LE DUE BELLE—GIOJE.[1]

C'era una volta un Re e una Regina: in capo a qualche anno rimase

incinta. Nell'essere un giorno alla tavola d'i' pranzo con il suo

legittimo sposo, risponde e dice:—«Carissimo sposo, io pretenderei

di farmi strolagare per vedere o maschio o femmina ch'io devo fare e

su che destino nasce.»—Dice:—«Avrei piacere ancora io.»—I' Re subito

manda a chiamare un astrolago per fare strolagare la sposa. Apparisce

l'astrologo con i' suo bravo libro sottobraccio, se lo leva di

sottobraccio e l'apre. Si turba lo strolago. I' Re:—«Cosa c'è?»—«Eh

maestà, sarebbe disgrazia; mi perito anche a dirgnene. Sua sposa

partorirà una bellissima femmina, e, nasce sur i' destino, che deve

esser portata via da i' vento.»—I' Re:—«Quando sarà i' momento, che te

partorirai,»—dice alla sposa—«farò mettere subito mano a fabbricare

una gran torre innanzi a i' mio palazzo; e per entrare n'in chesta

torre ci sieno tre porte da aprirsi e da chiudersi, per via che i'

vento non possa far male a nessuno.»—Quando fu l'ora e ì' momento,

fabbricata questa torre, v'era quartieri da Regina e da Re, come

fusse stato n'i' palazzo. Vi straportano la Regina in una bellissima

camera; che costì, compiti i nove mesi, cominciò i dolori d'i' parto

e partorì una bellissima femmina. Prese una buona nutrice pe' rilevà'

la figlia d'i' Re, per nudrilla. Datogli le sue dodici damigelle alla

bimba, datogli tutta quella servitù, che a lei le si apperveniva.

Venendo in crescenza la figlia; andando a ora di digiunè, a ora di

pranzo, a ora di rinfresco nella torre con tutta la sua famiglia,

lui, la sposa e la bimba; vedendo la figlia, che, quando gli avevano

mangiato e bevuto si rizzavano:—«Addio, sai, Nini; addio, sai, bimba;

stai bona!»—si rizzavano e se ne andavano via; alla servitù, che aveva

dintorno, dice:—«Io vorrei sapere, o perchè io devo stare sempre

qui?»—«Eh signorina, io non lo saprei neppur io. Lei deve ubbidire ai

Suoi genitori. Quello, che vole i' padre e la madre. Lei deve stare

all'ubbidienza.»—La stava zitta, poerina! Ma si struggeva: e i' babbo

e la mamma, che gli volevano un bene dell'anima, tanto feciono, che

seppero perchè la stava così immalinconita. Fu costretto i' Re di fare

un invito nella torre della figlia; un invito d'un pranzo, che lui

dava: ci fusse di tutto; tutta l'udienza e tutto. Fissato quest'invito,

che aveva dato i' Re, apparisce i' tal giorno a pranzo nella torre.

Dice:—«Signori, io vi ho invitati quì nella giornata a pranzo da

me, per avere un consiglio da vojaltri.»—«Eh Maestà, i' consiglio

si dovrebbe prender nojaltri da Lei e non Lei da nojaltri.»—«Anzi

da vojaltri. Siccome abbiate da sapere, che la mia figlia è nata

sur destino che, compiti che lei avrà i diciott'anni,... è nata sur

destino che deve esser portata via da i' vento;—voi, ingegneri,

volendola menare fori a passeggio, ci potrebbe essere una maniera,

che non fosse portata via da i' vento?»—«Sacra Maestà, fabbricata che

fosse una carrozza di ferro fuso con delle buche, tanto per vedere

l'aria, i palazzi, questi campanili, queste cupole, questi casamenti,

potrebbe vedere gnincosa e non potrebbe essere straportata via da

i' vento.»—Gl'ingegneri presono di potergnene fare questa carrozza

di ferro fuso. Fu straportata questa carrozza nella torre, aprendo

una porta alla volta. I' padre e la madre e la figlia, rivestiti da

quello, che gli si apperveniva, entrano nella carrozza tutti e tre,

i' padre e la madre e la figlia. Dice:—«Eh quì siamo a i' sicuro!

nè io nè la mia figlia non possiamo essere straportate da i' vento!

Andiamo, andiamo!»—Sortendo dalla torre, la carrozza va e se ne vanno

alle Cascine. Non gli parea vero esser sortita fori, vedendo tutte

quelle belle cose, tutti quei bei palazzi, chiese, campanili e tutto.

