(Stampata già in fine della _Novellaja Milanese_)
Nel terminare, dopo meglio che due anni, da che venne incominciata,
questa pubblicazione, crederei mancare ad un dovere, ad un obbligo
sacro, se non vi apponessi un ringraziamento pel chiarissimo
commendator Zambrini, alla cui bontà e benevolenza debbo di averlo
potuto condurre a termine. Degni l'egregio uomo gradire questo pubblico
ringraziamento, come documento della mia gratitudine non efimera. Del
lavoro stesso dirò, ch'io non ne sono gran fatto contento. Sapevo,
nell'imprenderlo, di non trovarmi in condizione da condurlo bene;
sapeva, nel cominciarne la stampa, di aver fatta cosa mediocre: veggo
ora anche più apertamente i difetti dell'opera. Sulla tomba dello
scultore Flaminio Vacca Romano, nel Pantheon d'Agrippa, è scritto:
_in operibus, quæ fecit, nusquam sibi satisfecit_[ii]. Sono un po'
come il Vacca e riconosco volentieri, che ogni scritto mio non val
gran cosa; e non aspetterò mai, che altri me ne scopra le magagne,
per accorgermene. Ma ripeto quel, che dicevo, principiando la stampa
di questa raccolta di fiabe milanesi:—«Dove nessuno fa, chi pel primo
fa, quantunque non faccia, se non mediocremente, ha forse diritto
almeno a qualche indulgenza.»—Specialmente la spero da' milanesi. E
naturale, che, stenografando queste fiabe, abbia talvolta frainteso;
che, nel trascrivere, abbia spesso errato; che l'ortografia non sia
sempre giusta. Ripeto, io non ho udito sillaba di meneghino prima del
sesto lustro. Forse, anzi senza forse, non ho incontrato le migliori
novellatrici di Milano; forse, narrando in presenza mia, quelle persone
si credevano in obbligo di nobilitare, di aulicizzare il dettato loro,
più che non sogliano fare nelle veglie od innanzi ad un crocchio di
fanciulli tutti milanesi (perchè già un poco il nobiliteranno sempre
nel narrare, in Milano come a Napoli, come in Toscana e come in ogni
altro luogo). Ma sarò troppo lieto, se un Ambrosiano puro sangue, per
mostrarmi come avevo a fare, vorrà sobarcarsi ad una fatica consimile.
Non pretendevo se non dare un esempio; non mi considero se non come un
precursore. Fortunato, se potrò destare in altri l'amore per questi
studî. Almeno sarà pruova dell'assoluta comunanza d'interessi e di
studî fra tutti gl'Italiani; dell'affetto profondo con cui le varie
provincie si amano; del sentire ciascuna di esse come cosa propria
anche ciò, ch'è più speciale delle altre; questo fatto, che sarebbe
stato impossibile fino a pochi anni sono: cioè, l'aver dato fuori un
Napolitano di Napoli la prima raccolta di esempi e panzane milanesi.
Roma, XV Giugno MDCCCLXXII.
[i] Il LIEBRECHT annota:—«Es ist nichts anderes, als eine ins Volk
gedrungene Version von STRAPAR. IX, 4. (vgl. DUNLOP—LIEBRECHT S. 497
zu MORLINI, n.º 726; PFEIFFER'S _Germ._ I, 270. _Von dem Moler mit der
schön Frauen_.»—Cf. SACCHETTI, Nov. LXXXIV, del dipintore Sanese,
ecc. ecc.)
[ii] Gli è quel Vacca appunto, che ha scolpito uno de' leoni, che sono
sotto la loggia de' Lanzi in Firenze. Ecco per intero l'epitaffio:
D · O · M ·
FLAMINIO · VACCÆ ·
SCULPTORI · ROMANO ·
QUI · IN · OPERIBUS · QUÆ · FECIT ·
NUSQUAM · SIBI · SATISFECIT ·
[3] Pubblicati sul _Propugnatore_ di Bologna: se ne tirarono una
trentina di estratti. Eran tre novelle: _La coa_, _La sciora e
la serva_, _El cœugh_. Le due ultime vengon qui ripubblicate, la
prima è stata incorporata in un altro mio lavoro, che vede la
luce contemporaneamente al presente, sotto il titolo: _XII Conti_
| _Pomiglianesi_ | _con varianti_ | _Avellinesi, Montellesi,
Bagnolesi,_ | _Milanesi, Toscane, Leccesi, ecc._ | _Illustrati da_
| _Vittorio Imbriani_ || _Napoli_ | _Libreria Detken e Rocholl_ |
_Piazza Plebiscito_ | _M.DCC.LXXVI._—A' Paralipomeni era premessa
un'avvertenza, in data di Roma 10. II. 73. che diceva:
—«Capitato l'autunno scorso in Lombardia, per meno d'una settimana,
ebbi pure occasione di raccogliere la fiaba e le due novelline
seguenti, che debbo all'amicizia benevola dell'egregio commendator
Zambrini di poter qui pubblicare, come una prima Appendice alla
_Novellaja Milanese_. Spero di poterne aggiungere quandochessia
altre, attingendo a quella fonte inesauribile, ch'è la tradizione
popolare. A coloro, che si occupano di cosiffatti studî e che
bramassero maggior copia di riscontri, indicherò un articolo del prof.
Felice Liebrecht, traduttore tedesco del Pentamerone, negli _Annali
letterari d'Heidelberg_ (_Heidelberger Jahrbücher der Literatur_;
numero quadragesimoquinto dell'annata MDCCCLXXII). Il dotto mitologo,
ragionando appunto della mia pubblicazione, addita per ciascuna
fiaba o novella, non picciol numero di riscontri ed analogie.» ecc.
ecc.—riferendo i riscontri indicati dal Liebrecht allo esempio _Èl
Tredesin_, Vedi pag. 340 del presente volume.
