MANFANE, TANFANE E ZUFILO.[1]

C'era una volta tre fratelli; e si chiamavano Manfane, Tanfane e

Zufilo. Ma Zufilo era piuttosto imbecille che nò, al paragone degli

altri due maggiori dimolto furbi. Tutti questi fratelli facevano,

come sarebbe a dire, l'arte di allevare capi di bestie grosse,

vacche, manzi, vitelli, tori; e la mandria la tenevano in combutta,

senza divisioni, ma ogni cosa assieme. Un giorno Manfane e Tanfane,

che volevano diventar padroni dispotichi di tutta la mandria, senza

farne parte al fratello piccolo, gli dissero con furbizia, perchè

era giucco:—«S'ha a partire[2] la mandria: un rinserrato per uno;

e' capi, che ci vanno dentro, saranno di chi è il rinserrato.»—Si

trovaron d'accordo in sul patto e ognuno si messe di bona voglia a

fare il rinserrato. Quelli di Manfane e di Tanfane erano di belle

frasche tutte verdi e fronzute, e Zufilo invece scelse per il suo

de' pali secchi e frasche senza foglie. Sicchè, dunque, la mandria

andò tutta ne' rinserrati di Manfane e Tanfane; e nel rinserrato di

Zufilo non c'entrò che una vacca magra magra, che gli si vedevano

tutte le costole. Zufilo disse allora alla moglie:—«Che se ne fa di

questa manza secca allampanata? È meglio ammazzarla e venderne la

pelle in città.»—«Sì sì,»—disse la moglie.—«Ammazzala, si venderà

la pelle a caro prezzo.»—Zufilo preso un coltello, scannò dunque

la vacca. E poi la scorticò. E il cojo, lo fece seccare al sole;

e, quando fu ben rasciutto, se lo messe in spalla, e colla moglie

andò alla città vicina. Entrato dentro, per le vie gridava:—«Una

bella pelle da vendere! La vendo pelo pelo un soldo.»—Ma tutti lo

pigliavan per matto; e non ci fu nessuno, che volesse comprare il

cojo di Zufilo. S'era già fatto notte; le botteghe si chiudevano e

i cittadini si ritiravano in casa. Zufilo disse alla moglie:—«Che

ci si fa qui? Andiamo via. Tanto il cojo non c'è caso di venderlo

più. Torniamo a casa.»—E s'avviano per una porta della città. Usciti

fori dell'abitato, Zufilo e la moglie si trovarono per uno stradone

lungo, tutto pieno d'alberi dalle parti; sicchè, cammina cammina, si

fece buio fitto, e spersero la strada. Arrivati un pezzo in su, c'era

un mucchio di querce; e, nel pulito, come de' sedili e delle tavole

di pietra. Dice Zufilo:—«Moglie, non è capo seguitare a ire. Mi par

meglio fermarsi e montare sur una di queste querce a riposare, che

'n sennonoe gli animali ci potrebber anche divorare. A bruzzolo, si

ritroverà per rimetterci a casa.»—E, detto fatto, s'arrampicarono su

per una grossa querce; e tra' rami s'accomodarono come gli riuscì[3];

e Zufilo aveva sempre il cojo sulle spalle. Tutto a un tratto,

ecco un branco d'assassini. Accesero de' lumi; e, tirato fori de'

sacchetti di quattrini, si messero a sedere e a giocare su quelle

tavole di pietra. Zufilo e la moglie, tutti impauriti, badavano

anche a non rifiatare, per paura d'essere scoperti e ammazzati senza

misericordia. Dopo un po' di tempo, dice Zufilo:—«Moglie, non ne posso

più. Ho voglia di pisciare. I' piscio.»—«Noe, per amor di dio! Se tu

pisci, marito, siamo morti!»—disse la moglie sotto voce.—«Tant'è, i'

'un la reggo. I' piscio.»—E giù per le rame, Zufilo lascia ire una

bella pisciata, che va a cascare sulle tavole, dove gli assassini

giocavano.—«Oh!»—dice uno:—«E' pioviccica. Ma 'un sarà nulla. Via

via! Seguitiamo.»—E seguitano a giocare. Passa un altro po' di tempo;

dice Zufilo:—«Moglie, la mi scappa. I' ho voglia di cacare.»—«Pover'a

noi!»—dice la moglie:—«Ora poi, se tu la fai, siam morti davvero.

Trattiella[4].»—«Cheh: i' 'un posso. I' la fo.»—E, sbottonati i

calzoni, Zufilo fa 'l fatto suo. Uno degli assassini, sentendo cader

roba, si volta in su e poi dice:—«È manna. Seguitiamo a giocare. Nun è

nulla.»—E seguitano. Passa un altro po' di tempo; dice Zufilo:—«Moglie,

questo cojo mi pesa; mi rompe le spalle. Lo butto via.»—«Ma sie' tu

matto?»—dice la moglie.—«S'ha da morire scannati in tutti i modi. Ora

poi non si scampa!»—Ma, in quel mentre, Zufilo lascia ire il cojo, che,

secco a quel mo', giù per le rame della querce faceva un fracassìo

indiavolato.—«Il diavolo! il diavolo!»—cominciarono a urlare gli

assassini; e fuggi in un battibaleno, lasciando tutti i quattrini sulle

tavole! Quando non ci fu più nessuno, Zufilo e la moglie scesero dalla

querce; e, rammucchiato l'oro e l'argento, lo messero dentro al cojo;

e, già essendo giorno, ritrovata la via, ritornarono allegri e contenti

a casa.[5] Arrivati che furono a casa, Zufilo e la moglie con quel cojo

pieno di quattrini, Manfane e Tanfane si divoravano dall'astio.—«O come

hai fatto,»—gli dissero,—«a diventar tanto ricco?»—dice Zufilo:—«Guà!

son'ito alla città e ci ho venduto il cojo della mi' vacca a un soldo

il pelo.»—Allora, sentendo questo, Manfane e Tanfane dissero fra di

loro:—«Anche noi si può far meglio di questo giucco. Via! ammazziamo

le due più belle vacche della mandria; e se ne venderà il cojo a due

soldi il pelo.»—Detto fatto e vanno alla città. E lì urla che ti

urlo:—«Du' belle pelli, chi le vole? A due soldi pelo pelo.»—Ed eccoti

gran radunata di popolo; e lì a contrasto:—«Siete matti? Aresti a

esser come quello dell'altro giorno! Aete anche cresciuto la chiesta!

O che credete, che i cittadini sieno imbecilli?»—E poi improperî a'

