe mancava sta
pegora; e la ghe dis:—«Guardet ben, che se te vegnet a cà ona quaj
altra sira cont ona pegora de men, te podet lassà stà de vegnì in
cà.»—Lu, el ven on'altra sira, che ghe ne mancava on'altra anmò.
El compagna i so pegor fin a l'uss e pœu l'è tornàa via, perchè el
gh'aveva pagura de andà in cà de soa sorella; e l'è reussíi a vess in
d'on bosch. El sent di pedann[ii], el gh'aveva pagura, el va in su ona
pianta. Là ghe se ferma tre donn. Sti donn eren tre strij: se metten
a discorr di striament[iii] che aveven faa quella sira. E vunna la
dis:—«Mi hoo instriàa la tosa del Re, e gh'è nissun che pò falla guarì,
qualunque[iv] dottor ghe vaga, gh'è nissunna medesinna bonna. Varda»—la
dis—«mi l'hoo instriada e per fagh andà via l'instriament, bœugna che
ciappen on boggettin e che vaghen in de la tal fontanna a impienill
de quell'acqua là e che ghel daghen a gotta a gotta a gotta a gotta e
savè fà anca a daghel. Allora la guarirà.»—Sto fiœu, el sent tutti sti
discors, che faven lì sti donn, el dava a trà[v] quel che diseven e el
stava lì quiett, quiett, quiett. E lu, dopo, i ha lassàa andà via e l'è
vegnùu giò e l'ha ditt:—«Coss'hoo de fà mi adess chì? Bœugna, che vaga
distant, innanz che mia sorella vegna a savè che mi sont di sti part
chì!»—L'è andàa, e l'è andàa a cercà on sit de trovà de servì, de fa el
servitor de stalla, perchè l'era on pajsanell[vi], per podè trovà de
guadagnà on poo de pan de mangià. L'era on trì o quattr ann che l'era
via, soa sorella la saveva pu nient dove l'era, no l'aveva nè nœuva nè
ambassada. Ven, che lu el sent, che diseven, che gh'era la tosa del Re
d'on sit distant dove l'era lu, che la stava inscì mal; insomma, che
gh'era andàa tutti i professor, tutti i dottor e nessun podeven falla
guarì. E lu, el Re, l'aveva ditt, che chi podeva fa guarì la soa tosa,
fussen stàa pover, fussen stàa scior, de qualunque condizion, lu el
ghe le dava in sposa, se la voreven. E se lor la voressen minga per
sposa, lu iè fava ricch. Lu, el pajsanell, ghe ven in ment de quella
storia, che l'ha sentìi su la pianta. Allora el dis:—«Vœuj andà mì»—I
so padron:—«Perchè te vœut andà via? in dove te vœut andà? te stèe ben
chì!»—«No»—el dis—«vœuj andà a girà el mond.»—L'ha minga vorùu dì, dove
l'era la soa intenzion, ch'el voreva andà. El va in quella citàa, in
dove gh'era sto Re, che gh'aveva la tosa, che la stava inscì mal. Lu,
prima de andà là, l'è andàa a tœu la soa acqua, quella tal acqua de
quella fontanna e el se l'è portada adrèe. El va là a la cort, el se
fà annunzià, el ghe dis, che lu l'era lì per fà guarì la tosa del Re.
E lor, i servitor, se metten a guardagh e a rid, perchè gh'era andàa
là tanti medegh e tanti professor, ch'hin mai stàa bon de falla guarì.
