C'era una volta tre fratelli; e si chiamavano Manfane, Tanfane e
Zufilo. Ma Zufilo era piuttosto imbecille che nò, al paragone degli
altri due maggiori dimolto furbi. Tutti questi fratelli facevano,
come sarebbe a dire, l'arte di allevare capi di bestie grosse,
vacche, manzi, vitelli, tori; e la mandria la tenevano in combutta,
senza divisioni, ma ogni cosa assieme. Un giorno Manfane e Tanfane,
che volevano diventar padroni dispotichi di tutta la mandria, senza
farne parte al fratello piccolo, gli dissero con furbizia, perchè
era giucco:—«S'ha a partire[2] la mandria: un rinserrato per uno;
e' capi, che ci vanno dentro, saranno di chi è il rinserrato.»—Si
trovaron d'accordo in sul patto e ognuno si messe di bona voglia a
fare il rinserrato. Quelli di Manfane e di Tanfane erano di belle
frasche tutte verdi e fronzute, e Zufilo invece scelse per il suo
de' pali secchi e frasche senza foglie. Sicchè, dunque, la mandria
andò tutta ne' rinserrati di Manfane e Tanfane; e nel rinserrato di
Zufilo non c'entrò che una vacca magra magra, che gli si vedevano
tutte le costole. Zufilo disse allora alla moglie:—«Che se ne fa di
questa manza secca allampanata? È meglio ammazzarla e venderne la
pelle in città.»—«Sì sì,»—disse la moglie.—«Ammazzala, si venderà
la pelle a caro prezzo.»—Zufilo preso un coltello, scannò dunque
la vacca. E poi la scorticò. E il cojo, lo fece seccare al sole;
e, quando fu ben rasciutto, se lo messe in spalla, e colla moglie
andò alla città vicina. Entrato dentro, per le vie gridava:—«Una
bella pelle da vendere! La vendo pelo pelo un soldo.»—Ma tutti lo
pigliavan per matto; e non ci fu nessuno, che volesse comprare il
cojo di Zufilo. S'era già fatto notte; le botteghe si chiudevano e
i cittadini si ritiravano in casa. Zufilo disse alla moglie:—«Che
ci si fa qui? Andiamo via. Tanto il cojo non c'è caso di venderlo
più. Torniamo a casa.»—E s'avviano per una porta della città. Usciti
fori dell'abitato, Zufilo e la moglie si trovarono per uno stradone
lungo, tutto pieno d'alberi dalle parti; sicchè, cammina cammina, si
fece buio fitto, e spersero la strada. Arrivati un pezzo in su, c'era
un mucchio di querce; e, nel pulito, come de' sedili e delle tavole
di pietra. Dice Zufilo:—«Moglie, non è capo seguitare a ire. Mi par
meglio fermarsi e montare sur una di queste querce a riposare, che
'n sennonoe gli animali ci potrebber anche divorare. A bruzzolo, si
ritroverà per rimetterci a casa.»—E, detto fatto, s'arrampicarono su
per una grossa querce; e tra' rami s'accomodarono come gli riuscì[3];
e Zufilo aveva sempre il cojo sulle spalle. Tutto a un tratto,
ecco un branco d'assassini. Accesero de' lumi; e, tirato fori de'
sacchetti di quattrini, si messero a sedere e a giocare su quelle
tavole di pietra. Zufilo e la moglie, tutti impauriti, badavano
anche a non rifiatare, per paura d'essere scoperti e ammazzati senza
misericordia. Dopo un po' di tempo, dice Zufilo:—«Moglie, non ne posso
più. Ho voglia di pisciare. I' piscio.»—«Noe, per amor di dio! Se tu
pisci, marito, siamo morti!»—disse la moglie sotto voce.—«Tant'è, i'
'un la reggo. I' piscio.»—E giù per le rame, Zufilo lascia ire una
bella pisciata, che va a cascare sulle tavole, dove gli assassini
giocavano.—«Oh!»—dice uno:—«E' pioviccica. Ma 'un sarà nulla. Via
via! Seguitiamo.»—E seguitano a giocare. Passa un altro po' di tempo;
dice Zufilo:—«Moglie, la mi scappa. I' ho voglia di cacare.»—«Pover'a
noi!»—dice la moglie:—«Ora poi, se tu la fai, siam morti davvero.
Trattiella[4].»—«Cheh: i' 'un posso. I' la fo.»—E, sbottonati i
calzoni, Zufilo fa 'l fatto suo. Uno degli assassini, sentendo cader
roba, si volta in su e poi dice:—«È manna. Seguitiamo a giocare. Nun è
nulla.»—E seguitano. Passa un altro po' di tempo; dice Zufilo:—«Moglie,
questo cojo mi pesa; mi rompe le spalle. Lo butto via.»—«Ma sie' tu
matto?»—dice la moglie.—«S'ha da morire scannati in tutti i modi. Ora
poi non si scampa!»—Ma, in quel mentre, Zufilo lascia ire il cojo, che,
secco a quel mo', giù per le rame della querce faceva un fracassìo
indiavolato.—«Il diavolo! il diavolo!»—cominciarono a urlare gli
assassini; e fuggi in un battibaleno, lasciando tutti i quattrini sulle
tavole! Quando non ci fu più nessuno, Zufilo e la moglie scesero dalla
querce; e, rammucchiato l'oro e l'argento, lo messero dentro al cojo;
e, già essendo giorno, ritrovata la via, ritornarono allegri e contenti
a casa.[5] Arrivati che furono a casa, Zufilo e la moglie con quel cojo
pieno di quattrini, Manfane e Tanfane si divoravano dall'astio.—«O come
hai fatto,»—gli dissero,—«a diventar tanto ricco?»—dice Zufilo:—«Guà!
son'ito alla città e ci ho venduto il cojo della mi' vacca a un soldo
il pelo.»—Allora, sentendo questo, Manfane e Tanfane dissero fra di
loro:—«Anche noi si può far meglio di questo giucco. Via! ammazziamo
le due più belle vacche della mandria; e se ne venderà il cojo a due
soldi il pelo.»—Detto fatto e vanno alla città. E lì urla che ti
urlo:—«Du' belle pelli, chi le vole? A due soldi pelo pelo.»—Ed eccoti
gran radunata di popolo; e lì a contrasto:—«Siete matti? Aresti a
esser come quello dell'altro giorno! Aete anche cresciuto la chiesta!
O che credete, che i cittadini sieno imbecilli?»—E poi improperî a'
malcapitati; e finirono con rimandarli fori della porta a suon di calci
e legnate, sicchè tornarono Manfane e Tanfane a casa, tutti pesti e
malconci. In quel tramezzo, Zufilo n'aveva pensata un'altra dentro la
su' zuccaccia citrulla. Prese un barile senza fondo e l'empì in bon
dato di sterco umano, e il di sopra tutto di miele sopraffino; e, poi
andato in città, si messe per le strade a gridare:—«Cacca melata bona,
chi la vole?»—De' minchioni per le città ce n'è sempre! Gli disse
uno:—«O che vendi?»—E lui:—«Guà! cacca melata. La volete?»—Il fatto si
è, che quello comprò il barile pieno, senza nemmeno guardarlo dentro e
glielo pagò per bene. E Zufilo, furbaccio, gli disse:—«Ora non posso
stare a aspettare che lo votate: verrò per esso stasera, quand'io ho
fatto le mi' faccende in città.»—«Sie sie, d'accordo. A rivederci!»—E
chi s'è visto s'è visto. Zufilo ci ha ancora da tornare a pigliare
il barile voto. Manfane e Tanfane perdono 'l capo, nel vedere Zufilo
tornare sempre dalla città, carico di quattrini: astiosi, l'invidia
se li mangiava vivi. Gli andarono incontro a Zufilo; e un di loro gli
domandò:—«O di dove gli ha' tu cavati tanti quattrini?»—«Guà!»—rispose
Zufilo:—«I' ho fatto così e così; i' gli ho presi 'n sulla cacca
melata. Provatevi anche voi.»—«Sì sì, che si proverà. S'ha a fare
anche meglio di te.»—E subito, accomodano due barili di sterco,