Smirava, l'era mezza grulla in carrozza dalla contentezza. Si dà la

disgrazia che, quando sono vicino a i' prato più grande delle sue

Cascine, si dà la disgrazia una folata di vento, una ventolazione in

grande, che ti sbalza la carrozza e ti porta via la figlia d'i' Re.

E i' padre e la madre a piangere fortemente di aver persa la figlia,

che non potettero mai sapere in dove i' vento l'avesse straportata. La

combinazione fu, che i' vento la straportò in un'isola la più grande,

che ci fusse; sur un tetto, che ci abitava una Fata[2]. Poerina,

essendo in su questo tetto, che lei non sapeva in dove l'era e dove

non era, poerina! piangeva e sospirava, su codesto tetto. E questa

fata, che sente rammaricarsi:—«Voglio andare a vedere, che diamine c'è

sur i' mio tetto.»—Salisce la fata:—«Chi mai ti ha straportata sur i'

mio tetto?»—«Abbia da sapere, che io son la figlia d'i' Re; ed era

nata sur i' destino, che doveva essere portata via da i' vento.»—«Per

me, ti hai da essere figlia di un Re, ti hai da essere anche figlia

di uno spazzaturajo; se vuoi venire giù, vieni; se lavorerai,

mangerai!»—gli fa questa fata. Te la mette lì in casa:—«Dimmi un po',

dimmi. Di primo impeto: io vo sapere come t'hai nome.»—«Mi chiamo

Bella—Gioja[3].»—«Sì, eh? fussi minchiona a chiamarti Bella—Gioja!

Ci ho i' figliolo, che si chiama Bella—Gioja. Guarda, s'io ti vo'

chiamare Bella—Gioja, te? Ti metterò nome Troja.»—«Oh mi metta i' nome

come vo' Lei.»—Poera ragazza! Eccoti i' figliolo, che torna a casa

della fata. A un tratto vede quel bel pezzo di ragazza.—«Dà retta, non

gli ponere gli occhi addosso, che non ti vengano delle simpatiacce;

che io peno poco a rimandarla di dove l'è venuta.»—«Io vi dirò una

cosa, sapete, mamma?»—gli fa Bella—Gioja, i' figliolo della fata, alla

fata:—«Io vi dirò: e' si guarda una fascina, ch'è di tre pezzi; posso

guardare quella femmina, che l'è di un pezzo solo.»—«Andiamo, s'ha a

mangiare.»—Mangiano, la tavola gli è bell'e apparecchiata.—«Non gli

dai da mangiare a quella ragazza, mamma?»—Dice:—«Te, t'hai da pensà'

per te. Come la lavorerà, mangerà. Se non lavorerà, non mangerà.»—La

gli dà per non parere un bicchier d'acqua, neppur pieno i' bicchier

d'acqua, e una fettina di pane, ch'era più quasi a una fetta di

salame.—«Come si chiama, mamma?»—«Fammi i' piacere, fammi, non me

lo rammentare neppure come si chiama!»—«Perchè?»—«Perchè, fammi i'

piacere, fammi, se tu sapessi come si chiama! Si chiama Bella—Gioja.

