A MARTA E GIGINA

(_Dedica premessa alla prima edizione_).

—«Signor Imbriani, sia compiacente! Scriva un po' qualche libro che

faccia anche per nojaltre. La mamma dice sempre che le cose Sue non

le possiamo leggere; ed appena il postino ha recato qualche opuscolo

di Lei, la lo chiude a chiave e non ce lo lascia vedere. Già la mamma

quando s'è fitta una fisima in capo!...»—

La mamma, care le mie ragazze, fa più che benissimo; in questo, come

sempre, si regola da quella santa donna ed accorta ch'ella è. Non che

impermalirmi del divieto di leggermi a voi fatto, io l'approvo; anzi

io, volendovi un gran bene, sono sempre io il primo a raccomandarle di

custodir lontano dagli occhi vostri ogni mia scrittura. Ci conosciamo

da lunghi anni, e sapete pure, neh?, che in fondo in fondo io mi

sono un gran buon diavolaccio: epperò non vorrete pensar male di me.

Ma quando vinco l'accidia ed impugno la penna, m'è forza d'ubbidire

alla coscienza che m'impone di rappresentare il mondo, la società,

la razza umana tale e quale, non secondo alcun pio desiderio. L'amor

del vero mi signoreggia l'immaginazione; null'altro che lo studio

del vero può cattivarmi ed incatenarmi al lavoro. Nèd è colpa mia

se il vero è in parte turpe. Ma questa parzial turpitudine umana

importa per ora celarla e velarla alle menti vostre inesperte. Verrà

giorno in cui dovrete fronteggiarne l'aspetto e sentirne il lezzo;

ma allora l'intelletto adulto, il carattere formato, l'usbergo della

buona educazione, vi renderanno intangibili dal pericolo, come un

certo anello incantato assicurava chiunque lo portasse al dito da

qualsivoglia possa nimica forza d'incantesimo.

Eppure, io vi bramerei sin da ora per leggitrici: con voi due,

giungerei, credo, ad averne mezza serqua, e la mia ambizione

letteraria sarebbe paga. Bramerei, giacchè ci vediamo di rado e per

poco, che un qualche frontespizio vi rammentasse frequentemente

l'amico lontano; che ogni qual volta ricercaste sullo scrittojo un

libro, un quaderno, un cucito o l'albo dei francobolli, il mio nome

v'avesse a dar nell'occhio. Mi sono persino provato a scarabocchiar

qualcosetta d'ingenuo e d'idillico, apposta per vojaltre. Ma sapete

che c'è? Non mi vuol riuscire; non son buono ad ispogliare il vecchio

Adamo: l'ingenuità mi diventa ironia, l'idillio mi diventa satira.

Non giungo, per isforzarmi ch'io faccia, a concepir l'uomo diverso

da quel ch'io lo conosco. Eppure, io vi bramerei per leggitrici! Ad

agognare ardentemente alcunchè sì diventa ingegnosi. Mi sono ingegnato

ed eccovi un'opericciattola ch'è mia e non è mia. Dico mia, perchè a

metterla insieme, di molta fatica m'è costato; ho dovuto pormici con

l'arco della schiena; ma non vi si contiene un pensiero, una frase, una

parola, ch'è una, di mio.

Voi sapete che da molti anni io raccolgo con diligenza i prodotti

della fantasia popolare italiana in qualsivoglia dialetto: canti,

racconti, proverbî. Mi avete visto stenografare anche in casa vostra

le novelline narrate dalla Giovannina e dalla Peppina; anzi m'avete

ajutato a far meno male. Ora, io vi offero un gruzzoletto di fiabe e

facezie fiorentine. Le ho poste in carta con sommo zelo, tali e quali

uscivan di bocca a qualche cechino, a qualche vecchietta, a qualche

balia, a qualche nonna, usa ad intrattener con esse i nepotini. Ho

esagerata l'esattezza, segnando persin le esclamazioni e gl'intercalari

viziosi, persino i foderamenti di parole; non supplendo le lacune;

non correggendo gli spropositi evidenti, come quando, per esempio, la

novellaja adoperava _vittima_ nel senso di carnefice, tormentatore

(forse storpiando _pittima_) ed asseriva la _Verdea_ essere cosa

mangereccia. Insomma non ho mutato od ommesso od aggiunto, nulla,

nulla, nulla: fate conto d'ascoltare proprio il dettato di chi è nato

all'ombra del cupolone di Brunellesco. Le differenze notevoli di

stile dipendono dalle diversità di sesso, di età, di carattere, di

educazione, di condizion sociale in chi narrava. E lasciatemelo dire,

le persone più colte son generalmente quelle che peggio raccontano

queste ingenue novelle tradizionali.