malcapitati; e finirono con rimandarli fori della porta a suon di calci

e legnate, sicchè tornarono Manfane e Tanfane a casa, tutti pesti e

malconci. In quel tramezzo, Zufilo n'aveva pensata un'altra dentro la

su' zuccaccia citrulla. Prese un barile senza fondo e l'empì in bon

dato di sterco umano, e il di sopra tutto di miele sopraffino; e, poi

andato in città, si messe per le strade a gridare:—«Cacca melata bona,

chi la vole?»—De' minchioni per le città ce n'è sempre! Gli disse

uno:—«O che vendi?»—E lui:—«Guà! cacca melata. La volete?»—Il fatto si

è, che quello comprò il barile pieno, senza nemmeno guardarlo dentro e

glielo pagò per bene. E Zufilo, furbaccio, gli disse:—«Ora non posso

stare a aspettare che lo votate: verrò per esso stasera, quand'io ho

fatto le mi' faccende in città.»—«Sie sie, d'accordo. A rivederci!»—E

chi s'è visto s'è visto. Zufilo ci ha ancora da tornare a pigliare

il barile voto. Manfane e Tanfane perdono 'l capo, nel vedere Zufilo

tornare sempre dalla città, carico di quattrini: astiosi, l'invidia

se li mangiava vivi. Gli andarono incontro a Zufilo; e un di loro gli

domandò:—«O di dove gli ha' tu cavati tanti quattrini?»—«Guà!»—rispose

Zufilo:—«I' ho fatto così e così; i' gli ho presi 'n sulla cacca

melata. Provatevi anche voi.»—«Sì sì, che si proverà. S'ha a fare

anche meglio di te.»—E subito, accomodano due barili di sterco,

ricoperto con miele sopraffino; e il giorno dopo, a bruzzolo, via

alla città.—«Si vende cacca melata. Chi la vole? Ohè!»—Càpitano, per

su' disgrazia, dinanzi la bottega di quello, che aveva comprata la

cacca melata da Zufilo; gli sente e esce fori con un randello:—«Brai

Mei!»—gli dice:—«Aresti a essere della stessa genìa di quell'altro,

che mi messe in mezzo. Ma, per zio, me l'avete a pagare.»—E picchia

ch'i' ti picchio senza rembolare; non gli dette neanche il tempo di

rispondere. Accorse gente a quel chiasso. E tutti addosso a Manfane e

Tanfane, che gli ebber dicatti di mettersi a correre e scappare a più

non posso, buttando via i barili. E arrivarono a casa coll'ansima e

alleniti, tutti pesti e più morti che vivi. Quando si furono un po'

rimessi, Manfane e Tanfane, pensavano tra di loro:—«Eppure questo

giucco ci ha minchionato, e come ci ha minchionato, per du' volte. Ma

gli s'ha a far pagare.»—Dice Manfane:—«Ammazziamolo.»—Tanfane però

disse:—«Chè! gli è fratello. Sarebbe un peccato troppo grosso ammazzare

un fratello. Piuttosto si cucirà dentro un sacco e si metterà 'n sulla

spiaggia del mare, e lì o i pesci o l'acqua lo porteran via, e non se

ne saprà più nulla.»—Detto fatto, agguantano Zufilo; e per forza lo

metton dentro un sacco e ce lo cuciono alla rinfranta; e poi lo portano

alla spiaggia del mare e lo lasciano lì. Era quasi buio e Zufilo dentro

al sacco mugolava, come chi si lamenta. Eccoti un pastore con delle

pecore, che le rimenava nel chiuso. E sonava uno zufilo per la via.

Tutt'a un tratto sente il lamento e si ferma per conoscere di dove

veniva, e vede il sacco con quell'omo dentro. Dice:—«Oh! che ci fai

costì dentro? Oh! chi siei?»—E Zufilo furbo:—«Non ho voluto sposare

la figliola del Re, e m'hanno messo in questo sacco sulla spiaggia

del mare, finchè non dico di sì. E io non la voglio la figliola del

Re.»—«Che bue!»—dice il pastore:—«Se me la dassero a me, la pigliere'

subito.»—«Guà!»—gli rispose Zufilo:—«T'ha' a far così. Aprimi e entra

nel mi' posto. Domani tornano a sentire, se ho mutato pensieri. Se tu

sei nel mi' posto, quella bella sorte toccherà a te. I' non t'avrò

astio.»—«D'accordo!»—disse il pastore; e scuce Zufilo e entra in vece

sua nel sacco. E Zufilo ce lo serra dentro a doppio cucito; poi piglia

lo zufilo del pastore e fischiettando va via colle pecore. E il pastore

rimane lì sulla spiaggia del mare a aspettare gli ambasciatori del Re.

Aspetta! gli hanno ancora da arrivare! La notte venne una tempesta e

portò via il sacco col pastore dentro, che non se ne seppe più nulla.

Infrattanto Zufilo arrivò a casa colle pecore e zufilava da lontano.

Manfane e Tanfane erano rimbecilliti a quello spettacolo. Gli pareva

e non gli pareva che fosse Zufilo. Ma poi lo riconobbero quando gli

fu vicino; e gli andarono incontro per sapere com'era uscito dal

sacco e avesse fatto l'acquisto delle pecore. E Zufilo gli raccontò

ogni cosa, sicchè quelli, disperati, di non poter vincere con Zufilo,

s'ammazzarono tra di loro, e addio! E così Zufilo restò padrone d'ogni

cosa e campò tuttavia in godimento per dimolto tempo.[6]

La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare · 第 214 / 292 题