Io, che ho te, che ti chiami Bella—Gioja, non vo' far altro che chiamar

Bella—Gioja lei!»—«Ma, o come gli hai messo nome?»—«Oh senti, che ti

piacqua o non ti piacqua, io gli ho messo nome Troja e la dee aver

nome Troja.»—«O non le sapevi metter altro che di nome Troja?»—«No,

ha da esser chiamata Troja, Troja, Troja!»—Si rizza Bella—Gioja e va

a i' suo travaglio, alla sua bottega a lavorare quello, che faceva

di mestiere. Fatto si è la sera, quando gli è l'ora delle ventidue,

torna a casa Bella—Gioja. Dava sempre delle occhiatine a quell'altra

Bella—Gioja. Non gli veniva mai detto:—Troja»—a i' figliolo; la

rispettava, com'ella aveva a esser rispettata. Come di fatti si

mettono a tavola. Dice alla madre Bella—Gioja:—«Dategli quaiccosa

anche a quella femmina là. Che volete? senza mangiare non si sta

ritta.»—«Come la lavorerà, la mangerà. Una fettina di pane e mezzo

bicchier d'acqua.»—E Bella—Gioja gli dava d'occhio a quell'altra

Bella—Gioja, come a dire:—«Zitto! la s'addormenterà mia madre e io

starò sveglio.»—Come di fatti, lui cercava di ubbriacare ogni sera

sua madre, per via ch'ella cominciasse a russare.—«Sai, Bella—Gioja,

s'ha ire a riposare, che domattina tu t'hai a levà' presto; t'hai da

andare a lavorare. Te, Troja, vien quà. La vedi quella cassa lì?»—«La

veggo.»—«T'hai a sdrajare su quella cassa e t'hai a dormire lì.»—Se

ne vanno a letto, Bella—Gioja e la madre. Quando Bella—Gioja sente,

che la madre l'ha attaccato i' sonno, adagio adagio, sorte d'i' letto,

lui. Va alla cassa:—«O Bella—Gioja, che dormi?»—«No, non dormo.»—«Oh

alzati! vieni di qua con meco.»—La s'alza, poerina, e va di là insieme

con Bella—Gioja:—«Accomodati a sedere.»—Con la bacchettina fatata...

batte la bacchettina fatata:—«Comandi, Signore!»—«Comando le meglio

bevande e pietanze; da Regina, come lei è.»—Ed apparecchiata la tavola

d'ogni ben di dio, e tutti e due (le due Belle—Gioje), a mangiare a

bere a spron bàttuto:—«Sai, Bella—Gioja; io t'ho da avvertitti d'una

cosa, perchè la mia scelleratissima mamma ti vorrà far fare cose, che

te non le hai mai fatte a questo mondo, e non le puoi fare mai. Non

piangere, nè sospirare. Tu non devi far niente; perchè, quando sono le

ventitrè, apparisco io e faccio tutto quello, che mia madre vole che

facci te. Ora verrai a riposare in un bellissimo letto. Altro, che[4],

a mattina, sparirà i' letto, che te hai riposato nella nottata; e

te ti troverai sulla cassina. Non vol dire niente.»—Va di là, batte

la bacchettina fatata e apparisce questo bellissimo letto. Si trova

spogliata Bella—Gioja e si trova messa n'i' letto, che n'i' suo palazzo

non avevano un letto uguale a quello, che quella nottata riposava

Bella—Gioja. Bella—Gioja, la terza sera, quando ebbero mangiato e

tutto, andiede a letto con la mamma; e la ragazza sulla cassa. Quando

fu addormentata la mamma, Bella—Gioja il giovanotto s'alza e va dalla

ragazza:—«Bella—Gioja, alzati e vien di là.»—S'alza di sulla cassa e

vien di là. Lui batte sulla cassa e gli apparisce d'ogni grazia di

dio, di bevande, di pietanze e tutto.—«Intanto che te mangi, sai,

Bella Gioja, si fa una faccenda stasera.»—Andò a prendere una caldaja,

la empì di acqua e la messe a i' foco; prese della farina, diverse

libbre di farina; e cominciò a fare la pasta. Fece tutti maccheroni.

Cotti (che li ebbe) e tutto, prese questi maccheroni; e quicchè v'era

d'arnese nella casa, principiando da' panchetti del letto, asserelli,

attrazzi del letto e tutto, seggiole, imposte, arali, tutti gli

attrazzi, che v'era per la casa, a tutti diede i maccheroni; alla

paletta poi, che stava nel camino, a quella lì... li ebbe abbondanti,

perchè nel posto, che stava Bella—Gioja a dormire sulla cassa, messe

la paletta sulla cassa. Pare almeno, che gli abbia contentati tutti,

nel suo tenitorio, in dove stava insieme con la madre!—«L'ora, cara

Bella—Gioja, è tale di partì' di quì.»—Si prende la bacchettina fatata,

che aveva la madre; carica due muli tra verghe d'oro e d'argento;

montano su in questi muli carichi; chiudono la porta; e via a spron

battuto. Se ne vanno via, trottando, via, via, via. La fata, che si

sveglia la mattina e tasta, che non sente che c'è Bella—Gioja, il suo

figliolo, la mattina:—«Eh si vede, ch'è andato via a bottega. Troja!

alzati, che gli è tardi.»—«Ora!»—la paletta gli risponde.—«lasci stare

un altro pocolino, sono stracqua.»—«Ora, ti dico, che tu t'alzi.»—Oh!

c'era un malandrino sgabello sott'i' letto della fata, che s'erano

scordato dargli i maccheroni:—«Chiamala, chiamala la Troja! gli è

costì la Troja!»—fa questo sgabello.—«Chi sa le miglia, che gli hanno

fatte, vedi! Si son caricati due muli fra verghe d'oro e argento e

sono scappati via.»—«Ah birboni! ah birboni!»—Questa donna sorte da

i' letto; sorte da i' letto, si veste, e via di gran carriera per

corrergli dreto. Trova una bottega di ortolano; c'era l'omo sulla

porta della bottega, che vendeva erbaggio.—«Ditemi, galantomo, avreste

visto passare un omo e una donna con due muli carichi?»—«A un soldo

i' mazzo i broccolini!»—«Ma vi ho detto, se avevate visto passare

un omo con una donna e due muli carichi?»—«I broccolini un soldo i'

mazzo! i broccolini un soldo i' mazzo! Volete i porri? un soldo i'

mazzo!»—«Io vi dico, se avete visto passare un omo con una donna e

due muli carichi?»—«Un soldo i' mazzo le cipolle!»—«Andate a farvi

sbudellare!»—Gli volta il sédere[5] e tira via. Un pò più in sù,

cammina cammina, la trova una bottega di merciajo:—«Ditemi, giovanotto,

avreste visto passare un omo con una donna e due muli carichi?»—«Un

soldo la pezza i' cordoncino!»—«I' ho detto, se v'avete visto passare

un omo con una donna e due muli carichi?»—«Come La lo vol'Ella? Renza?

o nastro di cetone, di seta, di velluto?»—La s'imbizzisce, la scappa

via anche da lui. Trotta, trotta, la trova un chierico su una cappella

d'una chiesa.—«La dica, sor chierichino, non avrebbe visto passare un

omo con una donna e due muli carichi?»—«I' prete gli è in sacrestia,

che si veste pe' dì' messa.»—«I' ho detto, se l'ha visto passare un

omo con una donna e due muli carichi? »—«Adesso gli esce di sacrestia

per andare all'altare.»—«Oh non mi rompa i' capo! Gli dico, se gli ha

visto passare un omo con una donna e due muli carichi? La mi dice:

_ora gli è per entrare la messa!_»—«Ora gli scende all'altare tare per

segnarsi e cominciar la messa.»—«Io ho detto: se ha visto passare un

omo con una donna e due muli carichi?»—«Gli è a i' _confiteor_, gli

è!»—«Andate a farvi benedire!»[6]—La gli volta i' _sédere_ e la scappa

via. Corre, corre a spron battuto, da disperata: cammina! cammina!

Diceva:—«Oh! m'ha sbudellata anche bene.»—Si volta Bella—Gioja la

ragazza e vede la fata, che era dreto:—«Oh Bella—Gioja!»—«Che cosa

c'è?»—«C'è vostra madre dietro, sapete?»—«Lasciamola essere; tiriamo

via, tiriamo.» Il fatto gli è, che batte la bacchettina fatata e fa

venir su un bosco fitto.—«Eh birbone! m'hai tradito anche bene.»—Con

quelle mani, che l'aveva, fa sì tanto, che; a un pò per volta, la

sbrana i' bosco e la trapassa. Sempre Bella—Gioja corre con la testa

voltata addietro, per vedere se la vedeva la fata.—«Bella—Gioja!»—«Cosa

c'è'?»—«Vostra madre, a i' solito.»—«Lasciala, lasciala venire!