ricoperto con miele sopraffino; e il giorno dopo, a bruzzolo, via
alla città.—«Si vende cacca melata. Chi la vole? Ohè!»—Càpitano, per
su' disgrazia, dinanzi la bottega di quello, che aveva comprata la
cacca melata da Zufilo; gli sente e esce fori con un randello:—«Brai
Mei!»—gli dice:—«Aresti a essere della stessa genìa di quell'altro,
che mi messe in mezzo. Ma, per zio, me l'avete a pagare.»—E picchia
ch'i' ti picchio senza rembolare; non gli dette neanche il tempo di
rispondere. Accorse gente a quel chiasso. E tutti addosso a Manfane e
Tanfane, che gli ebber dicatti di mettersi a correre e scappare a più
non posso, buttando via i barili. E arrivarono a casa coll'ansima e
alleniti, tutti pesti e più morti che vivi. Quando si furono un po'
rimessi, Manfane e Tanfane, pensavano tra di loro:—«Eppure questo
giucco ci ha minchionato, e come ci ha minchionato, per du' volte. Ma
gli s'ha a far pagare.»—Dice Manfane:—«Ammazziamolo.»—Tanfane però
disse:—«Chè! gli è fratello. Sarebbe un peccato troppo grosso ammazzare
un fratello. Piuttosto si cucirà dentro un sacco e si metterà 'n sulla
spiaggia del mare, e lì o i pesci o l'acqua lo porteran via, e non se
ne saprà più nulla.»—Detto fatto, agguantano Zufilo; e per forza lo
metton dentro un sacco e ce lo cuciono alla rinfranta; e poi lo portano
alla spiaggia del mare e lo lasciano lì. Era quasi buio e Zufilo dentro
al sacco mugolava, come chi si lamenta. Eccoti un pastore con delle
pecore, che le rimenava nel chiuso. E sonava uno zufilo per la via.
Tutt'a un tratto sente il lamento e si ferma per conoscere di dove
veniva, e vede il sacco con quell'omo dentro. Dice:—«Oh! che ci fai
costì dentro? Oh! chi siei?»—E Zufilo furbo:—«Non ho voluto sposare
la figliola del Re, e m'hanno messo in questo sacco sulla spiaggia
del mare, finchè non dico di sì. E io non la voglio la figliola del
Re.»—«Che bue!»—dice il pastore:—«Se me la dassero a me, la pigliere'
subito.»—«Guà!»—gli rispose Zufilo:—«T'ha' a far così. Aprimi e entra
nel mi' posto. Domani tornano a sentire, se ho mutato pensieri. Se tu
sei nel mi' posto, quella bella sorte toccherà a te. I' non t'avrò
astio.»—«D'accordo!»—disse il pastore; e scuce Zufilo e entra in vece
sua nel sacco. E Zufilo ce lo serra dentro a doppio cucito; poi piglia
lo zufilo del pastore e fischiettando va via colle pecore. E il pastore
rimane lì sulla spiaggia del mare a aspettare gli ambasciatori del Re.
Aspetta! gli hanno ancora da arrivare! La notte venne una tempesta e
portò via il sacco col pastore dentro, che non se ne seppe più nulla.
Infrattanto Zufilo arrivò a casa colle pecore e zufilava da lontano.
Manfane e Tanfane erano rimbecilliti a quello spettacolo. Gli pareva
e non gli pareva che fosse Zufilo. Ma poi lo riconobbero quando gli
fu vicino; e gli andarono incontro per sapere com'era uscito dal
sacco e avesse fatto l'acquisto delle pecore. E Zufilo gli raccontò
ogni cosa, sicchè quelli, disperati, di non poter vincere con Zufilo,
s'ammazzarono tra di loro, e addio! E così Zufilo restò padrone d'ogni
cosa e campò tuttavia in godimento per dimolto tempo.[6]