NOTE

[1] Raccolta in Prato dall'avv. prof. Gherardo Nerucci. Negli _studî_

| _sui_ | _dialetti greci della terra d'Otranto_ | _del_ | _prof.

dott. Giuseppe Morosi_ | _preceduti da una raccolta_ | _di_ | _Canti

Leggende Proverbi e Indovinelli_ | _nei dialetti medesimi_ || _Lecce_

| _Tip. editrice_ _salentina_ | _1870_ vien riferita una leggenda di

Martano, della quale trascriverò qui la versione dal grecanico, data

dall'istesso Morosi:—«Una volta c'era un padre e una madre. Venne la

morte; e portò via la madre e lasciò il padre con tre figli. Que'

tre figli, uno si chiamava Ipazio, l'altro Antonuccio e il terzo

Trianniscia, perchè era piuttosto sciocco. Cadde ammalato il padre

e chiamò il figlio grande e anche Antonuccio e disse: _Venite,

figliuoli miei, che devo accomodarvi. Io posseggo due buoi ed una

vacca. La coppia buona ve la do a voi; e la vacca grama datela al

Trianniscia_. Morì il padre; e quelli rimasero con la coppia buona e

il Trianniscia con la vacca grama. E che fece il Trianniscia? Prese e

scorticò la vacca e ne buttò la pelle sopra un pero agreste. La pelle

si disseccò ben bene; ed egli la legò con un filo alla sua persona e

andava camminando e facea il tamburrino. Arrivò ad un canale, dove

i ladri stavano spartendo molti denari. Essi udirono il tamburro e

dissero: _Lasciamo i denari, che vengono i carabinieri e ci conducono

in prigione_. E il Trianniscia li prese e ritornò a casa sua e mostrò i

denari a' suoi fratelli. E i suoi fratelli gli dissero: _Come facesti,

fratelluccio nostro?_ Ed egli disse: _Scorticai la mia vacca, ne seccai

la pelle e la vendetti_. Si voltarono i fratelli e dissero: _Facciamo

anche noi come fece costui?_ Ammazzarono i buoi, ne buttarono la pelle

sopra un pero agreste e la fecero disseccare e la presero e andavano

dicendo: _Chi vuole pelli a cento ducati il pelo? a cento ducati il

pelo?_ Vennero i carabinieri e li pigliarono. E quando uscirono,

voleano ammazzare il loro fratello. E questo prese una cesta e andò ad

un paese, da un cantiniere; e gli lasciò la cesta e disse: _Non me la

tocchino; che io devo andare ad ascoltare la messa_. E quando ritornò,

non ritrovò la cesta; perchè i servi del cantiniere l'aveano presa per

mettervi dentro sterco; e cominciò a fare parole. E il cantiniere gli

disse: _Non parlare più che io ho cento ducati e te li dò_. Quegli,

quando ebbe i danari, pigliò strada e se n'andò. E di nuovo che fece?

si nascose nella chiesa, entro un confessionale. Stavano sotterrando

una signora; ed egli rimase la notte e aperse la tomba; trasse fuori la

signora, la caricò sulle spalle e la portò fuori della chiesa. Trovò

un cavallo, gli mise un basto e collocovvi la signora sopra e andò a

Lecce. E di nuovo arrivò da un cantiniere, dove avea vedute tre belle

fanciulle. Prese e calò la signora, e disse al cantiniere: _Tenetemela

bene, questa signora; lasciatela dormire, che io vò ad ascoltare la

messa: non me la scoprite_. E andò alla chiesa e tornò e fece mostra

di averla trovata morta e incominciò a fare parole. E il cantiniere

disse: _Non gridare, che io ho tre figlie; pigliane una; quale ti

piace?_ Ed egli ne scelse una, e ritornò con la bella fanciulla da'

suoi fratelli. E i fratelli si voltarono e dissero: _Che cosa ci ha

fatto questi? Una e una, due; e una tre. Pigliamolo, leghiamolo in un

sacco e portiamolo al mare_. E lo caricarono in ispalla per buttarlo

nel mare. E arrivarono ad un muro e gittarono il sacco dietro al muro e

andarono ad ascoltare la messa. Vi era un mandriano, che stava suonando

la sampogna; e vide questa cosa, e venne dietro al muro e disse: _E che

cosa c'è in questo sacco?_ Rispose di dentro il Trianniscia: _Vieni ed

entra tu, che esco io_. E il mandriano lo sciolse; ed uscì quello di là

dentro e vi entrò il mandriano. Uscirono i due fratelli dalla messa,

andarono e si caricarono il sacco in ispalla, e, quando furono giunti

al mare lo presero e lo buttarono là dentro. E pigliavano a tornare

dal mare e diceano: _Ci siamo liberati di lui_. Ma, quando arrivarono

là, vicino al muro, trovarono il Trianniscia, che suonava la sampogna.

E dissero: _Trista nostra sorte!_ Questo è un qualche diavolo, che ci

va corbellando.»—Il Morosi, dichiara di pubblicare—«Quattro leggende,

tre di Martano e una di Sternatia, che altro forse non sono, se non

leggende o conti italiani, entrati nel fondo greco di queste colonie,

tanto più che di solito, come mi fu assicurato, si narrano appunto da'

Greci stessi in italiano; e che non riusciranno, io credo, affatto

inutili a chi studia nelle leggende, come ne' proverbî e ne' canti, il

nascere e il trasformarsi progressivo de' sentimenti e delle idee delle

singole moltitudini e quindi, che meglio importa, la parentela più o

meno stretta, che fra loro collega le moltitudini diverse, i diversi

rampolli di una medesima stirpe. Notevole fra tutte è la prima, ossia

la leggenda dello sciocco astuto, che è, se non erro, patrimonio comune

dei popoli di stirpe ariana.»—Ecco poi una variante, toscana anch'essa,

della nostra novella:

La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare · 第 215 / 292 题