Qualche volta si fermerà.»—Batte la bacchettina fatata, fa venire una

montagna crepidosa con tutto un porcume da poter sgrusciolare, da non

poterla salire.—«Ah birbone! me l'ha fatta!»—Si provava e brrr! giù

e sdrucciolava. Sdrucciola parecchie volte, venne sì tanto a fare,

che la montagna la trapassò anche quella. Cammina, cammina, cammina,

Bella—Gioja si volta addietro a vedere la fata:—«Oh Bella—Gioja, ci

è vostra madre.»—«Lasciala essere! Verrà i' momento, che la 'un ci

sarà più.»—Batte la bacchettina fatata.—«Comandi.»—«Comando una

montagna di tutti arnesi bene arrotati, bene affilati e tutto.»—«Oh

birbone! me l'ha fatta bella!»—E la va lei a provare, se può passare

quella montagna, adagio adagio. Le si stacca un dito, le si stacca

quell'altro, che, alla fin d'i' salmo, con i' sali e sali e sali,

quando la fu in cima, gli si strappa quei due arnesi che la teneva

un dito tanto dalla parte sinistra che destra. La venne di sotto e

la s'affettò, la cara fata, come una rapa.[7] Camminavano, andavan

trottando tutt'e due le Belle—Gioje, quando i' giovane disse alla

ragazza:—«Non importa, che si trotti gran cosa: perchè la mia madre

non esiste più nin questo mondo, sai.»—«Davvero?»—«Noi si pole andare

con la nostra libertà.»—Lei, poerina, la non sapeva neppure quasi

quasi la città, di dove l'era.—«Non lo sai, eh, Bella—Gioja, che nome

l'ha la tua città, in dove eri nativa?»—Dice:—«Eh, no!»—«Eh la troverò

io.»—Batte la bacchettina fatata lui; non istà ad impazzire.—«Comandi,

signore.»—«Comando si sia straportati sulla real piazza d'i' padre

della mia Bella—Gioja qui.»—Furono straportati in un battibaleno.

Straportati, che furono, Bella—Gioja il giovinotto:—«Oh»—dice—«questo,

vedi, è i' tuo palazzo.»—«Va bene.»—«Facciamo un'altra cosa, battiamo

la bacchettina fatata.»—Batte la bacchettina fatata.—«Comando,

che di faccia a i' palazzo reale, apparisca qui un palazzo sulle

Meraviglie, tre volte più bello di quello d'i' Re, con tutta la servitù

e i guardaportoni alla porta; servitori a dargli i' braccio alla

Principessa; facchini a portar su le verghe d'oro e tutto n'i' palazzo

suo.»—Torniamo a i' padre della ragazza. Che, alla mattina, si sveglia

i' suo maggiordomo, se ne va a i' barcone d'i' terrazzo d'i' Re, e, a

un tratto:—«Che affare è questo? Oh che bel palazzo sulle Meraviglie!

Come mai? Iersera non c'era niente. O sogno o sveglio.»—E comincia

a stropicciarsi gli occhi:—«O dormo o sono sveglio»—dice.—«Ma sono

sveglio, non dormo.»—Va da Sua Maestà, picchia alla bussola:—«Maestà,

si pole passare?»—«Passa, passa.»—«Ah che bellissima cosa,

Maestà!»—«Cosa c'è? Cosa c'è?»—«Chiami il cameriere, si faccia vestire;

deve venire di là e affacciarsi a i' terrazzo. Un palazzo sulle

Meraviglie, assai più bello d'i' suo; e v'è due giovani, maschio e

femmina! sono due occhi d'i' sole.»—I' Re, che ti va insieme con i'

suo maggiordomo; a mala pena che va sul terrazzo e vede quel palazzo,

ti occhia que' due be' giovani, tra maschio e femmina, i' suo sangue

a un tratto gli faceva i cavalloni.—«O caro Maggiordomo, chiamami i'

mio servo, e digli indispensabilmente, che vada là nin quel palazzo e

gli dica: _Sua Maestà li riverisce tutti e due; vorrebbe sapere lui

da che parte vengono e da che parte non vengono._»—A i' servitore

gli dice Bella—Gioja i' giovinotto:—«Non posso spiegare qui n'i' mio

appartamento. Pagherei di essere in conversazione da Sua Maestà e gli

spiegherei i' tutto. Andate e ditegnene a Sua Maestà.»—«Sissignore.»—Si

leva i' cappello.—«Adesso porterò l'imbasciata e la risposta, che

gli manderà Sua Maestà.»—Va i' servitore davanti a i' Re:—«Maestà,

son due occhi di sole, proprio educatissimi n'i' discorrere, n'i'

parlare e tutto.»—Sua Maestà, che sente questa risposta, che è costì,

cosa ti fa? Gli manda per i' servitore:—«che oggi alle ore cinque

farò attaccare i miei cavalli e verrò a prendere quei due giovani,

che verranno a pranzo n'i' mio palazzo.»—Portano la risposta a

tutte e due le Belle—Gioje:—«Si gradisce con tutto i' vero core,

di venire a pranzo da Sua Maestà.»—Gli portan la risposta:—«Oh

Maestà, lo gradiscono con tutt' i' vero core, di venire a pranzo da

Lei.»—«Benissimo, benissimo!»—Quando è vicino alle cinque i' giorno,

fa attaccare i cavalli alla carrozza di gran gala. All'ordine che è

la carrozza, Sua Maestà non fa che[8] scendere da i' suo palazzo,

entrare in carrozza e svoltare i cavalli, per entrare n'i' palazzo di

Bella—Gioja. Tutt'a due le Belle—Gioje, che vanno a riscontro d'i'

Re per le scale:—«Fermi, fermi, signori! non v' incomodate adesso!

ho la mia servitù, che mi fa salire.»—Quando sono per entrare n'i'

salone, ci si mettono tutt'e due inginocchioni davanti:—«Alzatevi,

signori; meno complimenti, meno complimenti, alzatevi.»—Si alzano e

tutto. Alzati, che sono:—«Ora è l'ora e i' momento di venire n'i' mio

Real Palazzo.»—«Maestà, si viene con tutto i' vero core.»—Scendono le

scale dell'appartamento di Bella—Gioja e montano in carrozza di Sua

Maestà. Montati nel Real palazzo, (che gli erano di braccio a salir le

scale) e tutto:—«Signori, si accomodino alla sala di pranzo.»—E viene

i' Re padre di faccia a Bella—Gioja la figliola e la Regina di faccia

a Bella—Gioja i' giovinotto.—«Ditemi, bel giovane»—fa i' Re—«come vi

chiamate?»—«Eh Maestà, mi chiamo Bella—Gioja.»—«Oh non me lo dite, non

me lo dite, non me lo rammentate neppure questo nome! Oh Bella—Gioja!

Aveva una figlia, che si chiamava Bella—Gioja. Mi nacque una figlia

sur i' destino, che doveva esser portata via da i' vento; e i' nome

si chiamava Bella—Gioja. E i' vento se la rapì. Non so, poerina, se è

viva o morta. Io non lo so!»—E dà in un rotto di pianto. Bella—Gioja,

che te lo vede piangere fortemente, dice:—«Eh Maestà, non si disperi

tanto; perchè, Sua figlia, La fa conto d'averla avanti ai suoi propri

occhi.»—Dicono, tanto i' padre che la madre:—«Come? quella, che è mia

figlia?»—«Sì,»—gli fa Bella—Gioja,—«che è Sua figlia.»—Si rizzano

tutti e due e gli s'avventano a i' collo a sua figlia, a baciarla

tutti e due dell'allegrezza.—«Ah, poera mia figlia, come t'è andata,

figlia mia?»—«Che vuole, signora madre! il vento mi straportò su

i' tetto d'una fata, che era madre d'i' mio liberatore, che è qui.

Carissima madre, quella che mi faceva fare! Cose innumerabili, che

non poteva esser capace neppure a smovermi di quì a lì[9]. La prima

volta, la mattina, mi menò in una stanza, che era piena di tutte le

civaje, che le doveva scegliere: i fagioli coll'occhio da sè; i fagioli

bianchi da sè; i' granturco da sè... Quando Le dico, tutte le civaje.

Bella—Gioja qui, i' mio legittimo sposo, che dev'essere...»—«Si,

figlia mia, dev'essere i' tuo legittimo sposo...»—«Che, se non era

lui, io non faceva niente. Veniva e mi trovava, che piangeva: _Al

solito, Bella—Gioja, che piange! Ti dico, non piangere! Ci sono io per

te, che rimedio a i' tutto_. La seconda volta, la fata mi diede una

stanza di tutti panni sudici; li doveva ammollare, pulire, bucatare,

rasciugare, stirare e tutto! La terza volta poi, i' caro Bella—Gioja

qui, mio liberatore, qui, si pensò caricare due muli, prendendo la

bacchettina fatata della sua scelleratissima madre, e scappar via con

due muli carichi tra verghe d'oro e d'argento.»—«Eh carissima figlia!

n'hai sofferto! n'hai sofferto! Ma ora non ne soffrirai più. Questa

fata, voi Bella—Gioja, che abita ancora in questo mondo?»—«Eh»—dice

Bella—Gioja,—«non esiste più in questo mondo.»—«Ora è l'ora e i'

momento di mangiare e di stare allegramente.»—Viene le pietanze,

i' vino: mangiano e bevono e si divertono. La mattina dopo, Sua

Maestà fa:—«Qui farò bandire, che io ho ritrovata mia figlia e i'

suo liberatore, che gli ha salvata la vita e straportata alla mia

presenza. Domani si annuncierà.»—Ne fa consapevole a tutte l'altre

Corone: un invito generale allo sposalizio della figlia d'i' Re. Segue

lo sposalizio: dettero a mangiare ai poveri della città, pane e vino e

tutto. Se ne godettero e a me nulla mi dettero:

_Stretta la foglia, larga la via,

Dite la vostra, che ho detta la mia._

La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare · 第 140 / 292 题