[1] A questa novella ed alla precedente, annota il Liebrecht (_art.
cit_):—«Zu Grimm. K.—M. N.º 96. _De drei Vügelkens_; vgl. zu Gonzenbach
N.º 5. _Die verstossene Königin und ihre beiden ausgesetzten Kinder_.
Das von Grimm und danach von Köhler gemeinte Märchen der _1001
Nacht (von den beiden neidischen Schwestern_) befindet sich in
der Uebersetzung (Breslau, 1836) Bd. x. S. 3. ff. (Nacht 426).»—La
fiaba presente è una variante importantissima della precedente,
dettata da colta signora. Difatti non ci trovi sgrammaticature,
non idiotismi; tutto va per la piana e secondo le regole. Ma....
io antepongo il dettato della mia povera ciana analfabeta. In
questa forma, ha maggior somiglianza con la Novella Prima della
giornata decima del _Pecorone_:—«Il Re d'Inghilterra sposa Dionigia,
figliuola d'un Re di Francia, che trova in un convento dell'Isola.
Partorisce due maschi in lontananza del marito; ed obbligata, per
calunnie appostele dalla suocera, a partirsi, con essi va a Roma.
In quale occasione riconobbero i due Re con estrema gioja, l'uno la
moglie e l'altro la sorella.»—Confronta anche per alcune parti con
la _Novella della pulzella di Francia, dove si racconta l'origine
delle guerre fra i francesi e gl'inglesi di messer_ IACOPO DI POGGIO
BRACCIOLINI, occasione d'interminabili polemiche letterarie; e con
la _Penta Manomozza_, trattenimento secondo della giornata terza del
_Pentamerone_.—«Penta sdegna le nozze de lo frate e, tagliatose le
mano, ce le manna 'mpresiento. Isso la fa iettare drinto 'na cascia a
mare; e, data a 'na spiaggia, 'no marinaro la porta a la casa soja,
dove la mogliere gelosa la torna a iettare drinto la stessa cascia;
e, trovata da 'no Re, sse nce 'nzora. Ma, pe' trafanaria de la stessa
femmena marvasa, è cacciata da lo Regno; e dopò luonghe travaglie, è
trovata da lo marito e da lo frate e restano tutte quante contiente e
conzolate.»—Così viene a confondersi con la Leggenda di Sant'Uliva (per
la quale vedi: _La Rappresentazione di Santa Uliva riprodotta sulle
antiche stampe, Pisa, fratelli Nistri, 1868_, e la dotta prefazione
appostavi dal cav. prof. ALESSANDRO D'ANCONA; nonchè la _Novella
della figlia del Re di Dacia, testo inedito del buon secolo della
lingua. Pisa, tipografia Nistri, 1866_, e la dissertazione premessavi
da ALESSANDRO WESSELOFSKY). Popolarissima è la _Istoria della Regina
Oliva, figliuola di Giuliano Imperatore e moglie del Re di Castiglia,
ad istanza ed esempio delle persone timorate di dio_. (Ne ho sott'occhi
la edizione di _Bologna, 1875. Alla Colomba. Con permissione_). Di
questa Leggenda avremo occasione di riparlare; frattanto, per tema di
dimenticar la citazione, a proposito di Penta od Uliva, che si amputa,
mozza, recide le mani, perchè il padre od il fratello le dicono di
essersi innamorati di lei, a cagion della bellezza di quelle, porrò
qui alcuni versi che LUIGI GROTO, nel _Pentimento amoroso_, pone in
bocca a _Dieromena_:
Chiusa in silenzio eterno, in erme tenebre,
Dove nè tu nèd altri più mi veggiano,
Piangerò l'altrui fallo e 'l mio martirio;
E questi occhi che spesso ti mirarono
Come rei mi trarrò dal capo (fossero
Stati ciechi così già alquanto spazio!),
O si risolveran piangendo in lagrime.
E queste man, che sole tocche furono
Da te, come nocenti, (poi che furono
Tocche da man profana, immonda e perfida,)
Troncherò da le braccia, e a me medesima
Che 'l resto conservai renderò grazia.
[2] Uccel Bel—Verde. Vedi GHERARDINI, _Supplimento_, Vol. VI, pagina
196.
[3] Impietrimenti, statuificazioni si ritrovano narrati con molto
ingegno e spirito, non solo nella fiaba della _Posillecheata_, che è
perfetto riscontro di questa, e dove si racconta argutamente l'origine
di parecchie statue che adornavano Napoli (alcune delle quali ci furon
poi rubate dagli spagnuoli), anzi pure nella _Pietà remmonerata_, conto
primo della _Possillechejata_ stessa. Trasformazioni in pini ed in
istatue nella _Cinzia_ di FILIPPO FINELLA (Napoli, M.DC.XXVI). Altre
trasformazioni in moltissime favole pastorali, nel _Capriccio_ del
GUIDOZZI (Venezia, M.DC.VIII); ne' _Frutti d'Amore_ di FRA CRISTOFORO
LAURO; nel _Fillidoro_ di PIETRO MATTEUCCIO (Venezia, M.DC.XIII);
ne' _Tormenti d'Amore_, Tragicommedia pastorale di PIETRO MATTEAZZI
(Venezia, M.DC.V). Questo Pietro Matteazzi è forse tutt'uno col
soprammentovato Pietro Matteuccio: egli dice al suo lavoro
Esci, parto amoroso,
Da l'ombra del mio core,
Novo figlio di Febo, al sommo ardore;
Ed or, che l'Orïente
La notte indora in ciel chiaro e lucente,
Quivi t'innalza e intendi:
E poscia cadi, incenerisci o splendi.
Similmente ne' _Miracoli d'Amore_ dello IACOBELLI (Roma, M.DC.I). Lo
elegantissimo IERONIMO VIDA, nella sua _Fillira_ tanto leggiadra,
descrive, che non si può meglio, i sentimenti d'un uomo converso in
fonte, quando l'amica sua va a specchiarvisi (Atto III. Scena IV.
Parlata di Carino che principia: