NOTE

[1] Bisogna distinguere varî tratti in questa Novella. Prima di tutto

la figliuola del Re, chiusa, come quella d'Acrisio, in una torre, acciò

non le accada una grande aventura preastrologata e segnatamente non

venga rapita dal vento. Cf. _Lo Viso_, trattenimento III della Giornata

III del _Pentamerone_:—«Renza, chiusa da lo Patre a 'na torre, ped

essere strolacato, ca aveva da morire pe' 'n uosso masto, sse 'nnamora

de 'no Prencepe. E, co' 'n uosso portatole da 'no cane, spertosa lo

muro e sse ne fuje. Ma vedenno l'amante 'nzorato vasare la zita,

more de crepantiglia; e lo Prencepe, pe' lo dolore, ss'accide.»—Cf.

soprattutto _Le tre corune_ (Ibid. IV. 6.)—«Marchetta, arrobbata da

lo viento, è portata a la casa de 'n Orca; da la quale, dapò varie

accidente, recevuto 'no boffettone, sse parte, vestuta d'ommo. Capeta

'n casa de 'no Re; dove, 'nnammoratose d'essa la Regina e sdegnata pe'

non trovare cagno e scagno, l'accusa a lo marito de tentata vergogna. È

connannata ad essere 'mpesa. Pe' virtù de 'n aniello, datole da l'Orca,

è liberata; e, fatto morire l'accusatrice, essa deventa Recina.»—Madama

di Sévigné alludeva senza dubbio a qualche fiaba francese analoga,

scrivendo alla figliuola, il ventuno giugno M.DC.LXXI:—«Ie ne vois pas

bien où vous vous promenez; j'ai peur, que le vent ne vous emporte

sur votre terrasse; si je croyais, qu'il pût vous apporter ici par un

tourbillon, je tiendrais toujours mes fenêtres ouvertes et je vous

recevrais, dieu sait! Voilà une folie, que je pousserais loin!»—

[2] _Brunetto Latini_:—«Sono operationi, le quali l'uomo fa senza la

sua volontà, ciò è per forza o per ignoranza; sicome el vento levasse

un uomo e portasselo in un altro paese.»—

[3] Narra Ludovico Domenichi nelle _Facezie_ (Libro I) di—«un M. Nicolò

da Genova, il quale.... era chiamato dalle donne Genovesi _M. Nicolò

dalla Bella Gioja_, ecc.»—_Q. V._

[4] _Altro_, _che_, qui è modo ellittico _per non altro_, _se non che_.

[5] _Sédere_, sdrucciolo, in vece di _sedère_, piano. Vedi pag. 472 tra

le note alla novella seguente di Leombruno.

[6] Queste risposte a sproposito rammentano il dialogo tra Calasiride

e Tirreno (nell'_Etiopiche_ d'Eliodoro, Libro V.) sulla spiaggia

di Zacinto:—«Non era molto ancora dal lito dilungatomi, quando io

veggio un vecchio pescatore sedersi dinanzi a la porta di casa sua,

acconciando le reti rotte d'un altro pescatore. Fattomigli dunque

vicino, gli dissi:—_Dio ti salvi, buon uomo; saprestimi tu insegnare,

dove io potessi trovare alloggiamento?_—Et egli mi rispose:—_Colà,

vicino a quel capo di monte, che sporge in mare, appressatosi ad uno

scoglio, si squarciò come tu vedi.—Io non cerco di sapere questo_,

diss'io. _Ma tu ti porteresti bene e cortesemente, se o ci ricevessi

tu, o ci guidassi a qualcun altro, che ci desse ricetto.—Non già io_,

diss'egli, _perciocchè io non navigava con esso loro; nè Tirreno

avrebbe mai commesso un tal fallo, nè si sarebbe stancato per la

vecchiezza. Ma e' sono stati certi fanciulli, che hanno fatto questo

errore; perciocchè, non avendo contezza de gli occulti scogli, la

trassero, dove non convenia_.—Io pure a la fine accortomi, che costui

avea l'udir grosso, alzato alquanto più la voce, gli dissi:—_Dio ti

salvi! insegnami di grazia, perciocchè io son forastiero, dove io

possa alloggiare_.»—(Traduzione di Leonardo Ghini MDLVI) Ecco come

Giambattista Basile nel _Teagene_, (Canto X. Stanza XII—XV di quel

poema postumo, impresso a Roma MDCXXXVII) rende questo brano:

Molto non fui dal lido io dilungato,

Che scorsi un pescator, bianco e canuto,

Seder sul limitar del lido amato

Sua rete a risarcire intento e muto;

A cui fatto d'appresso, e domandato

(Poichè umano gli fei dolce saluto)

Dove stanza trovar presso potrei,

Così pronto rispose a' detti miei:

—«Colà, non lungi a quel capo di monte,

Ad un scoglio vicin, ch'ivi il mar fiede,

Squarciossi; or qui convien sudar la fronte,

Perchè mi vaglia a far l'usata preda.»—

—«Tai non cerco da te cose aver conte.»—

Diss'io,—«ma, s'al tuo cor favilla siede

D'umanità, deh! con amico affetto,

Dammi, o dimmi ov'aver poss'io ricetto.»—

—«Io non già»—soggiuns'ei—«perchè con esso

Lor non solcava l'onde; e men Tirreno

Un cotal fallo avrebbe unqua commesso,

Nè sudor sparso in ciò, d'anni già pieno.

Ma semplici fanciulli, a cui concesso

Non era altra notizia, ch'entro al seno

Di questi mar celati scogli stanno,

Fur incauta cagion di tanto danno.»—

Pur io m'accorsi alfin, ch'avea l'udire

Dal tempo offeso; e, rinforzando il grido:

—«Sia propizio il ciel»—dissi—«al tuo desire;

Piova ogni grazia al tuo felice nido;

Dimmi (e perdona d'un stranier l'ardire,

Che peregrino è giunto in questo lido)

Dimmi, ove ritrovar cortese usanza

Possa d'ospite umano amica stanza.»—

Altre risposte a sproposito son divenute proverbiali. Vedi nel _Conte

di Bucotondo_ del FAGIUOLI:—«ANSELMO. Ciapo? o Ciapo? che roba è

codesta?—CIAPO. Ghie ne un baullo, ghie ne.—ANSELMO. Lo veggo fin

costì; domando di chi è?—CIAPO. I' viengo dall'osteria.—ANSELMO. O

buono! o buono! _Ch'hai tu in quel sacco? Io vo a Firenze. Dove vai?

Le son cipolle_.»—Un episodio simile a quello della nostra fiaba

fiorentina, con riposte a sproposito, si trova anche nella seguente

milanese.

La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare · 第 141 / 292 题