[4] Voglio solo aver indicato qui, che la Novella del LANDO,
riferita a pag. 113 nella quarta Nota alla Novella VII e trattata
anche dal FIRENZUOLA, si ritrova pure presso il BEBELIO, con alcune
modificazioni:—«Erat cuidam civi Augustensi pica humanam vocem edocta,
quæ cum saepe audisset famulum proclamare, vinum domini quatuor
denariis vendi, clamavit et ipsa. Cum autem nocte quadam palmites
vitium ex pruina magno incommodo affecti essent, ut vina postridie
duobus denariis carius venderentur, proclamavit nihilominus pica vinum
quatuor denariis: unde magnus concursus populi ad domum domini factus
est pro emendo vino, quod alibi sex denariis venderetur, adeo ut
iurgiis virum impeterent, quod virum non daret uti proclamasset. Quare
concitatus dominus, picam in lutum deiecit Quæ, cum sublevata esset,
vidit suem accedentem, qui totus erat lutosus et stercore inquinatus.
Ad hunc pica: _Proclamasti ne_, inquit, _etiam vinum quatuor denariis?_
Putavit enim uti se, ita et suem in lutum deiectum, quod vinum quatuor
denariis proclamasset»—
A pag. 313 aggiungerei volentieri l'esempio seguente di una condanna
pronunziata dal colpevole stesso in proprio danno. Racconta LUDOVICO
DOMENICHI nelle _Facezie_.—«Il Re Lodovico decimo di Francia, facendo
un convito a' suoi Baroni, disse _che il Re d'Inghilterra, suo zio, gli
aveva scritto et domandato il parer suo; che pena aveva meritato un
servitore ignobile, il quale avea tradito un suo nobilissimo Signore_.
Era a tavola Eberto, il quale, non sapendo che ciò fusse detto per lui,
domandato del suo parere, rispose: _che colui meritava il capestro_.
Et così condannato di sua bocca et strascinato dal convito, venne
impiccato per la gola. [Il meschino si diede la sentenza contra da sè
stesso.]»
[5] L'Edizione è riuscita molto corretta. E poi, come dice un poeta
vernacolo:
Pe' quacche errore, che trovato avisse,
O lejetore mmio, drinto 'ste carte,
Mormorare è bregogna, ca chest'arte,
Porzì ad Argo la fa, comm'autro disse.
Solo voglio avvertire, che a pag. 276, linea 7 va letto _pacchia e
pecchia_, invece di _pacchia e pacchia_; e che a pag. 337, linea 21
s'ha da porre _c' 'o agliaro_, invece di _co' agliaro_ e cancellare
del tutto la postilla (_a_). Per gli altri errori o dell'autore o del
tipografo, ci raccomandiamo alla indulgenza del benevolo leggitore.
[6] Il D'Ancona, del resto, ripeteva solo un appunto più temperato
del Liebrecht:—«Imbriani hat es sich angelegen sein lassen, das ihm
Erzählte _stenographisch_ aufzuzeichnen, in der augenscheinlichen, nur
zu billigenden Absicht, damit lediglich das wirklich im Volksmunde
Vorhandene, ohne alle fremde Zuthat wiedergegeben werde. Allerdings
entspringt aus dieser unveränderten Wiedergabe des Vernommenen eine
gewisse, auf die Dauer ermüdende Unbeholfenheit der Erzählung, wie
sie meist dem Volke eigen ist, und welche durch eine leichte, mit
vorsichtiger Hand geübte Nachhülfe, wie sie in unübertroffener
Weise in den Grimm'schen Mährchen in Anwendung gebracht ist, hätte
beseitigt werden können, ohne dass die Treue der Darstellung irgend
welchen Abbruch zu erleiden branchie. Andrerseits wird Dem, welcher
die eigentliche florentinische Volkssprache genau kennen lernen
will, allerdings durch wortgenaue Aufzeichnung einer so grossen Zahl
von Erzählungen ein umfangreiches Object zum studium jenes Dialects
geboten, so dass der berührte Nachtheil durch diesen Vortheil wieder
aufgewogen wird.»—
[7] Curiosissima sarebbe una raccoltina di tutti i versicoli, che s'era
prima soliti a scrivere da' proprietarî su' frontespizî de' manoscritti
e de' libri a stampa. Qui mi basta citar una quartina, che si legge
sopra un codice modanese del Decameron:
Tu, che con questo libro ti trastulli,
Rendimel tosto e guardal da' fanciulli;
E fa con la lucerna non s'azzuffi,
Se tu non vuoi, che nell'olio s'attuffi.
Gli scolaretti tuttora disegnano rozzamente un impiccato, e vi scrivono
sotto:
_Aspice_, Pierino appeso.
_Quid hunc librum_ non ha reso;
_Si hunc librum reddidisset,_
Pierino appeso _non fuisset_.
Scrivono anche talvolta la tiritera seguente:
Questo libro è di carta.
Questa carta è di straccio.
Questo straccio è di lino.
Questo lino è di terra.
Questa terra è di Dio,
Questo libro è il mio.
Se piacesse a qualcheduno,
Se ne vada a comprar uno;
Quando io lo comperai,
. . . . . . soldi lo pagai!
E facendo oh! oh!
Questo libro non è il to'!
E facendo ih! ih!
Questo libro lascialo lì!