Un mio buon amico, il prof. avv. Gherardo Nerucci, ha voluto dar

pregio a codesta pubblicazione ch'è qui, comunicandomi sette fiabe

da lui raccolte e scritte, come vedrete, stupendamente; ma non già

stenografate al pari delle mie, tali e quali venivan narrate. Ed il

Nerucci vuole che vi sia ricordato il motto popolare:

La novella

'Un—n è bella

Se sopra 'un ci si rappella;

cioè, se il narratore non la frangia con invenzioni proprie.

Sottopongo senza palpiti il mio lavoro alla censura della mamma: vi

sarà forse qualche goffaggine da condonarsi ad una povera ciana; ma

di sconcio, di pericoloso non ci so veder niente, nientissimo. La

convenienza di siffatti racconti alle menti infantili è dimostra

dal venir essi da parecchi millenni tradizionalmente trasmessi di

generazione in generazione. E non v'ha Italiano cui tali storielle non

venisser narrate durante la puerizia nel vernacolo natìo; che non vi

riannodi sante memorie, reminiscenze carissime.

Queste favole, se convengono all'infanzia, sono anche oggetto di

ricerche scientifiche, epperò mi diedi a raccoglierne. Sendo il più le

fiabe retaggio comune degli Ariani tutti, avrei forse dovuto notare

minutamente i riscontri e le differenze di lezioni tra le mie e l'altre

già pubblicate e risalir fino ai simboli ed ai miti che in parecchie

pajon contenersi davvero. Similmente potrei tesservi la storia delle

raccolte analoghe o congeneri e de' lavori letterarî che hanno

accattato il tema dalle fiabe popolari: parlarvi di Giambattista Basile

(Gian Alesio Abbattutis), di Pompeo Sarnelli (Masillo Reppone), dello

Straparola, del Perrault, del Musäus, de' fratelli Grimm, eccetera;

d'italiani, di tedeschi, di francesi, di slavi, eccetera; delle _Fiabe_

del Gozzi, del _Malmantile riacquistato_ di Lorenzo Lippi (Perlone

Zipoli), di molte _féeries_ francesi, del _Don Silvio di Rosalba_ del

Wieland, di parecchi drammi del Platen, del Tieck, eccetera; e poi di

nuovo del _Panciatantra_, del _Pentamerone_, della _Posillecheata_,

dei _Contes de ma mère l'Oye_, dei _Volksmärchen der Deutschen_, degli

_Haus—und—Volksmärchen_, eccetera. Ma di ciò parlan tanti volumi! e

sarebbero erudizioni così facili! e se n'è fatto tanto abuso! Ed a

vojaltre cosa importa? Ora, attenendomi a ciò solo che può gradirvi

od interessarvi, io voglio provarvi che affetto per voi, desiderio di

divertirvi, non vaghezza di lode altrui, e nemmen zelo per la scienza,

mi ha stimolato a procacciare questa stampa. Nondimeno aggiungerò in

nota sulle bozze di stampa, sulle strisce, sugli stamponi, sulle pruove

di torchio, via, que' riscontri letterarî italiani che per ciascuna

novella mi sovverranno. Ma solo gl'italiani, e fra gl'italiani, quelli

soli che mi sovverranno senza fatica e studio: non mi alzerò dalla

seggiola per riscontrare alcun volume.

Avvertite che ho ridotte alle forme corrispondenti della lingua

italiana, nobile ed aulica, di quella lingua che parliamo voi ed io,

tutte le storpiature idiomatiche fiorentine. Ho lasciato _suo_ per

_loro_; e _gli_ non solo pel plurale d'ambo i generi, ma eziandio

pel femminile, come è regola nel vernacolo di Firenze, confortata od

avvalorata da non pochi esempi classici. Ve ne prevengo a scanso di

confusione ed acciò da una banda non si perturbino le vostre idee

grammaticali, e dall'altra non crediate che veramente in Firenze non

ci sia vernacolo e si pronunzino le parole nella forma aulica e senza

smozzicatura alcuna, come c'è chi vorrebbe far credere.

Gradite e compatite la povera offerta, care le mie fanciulle: e

vogliate un po' di bene al vostro

La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare · 第 21 / 292 题