E lu, el gh'ha ditt:—«Ben! s'hin mai stàa bon lor, mi saròo quell, che
le farà guarì.»—E van a dighel al Re, che gh'era sto tal, che gh'aveva
la pretesa de fa guarì la soa tosa. El Re, el gh'ha ditt:—«Ch'el vegna
pur chì, che mi ghe parlaròo mi.»—El va là del Re. El Re, el ghe
dis:—«Sent, se te credet de vess bon de falla guarì, ben; ma, se te
fet per fa on scherz, varda, che ti te la passaret mal.»—E lu, el ghe
dis, che l'era persuas de fa guarì la soa tosa. Allora, el Re, el ghe
da orden de lassall entrà in della stanza de la soa tosa e de lassaghel
pur là lu sol. Lu, quand l'è stàa là, el ved sta giovena, che l'era
là come moribonda. El comincia[vii], el tira fœura el so boggettin e
el ghe dà on cuggiarin de st'acqua. De lì do or, ghe ne dà on alter;
el ved, che la comincia a poch a poch a revegnì. E a poch a poch,
ogni do or, el ghe dà semper el so cugiarin de acqua, fin che l'è stàa
finìi el so boggettin. E quel di trìi dì, la tosa l'è restada sana; la
se sentiva ben e la gh'aveva pu nient. Allora, el Re, tutt content,
el dis:—«Dimm, cosse l'è, che ti te desideret; mi tel daròo.»—«La soa
tosa per sposa, no; perchè l'è minga adattada a mi. Mi desideri, che
me passen ona pension de viv, finchè scampi mi e la mia sorella.»—E
lu, el Re, el gh'ha ditt:—«Benissem! mi te dòo tutt quell, che ti te
vœut.»—Lu, dopo che l'è restàa ricch, l'è andàa a cà de so sorella.
Lee le cognosseva gnanca. El gh'ha ditt:—«Mi sont chì a tœutt, per sta
insemma a mi; perchè adess mi sont ricch; e ti, te gh'hê pu de bisogn
de sta chì a fa la pajsanna. Sont on scior!»—E s'ciao, hin stàa content
tutti dò.
[i] Cf. PENTAMERONE G. II. T. II. _Verdeprato_—«Nella è ammata da
'no prencepe, lo quale pe' 'no connutto de cristallo va spisse
vote a gaudere con essa. Ma rutto lo passo da le 'mmediose de le
sore, sse taccareja tutto e sta 'nfine de morte. Nella, pe' strana
fortuna, 'ntenne lo remmedio, che sse po' fare, l'appreca a lo
malato, lo sana e lo piglia pe' marito».—Cf. pure G. II. T. V.
_La serpe_. Cf. con la seconda parte, dell'_Esempi di lader_, qui
appresso.
[ii] _Pedanna_: Pedata, orma, vestigio. Il suono della pedata.
[iii] _Striament_ o _Strioss_. Stregheria, malia.—Vedi a pag. 308
tra le postille.
[iv] Italianesimo: non c'è nel Cherubini.
[v] _Dà a trà_: Dare fantasia o mente o retta, badare, abbadare.
_Dà a trà a vun_: Ascoltare (i suggerimenti di) uno.
[vi] _Pajsanell_: Contadinello.
[vii] _Comincià_ non meno che _comenzà_.
[4] Questa pretesa singolare della moglie di Zufilo mi rammenta
un'altra facezia popolare, della quale metterò qui la versione, che
trovo nelle Rime Bernesche di G. Zanetto (Vedile citate a pag. 137 del
presente volume nella nota[5] alla fiaba intitolata _Il Canto e 'l
Sono della Sara Sibilla_ ed anche in nota alla fiaba _Nimo contento al
mondo_).
Poichè lo divulgò celere fama,
Udite un fatto, che non è bugia.
Vicina a partorir Donna Sofia,
_Ajuto! oimè!_ tra forti doglie sclama.
Don Marco, suo consorte, molto l'ama;
Ma spesso avvien che nell'inerzia ei stia.
Solo dice alla vecchia Anastasia
_Vanne e la levatrice presto chiama_.
Corre la serva, che indugiar non lice.
Ma frattanto a Sofia crescon le doglie,
Il marito la guarda e nulla dice.
_Ecco_, ella grida, il fo... _Chi mel raccoglie?_
E Marco: _Or or verrà la levatrice;
Non partorire ancor, mia cara moglie._
[5] Questa parte della nostra novella risponde alla milanese seguente: